Rem

Automatic For The People

1992 (Warner) | pop-rock

Intro

La parabola dei Rem, conclusa dallo scioglimento ufficiale del 2011, rappresenta forse il tentativo più riuscito di traghettare l’indie-rock sul grande palcoscenico del mainstream. Riuscito dal punto di vista commerciale, come testimoniano le vendite e i contratti a sei zeri, ma soprattutto da quello artistico: Michael Stipe e compagni, infatti, non si sono mai snaturati, riuscendo così a mantenere il rispetto anche dei fan di vecchia data. Fin dal debutto di “Murmur”, hanno avuto la consapevolezza di essere i portabandiera della nuova nazione rock, di quella nouvelle vague che avrebbe rinnovato alle fondamenta la scena Usa degli 80-90’s. Una pattuglia di band indipendenti che agiva controcorrente, a distanza di sicurezza dai riflettori del music business e dai teleschermi di Mtv. A differenza dei compagni di strada, però, i quattro ragazzi di Athens, Georgia, possedevano già tutte le armi per forzare gli angusti argini dell'underground. Così, dall’era gloriosa delle college radio, che amplificarono il mito sotterraneo, al “diploma di laurea” di “Document”, che schiuse loro le porte delle major fin già dal successivo “Green”, è stata solo un’evoluzione nella continuità, culminata poi nei due bestseller d’inizio 90’s: “Out Of Time”, benedetto dall’hit “Losing My Religion”, e, per l’appunto, “Automatic For The People”.

Il soul food di Athens

“L’unica cosa da fare è non farci caso”. Così sentenziò Peter Buck, di fronte alla notizia di quei 10 milioni di copie venduti a fine ’92 che “messi in fila, coprirebbero la distanza tra Athens e Atlanta”. I Rem non potevano mai diventare la risposta americana agli U2, come sognava la Warner. Così, invece di capitalizzare il trionfo di “Out Of Time” in giro per il globo, evitano i tour e si concedono solo sporadiche incursioni in tv. Con qualche punta di ipocrisia, come quando agli Mtv Music Awards rifiutano di esibirsi e ritirano i premi indossando magliette con ecologiste e antirazziste, come a voler sottolineare a tutti i costi la loro diversità.
I quattro, insomma, non sembrano esattamente portati per divenire delle star. Più di tutti, a non reggere la pressione sembra proprio Stipe. Sempre più introverso, lunatico e chiuso nel suo ruolo di “incompreso”, il cantante appare trasformato anche fisicamente: capelli diradati, emaciato e magrissimo. Facendo due più due con i suoi orientamenti sessuali e con le sue battaglie al fianco dei malati di Aids, alcuni menagrami alimenteranno voci su una sua presunta sieropositività, tavolta dandolo addirittura per spacciato. Lui stesso attenderà due anni prima di smentire tutto.
Fatto sta che, a dispetto del giocoso titolo, ispirato dallo slogan di un ristorante soul food di Athens, “Automatic For The People” è l’album più pensoso e funereo dei Rem. Il ripiegamento verso il formato-ballata si compie definitivamente, in una sorta di proseguimento ideale del disco precedente. Ma stavolta non ci sono shiny happy people a snebbiare la mente. Perché temi come il dolore, la memoria e la morte sono sparsi a piene mani tra i versi di canzoni mai così cupe e introverse. Un’austerità quasi da camera si sposa a solenni arrangiamenti orchestrali, che portano la firma di John Paul Jones dei Led Zeppelin e Knox Chandler degli Psychedelic Furs. Così, se in passato a dare l’incipit ai dischi erano state quasi sempre canzoni ritmate ed energiche, stavolta il registro cambia bruscamente, nel nitore spettrale degli arpeggi di “Drive”. Un solo di chitarra orchestrale che resterà nella leggenda e che nasce come omaggio a Brian May dei Queen, con una Les Paul collegata a un grande Marshall, sovraincisa sei volte e suonata con una monetina. Attorno a quello stratagemma si snoda una litania scarna e commovente, che Stipe declama con piglio fatalista, rifratto dall’eco, prima che una furiosa chitarra elettrica e una melodrammatica sezione d’archi prendano il sopravvento.
“Drive” è l’archetipo di questo nuovo sound prevalentemente acustico, dimesso e desolato, proprio come il quadro della condizione giovanile che emerge dallo stralunato testo, in cui Stipe esorta i kids a non farsi ingannare dai politici. Significativo anche il video, con lo stage-diving del cantante tra le mani di una folla compatta e implorante: una rappresentazione plastica del nuovo rapporto tra l’icona pop e il suo pubblico.

