PINK FLOYD

The Wall

1979 (Emi) | psychedelic rock
Pink Floyd - The Wall: il disco, lo show, il film

Introduzione
Parte 1. Prima del Muro
Parte 2. Il "concept" The Wall
Parte 3. Il disco
Parte 4. Lo show
Parte 5. Il film
Parte 6. Oltre il muro

Introduzione

Novembre 1979: la Emi scalpita; nel solo periodo che precede le feste si realizza il 30% delle vendite annuali di dischi. I Pink Floyd, a oltre due anni di distanza dal precedente "Animals", non possono aspettare oltre; le pressioni sono fortissime, gli interessi in campo enormi.
Dopo mesi e mesi di sala di registrazione tutto viene fatto di corsa al punto che alcune decisioni dell'ultima ora rimescolano l'ordine delle canzoni nell'album. Prova ne sono un paio di errori nella riproduzione dei testi nella doppia copertina del vinile ormai mandata in stampa. È infatti presente il testo di "What Shall We Do Now", canzone poi eseguita dal vivo quale appendice di "Empty Space", ma assente su disco per problemi di spazio. Il testo di "Hey You", brano di apertura del secondo disco, è invece collocato erroneamente a chiusura della terza facciata. Non male come pasticcio per un disco da lanciare in grande stile su scala mondiale...

Ma eccolo finalmente, il 30 novembre, nelle vetrine dei negozi illuminati a festa, "The Wall", doppio colossale Lp della band che ha dominato gli anni 70 prima come band di culto della scena rock britannica poi sfornando dischi da decine di milioni di copie vendute.
L'uscita discografica assume immediatamente i connotati di evento planetario ed epocale, certamente uno dei più importanti eventi della storia del rock. Le stazioni radio di tutto il mondo vengono invase da "Another Brick In The Wall", felice intuizione commerciale con venature funky che balza in cima alle classifica di vendita. La stampa, anche quella scandalistica, spende fiumi di parole e troverà, come vedremo, anche elementi per montare flebili casi di cronaca.

Il disco del muro, dei suoi mattoni e degli splendidi disegni di Gerald Scarfe entra nella vita e nell'immaginario di milioni di "kid", segnandoli per sempre. Un mito che si trasmetterà di generazione in generazione fino ai giorni nostri. A oltre 30 anni dall'uscita si contano circa 30 milioni di copie vendute, numero impressionante per un disco doppio, a cui vanno aggiunti i risultati delle varie operazioni discografiche che seguiranno, come lo show messo in scena a Berlino nel 1990 (uscito come disco solista di Waters) e la discutibile immissione sul mercato nel 2001 di "Is There Anybody Out There - The Wall Live", che riprende le registrazioni degli storici concerti del 1980 e del 1981.
Tra quei "kid", allora quindicenne e per di più alle prese con il suo primo disco rock, c'era anche chi scrive. Per questioni affettive quindi la mia analisi non potrà che essere molto personale, una delle tante, infinite interpretazioni che può suscitare un disco come questo che ha tra le sue qualità più grandi quella di riuscire a dialogare con il vissuto dell'ascoltatore. Attorno a un'opera come questa, infatti, l'intreccio delle personali storie degli ascoltatori si legano indissolubilmente alla trama dell'opera e ne diventano parte, come riflessi di vita che si rifrangono per infiniti giochi di specchi; come se la materia dell'opera si dilatasse e diventasse pregnante, consistente, reale nel vissuto di chiunque l'ha ascoltata e amata.

Parte 1. Prima del Muro

La genesi creativa di "The Wall"

Pink FloydIl percorso creativo di "The Wall" è estremamente illuminante per comprendere il suo significato profondo e risale al 1977, precisamente al Tour di "Animals", controversa fatica discografica del gruppo, che portava il nome di "In The Flesh".
Abbandonate le piccole sale da concerto dove il pubblico dei primi anni 70 amava ascoltarli in rigoroso e quasi religioso silenzio, la band gira per gli stadi, dove decine e decine di migliaia di persone si affollano nelle gradinate, spingono alle transenne, diventano una massa unica, indistinta, entusiasta ed entusiasmante, ma per certi versi paurosa vista dal palco. Roger Waters, il bassista e autore di tutte le liriche da "The Dark Side Of The Moon", è stanco, sfibrato. Un decennio trascorso in una folle corsa che in pochi anni l'ha portato dal livello di artista quasi anonimo a miliardaria star internazionale. Un percorso che nella storia del rock ha fatto più di una vittima.
I Pink Floyd fin dalle origini avevano fatto dello show un momento di originalità e di sperimentazione. Dalla fine degli anni 60, in pieno clima psichedelico, le esibizioni dal vivo erano arricchite da un light show molto evoluto (proiettori e fari gestiti da veri professionisti che creavano una girandola pirotecnica di colori sul palco) e da un impianto di amplificazione all'avanguardia, in particolare il sistema quadrifonico che venne perfezionato anno dopo anno e che permetteva al pubblico, ovunque si trovasse nella sala, di godere di un suono pulito, chiaro e avvolgente.
Con lo strepitoso successo commerciale di "The Dark Side Of  The Moon" le aspettative del pubblico per lo show dei Pink Floyd crebbero ulteriormente e la band si adoperò e investì moltissimo per offrire al pubblico uno spettacolo sempre più strabiliante, ricco di effetti speciali e colpi di scena (per fare un esempio, l'irruzione in scena di un modello di Spitfire, il celebre caccia da guerra, che dal fondo della sala partiva, la attraversava fino ad andare a schiantarsi sul palco, incendiandosi). I costi sempre più alti degli show spinsero il gruppo e il management a cercare spazi sempre più grandi, in particolare per il faraonico tour di "Animals" negli Stati Uniti, dove la band a partire dal 1973 aveva concentrato le proprie esibizioni dal vivo a discapito dell'Europa e della madrepatria.

Il tour di "Animals" fu davvero snervante per i Pink Floyd  che uscirono a pezzi dall'esperienza. Alcuni episodi riconducibili a quel periodo furono poi fondamentali per lo sviluppo degli eventi successivi.
Un ragazzino, uno qualunque tra le decine di migliaia, a Montreal durante un concerto del tour, è lì in prima fila e grida, si dimena, inneggia a "Money" la sua hit preferita, sembra essere presente solo per creare confusione e bere birra. Waters non resiste, non riesce a sopportare quel parassita della platea. Prende la mira, come un fuciliere di sua Maestà la Regina, e lo centra in faccia, maledettamente. È sconvolto, Waters, per quel gesto che gli appare subito terribilmente fascista, violento oltre ogni misura e decenza, sconvolto a tal punto da mettere in moto un processo di catarsi creativa che lo porterà a sviluppare l'idea di una delle più grandi opere rock di sempre.
Il bassista aveva incarnato in qualche modo, anticipandolo, il "rocker dittatore" che apparirà come protagonista nella canzone "In the Flesh" e che verrà interpretato nel film "The Wall" da Bob Geldof.
Ecco quindi farsi strada in Waters lo spunto per "il concept", l'idea attorno alla quale costruire un nuovo disco, ovvero il muro di incomunicabilità tra l'artista e il pubblico. Un muro che col passare del tempo si arricchirà nella testa di Waters di tanti mattoni fino a farlo diventare un emblema dell'alienazione e dell'estraniazione dal mondo a tutto tondo.
I Pink Floyd, musicisti che scompaiono nella maestosità dell'impianto scenico dei loro show, sono vittima e artefici della loro stessa denuncia contro la macchina dello showbitz, denuncia che aveva avuto l'acme in "Wish You Were Here" e in particolare nel brano "Welcome To The Machine". Da una parte, sul palco il musicista scompare come identità, diventa un musicista tecnocrate ed esecutore. Dalle tribune lontane 100 metri dal palco come distinguere il singolo musicista con tonnellate di effetti speciali che lo sommergono? Wright, si era già posto il problema riflettendo sul fatto che sommerso da interi tir di materiale, in fondo doveva solo suonare un organo. Ecco l'origine della trovata delle maschere che utilizzerà la band "doppia" negli show dal vivo di "The Wall", la "Surrogate Band" che suona alternandosi o affiancando i veri Pink Floyd portandone le maschere con il calco del viso. D'altra parte i Pink Floyd non avevano mai avuto una star, un frontman alla Mick Jagger per intenderci, non erano conosciuti per le loro facce ma solo per la loro musica.
Dall'altra parte, vista dal palco, la platea formata da migliaia di spettatori assiepati negli stadi è una massa informe e priva di identità. Si fa strada in Waters la consapevolezza che la dinamica musicista contro lo spettatore/massa è una dinamica che ricorda quella tra dittatore e il popolo/massa da lui controllato.

