Pink Floyd

The Piper At The Gates Of Dawn

1967 (Tower) | psychedelic rock

Londra, 1967: l’estate hippy e psichedelica di San Francisco è appena trascorsa e il suo messaggio si è diffuso in tutto il modo. I confini della percezione mentale si allargano ormai con l’Lsd e i maggiori esponenti di questo nuovo tipo di fare musica sono i Doors (con lo storico album omonimo), i Jefferson Airplane (con “Surrealistic pillow”) e i Velvet Underground (che hanno già debuttato insieme a Nico). Gli inglesi Pink Floyd fanno il loro esordio sulle scena psichedelica mondiale con “The piper at the gates of dawn”, manifesto agghiacciante di musica totalmente fuori dagli schemi, e istantanea particolareggiata dell’epoca in cui uscì.

Nel 1967 il gruppo presentava una formazione a quartetto, con Syd Barrett alla chitarra, alla voce, e a comporre, Roger Waters al basso, Richard Wright alle tastiere, e Nick Mason alla batteria. Uscito dopo un paio di singoli che fecero scalpore per il loro grande impatto sonoro, l’album raccoglie 11 canzoni perfette, ognuna con caratteristiche diverse. E che si tratti di un’opera ispirata lo rivela già la scelta della copertina, una sovrapposizione miscelata dei volti dei musicisti, con tinte fortemente allucinate. La opening track, “Astronomy domine” è in pratica il resoconto di un viaggio stellare intrapreso da Barrett attraverso l’uso dell’LSD (si narra addirittura che per orientarsi abbia portato con sè un manuale di astronomia, per le allusioni nel testo a tale Dan Dare, autore di opuscoli del genere). Il basso pulsante e continuo rappresenta la connessione radio con la terra, mentre la chitarra onnipresente, insieme a un canto maestoso e solenne, sembrano errare in un panorama cosmico oscuro e tenebroso. Il tappeto stellare tessuto dalle tastiere dà solidità al tutto. Completa il pezzo il drumming forsennato di Mason, che enfatizza le parti più drammatiche.

Già da questo storico brano si evince la filosofia dei Pink Floyd dell’epoca: nel momento in cui il gruppo (basso, tastiera e batteria) creava linee melodiche solide e compatte, Barrett era libero di viaggiare con la propria chitarra verso luoghi conosciuti solo nella sua mente. Si creava così una separazione di ruoli tra il leader, libero di viaggiare con la propria immaginazione, e il resto della band. La seconda traccia, “Lucifer Sam”, è una sorta di proto-hard rock, con un riff incalzante, accompagnato da tastiere che sembrano richiamare una atmosfera orientale. Il testo narra di un magico gatto (Lucifer) che ha qualcosa di inspiegabile. L’atmosfera, che ricorda la meditazione indiana, è riportata però sopra un riffing ossessivo e incalzante.Nel terzo brano, “Matilda mother”, Barrett si cimenta nel ruolo di menestrello (anticipando in pratica i racconti fiabeschi del progressive e del rock romantico), portandoci nel mondo di una favola, che si interrompe e poi riprende. La solenne atmosfera creata durante il racconto è interrotta da un malinconico “Mother, tell me more”.

“Flaming”, la traccia successiva, è un collage di suoni e rumori inseriti in un'atmosfera sognante e cosmica. Assolutamente strampalata e dal testo chiaramente allucinato (solo nelle nuvole/viaggio per telefono, non posso toccarti, ma dopo potrei), è la fotografia di un viaggio mentale. La successiva “Pow R. Toc. H” consiste in un semplice giro di basso ripetuto fino all’infinito, che crea una atmosfera scurissima. Le percussioni enfatizzano i punti più oscuri, e sottolineano l’avvento degli urli finali. Voci di indiani, cori finti, aperture solenni di organo che però non portano da nessuna parte. Solo immagini buttate sopra un’atmosfera cupa e densa. Il brano seguente (“Take up thy stetoscope and walk”), firmata Roger Waters, è un esperimento basato sulla ripetizione ossessiva delle parole “doctor doctor”, ed è forse la testimonianza del ritorno da un viaggio, o probabilmente lo stato di una mente malata e oppressa. Tuttavia nel finale si risolve riversandosi in una melodia che guarda al beat, con cori sovrapposti.

