Residents

Not Available

1978 (Ralph) | avant-rock

I Residents possono venire ricordati come i “Signori dell’oscurità” del panorama rock di inizio 70. Nelle composizioni (si ascolti quel “Santa dog”, Ep del 1972, loro opera prima non tirata che in poche centinaia di copie), nella loro immagine (quattro ometti in frac e orribilmente mascherati con sanguinolenti bulbi oculari umani), nel loro maniacale occultamento dell’identità anagrafica, e dall’autoesclusione dai circuiti musicali irradiati dai riflettori del mainstream. In più, si aggiunga pure l’estensione di questa volontà ad una dimensione totale e radicale: persino nell’uscita del loro terzo disco, questo “Not available”, composto e realizzato di fatto nel 1974 —e spacciato appunto come ‘non disponibile’- ma immesso nel mercato solo nel 1978 per ragioni inspiegabili, i Nostri trovano il colpo di genio che li proietta definitivamente nel mirabile limbo delle rock band alternative e ricche di fascinoso enigma.

Il colpo di piatti iniziale giunge ai padiglioni dell’ascoltatore tanto fragoroso quanto inaspettato, e sembra sancire solennemente l’inizio di un macabro rituale. Il successivo tappeto percussivo si annuncia come un complesso pattern cubista, in cui le sorgenti sonore emettono lungo diverse linee prospettiche, causando subito un primo effetto di straniamento acustico-percettivo, mentre asfittiche fanfare denunciano in modo lapidario la loro infelice condizione. L’entrata in scena di cori raccapriccianti e malati aumenta la dissonanza rispetto alle fanfare della morte e rispetto al tutto orchestrale, in un clima di densa e paludosa inquietudine. Un’improvvisa interruzione, poi, catapulta in un nuovo scenario: un nuovo tema, quasi orrorifico (e un nuovo lugubre coro), sottolineato nuovamente da percussioni insistenti e malate e da fasce singhiozzanti di synth, conduce al primo episodio.

Strano a dirsi, ma tutto il materiale appena enunciato, già di straordinaria complessità, non era altro che un’introduzione, oppure —che dir si voglia- un’esposizione (secondo la più classica delle tradizioni sinfoniche) dei temi principali. Ora è un canto nervoso di un’anima disperata a prendere in mano le redini del gioco e a farsi strada tra presagi di morte e melanconie angoscianti, rielaborando il clima catastrofico di prima. E’ quasi uno spostamento ad un’altra fisicità, attuato con un fine gioco di manipolazioni acustiche. Quasi uno sviluppo sinfonico di primo tempo di sonata, solamente pervaso da un gusto perverso, angoscioso, sconsolato e perennemente infelice. C’è quindi una straordinaria cesura verso un rimando wagneriano, che conduce ad un’ulteriore fanfara scheletrica, livida, e che prelude ad una polifonia imitativa per il successivo coro. Siamo giunti al momento della Ripresa, secondo lo schema di sonata, ma i temi principali vengono, manco a dirlo, variati, deformati, e tratteggiati. Ci sono soliloqui sgraziati, contrappunti che tentano di portare tocchi di calda umanità, salmodie degli infelici del cosmo, fino al lieve accelerando che chiude la piece. I due nuclei tematici, in questa nuova sortita, si sono ripresentati in evidente dicotomia, quasi una lotta avvilente e logorante tra due situazioni (esistenziali) parallele ma contrapposte.

“The making of a soul” apre con una intro affidata al sax (sopra un fondale di note ribattute di piano e percussioni —al solito- polifoniche). I suoni sembrano provenire da diverse dimensioni, vengono mischiati, messi su piano diversi, impaginati con fare surrealista, con tecnica di collage spaziale. E’ una intro antieroica, che potrebbe preludere ad una marcetta trionfale, e invece introduce dapprima un coretto malefico, e poi una parentesi sognante affidata al piano. Si tratta di un fraseggio tanto rasserenante quanto lo potrebbe essere la donna del radiatore dell’”Eraserhead” lynchiano; è forse un personaggio femminile, in effetti (e i rallentamenti a-là Satie sembrano sottolinearlo), ma in questa sorta di musical di dannati, questo non è che un episodietto relativamente lirico, che invece di alleggerire la tensione non fa altro che far perdere maggiormente, quasi ce ne fosse bisogno, la cognizione uditiva.

Si riprende con la marcia degli abissi, mentre viene perentoriamente annunciato — da piano e campane tubolari all’unisono ma in evidentissima e sinistra dissonanza, insieme con effetti provenienti dal centro della Terra - un nuovo sardonico motivo, una sorta di Valzer luciferino, con tanto di canto stentato e smozzicato. Ogni cosa poi tende a perdersi nella sua vacuità, nel suo vagare indefinito, nel suo galleggiare errabondo entro lo spettro acustico: il canto si attutisce quasi soffocato da un’entità sovrannaturale non meglio precisata, mentre il piano accentua l’effetto paranormale di riverbero, fino a quando la degenerazione non è completa. Siamo in presenza di un marasma fonico che preclude ogni razionalità convenzionalmente intesa, che diventa sinfonia per caos e strumenti, farfugliamenti di litanie sconnesse, recitate con l’ultimo da esalare prima del sonno totale. E la chiusa è basata su un agghiacciante accordo tenuto e su un nuovo mugugnare amorfo.