Un altro aneddoto rivelatore del pessimo stato psicologico del gruppo durante il tour di "Animals" è quello che fa riferimento all'ultima e agognata data. Arrivati al termine della serata, ai bis di rito, David Gilmour, deluso per la pessima qualità musicale dello spettacolo, rinuncia a salire sul palco, va al mixer e da lì segue i suoi compagni sul palco accompagnati alla chitarra dal fido Snowy White, la sei corde aggiunta negli spettacoli dal vivo. Quanti all'interno dello stadio se ne saranno accorti?
Chiuso il tour di "Animals" e trascorso un periodo di riposo, la band iniziò a pensare ai progetti futuri. L'urgenza di tornare a lavorare a un disco divenne incombente a seguito di un grave buco finanziario che colpì la società di intermediazione alla quale la band si era rivolta per sistemare i problemi (a quanto pare frequenti) con il fisco inglese.
In realtà, l'unico davvero attivo creativamente per il gruppo fu Roger Waters che già dall'autunno 1977 stava lavorando in solitudine a un paio di "concept". Uno di questi era l'embrione di "The Wall", inizialmente chiamato "Bricks In The Wall", l'altro era la prima bozza di "The Pros And Cons Of Hitch-Hiking", che molti anni più tardi, nel 1985, divenne un disco solista del bassista.
Il resto della band era impegnato in progetti solisti (Gilmour e Wright) oppure dedito a passioni extra-musicali. Il riferimento è a Mason, che scorrazzava con le sue numerose macchine da corsa. Piccolo aneddoto: il batterista, ai tempi dell'uscita di "The Wall", partecipò addirittura alla 24 ore di Le Mans con una Lola 2000 sponsorizzata dalla Emi che riportava sulla carrozzeria ricoprendola interamente il disegno dei famosi mattoni!

Il primo demo di "The Wall" della durata di 90 minuti registrato da Waters, datato luglio/agosto 1978, era estremamente acerbo e molto lontano dal risultato finale, tanto da apparire a Gilmour come un caos indistinto. La band ricorda, attraverso varie interviste, questo momento di valutazione del nuovo materiale proposto da Waters come particolarmente conflittuale, con i diversi membri del gruppo spesso in disaccordo sulla bontà delle singole canzoni. In particolare Gilmour non sembrò completamente convinto nemmeno dell'intero progetto che comunque prese il sopravvento sia per l'assenza di proposte alternative sia per il comune obiettivo di risollevarsi dal disastro finanziario. Waters era particolarmente creativo in quel periodo e a fronte di ogni obiezione mossa dai compagni reagiva alla pressione con nuovo materiale, spesso di grande qualità, sorprendendo tutti. Era chiaro che il bassista stava sempre più consolidando il suo ruolo di leader del gruppo.
Gilmour dal canto suo, come vedremo più avanti nei dettagli, riuscì a dare comunque un contributo molto importante al nuovo lavoro con alcune canzoni memorabili che portano la sua firma accanto a quella del bassista.
Mason, ai tempi l'elemento umanamente più vicino a Waters, metteva in campo le capacità relazionali e diplomatiche piuttosto che quelle artistiche e compositive, che non erano mai state di sua competenza. Wright dal canto suo, risultò essere sempre più apatico e isolato, mettendoci del suo a causa della connaturata pigrizia che lo aveva sempre contraddistinto, diventando così il bersaglio preferito da Roger che scalpitava per vedere compiuta la "sua" opera.
In questo irrequieto scenario di diatribe interne, l'etichetta discografica iniziò, col passare inesorabile dei mesi, a premere con maggiore insistenza perché il gruppo arrivasse a registrare e pubblicare il disco. Con gli ultimi lavori, da "The Dark Side Of The Moon" in poi, i Pink Floyd erano diventati un business eccezionale per il quale l'industria non poteva concedere proroghe rispetto ai tempi stabiliti di commercializzazione dei dischi.
A un certo punto, per dare una scossa al gruppo, venne chiamato il produttore e musicista canadese Bob Ezrin che diede un impulso fondamentale al progetto. Ezrin, soprattutto, sembrava essere la persona giusta in grado di entrare in sintonia musicale con Waters.
Ezrin prese in mano la storia e i suoi contenuti cercando di metterli in ordine. Il risultato di una notte insonne fu un manoscritto di 40 pagine che diventò la sceneggiatura base su cui venne completato "The Wall". La copia originale è tutt'ora  conservata nella "Rock and Roll Hall of Fame" di Cleveland.

L'opera stava finalmente prendendo forma e il progetto divenne sempre più ambizioso. "The Wall" non sarebbe stato solo un disco, ma avrebbe avuto due successivi momenti ugualmente importanti: lo show dal vivo e il film.
Le fasi di registrazioni del disco furono particolarmente complesse e avvennero da una parte all'altra dell'oceano. Dopo una prima fase di registrazione a Londra a fine 1978, la band si spostò per problemi di fisco in Francia tra gennaio e luglio del 1979. Dopo la consueta pausa in agosto, abitudine che i Pink Floyd mantenevano da anni, le registrazioni si spostarono a New York e infine a Los Angeles.
I singoli musicisti lavoravano indipendentemente l'uno dall'altro. Questo frazionamento del lavoro mostrò il suo tallone d'Achille nel momento in cui parve chiaro che Wright era rimasto enormemente indietro nel lavoro al punto da mettere a rischio la data di pubblicazione del disco. La situazione si inasprì al punto che già durante le registrazioni dell'autunno 1979 venne formalizzata la dipartita del tastierista dal gruppo. Per questo motivo Wright non suona le tastiere in tutto il disco e le parti orchestrali, dirette da Michael Kamen, presero uno spazio sempre più significativo nell'ultima fase di completamento dell'opera. L'uscita di Wright emerse ufficialmente solo molti anni dopo. L'aspetto curioso è che il tastierista tra le clausole rescissorie dalla band inserì la richiesta di poter partecipare come session man agli show di "The Wall", la qual cosa, agli occhi del pubblico e della stampa pareva essere la semplice conferma che il quartetto procedeva unito nella forma come nella sostanza. In realtà nei crediti del disco i nomi di Wright e di Mason non apparvero da nessuna parte.

Durante le registrazioni finali effettuate a Los Angeles, Waters non disdegnò di coinvolgere altri musicisti per dare maggiore incisività alle parti di tastiera e alle percussioni. La batteria di "Mother", ad esempio, è suonata da uno dei più quotati turnisti dell'epoca, quel Jeff Porcaro conosciuto anche come membro del supergruppo dei Toto.
A poche settimane dalla pubblicazione del disco, la situazione era ancora assolutamente fluida, al punto che non era ancora chiaro se il disco dovesse uscire come doppio o addirittura come triplo. Tale situazione ci ricorda come la produzione musicale fosse in quegli anni strettamente legata alla durata dei vinili. Ogni facciata poteva contenere non più di 22-23 minuti di musica ovvero ogni disco ne poteva includere complessivamente circa 45 tra le due facciate. In extremis la decisione cadde sul disco doppio, la qual cosa comportò sia il taglio di alcune canzoni che un pasticcio a livello grafico, del quale si è già detto.

Parte 2. Il "concept" The Wall

Roger Waters - Pink FloydPer utilizzare un termine in voga negli anni 70, "The Wall" può considerarsi un disco "concept" ovvero più di una sequenza di canzoni scollegate tra di loro, ma un unicum con un significato, una coerenza stilistica e narrativa.
I Pink Floyd scrissero il loro primo concept-album con "The Dark Side Of The Moon" del 1973 poi seguito da "Wish You Were Here" del 1975 e da "Animals" del 1977 con i quali si completa una sorta di trilogia dedicata alla follia e all'alienazione umana. In "The Dark Side Of The Moon" Waters che divenne stabilmente l'autore dei testi, analizzò tutto quello che induce alla follia nel quotidiano, la ricerca esasperata del denaro e del successo, lo scorrere inesorabile del tempo. Con "Wish You Were Here", Waters puntò il dito contro la macchina dello show business che spreme inesorabilmente gli artisti fino a portarli alla follia. Non a caso, l'album è dedicato al leader della prima ora, Syd Barrett, artista genialoide che non resse l'urto della celebrità, dei ritmi incalzanti delle registrazioni e dei tour internazionali.
In "Animals" la critica sociale di Water si accentua ulteriormente citando Orwell e trasformando allegoricamente gli essere umani in pecore, cani e maiali.

L'idea di "The Wall" affonda le sue radici, come già anticipato, nel tour di "Animals". Nella composizione della storia Waters dichiara di attingere a tre livelli di ispirazione. Uno strettamente autobiografico. Uno che deriva dall'osservazione del sociale (ad esempio, l'incomunicabilità nei rapporti di coppia). Uno infine che rappresenta il puro artificio narrativo.
Spesso, si è invece esagerato nell'intravedere nel personaggio di Pink un riferimento a Syd Barrett, il fondatore della band, persosi per strada dopo l'eccezionale disco di debutto "The Piper At The Gates Of Dawn". L'unico richiamo certo e dichiarato alla figura di Syd è infatti nel testo di "Nobody Home". Per il resto la figura di Pink attinge genericamente all'iconografia della rockstar e all'aneddotica del rock, passando dagli alberghi sfasciati (abitudine di molte band e artisti) alla presenza delle groupie, ragazze "facili" alla ricerca di un contatto a tutti i costi con il proprio idolo nel backstage dei concerti.

Le vicende personali di Roger sono davvero numerose e per mia opinione sono quelle che più hanno influenzato la narrazione nel suo complesso. "The Wall" è soprattutto un disco dove Waters ha proiettato numerose inquietudini e problematiche personali.

