Quando Florian Fricke decise di dedicarsi a
tempo pieno alla musica, varando il progetto Popol Vuh, molto probabilmente aveva
letto e riletto, fino alla nausea, l'omonimo libro sacro dei Quiché, una tribù
di indiani diretti discendenti dei Maya. In esso, il leader della band di Monaco
poté confrontarsi con la credenza secondo la quale suoni particolarmente
dinamici, potenti e penetranti possono avere un effetto benefico sulla psiche
umana, restituendole armonia ed equilibrio. Sulla base di queste congetture,
quella della band tedesca fu di fatto una "musica sacra" dalle fortissime
inclinazioni "terapeutiche". Certo, non fu l'unica band del periodo a
interessarsi a questo tipo di cose, ma, per i risultati ottenuti, resta la più
grande in assoluto. Dopo l'esordio tutto sommato ancora acerbo di "Affenstunde"
(1971), questa volontà di "rendere interiore ciò che è esteriore" - come
dichiarò lo stesso Fricke alla stampa in quegli anni - trovò in "In Den Gärten
Pharaos" un primo, straordinario risultato.
Suddivisa in due lunghe composizioni, l'opera resta una delle
vette più alte dell'intero panorama musicale "rock", in virtù di una potenza
"esoterica" a tratti davvero "assoluta". In questo periodo, la band è
costituita, oltre che dalla "mente" Florian Fricke (piano, organo), da Frank
Fielder (sintetizzatore) e dal percussionista Holger Trulzsch. La prima
"facciata" è interamente occupata dalla title-track (17'39"): tra lo scrosciare
dell'acqua, si fanno spazio rumori ambientali, percussioni filtrate e "liquide"
e onde sinusoidali che dipingono un tenebroso affresco a-temporale. Si tratta di
un vero e proprio rituale, dove - insegnavano i Quiché - la partecipazione
dell'ascoltatore deve essere altamente "attiva", pena la dispersione di gran
parte delle capacità purificatrici della musica. L'importanza della
purificazione è messa in evidenza dal rumoreggiare soffice dell'acqua. I vortici
fumosi del synth si dilatano e si contraggono, in una rivisitazione pregna di
misticismo della musica cosmica. Il giardino dei faraoni è un'ampia distesa di
figure indecifrabili, di misteri millenari, di simulacri divini. Intorno al
quinto minuto, un ritmo ossessivo di tabla, meticoloso nel suo incedere
fortemente ritualistico, viene incupito da minacciosi glissando di synth. A
questo punto, si ha l'impressione di riascoltare in chiave "terrena" le
mostruose traiettorie spaziali di "Irrlicht" (Klaus Schulze). Ma, invece di
annientarsi in un'esplosione violentissima, questo duello tra "primitivo" e
"moderno" viene risolto, a 12'47", in un sublime saggio di jazz (?)
"quarto-mondista": scansione tribale di tabla, accenti minimalistici di Moog che
scivolano dentro le sonorità metalliche del vibrafono, tracce innodiche di
organo. Sullo sfondo, il rumore dell'acqua, col quale si chiude la prima
facciata. Da notare, tra l'altro, l'eccellente lavoro sul suono di Bettina
Rumpf.
Un organo magniloquente, lussureggiante, e il vibrare del gong
introducono al capolavoro assoluto dei Popol Vuh:
"Vuh" (19'58"). Registrato nella cattedrale di Baumburg, questo brano si avvale,
oltre che dell'organo a canne (suonato da Fricke in un unico, estenuante,
prodigioso, apocalittico ciclo continuo), della stessa spazialità intrinseca
all'edificio sacro. La potenza del suono, infatti, sembra non avere limiti: si
ha come l'impressione che s'espanda fino all'inverosimile, in un terribile
sforzo trascendente. Lungo tutto il suo sviluppo (che è, poi, un non-sviluppo,
dato che il brano cresce solo "su se stesso", e non " da se stesso"), il brano
espone un abbacinante teorema sull'unità materiale e immateriale dei suoni e del
microcosmo umano, caricandosi di ulteriore forza spirituale nel momento in cui,
al terrificante drone di organo, vengono ad aggiungersi allucinate ragnatele di
canto estatico (sintetizzato elettronicamente), l'inquieto e tumultuoso
sfrondare dei timpani e la traiettoria lineare, ma irrequieta, delle
percussioni. Lentamente, e in maniera quasi impercettibile, il drone di organo
viene a perdere in consistenza sonora. Dal quattordicesimo minuto in poi, tutto
riacquista una dimensione più umana. Percussioni e timpani si fanno più pacati;
l'organo, "impreziosito" da svolazzi di synth, spegne progressivamente la sua
luminosissima carica evocativa. E tutto svanisce nel nulla, da dove era venuto.