All’ultimo respiro

La scelta anticommerciale di un singolo come “Drive” testimoniava l’esigenza dei georgiani di mitigare l’euforia del successo con una riflessione più profonda sulla loro identità. Con un mondo interiore fatto di ricordi, perdite e struggimenti. Da togliere il respiro, letteralmente, in “Try Not To Breathe”, dove un anziano si prepara alla fine con il solo desiderio di essere ricordato. Una meditazione contrita, a tempo di valzer, tra le superbe armonie vocali dell’asse Stipe-Mills, con Buck che sfodera una delle sue partiture acustiche più toccanti, con una solenne frase d’organo a suggellare la fine. Bisogna trattenere il respiro per vincere l’angoscia che prelude all’inabissamento finale. Ma la speranza che ha sempre accompagnato il cammino dei Rem (“We are hope despite the times”, cantavano su “These Days”) si rinnova anche nel dolore, come in “Everybody Hurts”, inno a non mollare di fronte alla disperazione che spinge a farla finita: le esili terzine del piano elettrico sorreggono una melodia robusta, intonata da Stipe con la potenza lacerante di un lamento funebre, fino al culmine del pathos, tra gli archi e la chitarra elettrica. E con quel “No, no, no, you’re not alone” che riecheggia il Bowie di “Rock’n’roll Suicide”. Tutto il dolore del mondo condensato in pochi, semplicissimi versi. Con sonorità mai così zuccherose, che declinano tutte le convenzioni del pop melodico con l’estetica remmiana. Funzionerà, nonostante le insidie.
Ma a incarnare appieno lo spirito del disco sono anche episodi apparentemente minori, come “Sweetness Follows”, che giunge dopo il tenebroso tema di “New Orleans Instrumental No. 1” a suggellare un altro commosso requiem in forma di “un vecchio blues con strani accordi jazz infilati nel mezzo” - secondo la definizione di Buck - con i feedback della chitarra e i graffi di un violoncello distorto (a cura di Chandler) a sfregiare la melodia, mentre l’organo a pompa incede solenne. Il tema della morte, stavolta, è letto negli occhi di chi rimane: il racconto di un figlio che deve dare sepoltura ai genitori è lo spunto per una riflessione sulla memoria e sul rischio dell’insensibilità. Un invito a recuperare la pienezza degli affetti.
A chiusura di questo ciclo di requiem (e dell'intera scaletta), la sontuosa “Find The River”, serenata country alla Fred Neil, dove la ricerca del fiume funge da ennesima metafora esistenziale. La scomparsa di John Seawright, poeta di Athens morto per un'emorragia cerebrale mentre il gruppo era in tour, ispira ai Rem un epitaffio acustico di palpitante intensità. In punta di piano, con un coro solenne e il respiro della fisarmonica a donare profondità. Un flusso di ricordi, colori, profumi. È la ricerca dell’infinito, quell’anelito eterno che spinge ogni individuo all’illuminazione spirituale. Un percorso ineluttabile, come quello del fiume verso l’Oceano.

The river to the ocean goes
A fortune for the undertow
None of this is going my way
There is nothing left to throw
Of ginger, lemon, indigo
Coriander stem and rose of hay
Strength and courage overrides
The privileged and weary eyes
Of river poet search naivete
Pick up here and chase the ride
The river empties to the tide
All of this is coming your way

Il fiume va verso l’oceano
Una fortuna per la risacca
Niente di tutto questo va dalla mia parte
Non c’è più niente da gettare
Di zenzero, limone o indaco
Gambi di coriandolo e rose di fieno
La forza e il coraggio superano
Gli occhi stanchi e privilegiati
Del poeta del fiume che cerca la semplicità
Sali qui e parti per il viaggio
Il fiume si adatta alla marea
Tutto va dalla tua parte