I principali spunti del vissuto personale e privato del bassista sono:

- La morte del padre ad Anzio nel corso della seconda guerra mondiale; Waters, classe 1943, come tanti suoi coetanei protagonisti del rock anni 60 e 70, è un orfano di guerra. Attivo pacifista sin dai primi anni 60, ancor prima di suonare con i Pink Floyd, Roger accenna al tema della guerra in "The Wall" e poi successivamente lo sviluppa in "The Final Cut", scioccato anche dal contemporaneo conflitto delle Falkland.
- Il ruolo della madre iperprotettiva; è la madre vedova a crescere Roger sotto la sua ala. L'immagine della madre chioccia soffocante è tra le più forti e presenti nella storia.
- L'esperienza di una scuola frustrante e umiliante; Waters frequentò un prestigioso college che lasciò in lui segni indelebili.
- Il divorzio; Waters ricorda il periodo del suo divorzio nel 1975 come uno dei più stressanti della sua vita.

Altri elementi arrivano dal vissuto di Waters come musicista all'interno dei Pink Floyd:

- Il rapporto spersonalizzato con il pubblico; soprattutto per quanto concerne le esperienze dal '73 in poi, con arene sempre più grandi e un pubblico meno attento, non seduto e concentrato ma presente al concerto con il solo obiettivo di fare casino o bere birra.
- Gli incidenti di Los Angeles nel ‘75; durante il tour americano di quell'anno vennero arrestati, prevalentemente per possesso di droga, 500 partecipanti al concerto di Los Angeles.

Il piano della pura invenzione narrativa servirà invece da collante per mettere ordine alle tante ma confuse idee che portarono Waters al vaglio del resto del gruppo. A questo livello diedero un impulso determinante prima Bob Ezrin per il disco e successivamente Alan Parker nelle vesti di regista del film.
La storia che ne deriva è in sintesi è quella di Pink, una rockstar che durante un massacrante tour sta consumando il rapporto con la moglie. Nelle lunghe giornate passate in solitudine in una anonima stanza di albergo tra un concerto e l'altro, Pink, nel vano tentativo di mettersi in contatto con la moglie, rievoca i fantasmi della sua esistenza, la morte del padre in guerra, l'infanzia difficile stretta tra l'atteggiamento iper-protettivo della madre e l'indottrinamento da parte di professori psicopatici. Simbolicamente le difficoltà e i traumi esistenziali di Pink vengono rappresentati come mattoni che vanno a costruire un muro di isolamento che lo allontanano dalla realtà, fino a un completo isolamento. Alla fine Pink affronterà introspettivamente i propri traumi fino alla caduta del muro che lo riporterà a contatto diretto con i propri simili.

Parte 3. Il disco

Pink Floyd - The Wall - Le illustrazioni di Gerald ScarfeIl disco "The Wall" venne pubblicato il 30 novembre 1979 e preceduto di una settimana dal singolo "Another Brick In The Wall", che raggiunse rapidamente il primo posto in tutto il mondo e che fu bandito dai regimi del Sudafrica e della Corea del Nord per il suo messaggio antiautoritario.
Recentemente, nel 2005 alcuni ex-alunni della scuola londinese che cantarono nel celebre coro della canzone, ritrovatisi attraverso un social network, rivendicarono i diritti d'autore, sino ad ora senza successo. Meglio andò alla cantante Clarette Torry, la magica voce di "Great Gig In The Sky" inserita in "The Dark Side Of The Moon", che riuscì a ottenere il 50% dei diritti della canzone.
Il successo del 33 giri fu ugualmente grandioso e attualmente si stimano circa 30 milioni di copie vendute, un'enormità se si considera che si tratta di un disco "doppio".
La copertina, ideata da Roger Waters, riporta semplicemente un muro di mattoni e al suo interno le immagini di Gerald Scarfe, figura chiave nel triplice progetto "The Wall" (disco, show e film). Scarfe, disegnatore dalla forte vena claustrofobica, aveva già lavorato con i Pink Floyd durante il tour di "Wish You Were Here", producendo un'animazione di grande impatto emotivo che veniva proiettata nel corso della canzone "Welcome To The Machine", brano misconosciuto della band, tra i più crudi e violenti nel messaggio di accusa alla macchina dello show business.

Analisi critica musicale

Dal punto di vista musicale "The Wall" non presenta particolari innovazioni, anzi è decisamente una battuta d'arresto (peraltro definitiva) nella ricerca musicale della band che lungo gli anni 70, pur entro i contorni di una forma rock facilmente fruibile e infatti segnata da un successo commerciale travolgente, non aveva disdegnato percorsi dilatati e innovativi (vedi in particolare la recente revisione operata da parte della critica rock su "Animals", disco uscito nel 1977 ma composto prevalentemente nell'estate del 1974, che lo vuole addirittura far assurgere a uno dei dischi che preludono alla new wave).
Ma al di là dell'approccio strettamente storiografico musicale, "The Wall" va letto come uno straordinario sforzo di sintesi di un intero decennio. Solo la lunghissima esperienza dei Pink Floyd poteva regalare un disco di tale qualità musicale, di arrangiamento e di registrazione. "The Wall" è il trionfo delle professionalità che si sono sviluppate negli anni accanto alla musica rock, perché la storia del rock ha dialogato e si è evoluta costantemente con l'industria del disco, le sue tecnologie, i suoi strumenti di comunicazione. Gli ingegneri del suono, i produttori, i creativi del packaging sono protagonisti assoluti in "The Wall", alla pari della sostanza musicale. Da questo punto di vista, "The Wall" è ai massimi livelli storici. Suono perfetto, qualità e cura certosina degli arrangiamenti, straordinaria potenza evocativa dei disegni di copertina di Gerald Scarfe, che curerà le animazioni sia dello show che del film che apparirà sugli schermi qualche anno più tardi.
Solo altre professionalità nate e cresciute col rock (leggi parte della critica) sembrano non voler accettare una tale prospettiva allargata, relegando "The Wall" a ruolo di disco uscito fuori tempo massimo, in quanto contemporaneo a nuovi fermenti (punk, new wave) che scuotevano l'ambiente musicale dell'epoca.

Waters, estimatore della prima ora di Beatles e Byrds, ritorna con "The Wall" al suo primo grande amore, la forma-canzone tradizionale, della quale ci restano di lui svariate gemme sin dai tempi di "More" (1969), "Atom Heart Mother" (1970), e "Obscured By Clouds".
In "The Wall" viene meno il ruolo delle tastiere di Wright a connotare il sound (mancano ad esempio i celeberrimi tappeti "spaziali"). Acquisiscono invece un ruolo centrale gli arrangiamenti orchestrali e al pianoforte, secondo un taglio stilistico più vicino al genere cantautorale al quale Waters, dall'alto del proprio ego, evidentemente aspirava.
Le canzoni sono strutturalmente semplici e spesso brevi, adeguate alla complessità e alle dinamiche narrative. Non ci sono lunghe suite con momenti musicali espansi; sono invece presenti dei richiami musicali, dei veri e propri leit motiv (come "Another Brick In The Wall", ripreso tre volte durante il disco) secondo una tradizione che affonda nel genere classico (non a caso Roger Waters ha recentemente composto un'opera secondo uno stile classicheggiante, "Ca Ira").
Novità per le abitudini della band, tutto il disco è nato in studio. Viene meno la consuetudine del gruppo di portare in concerto le canzoni prima di metterle su disco col fine di testarle e migliorarle. Questo era successo nei dischi precedenti ad esempio con l'intero "The Dark Side Of The Moon", portato in tour fino dal 1972 e anche per alcune canzoni fondamentali di "Wish You Were Here" e "Animals", presentate dal vivo sin dal 1974.

Sul disco grava un senso di inquietudine e di oppressione incombente che lo rende a volte ostico, indigesto, insostenibile. Come per tutte le opere rock che si misurano sulle quattro facciate (è giusto riportare alla dimensione strutturale del vinile l'analisi di un disco la cui uscita è stata pensata per le caratteristiche di quel tipo di supporto) non mancano i momenti di stanca e i passaggi ridondanti. La paranoia di Waters, a tratti, soprattutto nella seconda facciata, mette a dura prova l'ascoltatore, ma "The Wall" è da annoverarsi nel ristrettissimo gruppo di dischi che possono fregiarsi del titolo di "opera rock". Tra questi, "Tommy" degli Who e "The Lamb Lies Down On Broadway" dei Genesis, nati dalla penna di altri due totem del rock, Pete Townshend e Peter Gabriel.
Nel complesso, di "The Wall" impressiona la monumentalità, la potenza evocativa ed empatica sull'ascoltatore, che facilmente si identifica con la storia narrata. La trama narrativa, tessuta accanto alle liriche e alle musiche attraverso l'innesto di voci, grida, sussurri, pianti, dialoghi, rombi d'aereo, pale d'elicottero, è così fitta da prestarsi a evocazioni continue, inducendo chi ascolta a figurarsi immagini, situazioni, scene. "The Wall" appare a tutti gli effetti come la colonna sonora di un film che però non ha ancora visto la luce ma che già rientrava nei piani creativi della band.
"The Wall" è in fondo la colonna sonora che ognuno di noi può adattare ai momenti più difficili della propria vita; un'opera quindi che non ha la sua forza nella profondità e unitarietà del messaggio, che anzi, restando abbastanza in superficie, accontenta un po' tutti. È un'opera con diversi livelli di interpretazione dove ognuno è libero di spaziarvi in superficie oppure di penetrarvi in profondità, trovando nuove chiavi di lettura e di fruizione. Ma i risvolti simbolici, sociali e politici, più per libera associazione che per intenzione programmatica del gruppo, vanno anche oltre la chiave strettamente psicologica personale.
"The Wall" è, ad esempio, un disco molto amato in Germania, allora ancora divisa. Tanto amato che nel 1990, a seguito della caduta del Muro, Waters, ormai dedito alla sua altalenante carriera solista, verrà chiamato a riproporlo dal vivo proprio a Berlino davanti a una folla immensa e accompagnato da numerosi ospiti internazionali.

