Rainbow

Rising

1976 (Polydor) | heavy metal, hard-rock

Fra i tanti punti di discordia che caratterizzano le discussioni degli appassionati di musica metal, ce n’è uno più acceso degli altri. Quando è nato il metal?
Non è una domanda a cui porre risposta in questa sede, né in nessun’altra, perché qualsiasi risposta porterebbe dello scontento. Vuoi per la corposa fazione che posiziona l’evento al termine degli anni Settanta, vuoi per quella sparuta, ma agguerrita, che sostiene il termine fosse applicabile già nei Sessanta, vuoi per quella che lo fa partire dal 1970, con band hard-rock come Black Sabbath, Led Zeppelin, Deep Purple e Uriah Heep.
Effettivamente molti fra gli scritti più attenti sull’argomento riportano queste band non come semplici anticipatrici, ma come parte integrante dell’heavy metal. La stessa denominazione “new wave of british heavy metal” implica che il termine era già in uso prima di Iron Maiden e compagnia bella.
Tuttavia è impossibile non notare come la durezza assunta da certi suoni, anche grazie agli sviluppi tecnologici, renda la concezione attuale di metal distante dal rock tutto sommato ancora classico, per quanto duro, di Zeppelin e compagnia. Oggi un ragazzino, anche se a digiuno di nozioni, riconoscerebbe subito come metal gli Iron Maiden, mentre risulterebbe più scettico nell’appioppare l’etichetta ai Deep Purple.

Senza voler sindacare quindi se quello delle origini sia davvero metal o no, dato che da questo punto di vista il consenso è piuttosto ampio, si potrebbe circoscrivere la domanda per renderla più abbordabile: quando il suono del metal ha compiuto quel saltino che lo rende riconoscibile a orecchio come tale, considerando gli standard attuali di violenza del sound? Per tagliarla con l’accetta, quando il metal – pur se già esistente – è diventato “moderno”?
È una domanda importante, che però non sembra interessare troppo gli appassionati, forse perché vista come un compromesso per volere accontentare un po’ tutte le fazioni. Chi scrive ritiene però che ci sia un anno capace di spiccare sugli altri grazie a un paio di pubblicazioni storiche, che in qualche modo si staccarono da ciò che le aveva precedute e posero modelli più o meno precisi per tantissima della roba venuta in seguito. Ossia il 1976, con “Sad Wings Of Destiny” dei Judas Priest e “Rising” dei Rainbow.

I Rainbow nascono per idea di Ritchie Blackmore, ex-chitarrista dei Deep Purple, che non aveva lasciato la band in maniera pacifica. I rapporti si incrinarono nel corso del 1974 e divennero irrecuperabili durante il periodo di “Stormbringer”, con il musicista apertamente scontento per un paio di brani influenzati dal soft-rock americano e dal soul (“Holy Man” e “Hold On”, peraltro eccellenti).
Fra i caratteri più difficili del rock, Blackmore è uno di quei geniali despoti che quando hanno potuto non si sono fatti scrupoli a cambiare gli accompagnatori, a seconda dell’umore della giornata. Se nei Deep Purple non ha sempre avuto abbastanza potere per riuscire nei suoi intenti, nei Rainbow non c’è mai stata discussione, e non bastò certo accorciare la sigla iniziale, Ritchie Blackmore’s Rainbow, per rendere la situazione più democratica. Tuttavia, visto il lascito della band, non c’è troppo da lamentarsene.

Dopo un album di debutto notevole, ma più placido e con qualche trama blues di troppo, i Rainbow spiccano il volo. Del primo disco è stato mantenuto solo il cantante, Ronnie James Dio, probabilmente allo scopo di non snaturare troppo l’estetica di un progetto ancora giovane. Conosciuto quando era parte degli Elf, band americana che aprì più volte per i Deep Purple, Dio aveva fortemente segnato il debutto dei Rainbow con i suoi testi legati a tematiche fantasy e una voce aggressiva, enfatica e caratteristica, parimenti influenzata dalla sua passione per l’opera e per l’hard-rock. A riascoltarlo oggi appare come un Bruce Dickinson in anticipo sui tempi, magari non per il timbro ma di certo per l’espressività. Dickinson del resto, come quasi tutti i cantanti metal più melodici, non ha mai fatto mistero del suo debito.
I tre nuovi gregari sono Tony Carey (tastiere), Jimmy Bain (basso) e Cozy Powell (batteria). Gli ultimi due faranno in seguito strada nel mondo del rock duro, benché almeno Powell non fosse un novizio (era stato al servizio di Jeff Beck qualche anno prima). Il tasso tecnico della formazione è elevato e Blackmore può dare vita al suo album più ambizioso di sempre (se non è il migliore, sicuramente è quello con più pretesa di esserlo).
“Rising” è l’album in cui l’heavy metal sposa ambientazioni antiche, atmosfere pompose e sonorità spaziali (contrasti che segneranno il genere come pochi), oltre a mostrare i muscoli in una veste tirata a lucido dall’eccelsa direzione di Martin Birch. Già tecnico del suono e/o produttore per “Argus” dei Wishbone Ash e tutti i dischi dei Deep Purple dal 1970 al primo scioglimento, Birch avrebbe poi ripristinato quei muscoli una volta in cabina di regia per gli Iron Maiden.

