Residents

Meet The Residents

1974 (Ralph) | avant-rock

Residents. Bulbi oculari. L’icona del sottosuolo; dell’inconscio. L’incontro con se stessi. L’abbandono: l’addio agli anni Sessanta. Il sogno “flower-power” a puttane. L’America e l’incubo del Vietnam. Brandelli di un collasso, e una copertina, quella di “Meet The Beatles”, sfregiata, stuprata, “decodificata”: simbolo di un nulla che viene definitivamente pietrificato, ma che…mio Dio…eppur si muove, dentro queste fessure di suono che provengono da una stanza chiusa, lontana da tutto e da tutti.

Nomi che si rincorrono. I critici fanno a gara (è il loro lavoro, si sa…): Captain Beefheart, Steve Reich, Frank Zappa, John Cage, Edgar Varése. Ed un fantomatico Nicolas Senada: teoria dell’oscurità, organizzazione fonetica del suono, il cervello come circuito elettrico (e che, quindi, funzionerebbe meglio a temperature basse). Cercate in giro, c’è pane per i vostri denti.

1972 - nei negozi arriva uno stranissimo 45 giri doppio: “Santa Dog” (anagramma di…uh!…”Satan Dog”). Un mostro in 400 copie. Quattro brani, ognuno dei quali attribuito ad un diverso compositore e ad una diversa band. 1) “Fire”: chiamatelo “swing”, se vi pare; 2) “Lightning”: il tema di “Jingle Bells” prossimo all’esaurimento nervoso e fiati obliqui, strampalati; 3) “Expolosion”: isteria, adrenalina: una dose tagliata male; 4) “Aircraft Damage”: l’anarchia - vocale, musicale, percussiva. Un’“arable land” completamente deserta. Nessun miraggio.

Il mito cresce, ma nessuno — a tutt’oggi — conosce il volto di questi pazzi.

Poco dopo, nasce la “Ralph Records” (la loro etichetta indipendente), mentre il chitarrista inglese Philip Lithnam (nome in codice: Snakefinger) entra a far parte dell’entourage. Siamo solo all’inizio, dopo tutto. Un anno e mezzo circa a raccogliere materiale sonoro di ogni tipo. Uno sguardo al mondo ed uno al sottosuolo. Uno sguardo al mainstream ed uno alle fogne. Il montaggio: sonoro, ma anche “mentale”, auditivo. Tutto ciò che le orecchie sopportano senza poter dire basta. Tragico e grottesco. Dove finisce il rumore e dove comincia la melodia?!? Che cos’è il rumore? Che cos’è la melodia? Groviglio di domande (inutili, e proprio per questo, umane…pure troppo…) e di generi che s’incontrano e si scontrano; scopano e si rivestono senza nemmeno salutarsi. Non è delirio. E’ la musica dei Residents. Prendetevela con loro.

1974. La copertina, innanzi tutto. Non concedetegli un’occhiata furtiva. Quella è “Meet The Residents”. Nient’altro. L’annientamento della propria immagine passa attraverso l’appropriazione (indebita e distorta) di quella altrui. E, quindi, già solo per questo, manifestazione di alterità, proclamazione di libertà “totale”, che si autodefinisce attraverso la distruzione di falsi miti e/o modelli.

La musica, poi. Drammatica, tragica, demenziale: crossover “totale” e cubista di generi, frullati, ingoiati e rivomitati su nastro magnetico: carcasse gettate alla rinfusa in un angolo. Come i primi sei brani: una vera e propria suite: sintesi agit-prop “aliena”, tra disfunzioni pop(-ular) e terrificanti anticipazioni industrial/iconoclaste di certa new-wave (ma non solo…) con gli antidepressivi in tasca (a voi l’onere di scovare i nomi…quelli, si, con un volto…).

L’iniziale “Boots” decostruisce (non a caso) l’hit (un altro mondo è possibile!) “These Boots Are Made For Walkin'" di Lee Hazlewood (considerato tra i pionieri delle manipolazioni sonore in sala di registrazione…): pochi attimi di evanescenze, costruite sul contrasto tra fiati fuori fuoco, grancasse martoriate e voci deformi (la stupidità ciclica del duello vocale tra 'pa-bam pa-bam' e il refrain “walk all over you” è già sintomo di una “tabula rasa” che procede, imperterrita, anche se, eternamente “in progress”…); voci deformi, dicevo, che confluiscono — fiume in piena che a valle trascina scorie soniche di ogni tipo - nella melodia da music-hall malaticcio di “Numb Erone”, con il rallentamento in corsa - tra macerie di world-music - che ne accentua le timbriche mutanti, prima del balletto meccanico - con tanto di declamazione mongoloide (eh, si…i Devo!) e assolo arabeggiante di clarinetto - di “Guylum Bardot”, pronta a cedere il testimone ai vocalizzi femminili, alle mitragliate supersoniche di chitarra distorta/compressa/ululante ed ai trilli anemici di “Breath And Lenght”. Ciò che i Residents stanno — coscientemente! — compiendo è la manipolazione dell’immagine (fasulla) della musica popolare…