Waters è senza dubbio l'ideatore dell'intero progetto "The Wall" che può però essere considerato a tutti gli effetti un disco dei Pink Floyd, l'ultimo nella formazione storica.
Il contributo di Gilmour, coproduttore del disco insieme allo stesso Waters e a Bob Ezrin, risulterà infatti decisivo. Il chitarrista collabora infatti alla stesura di tre importanti canzoni, "Comfortably Numb", forse la più bella di tutte, oltre a "Young Lust" e "Run Like Hell", tra le più fresche del disco e utili ad allentare il senso claustrofobico di alcune composizioni di Waters.
Gilmour è inoltre la voce solista in diversi brani e inanella una serie di "soli" e invenzioni chitarristiche di buon livello, con alcuni picchi memorabili. Il chitarrista, a rimarcare il ruolo ancora fondamentale all'interno della band, sarà infine accreditato come direttore musicale dell'imponente, per non dire faraonico, "The Wall Show", che i Pink Floyd porteranno in scena per pochissime e selezionatissime date negli Stati Uniti e in Inghilterra nel 1980 e poi ancora a grande richiesta nel 1981 in Germania e ancora nel Regno Unito.

Analisi delle canzoni

Disco 1

"In The Flesh?" (Waters)

Si (ri)parte da dove tutto era cominciato, il tour "Pink Floyd. "In The Flesh" del 1977. La spettacolare intro è di grandissima violenza e impatto, con una progressione d'accordi scandita dalla chitarra che si stempera melodicamente nel successivo sviluppo armonico. Poi la stasi improvvisa con la ritmica che si svuota e la voce di Waters che diventa protagonista su un semplice accompagnamento di tastiere e con i cori, meravigliosi in tutto il disco, a fare da contrappunto. Si nota subito la crescita espressiva di Waters, che dimostra di aver lavorato durissimo sulla propria voce nella seconda metà degli anni 70. Va ricordato a tal proposito come durante le registrazioni di "Have Cigar" da "Wish You Where Here" del 1975, Waters rinunciò alla parte vocale perché troppo tirata per le proprie capacità affidandola a Roy Harper. Dal punto di vista narrativo "In The Flesh" è un flashback, la canzone verrà ripresa molto più avanti nel disco.

"The Thin Ice" (Waters)

Il pianto di un neonato introduce alla nascita di Pink, il protagonista della storia (pare che in occasione di un'intervista un giornalista imbecille chiese ai Floyd: "Chi di voi è Pink?"). "The Thin Ice" è un gioiello acustico di grande dolcezza. Lo sviluppo dinamico della canzone riflette uno dei leit motiv di "The Wall", ovvero l'alternarsi di implosioni ed esplosioni, di momenti di intimismo lirico e di violente fiammate, spesso lanciate, come in questo caso, dalle sciabolate della chitarra di Gilmour.

"Another Brick In The Wall part I" (Waters)

È la prima parte di un tema che si rivela come una delle più belle invenzioni musicali del disco. La chitarra carica di effetto delay, riverbera e fluttua, creando un tappeto irresistibile e dilatato che rischia però di annoiare dilungandosi eccessivamente. Ma le soluzione di arrangiamento, come il crescendo improvviso delle tastiere o l'innesto di accordi distorti sul tappeto cristallino, restano chicche memorabili, piccole gemme di arrangiamento di cui tutto il disco è disseminato e che si imprimono indelebilmente nella mente dell'ascoltatore.

"The Happiest Days Of Our Lives" (Waters) e "Another Brick In The Wall Part II" (Waters)

Pink Floy - Another Brick In The WallOrmai abituati ad ascoltarlo insieme alla traccia che lo precede e sotto il semplice titolo di "Another Brick In The Wall" ecco a voi, annunciato dall'arrivo degli elicotteri, uno dei più grandi hit di tutti i tempi. La canzone, di una semplicità disarmante, è costruita su un solo accordo e mantiene a distanza di decenni un pathos impressionante, e davvero poco importa se il celeberrimo solo di chitarra non è stato scritto neanche da Gilmour. Soprattutto il coro dei bambini, composto da 23 ragazzi della quarta classe di musica della Islington Green School di Londra con età compresa fra i 13 e i 15 anni, resta memorabile. La stampa montò un caso attorno alla faccenda del coro accusando i Pink Floyd di non aver pagato i ragazzi. Risultò invece che il loro insegnante aveva approvato e siglato l'operazione ottenendone in cambio l'utilizzo gratuito, a fini didattici, dei Britannia Row Studios, di proprietà degli stessi Pink Floyd. Il caso venne chiuso e i ragazzi ci guadagnarono anche qualche copia dell'album prontamente distribuita da Waters.
Sempre "Another Brick In The Wall", che imperversò a lungo nelle radio di tutto il mondo, scatenò le ire del governo razzista del Sudafrica che ne proibì la diffusione in quanto gli slogan del ritornello ("non abbiamo bisogno di istruzione, non abbiamo bisogno di controllo del pensiero") vennero utilizzati dai manifestanti di colore in occasione dell'anniversario della sommossa di Soweto repressa nel sangue. Tutte le copie vennero ritirate dai negozi e per chi ne possedeva una pesò addirittura la minaccia della galera.

"Mother" (Waters)

È una splendida ballata acustica con il tempo dispari scandito dalla chitarra e con preziosi innesti "bucolici" di organo. La canzone è centrata sulla figura materna, fondamentale in tutto lo sviluppo della storia. Una madre iperprotettiva che segnerà l'esistenza di Pink impedendogli di trovare l'indipendenza, la maturità e la capacità per gestire la propria esistenza senza condizionamenti.

"Goodbye Blue Sky" (Waters)

Siamo all'inizio della seconda facciata del vinile, quella più claustrofobica, durante la quale Pink, mattone dopo mattone, completerà il muro che lo isolerà dal resto del mondo. Eppure musicalmente "Goodbye Blue Sky", dopo le tetre sonorizzazioni introduttive, possiede momenti di grande dolcezza, grazie agli ottimi impasti vocali. Ma è solo un'impressione. L'atmosfera torna cupa e tetra con la voce di Gilmour che si libra sui bassi pesantissimi. Pink sta entrando inesorabilmente in un vicolo cieco.

"Empty Spaces" (Waters)

Appena prima di "Empty Spaces" mandando all'incontrario il disco in vinile c'è un messaggio scoperto all'epoca dell'uscita del disco da un dj radiofonico: "Congratulazioni! Hai appena scoperto il messaggio segreto. Per favore manda la tua risposta al vecchio Pink, presso la buffa fattoria Chalfont". "Empty Spaces" dal vivo e nel film apparirà accoppiata alla incisiva e martellante "What Shall We Do Now". Musicalmente, la canzone è una torbida marcia verso il baratro dell'isolamento e dell'incomunicabilità.

"Youg Lust" (Waters, Gilmour)

Si tratta di un rock robusto e sincopato, un pastiche di vari generi musicali, una sorta di parodia del rock così come, dichiararono i Pink Floyd, molti anni prima lo era stata "The Nile Song" nella colonna sonora del film "More". "Young Lust" risulta comunque una delle canzoni più fresche e riuscite, soprattutto per chi ha mal sopportato il taglio pessimistico, ossessivo e claustrofobico impresso a buona parte del disco da Waters. La canzone fa riferimento alle cosiddette groupie, ragazze disposte a tutto pur di venire a contatto con la rockstar di turno (memorabile la scena del backstage nel film). Ma più in generale è una canzone sul desiderio di evasione, dei momenti giovanili senza pensieri, delle sbronze e della pornografia a buon mercato. E ancora, come dichiara Waters, sulla sensazione di potere e di invulnerabilità che si respira sul palco dietro la protezione di montagne di watt che si scaricano sulla platea.

