La musica dei Red Crayola ha un nome preciso:
"free form freak-out". O, meglio: questo è ciò che diventò nel momento in cui,
grazie anche all'uso smodato delle droghe, oltrepassò le colonne d'Ercole del
rumore, in rotta verso il Caos. Tuttavia, è come se Mayo Thompson si fosse
fermato per un attimo a guardarlo da lontano, il Caos, salvo poi decidere di
scaricare la tensione derivata da quell'unica, incommensurabile visione in una
miscela musicale di tale violenza visionaria da risultare, a tratti,
insopportabile.
In fondo, non c'è molta differenza tra "Parable Of Arable Land"
è un "Acid Test", così come lo poteva organizzare Ken Kesey: qui c'erano gruppi
di "freak" intenti a martoriarsi il cervello con leccornie lisergiche di ogni
tipo; lì una band texana prossima all'oscurità più totale (leggi "disinteresse
nei riguardi dell'industria discografica") coadiuvata, ebbene sì, da circa cento
persone (per lo più amici e conoscenti) con il preciso compito di suonare tutto
ciò da cui è possibile ricavare un qualunque tipo di suono, ehm… rumore. E,
giusto per mantenersi al passo coi tempi, questa bella combriccola di "sballati"
venne designata col nome di "Familiar Ugly": insomma, una versione in scadente
technicolor delle "Mothers" zappiane. Riuscite a immaginare l'atmosfera che si
doveva respirare durante le registrazioni? Praticamente, un'orgia sonora totale,
con Edgar Varèse, John Cage e Charles Ives che a tratti si materializzavano
sullo sfondo, intanto che il pulmino del "Magical Mistery Tour" metteva in salvo
Beatles e compagnia bella. Così come Kesey, i Red
Crayola cercano di provocare la pazzia, l'anarchia liberatrice. Solo che
qui le droghe hanno l'unico compito di rendere ancora più radicale la
demolizione degli stilemi del rock, rimescolati alla rinfusa e lasciati
essiccare sotto il sole accecante dell'estate più drogata della storia del rock.
Tutto il disco è immerso in un'atmosfera irreale. Si riconoscono
alcuni prodotti dello "sballo" lisergico: il senso di lontananza dal reale
(quasi come incorniciato in un "sovramondo" alieno e alienante…), il
bombardamento continuo dei sensi (ottenuto con una sorta di rarefazione
psichedelica della materia sonora) e la presenza, qua è là, di "buchi neri
sonici" (veri e propri sconquassi atonali in grado di trasformare l'ascoltatore
in un novello baccante). Il fatto saliente, comunque, non è tanto rappresentato
dalla definitiva consacrazione del rumore a componente essenziale della musica
rock; la vera grandezza dei Red Crayola sta,
piuttosto, nell'aver reso la componente "rumorista" fortemente impressionista,
elevandola a scrittura automatica dei meandri più inesplorati dell'anima umana.
Grazie a questo "iperrealismo psichico" applicato al suono, la band di Houston
riesce, per salti successivi e lungo precipizi immani, a far germogliare
"forme", pur se mostruosamente "fluttuanti".
Si prenda, ad esempio, l'impatto devastante della prima "Free
form freak-out" (con cui si apre il disco): il suono/rumore è quello di un
palazzo che crolla su se stesso. E' per una sorta di "sovrabbondanza"
sonoro/rumorista che, improvvisamente, sorge quella linea di basso dall'incedere
marziale, capace di strappare al caos la fragilità sconvolta di "Hurricane
Fighter Plane", con tanto di sibilare tetro a mantenere distaccato lo sfondo.
Salvo, poi, rintanarsi nuovamente tra le folate metalliche della successiva
"Free form freak-out", ulteriormente deturpata da tumulti percussivi, armoniche
suonate in maniera asincrona, chitarre scorticate e urla deformate dal muto
deformarsi del silenzio. Con l'improvviso librarsi di "Transparent Radiation" si
dipana un crinale desolato, dal quale risuona il lamento abulico dell'armonica,
e dove si affanna un basso sornione, con tanto di battiti impercettibili che
fissano limiti immaginari dietro il crepitare tossico della voce. E' ancora una
sbronza collettiva ad annientare il tutto e, contemporaneamente, a preparare il
terreno per l'invettiva antimilitarista di "War Sucks", terrificante danza
tribal-cacofonica, infestata da micro-polluzioni melodiche. Il battito continuo,
ossessivo degli strumenti satura completamente lo spazio; la musica ritorna alla
sua radice più intima: il ritmo.
La tensione si stempera in un planare ubriaco di dissonanze e di
bolle sintetiche (ancora una "Free form freak-out"), preludio a "Pink Stainless
Tail", che inventa di sana pianta gli United States Of America con un
mirabolante gioco di specchi tra le fughe chitarristiche di Thompson, il basso
martellante e germi dissolutivi che, da più parti, aggrediscono senza tregua.
Fino a che non si ritorna a precipitare lungo i bordi del vuoto, mentre si viene
sommersi da voci subliminali e frammenti di cervello, martoriati da un risuonare
cupo che, come un avvoltoio, disegna traiettorie impossibili sulla catastrofe
imperante.
La sinfonia rumorista della title-track svela l'arcano di zone
dimenticate, di paesaggi ove lo sguardo non può fare altro che lasciarsi
desertificare, impietosamente. Suoni apparentemente disarticolati rimandano a
strutture più alte, più essenziali: è come se ci si trovasse di fronte a una
struttura musicale esplosa, i cui brandelli vagano liberi e senza interagire tra
di loro, come in un poema futurista. Ad ogni modo, ancora più evidente è
l'influenza del grande Edgar Varèse, il quale riteneva che fossero proprio i
"suoni" gli elementi principali della musica, assegnando, quindi, all'armonia,
alla melodia e al ritmo un ruolo decisamente secondario. Lo sfacelo diventa
dissoluzione nell'ultima "Free form freak-out" (con urla bestiali e strumenti
martirizzati fino al delirio più convulso e sfiancante): a tratti, sembra
prendere forma il sogno di Cage di ascoltare contemporaneamente tutte le musiche
del mondo… E, ancora: se Varèse concepisce la musica per blocchi ritmici,
Thompson sceglie la strada dei flussi rumoristi: nell'uno e nell'altro caso, il
risultato è sconvolgente.
Manca solo la rassegnata litania di "Former Reflections Enduring
Doubt" per sigillare uno dei dischi più oltraggiosi della musica moderna. Non
solo: l'opera si presenta anche come un magistrale studio sulla percezione del
suono e del rumore. Con "Parable Of Arable Land", i Red
Crayola hanno davvero lambito (e spesso toccato) la superficie del caos;
qua e là, hanno lasciato giusto qualche spiraglio di luce, perché fosse
possibile apprezzarne il terrificante involucro fatto di forme incessantemente
mutanti e abnormi.