Un minuto abbondante di sintetizzatore cosmico apre “Tarot Woman”. L’epica cavalcata narra di una cartomante che mette in guardia un uomo da un pericoloso incontro futuro. “Run With The Wolf” è invece un midtempo guidato dal riff squadrato e implacabile di Blackmore, benché arricchito dal frastagliato stile batteristico di Powell.
Persino quando il retrogusto blues emerge, come nella convulsa “Starstruck”, la musica risulta proiettata in un’altra epoca rispetto a ciò che suonavano i Deep Purple solo un paio d’anni prima. Un gioiello di tecnologia e dinamismo.
Il primo lato del vinile si chiude con la simpatica “Do You Close Your Eyes”, considerata all’unanimità il riempitivo di turno, forse non a torto. Dall’altra parte ci sono però due capolavori.

Con quei dieci secondi di batteria che divaga, “Stargazer” possiede una delle più celebri introduzioni della storia del rock. Poi scatta un andamento cadenzato e maestoso, in accumulo, che punta dritto al centro del cosmo. I sovratoni orchestrali profumati d’Egitto sono valsi il paragone con “Kashmir” degli Zeppelin, ma qui è tutto più grande e più cupo. I tappeti di tastiere siderali mangiano il cuore, mentre Blackmore si inerpica in uno dei suoi assoli più sfiancanti e contorti di sempre, fra accenti mediorientali e smodati effetti eco. Dio non è da meno e si sgola in un testo splendido, d’intensità mistica, raccontando la storia di uno stregone che fa costruire ai suoi adepti una torre da utilizzare come rampa di lancio per il cielo. La fede cieca porta alla morte di molti di loro durante la costruzione di quell’opera sovrumana. Quando finalmente lo stregone si lancia e si schianta al suolo, rimangono tutti spaesati e vedono le proprie certezze sgregolarsi.
“Nel calore e nella pioggia, con le fruste e le catene. Per vederlo volare, così tanti morti. Abbiamo costruito una torre di pietra, con le nostre carni e ossa, solo per vederlo volare, ma non sappiamo perché. Ora dove andiamo? […] Dov'era la tua stella? Era lontana, era lontana? Quando siamo partiti? Noi ci credevamo, noi ci credevamo”.

Difficile non sfigurare dopo “Stargazer”, ma “A Light In The Black” ci riesce, sparata a cento all’ora su una sezione ritmica martellante, mentre chitarre e synth si alternano psicotici in assoli che passano al setaccio tutto l’armamentario, dalla musica classica (Bach in testa) all’esotismo, passando per la fantascienza. Nelle parti dove l’elettronica è più invasiva sembra quasi di ascoltare la colonna sonora di un qualche videogioco uscito dieci-quindici anni più tardi, si pensi agli assoli a un passo dallo shredding nelle musiche che Rob Hubbard scrisse per il Commodore 64.
Il testo torna sui passi di “Stargazer”, con uno degli adepti che rimugina sulla morte dello stregone e finisce per venire rosicchiato nuovamente dal tarlo della superstizione e dell’irrazionalità (“Non riesco a crederci del tutto. Lui è caduto veramente? Cosa fare adesso, beh non lo so. Qualcosa mi sta richiamando, come una luce nel buio. […] Ho preso la strada per casa, verso il cielo. Là nel cielo vedo la tua stella”).

L’album arrivò al numero 11 in Gb e al 48 negli Usa. Per quanto sul mercato americano si parli di cifre non esaltanti, almeno rispetto a quanto raccoglievano i Deep Purple, il risultato è apprezzabile considerando il suono innovativo, per l’epoca quasi traumatico. Il riconoscimento fu del resto unanime fra gli appassionati, tanto che cinque anni dopo “Kerrang!” lo avrebbe eletto miglior disco heavy metal di sempre. Qualcuno la riterrà un’esagerazione, ma nel 2016 appare ancora come un punto di vista piuttosto ragionevole.

(20/11/2016)

  • Tracklist
  1. Tarot Woman
  2. Run With The Wolf
  3. Starstruck
  4. Do You Close Your Eyes
  5. Stargazer
  6. A Light In The Black


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