"One Of My Turns" (Waters)

Squilla il telefono, ma a vuoto. Pink tenta di raggiungere la moglie, vanamente. La scena si svolge all'interno di una camera d'albergo, da qualche parte a Los Angeles. Una delle scene madri dell'opera, riproposta in vari momenti sia dello show live che del film. La stanza d'albergo, spoglia, impersonale, con la televisione perennemente accesa, rappresenta l'isolamento definitivo, l'assenza di radici, il distacco dal mondo. Pink ha rimorchiato una ragazza ma non c'è possibilità di dialogo, resta solo coi suoi pensieri davanti alla televisione. Rimugina sulla sua vita, sul matrimonio andato in frantumi. E poi improvvisamente, mentre la chitarra vibra in un "solo" acido, Pink esplode istericamente distruggendo la camera. Devastazione e follia mentre la trama della canzone si perde in un grido disperato. "One Of My Turns" uscì come lato B del 45 giri "Another Brick In The Wall Part II".

"Don't Leave Me Now" (Waters)

La canzone più claustrofobica del disco, fino quasi a risultare insostenibile, con le tastiere che tessono un tappeto melmoso nel quale si rischia di sprofondare. E poi finalmente, liberatoria, arriva l'apertura musicale con lunghe note di chitarra e tappeti ipnotici di tastiere che ci trascinano fuori dalla palude.

"Another Brick In The Wall Part III" (Waters)

Delle tre versioni di "Another Brick In The Wall" è la più violenta. Per Pink è arrivato il momento della reazione; con un moto d'orgoglio il protagonista si convince che l'isolamento è una condizione desiderabile, una libera scelta e lo grida al mondo.

"Goodbye Cruel World" (Waters)

Un semplice "pedale" sulle ottave per dichiarare che il muro è completato. Pink è totalmente isolato e se ne compiace. Fine della prima parte.

Disco 2

"Hey You" (Waters)

Musicalmente tra le più belle canzoni del disco, "Hey You", stenta invece a trovare una collocazione narrativa nel progetto di Waters. Dapprima prevista al termine della terza facciata, viene inserita su disco all'inizio della stessa e nel film del 1982 viene addirittura tagliata. La famosa e splendida parte di basso fretless che apre la canzone viene accreditata nella recente raccolta "Echoes" a Gilmour. In fondo, niente di sconvolgente: nessuno ha mai messo in discussione la mano pesante di Waters né la mano fina di Gilmour. Ridistribuiti i meriti per la parte di basso, va detto che la canzone è davvero mirabile melodicamente, con un crescendo scandito da arpeggi di chitarra e note sognanti di tastiera. Immancabile, arriva il solo di Gilmour, tra i migliori del disco, che suona su un riff ipnotico di chitarra in un crescendo di grande intensità. Una breve variazione e si torna alle svisate di basso su un sordo tappeto di suoni brulicanti, che sembrano evocare insetti, parassiti, vermi. "Hey You" è un grido disperato di aiuto rivolto al mondo esterno e i vermi sono la rappresentazione simbolica del decadimento. In altre parole chi si isola, marcisce.

"Is There Anybody Out There?" (Waters)

Di fronte al muro insormontabile Pink grida semplicemente: "C'è qualcuno oltre il muro?". Dolcissima e semplice sequenza di arpeggi, tema di esercizio per schiere di chitarristi fai da te; da cameretta e da spiaggia.

"Nobody Home" (Waters)

Splendida ballata per pianoforte e voce, la canzone rappresenta un momento di riflessione molto poetica ed evocativa. Pink ripercorre gli oggetti e i riti della propria esistenza che sono poi i luoghi comuni della rockstar. La pettinatura alla Hendrix, pressoché obbligatoria nell'ambiente musicale alla fine degli anni 60, o l'accenno ai lacci che tenevano realmente legati al polpaccio gli stivali di Barrett. E poi ancora il cucchiaio d'argento, le macchie di nicotina, un libretto con le proprie poesie...

"Vera" (Waters)

Vera Lynn era una cantante inglese del primo ‘900 le cui canzoni venivano cantate dalle truppe durante la 2° Guerra Mondiale. Magistralmente orchestrata, "Vera" sottolinea il dramma di Waters-Pink legato alla perdita del padre.

"Bring The Boys Back Home" (Waters)

Una marcia scandita dal rullo dei tamburi annuncia il rientro dei "ragazzi" dalla guerra. La canzone ritenuta da Waters il perno centrale di tutto il disco, ripartendo dal tema del mancato ritorno a casa dei soldati, vuole sottolineare l'importanza dei rapporti umani essenziali: gli amici, la famiglia, la coppia, i figli. Nulla, non il lavoro, non le corse folli e snervanti dell'esistenza quotidiana, deve anteporsi agli affetti primari.

"Comfortably Numb" (Gilmour, Waters)

Canzone immortale tra le più belle dell'intera produzione floydiana, quindi del rock. L'orchestrazione, soffice e leggera, sembra galleggiare e in questa sensazione sospesa si aggrappano anche i nostri sogni. La strofa è cantata da Waters, poi irrompe la voce di Gilmour. Nello show live questo avvicendamento di ruolo alla voce solista diventerà un artificio scenico altamente spettacolare, con Gilmour che appare magicamente in cima al muro costruito sul palco, suscitando immancabilmente l'entusiasmo della platea. La canzone è semplicemente un capolavoro, impreziosito anche da piccole memorabili "trovate" (ad esempio, il grido che accompagna l'inizio della seconda strofa), che entrano negli annali del rock e nel nostro immaginario musicale. Gilmour, ai suoi massimi livelli, chiude splendidamente la canzone con uno dei soli più belli di sempre. Intenso, drammatico, teso, con le note mai così vicine alla forza di una fredda lama di rasoio, quella che Pink nel film utilizza per rasarsi petto e sopracciglia, quella che ad ogni ascolto perfora ogni difesa e va dritta al cuore. Leggenda.
In "Comfortably Numb" il manager di Pink irrompe in albergo trovandolo in stato catatonico. In tutta fretta e senza troppo curarsi delle sue reali condizioni, Pink viene drogato e rimesso in piedi; lo show, semplicemente, deve continuare.

"The Show Must Go On" (Waters)

Ancora gli splendidi cori che dialogano con la voce di Gilmour aprono l'ultima e decisiva facciata del disco. Breve frammento di grande incisività, "The Show Must Go On", invita lo spettatore, sottolineando lo sgomento e i timori di Pink, allo spettacolo che finalmente sta per cominciare.

"In The Flesh" (Waters)

È arrivato il momento del rito alienante, dello spettacolo trasformato in raduno fascista, con Pink nelle vesti di un dittatore sanguinario. "In The Flesh" è ancora più bella della versione di apertura con cori e arpeggi paradisiaci che fungono da tappeti rossi per accogliere l'ingresso della voce teatrale di Waters. Pink, dal palcoscenico-podio ne ha per tutti, in particolare le categorie da emarginare più facilmente identificabili: gli ebrei, i neri, gli omosessuali, gli adolescenti brufolosi.

"Run Like Hell" (Gilmour, Waters)

Altra parodia musicale, questa volta della disco music, "Run Like Hell" è un'altra godibilissima canzone, lanciata dalle radio anche come seconda hit. La struttura è semplice: sulla cassa che martella i quarti, la chitarra costruisce un tappeto cristallino. Sul piano narrativo "Run Like Hell" è il proseguimento dello spettacolo messo in scena da Pink e ne incarna il momento più alienante. Il battere quadrato della batteria, tipico della musica da discoteca, induce il pubblico a muoversi all'unisono come un organismo unico, senza volontà, che obbedisce ai deliri del dittatore.

"Waiting For The Worms" (Waters)

Bellissima canzone, tra le migliori del disco, rappresenta per Pink il momento della lenta ripresa di coscienza dopo l'effetto delle droghe. Tra gli arrangiamenti, da ricordare la splendida sonorità dilatata dei piatti della batteria di Mason. All'improvviso però l'atmosfera rarefatta è interrotta dalla cruda e inquietante voce filtrata da un megafono (in realtà Waters che canta in presa diretta turandosi il naso). Da questo momento, la canzone descrive in un crescendo imperioso una marcia del Fronte Nazionale, gruppo filofascista, per le vie di Londra da Brixton a Hyde Park. Il concetto sotteso è quello dell'isolamento, che spinge la gente a compiere gesti violenti e a unirsi a gruppi di fanatici e di estremisti.

"Stop" (Waters)

Per Pink è arrivato il momento di abbandonare la maschera del dittatore, è arrivato il momento di dare il via a un durissimo processo interiore.

"The Trial" (Waters, Ezrin)

"The Trial" descrive con toni marcatamente teatrali la spietata autoanalisi di Pink, che si traduce in un confronto diretto con tutto ciò che lo ha allontanato dalla realtà: l'insegnante che ha represso la sua vocazione artistica e poetica; la moglie che ha sposato troppo presto e con la quale non è riuscito a costruire un rapporto maturo; la madre che ha costruito il guscio protettivo e che rappresenta il rifugio ultimo, fetale. Il verdetto è semplice: "Hai dimostrato sentimenti umani"; la punizione scontata: "abbandonerai la sicurezza del tuo isolamento". Il muro deve essere abbattuto e Pink riconsegnato alla realtà. Il muro crolla, in un crescendo musicale di grande intensità e coinvolgimento.