Monty & Andy got a raw deal

A colorare i solchi di “Automatic For The People” è anche un paio di curiosi omaggi cinematografici a personaggi avversati dalla sorte. Come Montgomery Clift, l’attore americano “bello e dannato” degli anni 50, già ricordato dai Clash su “London Calling”. Un personaggio che – agli occhi di Stipe – incarna sì la fama e il mito, ma anche la dissipazione del successo tra alcol e droghe, nonché un’altra vittima di quel maccartismo già stigmatizzato in “Exhuming McCarthy” (“Document”, 1987). Alla fine “gli è andata storta”: “Monty Got A Raw Deal”, titolo perfetto per un bozzetto che parte con il classico arpeggio di Buck e lambisce poi sfumature esotiche con le tinte orientaleggianti del refrain e i ricami stranianti di un bouzouki. Alla rievocazione del destino infausto di Monty (“buried in the sand”, sepolto nella sabbia, e “strung up in a tree”, appeso a un albero) Stipe unisce un (auto?)ammonimento a non farsi accecare dai fuochi fatui della celebrità. L’espediente narrativo è una sorta di dialogo immaginario col protagonista, proprio come sulla più celebre “Man On The Moon”. L’uomo sulla luna è Andy Kaufman, geniale e sfortunato comico degli anni 60, specializzato in un demenziale anti-humor che ha più di un punto di contatto con l’amato nonsense di Stipe. Il folk-rock scintillante di qualche album prima è la cornice ideale per una ballata che suona già “classica” al primo ascolto, con le sue movenze sornione, che danzano tra samba e calypso, con l’interpretazione beffardamente elvisiana di Stipe e con l’impennata solistica di Buck ad aggiungere un tocco di epicità in più. Proprio la parodia di Elvis era una specialità dell’incompreso Kaufman, la cui sconcertante collezione di successi e flop viene ripercorsa nel testo. Non senza un pizzico di amaro disincanto sul “gioco della vita” e sulle sue verità illusorie. Grazie a questa canzone Kaufman sarà riscoperto, fino all’omonimo film “Man On The Moon” di Milos Forman, interpretato da Jim Carrey, nel quale il brano dei Rem fungerà anche da colonna sonora.

Conclusione

“Automatic For The People” è una raccolta di canzoni certosinamente curate dal punto di vista musicale, già formate e vibranti ancor prima di acquisire testi e ritornelli. Un disco che, ad ascoltarlo oggi, sembra un greatest hits, per quanti classici riesce a contenere in una sola tracklist.
A stonare, in definitiva, è solo la sguaiata invettiva rock di “Ignoreland”, in cui Stipe si scaglia contro l’ormai declinante era repubblicana di Reagan e Bush. Troppa la foga, troppa l’irruenza nel voler sparare tutte le cartucce senza più metafore nella fondina, a differenza di storici inni remmiani come “Cuyahoga” o “Begin The Begin”. L’euforico intermezzo yodel di “The Sidewinder Sleeps Tonite” (dall’evergreen “The Lion Sleeps Tonight”, portato al successo dai Tokens nei 60’s) serve invece ad allentare la tensione, con il suo bizzarro pastiche di vite al margine (il senzatetto che “dorme arrotolato” e respinge al mittente le zuppe invocando qualcosa di “più sostanzioso”) e di ricordi d’infanzia (le favole del dottor Seuss, ideatore del Grinch). Obiettivo perseguito anche da un altro brano “minore”, l’eccentrico pannello d’amor perverso in salsa jazz di “Star Me Kitten”.
Sono episodi che comunque non alterano il senso di sobria austerità del disco, di cui gli scatti in bianco e nero di Anton Corbijn inseriti nel booklet sono la trasposizione estetica più fedele. Anche il pubblico dei Rem era diventato più maturo, e capì. Pur vendendo in America quasi la metà delle copie di “Out Of Time”, “Automatic For The People” si piazzerà subito al n. 2 delle chart Usa, fermato solo dal gigante country Garth Brooks, e spopolerà anche nel resto del mondo, guadagnando la vetta delle classifiche Uk e la Top Ten in mezza Europa, oltre che in Canada e Australia. Anche per Buck e Mills resterà il miglior album in assoluto della band. Certamente è il più compatto e armonioso. Non riconoscerne la centralità nel grande romanzo americano dei Rem, più che miopia, è malafede.

