Red House Painters

Down Colorful Hill

1992 (4AD) | alt-rock

Forse il segreto della tristezza sta nella semplicità. Sicuramente la bellezza del segreto sta nell'esclusività, nella capacità che possiede di farci sentire importanti, tesorieri di una formula magica che ci inganna di essere unici. Così, aprendo il nostro scrigno, magari un cassetto che scricchiola di felicità ogni volta che viene fatto suonare, possiamo afferrare cose che sentiamo nostre, anche se non sono state create per noi.
Il bello della musica è proprio questo. Si cerca da sola i suoi indirizzi. Tra le mani ci ritroviamo così oggetti preziosi come questo disco, scarno ed essenziale sin dalle note di copertina. Già, la copertina. Quel letto dai ricami delicati pare fatto apposta per ospitare i pensieri più tristi che un uomo possa partorire. Distesi con gli occhi a fissare un cielo di calce e cemento, siamo pronti per far suonare il nostro segreto, un dischetto di color argento di sole sei canzoni. Anzi, scusate, di sei canzoni. E basta. E' l'abitudine a tracklist ben più copiose che ci fa considerare "poche" sei canzoni. In realtà siamo proprio sicuri che non siano perfette? Sicuramente lo sono in questo caso.

L'elemento che affascina di più in questo disco è il suo innato senso della misura. Niente si poteva omettere, niente avrebbe potuto essere aggiunto. Tutto suona perfetto, calibrato, riuscendo in un miracolo incredibile: protrarre per tanti minuti l'ascolto di un pezzo senza mai stancare. Eppure gli arrangiamenti sono assolutamente essenziali, la strumentazione è ridotta all'osso, ma è il senso di desolazione a fare la differenza.
"Down Colorful Hill" non annoia perché riesce a stabilire un'empatia così profonda con l'ascoltatore da indurlo in uno stato quasi catartico, in cui tutto ciò che lo circonda importa poco o è distante. E ciò altro non è se non la sensazione della tristezza. L'opera di Mark Kozelek è forse la più triste mai pubblicata in musica. La tristezza non è strazio, disperazione. No. E' una forma molto più sottile e invisibile di apatia, una culla anestetizzante dolcemente pericolosa. Ci si ritrova a osservare il mondo come spettatori, quasi come fosse un film, tutto diventa ciclico, ripetitivo, e il senso delle cose cambia, si capovolge. Non ti puoi ribellare alla tristezza, perché non ha motivo.

Così ascolti i pigri vagiti di chitarra che aprono "24" e ti sembrano l'ideale colonna sonora della tua immobilità. Un sonnolento insinuarsi di note scintillanti, un flebile colpo di batteria, un pigro rintocco di basso ed ecco la voce di Kozelek, bellissima, che si impossessa della scena, carica di un'eco simile a quella che si propaga in una stanza vuota. Un effetto forse voluto per incrementare ancor di più il senso di solitudine. Un ritmo abulico comincia a scandire il tempo, chitarra e basso dialogano meravigliosamente, scivolando via in trame semplici e delicate. Primo capolavoro.
Quattro colpi di bacchette ed eccoci immersi nel secondo capolavoro, la successiva "Medicine Bottle". Il filo conduttore è un ipnotico lamento di chitarra, ma a fare la differenza è il "suono". Il suono meraviglioso della batteria, col suo rullante secco e preciso, i perfetti colpi di sponda, la voce melodica e seducente di Kozelek, il basso cupo e metafisico, la chitarra classica che accompagna il ritornello quasi di nascosto. Un pezzo lungo più di nove minuti che non stanca mai, e che anzi fa venir voglia di riascoltarlo ogni volta. Uno dei brani più belli degli anni Novanta.

La title track , pur non meritevole di fregiarsi di un simile titolo, è una deliziosa marcetta elegiaca, dall'intensità quasi religiosa. Le invocazioni di Kozelek ora somigliano alla preghiera di un disperato, all'ultima supplica di un condannato a morte. Siamo senza dubbio al cospetto del brano più commovente di tutti, di una tenerezza sconcertante, con la chitarra che lacrima note liquide e la batteria che segna imperterrita il passo marziale.
La mestizia torna subito protagonista in "Japanese To English", con i soliti puntellamenti minimali di chitarra. La novità è rappresentata dal senso di speranza che lascia intravedere la sezione mediana, che si apre in una bellissima cavalcata crepuscolare per languidi intrecci di chitarra e basso, per poi ripiegare nelle consuete distese d'animo solitarie. Il pezzo è più complicato dei precedenti, e nasconde ancor meglio le sue ambizioni, risultando per questo ancor più gradevole da riscoprire col tempo.

Un'improvvisa schiarita la porta il brillante e addirittura scanzonato folk-rock di "Lord Kill The Pain", con il suo irresistibile ritmo che spiazza l'ascoltatore, ormai assuefattosi completamente alle spirali di malinconia del disco. Ma tutto ciò non è un male, anzi, il sereno arriva nel momento giusto, donando una pausa di allegria e spensieratezza.
Il sipario cala con un altro vertice di commozione. "Michael" è infatti dedicata da Kozelek a un suo caro amico scomparso. Si avverte dal tono della voce che la partecipazione è salita, il cantato è ora molto più coinvolto, e, come sempre, la bellezza della semplicità si ritrova in poche parole: "Michael, where are you?... Do you remember?", la capacità del non saper descrivere meglio una persona se non con un "my best friend", l'ultima frase che consegna il disco alla storia.

Non fatevi ingannare dall'essenzialità degli arrangiamenti, dal gusto austero per la melodia. "Down Colorful Hill" richiede attenzione e pazienza prima di essere assimilato appieno. D'altra parte questa sua capacità "mimetica" è un punto di forza che lo caratterizza. Una volta assimilato, ripagherà del tempo speso, e ne esigerà naturalmente dell'altro ogni volta che vorrete ascoltare grande musica.

(06/11/2006)

  • Tracklist
  1. 24
  2. Medicine Bottle
  3. Down Colorful Hill
  4. Japanese To English
  5. Lord Kill The Pain
  6. Michael
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