"Outside The Wall" (Waters)

Ecco le parole della canzone, emblematiche: "Da soli o a due a due/ Quelli che davvero ti amano/ Vanno e vengono al di là del muro/ Alcuni mano nella mano/ Altri riuniti in gruppi/ Quelli sensibili e gli artisti/ Cercano di abbatterlo/ E quando ti avranno dato il meglio di loro/ Qualcuno barcollerà e cadrà/ Dopotutto non è facile/ Picchiare il cuore contro il muro di un folle".
Il muro è definitivamente abbattuto. Restano solo i mattoni, le sue canzoni, pietre angolari della storia del rock.

Parte 4. Lo show

Pink Floyd - The Wall - Lo showMentre "The Wall" albergava stabilmente nelle hit parade mondiali il gruppo iniziò a lavorare al live show nell'inverno 1980, il secondo step del progetto.
Lo show rappresentò la summa delle già straordinarie esibizioni spettacolari dal vivo. Il palco di straordinarie dimensioni, prevedeva la costruzione progressiva di un muro alto 12 metri e largo oltre 40, che al termine del primo tempo del concerto (coincidente con la fine del disco 1) occludeva completamente agli spettatori la vista dei musicisti.
Sul palco accanto ai quattro Pink Floyd, compreso Rick Wright in veste di session man, suonava una seconda formazione, la Surrogate Band, una sorta di gruppo clone che portava delle maschere dei quattro musicisti originali.
La progettazione del palco fu affidata al team formato da Fisher e Park che già aveva collaborato con il gruppo negli show precedenti.
Un ruolo fondamentale nello spettacolo avevano le animazioni di Gerald Scarfe che venivano proiettate sul grande muro con funzione di schermo. Erano stati costruiti anche enormi pupazzi di 8 metri che rappresentavano il professore, la moglie e la madre, quest'ultima in versione gonfiabile. Immancabile era anche il famoso maiale volante, presenza stabile dai tempi di "Animals". Sul palco veniva creata anche una spoglia stanza di albergo dove Waters andava a cantare le parti più intimistiche dello spettacolo.
L'impianto di amplificazione quadrifonico era il più avanzato che la band avesse mai portato in scena. Non mancavano nemmeno alcune casse che, poste sotto le sedie, amplificavano il momento topico dello show, quello del crollo del muro, dando al pubblico esterrefatto la sensazione che l'intera struttura stesse crollando. Gli show di "The Wall" vennero tenuti solo in grandi sale da concerto al coperto e gli stadi furono fermamente banditi. L'intero concept di "The Wall" aveva preso avvio dopo il disastroso tour negli stadi di "Animals" e la band non volle derogare alla scelta nemmeno quando un impresario americano stupito dalle prime mirabili esibizioni che si tennero a Los Angeles e a New York propose al gruppo cifre esorbitanti per portare lo spettacolo nello stadio di Philadelphia.

"The Wall" venne rappresentato dal vivo in poche selezionate città in due anni successivi. Nel 1980 dapprima negli stati Uniti dal 7 al 13 febbraio a Los Angeles e dal 24 al 28 febbraio a New York; la successiva tappa fu a Londra dal 4 al 9 agosto. Inaspettatamente la band annunciò nuove date del tour nel 1981. Uno dei motivi era l'esigenza di filmare l'intero spettacolo con l'obiettivo di raccogliere materiale per la fase tre del progetto, il film appunto. Le città toccate dal secondo tour furono due: Dortmund in Germania dal 13 al 20 febbraio e di nuovo Londra dal 13 al 18 giugno.
Questi i crediti relativi allo show dettagliati nel disco "Is There Anybody Out There": scritto e diretto da Roger Waters; direttore musicale, David Gilmour; Stage design, Mark Fisher e Jonathan Park; Direttore Artistico, Gerald Scarfe; Mixer, James Guthrie.
Le registrazioni musicali dello show sono state riportate su disco venti anni dopo. Nel 2001 viene infatti pubblicato a sorpresa "Is There Anybody Out There". Le riprese dello spettacolo, mai utilizzate per il film, sono invece tuttora inedite anche se facilmente rintracciabili sulla rete. Interessante a tal proposito la proposta delle immagini di tutte le canzoni supportate dall'audio tratto dal disco stesso "Is There Anybody Out There". La sincronizzazione risulta quasi perfetta a conferma di come lo show fosse una grande macchina teatrale dove musica, recitazione, proiezioni, pupazzi e light show si intrecciavano secondo una ferrea partitura scritta. Waters canta e suona per tutto lo spettacolo con una cuffia per permettergli di essere sempre perfettamente a tempo con l'intera macchina spettacolistica. 

Descrizione dello show

Pink Floyd - The Wall - Lo showLo spettacolo si apre con l'apparizione di un presentatore che introduce al pubblico la serata. Quando si alza il sipario, il palco si mostra in tutta la sua maestosità. Il muro, eretto per tutta la serata ai due lati del palco, mostra invece al centro un grande varco di circa 25 metri dove sono posizionati i musicisti alle cui spalle è posto il grande schermo circolare, presenza fissa negli show del gruppo da diversi anni. Le prime note, tra fuochi pirotecnici che incendiano il palco, sono eseguite dalla "Surrogate Band" alla quale si aggrega Waters che canta In "The Flesh?". Il primo pupazzo ad apparire è quello del professore sulle note "The Happiest Days Of Our Lives". La grande e minacciosa figura, controllata da grossi cavi come una gigantesca marionetta, scandaglia il pubblico delle prime file tramite due fari che sostituiscono gli occhi. Durante "Another Brick On The Wall Part.2", in una versione live che raddoppia il solo di chitarra e ne aggiunge uno di organo, inizia la costruzione del muro nella parte centrale del palco con degli inservienti che portano e sistemano i singoli mattoni, blocchi di polistirolo di circa 1,5 metri. Durante il pregevole solo di chitarra di "Mother" appare il gonfiabile della madre con le braccia conserte, lo sguardo severo, l'acconciatura improbabile.
Durante "Empty Spaces" viene proiettata la celebre animazione di Scarfe con la lotta a sfondo sessuale tra due fiori. La canzone, diversamente dal disco in studio ha una coda autonoma che si sviluppa nell'inedita "What Shall We Do Now". Waters al termine della canzone, soddisfatto, saluta per la prima volta nella serata il pubblico. L'incedere serrato di questo brano con il ripetersi ossessivo della medesima battuta, via via eseguita in crescendo con sempre maggiore intensità, è un marchio di fabbrica di Waters che ha usato questo espediente di arrangiamento musicale sia per il finale di "Dark Side Of The Moon" nella traccia "Eclicpse" sia per il finale di "Dogs", lunga suite inclusa in "Animals".
Nel coro finale di "Young Lust", Waters e Gilmour sono finalmente fianco a fianco attaccati allo stesso microfono. La canzone si chiude lasciando spazio al suono del telefono che preannuncia un altro mattone nel muro, quello del rapporto con la moglie. Puntualmente appare anche il pupazzo della moglie in forma di gigantesca zanzara succhia sangue.
Waters grida disperato in "Don't Leave Me Now" chinato su se stesso, con evidente immedesimazione autobiografica. Il palco continua ad essere riempito di mattoni che lasciano aperti sempre meno varchi. "Another Brick In The Wall Part. 3" si dilata inaspettatamente e prosegue  nell'inedito "The Last Few Bricks" che cita frangenti musicali della prima parte del disco da "The Happiest Days Of Our Lives" a "Young Lust" a "Empty Spaces" in un teso clima musicale di alienazione e devastazione postindustriale. Riprendendo a raccolta alcuni momenti della propria storia, Pink aggiunge gli ultimi mattoni che lo isoleranno definitivamente dal mondo. La prima parte dello show termina con Waters che, ormai occultato dal muro che copre l'intero palcoscenico, canta "Goodbye Cruel World" il proprio addio al mondo.