Ghost track

C’erano una volta ad Athens quattro ragazzi, un gruppo di amici e serate goliardiche, che si concludevano con nuotate sotto le stelle, nelle acque placide del lago Ball Pump. “Era a pochi chilometri dalla città, ci andavamo con pochi amici a fare il bagno nudi dopo la chiusura dei locali. C’eravamo noi, Paul Butchart, DeLoris, i Love Tractor e la ragazza di cui parlava ‘Camera’, Carol Levy. Tra il 1979 e il 1981 c’erano soltanto 50-75 persone interessate a questa musica. Andavamo alle feste, andavamo nei locali e andavamo al Ball Pump, dove c’erano sempre alcune di quelle stesse 50 persone”. Era il Perfect Circle dei tempi della giovinezza e dell’innocenza. Prima che gli spettri delle droghe e dell’Aids si allungassero su una generazione intera. Nel ricordo di Mills, c’è l’essenza di “Nightswimming”, ballata sospesa di memorie e nostalgia.

Nightswimming deserves a quiet night
The photograph on the dashboard, taken years ago
Turned around backwards so the windshield shows
Every streetlight reveals the picture in reverse
Still, it’s so much clearer
I forgot my shirt at the water’s edge
The moon is low tonight

Per una nuotata notturna ci vuole una notte tranquilla
La foto sul cruscotto, scattata anni fa
Capovolta in modo da riflettersi sul parabrezza
Ogni lampione rivela la foto al contrario
Ma è così chiara lo stesso
Ho dimenticato la camicia sulla riva
La luna è bassa stanotte

La prima sequenza è idilliaca: la notte quieta, illuminata solo da sparute luci di lampioni, le acque appena increspate del lago e quella vecchia foto sul cruscotto. Ma sono ricordi ingialliti, ormai, dal logorio dell’età adulta e di tutte le sue paure. Quanto costa superare i trent’anni e mettersi alle spalle quei giorni di libertà e spensieratezza? Qual è il prezzo di una celebrità che ha stravolto per sempre abitudini e stili di vita? Una linea di piano ciclica, discendente, che ricorda proprio quella di “Perfect Circle”, è l’architrave di una ballata resa ancor più struggente dal distendersi soffuso e fremente degli archi e dall’interpretazione commossa di Stipe. Scritta nel 1990, col titolo di “Night Swim”, doveva far parte di “Out Of Time”, ma ha trovato la sua dimensione ideale tra i solchi oscuri e malinconici di “Automatic For The People”.
Vogliamo ricordarli così, i quattro amici di Athens: felici ed emozionati, mentre nuotano nel lago sotto la luna, ancora ignari del futuro luminoso che li attende.

rem_perfectcircleCon estratti da “Rem – Perfect Circle” (Arcana, 2012)
Il libro, attraverso l’analisi delle canzoni, racconta la favola dei 4 ragazzi di Athens, Georgia, dagli esordi, fino allo scioglimento. Dagli sfrenati party che gremivano fino al campanile la chiesa sconsacrata di Oconee Street ai mega-show dello stardom mondiale, Michael Stipe e compagni hanno compiuto la parabola perfetta. Incarnando le ansie e le aspirazioni di un'intera generazione. Il loro canzoniere è un enigma: tanto trascinante e immediato musicalmente, quanto intricato e criptico nei testi. Tra bozzetti onirici e accorate esortazioni politiche, memorie d'infanzia e nevrotici ritratti introspettivi. Ma nella parabola dei R.E.M. si possono leggere anche le trasformazioni di 30 anni di società americana, passata attraverso l'angoscia della Guerra Fredda e dell'imperialismo, le contraddizioni dell'evo reaganiano, l'ottimismo dell'era Clinton e la stagione del terrore e dei conflitti post-11 Settembre. Una epopea condensata in una sequenza impressionante di ritornelli killer.

(31/08/2014)



  • Tracklist
  1. Drive
  2. Try Not To Breathe
  3. The Sidewinder Sleeps Tonite
  4. Everybody Hurts
  5. New Orleans Instrumental No. 1
  6. Sweetness Follows
  7. Monty Got A Raw Deal
  8. Ignoreland
  9. Star Me Kitten
  10. Man On The Moon
  11. Nightswimming
  12. Find The River


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