Pixies

Surfer Rosa

1988 (4AD) | garage-rock

I Pixies sono stati una delle band più influenti della scena new wave degli anni Ottanta. Dalla loro originale mistura di garage-rock, hardcore e power-pop hanno palesemente attinto i Nirvana (come ammesso dallo stesso Kurt Cobain) e svariate altre formazioni del decennio successivo. E le loro composizioni, solo apparentemente lineari, hanno segnato un significativo passo avanti nell'uso della forma-canzone nella storia del rock.

Nati nel 1986 a Porto Rico dall'incontro tra il cantante Black Francis (alias Charles Thompson) e il chitarrista Joey Santiago, i Pixies si formano definitivamente a Boston, dove al duo originario si uniscono la talentuosa Kim Deal e l'amico batterista, David Lovering. Il peculiare "noise pop" ("due terzi rumore, un terzo pop") del quartetto è appena abbozzato nell'Ep d'esordio "Come On Pilgrim", pubblicato per la 4AD.
Ma è il 1988 l'anno della definitiva consacrazione con "Surfer Rosa", prodotto da quello Steve Albini che quattro anni dopo formerà gli Shellac. Il disco è un'autentica bomba sonora: sfonderà nelle college-radio americane, raggiungerà il primo posto delle classifiche indipendenti britanniche e sarà celebrato dalla critica come uno degli ultimi capolavori del "post-punk" o come il manifesto di un nuovo "art-punk". I riferimenti sono tra i più vari: le pantomime nevrotiche dei Pere Ubu, la frenesia esagitata dei Violent Femmes, le cavalcate elettriche di Neil Young, ma anche i raga lisergici dei Velvet Underground e il rock abrasivo degli Stooges e del primo David Bowie. Un background vastissimo, frullato e condensato in canzoni acide e violente, nelle quali, tuttavia, è sempre presente un nucleo melodico. Ad aggiungere un tocco di stravaganza in più, i testi surreali, cantati talvolta in gergo "Spanglish".

Il garage-rock è l'architrave sonora, la direttrice principale del disco, ma tutto è stravolto in un susseguirsi di riff distorti e ritmi sincopati, ritornelli contagiosi e urla isteriche. Una sequenza di brani brevi (anche di un minuto e mezzo) scherzosi, taglienti, allucinati, che mettono ko al primo ascolto grazie a una freschezza irresistibile. In questo, non si può non cogliere l'impronta dei maestri Clash.
Si parte subito fortissimo con "Bone Machine", feroce incursione tra dissonanze ed effetti ossessivi. Ma la tensione, nei Pixies, degenera spesso in parodia. Così, ad esempio, il boogie allegro di "River Euphrates", appena sussurrato da Kim Deal, e la demenziale "Oh My Golly", sostenuta da una chitarra acustica, danno vita a due gag al limite del delirio psicotico. La foga si fa sempre più esagitata: dall'incedere ska di "Something Against You" alla punkeggiante "Broken Face", dal voodoobilly della fumettistica "Tony's Theme" al baccanale "pow-wow" di Cactus. È una Kim Deal ispiratissima nei panni di "songwriter" a firmare invece la ballata solenne di "Gigantic", uno dei vertici dell'album: su una semplice linea di basso, irrobustita dalla batteria, si innestano le chitarre, mentre la voce della bassista cesella una delicata linea melodica. Ma l'inno più travolgente del disco è "Where Is My Mind": una melodia acida, un giro di chitarra da cardiopalmo, un ritmo inesorabile e un testo surreale concorrono a comporre una rock-song praticamente perfetta, destinata a diventare il cavallo di battaglia della band.
In un contesto così eterogeneo, possono risultare azzeccate anche le cosiddette "interazioni", come quella dell'ipnotica "Vamos", lunga conversazione fra Black Francis e Kim Deal, o quella che precede l'attacco di "I'm Amazed", con Black Francis che scoppia a ridere durante un monologo della bassista.

Disco sorprendente, dalle infinite sfaccettature, "Surfer Rosa" riesce a comprimere in ritornelli power-pop una palpitante tensione di fondo, a vestire di forme melodiche il fervore allucinato dell'hardcore. Con questo lavoro (e in parte anche con il successivo "Doolittle"), i Pixies hanno coniato un nuovo linguaggio rock, destinato a diventare, insieme a quello dei Sonic Youth, una gigantesca miniera di idee per tutti i gruppi della scena "alternative" degli anni Novanta. Grazie a loro, l'energia primitiva del garage rock è stata rielaborata in chiave post-moderna, con un dosato miscuglio di eccentricità intellettuale e alienazione metropolitana, esuberanza teen-ager e lirismo epico, anarchia latina e humour tipicamente anglosassone. Ma, come spesso accade, a prendersi gli elogi, al posto loro, saranno altri.

(06/11/2006)



  • Tracklist
  1. Bone Machine
  2. Break My Body
  3. Something Against You
  4. Broken Face
  5. Gigantic
  6. River Euphrates
  7. Where Is My Mind?
  8. Cactus
  9. Tony's Theme
  10. Oh My Golly!
  11. Vamos
  12. I'm Amazed
  13. Brick Is Red
  14. Caribou*

    * Presente solo nella versione europea
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