Inizia la seconda parte. Un manichino rosa è posto seduto contro il muro; l'arpeggio di chitarra introduce "Hey You". L'intera canzone prosegue con il solo pupazzo in scena puntato da un occhio di bue. Durante l'esecuzione di "Nobody Home" posizionata su di una piattaforma che sporge dal muro, appare la ricostruzione di una stanza d'albergo, collocata da qualche parte a Los Angeles dove Waters riappare e canta seduto. La televisione continua a trasmettere e dalla finestra si intravede una scritta al neon "Tropicana" e sagome di palme esotiche.
"Bring The Boys Back Home" è considerato dal bassista il momento topico dello spettacolo sul piano narrativo. Sul muro viene proiettato un fotogramma fisso con un bambino che stringe la mano a un soldato schierato con i suoi commilitoni. È simbolicamente l'immagine degli affetti più cari spezzati dalla guerra, il punto di partenza dell'intero fallimento esistenziale di Pink.
Scenicamente, attraverso l'azione di tre proiettori, il grande muro viene suddiviso da questo momento in tre grandi schermi sui quali si alternano le animazioni di Scarfe.
"Confortably Numb" è uno dei momenti più intensi dello show. Waters con camice da medico introduce la strofa camminando ai piedi del muro, poi a sorpresa dall'alto della struttura appare Gilmour che intona il ritornello. Il duetto si ripete nella seconda parte della canzone per dare spazio al grande finale con il celeberrimo solo di chitarra.
Dopo "The Show Must Go On" riappare il presentatore. Pink è stato rimesso a lucido e lo show può continuare. Il maestro di cerimonia con una voce deformata e robotizzata annuncia l'avvio dello spettacolo. La macchina dello show business ha ripreso il controllo della situazione e Pink è pronto a tornare in scena, ma sotto altre vesti.
Con una esplosione simile a quella di apertura della serata riparte lo show. Sui due lati del muro sono proiettati gli inquietanti martelli incrociati, che alludono a una dittatura; davanti al muro sono schierati i Pink Floyd affiancati dalla Surrogate Band. Waters vestito di un impermeabile di pelle nera borchiata riprende ad aizzare la folla. Il mitico maiale gonfiabile a elio di "Animals", anch'esso marchiato con il simbolo dei martelli, prende il volo sulla folla.
Nella testa di Waters "Run Like Hell" era il momento "disco" della serata, una parodia della musica spersonalizzata creata solo per far muovere come automi gli spettatori. In realtà "Run Like Hell", firmata musicalmente da Gilmour, si conferma a distanza di decenni come uno degli episodi più convincenti dello spettacolo. Waters e Gilmour duettano mentre il bassista non disdegna di lanciarsi in versi "bestiali" che ricordano quelli di "Careful With That Axe Eugene".
Con "Stop" la dimensione narrativa si riporta a livello della coscienza di Pink, che in veste di manichino rosa, riappare in cima al muro.
Durante "The Trial" le animazioni, sempre tripartite sul grande muro che funge da schermo, sottolineano i diversi personaggi con i quali si confronta la mente di Pink: il maestro, la donna zanzara, la madre. Waters canta solo davanti al muro. Il goffo giudice declama la sua sentenza e nel crescendo musicale il muro in scena crolla fragorosamente tra lo stupore del pubblico.
Dopo il crollo un drappello di musicisti con strumenti acustici entrano in scena tra le macerie. Roger con un clarinetto e Rick con una fisarmonica, Nick, David e gli altri con chitarre e tamburelli. Intonata "Outside The Wall", il gruppo esce di nuovo di scena per poi riapparire per raccogliere il tributo finale.

Parte 5. Il film

Pink Floyd - The Wall - La locandina del filmLa terza fase del progetto "The Wall" prevedeva la produzione del film. Inizialmente furono in quattro a lavorare al progetto, naturalmente Roger Waters, il disegnatore Gerald Scarfe, il regista Michael Seresin e Alan Parker, nelle vesti di produttore.
Le riprese dal vivo effettuate durante lo show dovevano essere parte integrante del lavoro, così come i grandi pupazzi di Scarfe. Seresin venne presto estromesso e il ruolo del regista venne assunto da Alan Parker che impose subito una nuova visione che provocò le accese rimostranze degli altri: niente riprese dal vivo e niente pupazzi. Parker propose a Waters di interpretare Pink ma, dopo il suo rifiuto, optò per Bob Geldof, cantante dei Boomtown Rats.
I rapporti tra Parker, Waters e Scarfe furono particolarmente tesi fino al punto che Parker chiese a Waters di prendersi un mese e mezzo di vacanze forzate. Fu durante questo periodo che il regista fece davvero suo il film. Al ritorno la tensione salì alle stelle; da una parte il regista aveva dato una impronta a tinte forti a tutto il film, dall'altro Waters che aveva pensato a una realizzazione decisamente più sobria non accettava l'idea di essere stato scalzato in questo modo dal ponte di comando. Le immagini crude del film (la piscina con il sangue; la depilazione delle sopracciglia; i frequenti spezzoni con morti e feriti in trincea) furono il marchio di fabbrica di Alan Parker che in realtà era stato scelto come regista proprio per il suo stile molto diretto ed evocativo. Il bassista, infine, si rassegnò, anche consapevole del fatto che non avrebbe mai potuto essere direttamente il regista del film.
Waters si era già distinto per il maniacale desiderio di controllo sui progetti del gruppo. Un aneddoto in proposito risale alle registrazioni di "Have A Cigar" inserito in "Wish You Were Here": Waters, che non è mai stato un cantante dotato, non riesce a interpretare il pezzo non arrivando alla giusta tonalità; viene invitato, quasi per gioco a farlo Roy Harper che si trova casualmente negli stessi studi. Quando tutti trovano eccellente il lavoro fatto da Harper, Waters viene preso in contropiede e ci resta tanto male da rammaricarsene per anni. Waters del resto ha sempre mostrato un caratteraccio compiacendosene.

Il film venne presentato il 23 maggio 1982 al festival di Cannes. Con crediti così distribuiti: Alan Parker, regista; Roger Waters, ideatore e sceneggiatore; Roger Waters, David Gilmour e James Guthrie, produttori musicali; Gerald Scarfe, direttore delle animazioni.
A proposito dei crediti musicali sui dischi dei Pink Floyd, Gilmour dichiarò di essere sempre stato, a differenza di Waters, poco attento alla cosa e piuttosto interessato alla parte creativa. Non sapeva le beghe legali che lo avrebbero atteso da lì a poco a proposito dell'utilizzo del marchio Pink Floyd...
Dal punto di vista musicale per il film vennero riscritte alcune parti, in particolare orchestrali, a cura di Michael Kamen. Gli interventi caddero su "Mother", su "Bring The Boys Back Home" (con un coro di voci gallesi), su "Empty Spaces" nella versione estesa che sfocia in "What Shall We Do" già presentata negli show e su "Outside The Wall". Un solo brano interamente originale appare all'inizio del film, "When The Tigers Broke Free", preludio alla storia di Pink dedicata da Waters al padre morto ad Anzio.
Il film comprende tutte le canzoni di "The Wall" tranne "Hey You" e "The Show Must Go On".
"Goodbye Blue Sky", che nell'album in vinile apre la seconda facciata prima di "Emty Spaces" si trova invece prima di "The Happiest Days Of Our Lives".

Il film

Bob Geldof nel film The WallL'inquadratura di un lungo e anonimo corridoio d'albergo, da qualche parte  a Los Angeles, con una inserviente intenta nelle pulizie: così si apre il film. L'albergo allude a un luogo di transizione, di passaggio da una città all'altra del tour musicale. Simbolicamente rappresenta la precarietà del nomadismo del rocker e l'unica tana, ma senza radici, dove trovare rifugio. È dall'interno di una stanza dell'albergo che parte il percorso interiore di Pink, sospeso tra il consapevole e l'onirico, che lo porterà ad affrontare il suo passato e in particolare i suoi incubi ricorrenti.
La prima canzone è "When The Tigers Broke Free", un inedito sia per il disco che per lo show. Le Tigri alludono ai carri armati tedeschi e la scena si sposta infatti in trincea durante la seconda guerra mondiale, dove un soldato è a sua volta rintanato sotto i bombardamenti. Il riferimento è al padre di Roger, figura chiave nel film più ancora che nel disco. Nel corso degli anni che trascorsero tra la prima ideazione musicale di "The Wall" e la produzione del film, Waters si era avvicinato sempre più al tema del ricordo della guerra, un processo portato a compimento con "The Final Cut" il disco del 1983, presentato come un vero e proprio "requiem".

Uno dei leit motiv del film è la trasposizione della guerra vissuta realmente dal padre in tutti gli ambiti della vita vissuta dal figlio. Pink è in guerra con i professori che lo educano, con la madre che lo cresce, con la moglie che lo tradisce, con i poliziotti che pestano duro, con il pubblico che assiste ai concerti e in particolare con i "diversi" mischiati nella platea.
La battaglia prosegue di generazione in generazione, di padre in figlio; ognuno vive in modo diverso e nel suo tempo la propria battaglia, ma è comunque una battaglia sanguinaria. Il sangue in trincea si mischia al sangue della piscina dell'albergo dove Pink si dimena come impazzito. Tra i moribondi soccorsi dalla croce rossa dopo i bombardamenti si aggira un Pink bambino che dopo aver scoperto in un cassetto di casa le onorificenze di guerra concesse al padre, prende consapevolezza della tragedia che si è abbattuta sulla sua famiglia e in quella di tanti suoi coetanei che non hanno più visto tornare il genitore dal fronte. 
Ma altre battaglie attendono Pink nella crescita, a partire dalla scuola dove i professori si preparano alle lezioni come soldati agguerriti pronti a stroncare ogni sussulto emotivo, se non artistico, dei ragazzi tra i banchi. (Curiosità: quando il maestro legge una poesia scritta frugalmente da Pink, si posso distinguere alcuni versi della canzone "Money"). La scuola è come una catena di montaggio e i ragazzi sono letteralmente triturati e fatti a polpette, fino alla inevitabile ribellione che porta a sfasciare la scuola: di nuovo violenza chiama violenza.
La madre dal canto suo sta addosso oppressivamente al piccolo Pink pronta a trasformare qualche linea di febbre in un dramma, pronta a indicare al figlio la retta via o la giusta ragazza da frequentare, anche se macroscopicamente fuori taglia (Pink bambino balla con una ragazza più alta di lui di una testa).