A seguire, il capolavoro del disco, e anche l’apice della produzione di Barrett: “Interstellar overdrive”. E' la cronaca di un viaggio umano nell’universo. Introdotta da un riff da film dell’orrore, si sviluppa nei suoi undici minuti seguendo una sola regola: almeno uno strumento deve mantenere il ritmo. E sopra questo ritmo, interpretato ora da uno, ora da un altro strumento, si sviluppa una jam session acidissima, fatta di astronavi che sfrecciano, di asteroidi che si scontrano, di alieni e alienazioni, di muri spaziali, di tempeste stellari, di quiete cosmica, di paradisi intravisti e umanamente irraggiungibili. Barrett è completamente in viaggio. La sua mente disegna scene inquietanti e paurose, o ancora si immerge in liquidi universi che sfuggono alle possibilità umane. Questo brano è ricordato anche per il grande impatto live. I Pink Floyd lo suonavano ogni sera all’ UFO, (dove dividevano gli incassi anche con i Soft Machine del grande Robert Wyatt), con una tecnica molto particolare, detta del “light show”, che consisteva nella proiezione diretta sul gruppo di diapositive allucinate, sulle quali era posto dell’inchiostro. A contatto con il calore della lampadina, l’inchiostro si scioglieva e creava effetti visivi di grande impatto. Con il cambio di ritmo mutavano anche le immagini, in un tripudio di arte visionaria. La band poi introdusse anche un’altra innovazione nel live: quella del suono quadrifonico: collegando gli strumenti ad amplificatori posti ai quattro lati del locale, suoni diversi provenivano da punti distanti fra loro, dando così l’impressione che la musica avvolgesse il pubblico.

Dopo il viaggio stellare si scivola verso la parte finale del disco, che ci regala ancora una favoletta (“The gnome”), presa direttamente dal “signore degli anelli”, una solenne preghiera indiana (“Chapter 24”), dal testo oscuro e metaforico, e uno straniante brano senza melodia (che anticipa molte composizioni del rock minimalista dei ’70): “The scarecrow”, basato su due nacchere e su un canto allucinato. Il disco si chiude con una gag comica: bike, dove emerge l’anima freak di Barrett. Il testo allude a una ragazza, e si chiude con un tentativo di sconfinare nell’avanguardia, con campanelli pazzi che suonano da tutte le parti, quasi a dire: “Sveglia, il viaggio è finito, è tempo di tornare sulla terra”.

(05/11/2006)

  • Tracklist
  1. Astronomy Domine
  2. Lucifer Sam
  3. Matilda Mother
  4. Flaming
  5. Pow R. Toc H.
  6. Take Up Thy Syethoscope And Walk
  7. Interstellar Overdrive
  8. The Gnome
  9. Chapter 24
  10. Scarecrow
  11. Bike
Pink Floyd su OndaRock
Recensioni

PINK FLOYD

The Endless River

(2014 - Parlophone)
L'atteso ritorno dei reduci floydiani, con un disco dedicato allo scomparso (e fondamentale) Rick Wright ..

PINK FLOYD

The Wall

(1979 - Emi)
Mentre Waters ne annuncia una riedizione live, ecco uno speciale sul Muro più celebre del rock ..

PINK FLOYD

The Dark Side Of The Moon

(1973 - Emi)
Waters e compagni nel kolossal che li proiettò nel Guinness del rock

PINK FLOYD

Atom Heart Mother

(1970 - Emi)
Il disco della mucca, l'apoteosi orchestrale del Floyd-sound dei 70's

PINK FLOYD

Ummagumma

(1969 - Harvest)
Uno dei lavori più sperimentali e preveggenti del corso floydiano chiude il decennio 60

News
Speciali



Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.