“Consuelo’s Departure” imbastisce una micro-sinfonia per compresse propulse tra balbettii di pianoforte, modulazioni sintetiche di automi afasici che ripetono il loro distacco da se stessi e la loro verità (poveri illusi) sul concetto di realtà: declamazione come sintomo primo di una “devoluzione” che se nei Devo darà succosi frutti… “popparoli” (passatemi il termine…), qui è ancora spia luminosissima di una “dissonanza” sovente asettica; di un vagare incerto, tra miriadi di astri sonici in un universo tanto privato quanto, in fondo, specchio di un’intera nazione (di un’intera civiltà!) che nell’era della decadenza si scopre (mio Dio!) sull’orlo del baratro. Stupidi umani… Ci fosse almeno un Dio a ricordarcelo, di tanto in tanto!

A questo punto, si potrebbe correre il rischio di restare spiazzati dal classicismo quasi accademico di “Rest Aria”, se non fosse per quegli intrecci pazzeschi di vibrafono e fanfare esotiche che rimodellano lo pseudo-“romanticismo” a là Chopin del brano su di un concetto molto degenerato di sonata per pianoforte. “Skratz”, dal canto suo, torna a maneggiare con cura gli strumenti della sintesi “lo-fi” di sorgenti sonore multiple. In “Spotted Pinto Bean” — aperta da un clavicembalo e da un coro “sfuggente” (un palloncino disperso nel cielo) e quasi operistico — i Residents lasciano coagulare lentamente la meta-sonata di cui sopra con cascate di accordi filiformi, cacofonie gratuite e contrappunti da orchestrina balorda e stonata, in pianta stabile a Broadway: nonostante tutto.

Una chitarra liquida e con un feeling molto latino dà il via al growl cannibalesco del vocalist (un Beefheart con meno muco in gola) di “Infant Tango”, le cui coordinate vengono presto spostate verso un funk paranoico, tra twang, wah-wah e spreco di fiati sbrigliati e dissociati. L’epopea della dissacrazione conduce alla sconfinata nostalgia che introduce “Seasoned Greetings”. Poi, un flusso androide (con piano “martellato”) che viene rallentato fino al collasso, tra metallofono, impennate pianistiche, freddure ermetiche, frammenti innervati di un sax “astratto”, “matematico” e schizoide in orbita Anthony Braxton. Il finale si abbandona al caos, organizzato per sovrapposizioni imperfette di sonagli, deliqui di fiati ed un’ennesima declamazione-parodia. Tutto questo, insomma, come preludio al calpestìo pianistico (Dave Burrell ringrazia) e alle pernacchie impudiche che sospingono “Meet The Residents” verso la disintegrazione totale ed assoluta di “N-ER-GEE (Crisis Blues)”, lanciata in un boogie-woogie frastagliato da loops vocali, frattaglie chimiche, fruscii intermittenti di piatti: creatura lobotomizzata che implode su se stessa: nastro magnetico preso a coltellate, rattrappito, strappato a forza dal suo cammino. Vi aggrediranno, allora, una marcetta idiota, bordate di ance che entrano in risonanza con il silenzio di fondo, delle bacchette suonate chissà dove, a mo’ di percussioni. E, poi, via di questo passo: una grancassa pestata più o meno ritmicamente — quasi fosse la radice prima di un rituale — ed una voce folle, da super-marionetta, che esce dal marasma, priva di pathos, stridula, maniacale: decisa (contro tutto e tutti) a smascherare il sogno americano già infranto eppure sbandierato come l’emblema del progresso. Ed allora, l’invito finale — quasi ironico di questi tempi - “Go home America”. Ripetuto nel vuoto, dopo lo sfacelo e a conclusione del calvario, tra il buio ed il freddo di una San Francisco già proiettata tra le ragnatele esistenzialiste e le ansie autolesioniste della new wave.

(08/11/2006)

  • Tracklist
  1. Boots Listen
  2. Numb Erone
  3. Guylum Bardot
  4. Breath And Length
  5. Consuelo's Departure
  6. Smelly Tongues
  7. Rest Aria
  8. Skratz
  9. Spotted Pinto Bean
  10. Infant Tango
  11. Seasoned Greetings
  12. N-er-gee (Crisis Blues)
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