Gli anni passano ma non c'è tregua per Pink adulto. Anche il matrimonio va in frantumi, un matrimonio "hippie" nato sotto i migliori auspici che si trasforma presto in un incubo. Vani sono i tentativi, dalla stanza d'albergo, di raggiungere telefonicamente la moglie lasciata dall'altra parte dell'oceano per cercare di ricucire il rapporto. La donna, ammaliata da un leader pacifista che la trascina facilmente sotto le lenzuola, rifiuta ogni chiamata in arrivo da Los Angeles.
Nel corso del film, prevalentemente recitato, non mancano alcune parti animate da Scarfe, tra le quali la splendida battaglia sessuale combattuta da due fiori sulle note di "Empty Spaces"  e "What Shall We Do". Divertente l'apparizione delle groupie, citazione rock, che si fanno strada nel backstage del concerto per arrivare alla star, distraendo prima un poliziotto poi alcuni rodies, i ragazzi "sulla strada" al seguito della band nel corso del tour. Una groupie finalmente riesce ad avvicinare Pink che la porta con sé in albergo dopo lo spettacolo. Qui proseguono le citazioni rock, con un Pink improvvisamente irascibile che piuttosto che comunicare con la sconosciuta ragazza accanto a sé, preferisce dedicarsi alla devastazione, l'ennesima nel film, della stanza stessa.
Pink ha ora completato il muro, è completamente isolato dal mondo, totalmente incapace di comunicare con chicchessia. Nella stanza d'albergo sfasciata si muove tra i suoi innumerevoli oggetti con i quali, seduto a terra, crea un ordine folle e certosino che emerge dal caos (forse una inconscia citazione degli ordinati insetti della copertina del disco solista del leader dei primi Pink Floyd "Barrett"?).
Ma la follia di Pink si spinge oltre. Davanti allo specchio si depila i peli di petto e sopracciglia procurandosi piccole ferite che lo sporcano di sangue (ancora).
All'acme della follia del protagonista la narrazione si sposta di nuovo indietro nel tempo lungo la banchina di una stazione. È l'immagine dei soldati che tornano dalla guerra attesi dai famigliari. Ma le parole di Vera Lynn, cantante inglese che realmente nel corso del secondo conflitto con le sue parole cercava di portare consolazione auspicando un ritorno ai casa dei "ragazzi" dal fronte, sono disattese  per il piccolo Pink che si aggira tra la folla senza trovare il padre.
Nella camera d'albergo irrompe il management del tour e uno stuolo di medici che scoprono il musicista in coma. Ma lo show, secondo l'antica legge dello spettacolo, deve continuare. Una iniezione e via, Pink è di nuovo in piedi pronto ad affrontare il pubblico. Ma sotto la vecchia scorza del rocker ormai in decomposizione è pronta una maschera nuova quella di una sorta di leader filonazista che sta andando a un comizio piuttosto che a un concerto.
La sala è gremita ed ovunque giganteggiano stendardi con due grossi martelli incrociati che evocano la croce uncinata. Il servizio d'ordine del concerto/comizio è formato da teste rasate (veri "skin" raccolti per le strade di Londra e assoldati per il film). Pink sotto forma di dittatore incita la folla e attacca senza pietà tutti i "diversi" presenti in sala.

Durante "Run Like Hell", la canzone "disco" dell'album come Waters amava sottolineare anche nei concerti, la platea del concerto si muove come un automa ripetendo meccanicamente gli stessi passi e gesti. È il trionfo dell'omologazione. Intanto bande di picchiatori girano per le strade a caccia di prede umane su cui sfogare la propria frustrazione.
Improvvisamente la scena si fa più intimistica, tutto è pronto per il gran finale. Bagni pubblici, Pink è rannicchiato accanto a un sanitario con un quadernetto d'appunti; cerca di ritrovare se stesso attraverso i propri versi. (Nota: prima che Bob Geldof canti "Stop", si possono distinguere alcuni versi della canzone "Your Possible Pasts" che apparirà sul successivo album "The Final Cut" e dalla canzone "5.11", tratta dall'album solista di Waters "The Pros And Cons Of Hitch Hiking").
Mentre riprendono a scorrere le animazioni di Scarfe nella mente di Pink si svolge un processo interiore durante il quale passano in rassegna le figure chiave che lo hanno portato all'isolamento: il professore che lo bacchettava per la vena artistica; la madre iperprotettiva; la moglie che lo abbandona nel momento del bisogno.
Infine arriva, scontata, la sentenza, quella di abbattere il muro dell'isolamento e tornare tra gli umani. E siamo all'epilogo. Il muro è crollato mentre alcuni bambini si muovono tra le macerie, raccogliendo i detriti. Una nuova generazione sta crescendo oltre il muro. Sarà anche questa costretta alla guerra della vita?

Le canzoni del film

"When The Tigers Broke Free"
"In The Flesh?"
"The Thin Ice"
"Another Brick In The Wall Parte 1"
"When The Tigers Broke Free" (Ripresa)
"Goodbye Blue Sky"
"The Happiest Day Of Your Life"
"Another Brick In The Wall Parte 2"
"Mother"
"Empty Spaces"
"What Shall We Do"
"Young Last"
"One Of My Turns"
"Don't Leave Me Now"
"Another Brick In The Wall Parte 3"
"Goodby Cruel World"
"Is There Anybody Out There"
"Nobody Home"
"Vera"
"Bring The Boys Back Home"
"Confortably Numb"
"In The Flesh"
"Run Like Hell"
"Waiting For The Worms"
"Stop"
"The Trial"
"Outside The Wall"

Parte 6. Oltre il muro

Pink Floyd - The Wall - Roger WatersDel film "Pink Floyd - The Wall" doveva essere pubblicata la colonna sonora ma non essendo sufficiente il materiale originale, Waters annunciò un disco che non ebbe mai luce chiamato "Spare Bricks" che avrebbe dovuto includere l'unico inedito "When The Tigers Broke Free", "Outside The Wall" e altre registrazioni musicali non incluse nel lungometraggio. La scelta delle canzoni era dettata dal fatto che nel disco, rispetto a "The Wall", avrebbe dovuto prevalere la dimensione da requiem e l'idea del ricordo tanto cara a Waters in quel momento.
Il progetto, che sarebbe poi diventato "The Final Cut", prese nuova linfa a seguito della invasione delle isole Falkland da parte dell'Argentina e della conseguente dura reazione di guerra da parte inglese, cosa che sconvolse il pacifista Waters che scrisse, ispirato dai gravi fatti di cronaca, nuove canzoni che vennero incluse nel disco, a quel punto totalmente autonomo rispetto a "The Wall".
Lo show di "The Wall" venne ripreso da Roger Waters in veste solista a Berlino il 21 luglio 1990 per celebrare la caduta del muro datata 9 novembre 1989.
All'esibizione, davanti a circa 350.000 persone, parteciparono numerosi artisti ospiti: Bryan Adams, The Band, Paul Carrack, Thomas Dolby, Marianne Faithfull, James Galway, Jerry Hall, The Hooters, Cyndi Lauper, Ute Lemper, Joni Mitchell, Paddy Moloney, Van Morrison, Sinead O'Connor e gli Scorpions.
Il palco, posizionato in Potsdamer Platz ovvero nella striscia di nessuno che sorgeva a cavallo del muro, misurava quasi 180 metri di lunghezza e 25 di altezza e fu progettato dal fidato team Fisher-Park.
Rispetto alle esibizioni live dei Pink Floyd le principali differenze nella scaletta, a parte alcune varianti metriche apportate ad alcune canzoni, furono l'esclusione di "The Show Must Go On" e l'inserimento dopo la caduta del muro di "The Tide Is Turnig" incisa da Waters per il suo disco solista "Radio K.A.O.S.".
Di recente, Waters ha annunciato una nuova, monumentale versione live di "The Wall", che debutterà a Toronto il 15 settembre 2010 e arriverà anche al Mediolanum Forum di Assago l'1 e 2 aprile del 2011.

Dopo la prematura morte di Rick Wright avvenuta nel 2008 possiamo purtroppo rilevare che l'ultima canzone suonata dal vivo dai Pink Floyd nella formazione storica è "Comfortably Numb", a chiusura dell'esibizione della grande reunion avvenuta in occasione del "Live 8", nel giugno 2005.

(30/05/2010)

  • Tracklist
Disc 1
  1. In The Flesh?
  2. The Thin Ice
  3. Another Brick In The Wall, Part 1
  4. The Happiest Days Of Our Lives
  5. Another Brick In The Wall, Part 2
  6. Mother
  7. Goodbye Blue Sky
  8. Empty Spaces
  9. Young Lust
  10. One Of My Turns
  11. Don't Leave Me Now
  12. Another Brick In The Wall (Part III)
  13. Goodbye Cruel World

Disc 2
  1. Hey You
  2. Is There Anybody Out There?
  3. Nobody Home
  4. Vera
  5. Bring The Boys Back Home
  6. Comfortably Numb
  7. The Show Must Go On
  8. In The Flesh
  9. Run Like Hell
  10. Waiting For The Worms
  11. Stop
  12. The Trial
  13. Outside The Wall
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