Red Crayola

The Parable Of Arable Land

1967 (I A) | psychedelic-rock, free form freak-out

La musica dei Red Crayola ha un nome preciso: "free form freak-out". O, meglio: questo è ciò che diventò nel momento in cui, grazie anche all'uso smodato delle droghe, oltrepassò le colonne d'Ercole del rumore, in rotta verso il Caos. Tuttavia, è come se Mayo Thompson si fosse fermato per un attimo a guardarlo da lontano, il Caos, salvo poi decidere di scaricare la tensione derivata da quell'unica, incommensurabile visione in una miscela musicale di tale violenza visionaria da risultare, a tratti, insopportabile.

In fondo, non c'è molta differenza tra "Parable Of Arable Land" e un "Acid Test", così come lo poteva organizzare Ken Kesey: qui c'erano gruppi di "freak" intenti a martoriarsi il cervello con leccornie lisergiche di ogni tipo; lì una band texana prossima all'oscurità più totale (leggi "disinteresse nei riguardi dell'industria discografica") coadiuvata, ebbene sì, da circa cento persone (per lo più amici e conoscenti) con il preciso compito di suonare tutto ciò da cui è possibile ricavare un qualunque tipo di suono, ehm… rumore. E, giusto per mantenersi al passo coi tempi, questa bella combriccola di "sballati" venne designata col nome di "Familiar Ugly": insomma, una versione in scadente technicolor delle "Mothers" zappiane. Riuscite a immaginare l'atmosfera che si doveva respirare durante le registrazioni? Praticamente, un'orgia sonora totale, con Edgar Varèse, John Cage e Charles Ives che a tratti si materializzavano sullo sfondo, intanto che il pulmino del "Magical Mistery Tour" metteva in salvo Beatles e compagnia bella. Così come Kesey, i Red Crayola cercano di provocare la pazzia, l'anarchia liberatrice. Solo che qui le droghe hanno l'unico compito di rendere ancora più radicale la demolizione degli stilemi del rock, rimescolati alla rinfusa e lasciati essiccare sotto il sole accecante dell'estate più drogata della storia del rock.

Tutto il disco è immerso in un'atmosfera irreale. Si riconoscono alcuni prodotti dello "sballo" lisergico: il senso di lontananza dal reale (quasi come incorniciato in un "sovramondo" alieno e alienante…), il bombardamento continuo dei sensi (ottenuto con una sorta di rarefazione psichedelica della materia sonora) e la presenza, qua è là, di "buchi neri sonici" (veri e propri sconquassi atonali in grado di trasformare l'ascoltatore in un novello baccante). Il fatto saliente, comunque, non è tanto rappresentato dalla definitiva consacrazione del rumore a componente essenziale della musica rock; la vera grandezza dei Red Crayola sta, piuttosto, nell'aver reso la componente "rumorista" fortemente impressionista, elevandola a scrittura automatica dei meandri più inesplorati dell'anima umana. Grazie a questo "iperrealismo psichico" applicato al suono, la band di Houston riesce, per salti successivi e lungo precipizi immani, a far germogliare "forme", pur se mostruosamente "fluttuanti".

Si prenda, ad esempio, l'impatto devastante della prima "Free form freak-out" (con cui si apre il disco): il suono/rumore è quello di un palazzo che crolla su se stesso. E' per una sorta di "sovrabbondanza" sonoro/rumorista che, improvvisamente, sorge quella linea di basso dall'incedere marziale, capace di strappare al caos la fragilità sconvolta di "Hurricane Fighter Plane", con tanto di sibilare tetro a mantenere distaccato lo sfondo. Salvo, poi, rintanarsi nuovamente tra le folate metalliche della successiva "Free form freak-out", ulteriormente deturpata da tumulti percussivi, armoniche suonate in maniera asincrona, chitarre scorticate e urla deformate dal muto deformarsi del silenzio. Con l'improvviso librarsi di "Transparent Radiation" si dipana un crinale desolato, dal quale risuona il lamento abulico dell'armonica, e dove si affanna un basso sornione, con tanto di battiti impercettibili che fissano limiti immaginari dietro il crepitare tossico della voce. E' ancora una sbronza collettiva ad annientare il tutto e, contemporaneamente, a preparare il terreno per l'invettiva antimilitarista di "War Sucks", terrificante danza tribal-cacofonica, infestata da micro-polluzioni melodiche. Il battito continuo, ossessivo degli strumenti satura completamente lo spazio; la musica ritorna alla sua radice più intima: il ritmo.

La tensione si stempera in un planare ubriaco di dissonanze e di bolle sintetiche (ancora una "Free form freak-out"), preludio a "Pink Stainless Tail", che inventa di sana pianta gli United States Of America con un mirabolante gioco di specchi tra le fughe chitarristiche di Thompson, il basso martellante e germi dissolutivi che, da più parti, aggrediscono senza tregua. Fino a che non si ritorna a precipitare lungo i bordi del vuoto, mentre si viene sommersi da voci subliminali e frammenti di cervello, martoriati da un risuonare cupo che, come un avvoltoio, disegna traiettorie impossibili sulla catastrofe imperante.

La sinfonia rumorista della title-track svela l'arcano di zone dimenticate, di paesaggi ove lo sguardo non può fare altro che lasciarsi desertificare, impietosamente. Suoni apparentemente disarticolati rimandano a strutture più alte, più essenziali: è come se ci si trovasse di fronte a una struttura musicale esplosa, i cui brandelli vagano liberi e senza interagire tra di loro, come in un poema futurista. Ad ogni modo, ancora più evidente è l'influenza del grande Edgar Varèse, il quale riteneva che fossero proprio i "suoni" gli elementi principali della musica, assegnando, quindi, all'armonia, alla melodia e al ritmo un ruolo decisamente secondario. Lo sfacelo diventa dissoluzione nell'ultima "Free form freak-out" (con urla bestiali e strumenti martirizzati fino al delirio più convulso e sfiancante): a tratti, sembra prendere forma il sogno di Cage di ascoltare contemporaneamente tutte le musiche del mondo… E, ancora: se Varèse concepisce la musica per blocchi ritmici, Thompson sceglie la strada dei flussi rumoristi: nell'uno e nell'altro caso, il risultato è sconvolgente.

Manca solo la rassegnata litania di "Former Reflections Enduring Doubt" per sigillare uno dei dischi più oltraggiosi della musica moderna. Non solo: l'opera si presenta anche come un magistrale studio sulla percezione del suono e del rumore. Con "Parable Of Arable Land", i Red Crayola hanno davvero lambito (e spesso toccato) la superficie del caos; qua e là, hanno lasciato giusto qualche spiraglio di luce, perché fosse possibile apprezzarne il terrificante involucro fatto di forme incessantemente mutanti e abnormi.

(06/11/2006)

  • Tracklist
  1. Free Form Freak-Out     
  2. Hurricane Fighter Plane     
  3. Free Form Freak-Out     
  4. Transparent Radiation     
  5. Free Form Freak-Out     
  6. War Sucks     
  7. Free Form Freak-Out     
  8. Free Form Freak-Out     
  9. Pink Stainless Tail     
  10. Free Form Freak-Out     
  11. Parable Of Arable Land     
  12. Free Form Freak-Out     
  13. Former Reflections Enduring Doubt
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