“Ships A’going Down” è l’adagio dell’ideale sinfonia. Le corse di fiati ‘glaciali’ in apertura sono quasi un’apologia panteistica, ripresa poi dal breve declamato che dà il via ad una nuova fanfara della depravazione più oscura e ad un tema tribale. Anzi, si può dire che ogni episodio di questa nuova straordinaria piece sia annunciato dall’enunciazione fonetica da parte di un maledetto, mentre gli impasti timbrici coinvolgono vorticosamente strutture ritmiche elementari (proto-minimali, quasi) e sinistre note ribattute di piano, che sembrano accennare ad un qualche elemento melodico, ma che finiscono per rimangiarsi tutto e continuare la compilazione di questa antologia di frammenti sconnessi.

Compare un nuovo sinistro (anti)tema, carico di disperazione, su cui s’innesta un coro polifonico — forse i Beach Boys delle Malebolgie dantesche - che sembra cantato dai pochi eletti in preda alla premonizione della distruzione cosmica. E’ forse il momento più sconvolgente e toccante del disco, il suo picco, il capolavoro nel capolavoro. Il tutto è attorniato da una fitta nebbia sonica che sembra scarnificare la qualità del suono, sembra proiettare immagini d’innocenza invisibilmente corrotta, ignara dell’ormai inappellabile sentenza di fine assoluta.

L’incipit di “Never Known Questions” è shockante: grumi di note e lamentazioni di sax (il personaggio più benevolo, forse, il profeta, il saggio della situazione); un inno dell’assurdo che assume tinte sensibilmente fosche e pregne di drammatica mestizia, esposto con sapiente uso del gioco delle tonalità armoniche. E ad un certo punto sembra quasi accennare alla “Promenade” dei “Quadri” di Mussorskj, in un povero e timido tentativo di far ricordare la bellezza e il senso di carità, così definitivamente perse dalla corruzione dell’era moderna. Un nuovo tema tribale introduce un motivo di piano e effetti posti sullo sfondo con stacco netto. E’ un disco dotato di una tensione interna prossima al collasso della devastazione, e proprio perché perfetto in ogni sua parte: le durate dei brani dicono né più né meno di quello che andrebbe detto, talvolta anche rinunciando a sviluppi normalmente considerati consueti. E’ anche in questo giocare con il mezzo —piuttosto che con l’espressione- che l’opera si fa determinata e diretta allo scopo, secca e precisa. In ambito contenutistico, poi, è interessante notarne le istanze tonali quasi neobachiane, una volontà di proporre una contro-summa sulle velleità armoniche dell’originale codificazione temperata. Ogni elemento stilistico ha una sua consistenza profonda, ogni entrata strumentale o vocale allarga la sua portata fino a stravolgere il brano fin nella sua più intima essenza. Il dialogo si svolge tra strumenti alla rinfusa e ‘entità’ di oscura provenienza (più che canti sono voci interiori di un’umanità depravata, forse la rappresentazione del male). Non ci sono protagonisti, ma solo personaggi più importanti di altri; non ci sono vette artistiche convenzionalmente intese, ma solo estremi tentativi di salvazione.

Un nuovo intermezzo di piano (un attore ricorrente nel disco) denuncia a chiare tinte che la ripartizione ‘interna’ di queste mini-suite assume un significato quasi più importante della ripartizione esterna tra brano e brano. Una brusca interruzione lascia posto ad una lamentazione declamata, presto raggiunta dalla restante parte della marcia funebre di anime perse, e in cui il sax svolge la funzione di motore immobile, di essere dotato di poteri soprannaturali, di signore del destino del cosmo. Sembra che tutte le forze maligne si sciolgano e cedano alla compassione dei dannati (attraverso un’impostazione di una qualche melodicità, l’unica in tutta l’opera): è il raro momento di consolazione e di pietas, ma sempre innervato dell’amara e profonda disillusione di menti devastate.

“Epilogue” è il breve brano che chiude il disco, e di fatto è una sostanziale reprise del primo brano. E’ la conformazione ciclica implacabile, che non lascia scampo, che ricorda all’universo il suo declino verso il baratro oscuro della perdizione. Il tema principale è meno dialogico in questo suo ritorno, ed è anzi molto più secco e tagliente rispetto alla sua esposizione iniziale di inizio disco. Tutti i mezzi a disposizione della band sono impiegati per far smuovere masse inerti di magma sonoro secondo un tutto preciso e implacabile. Ritorna ancora il tema femminile e quieto di pianoforte dell’inizio, anch’esso a voler dare il suo personale saluto prima della catastrofe, la sua dolce buonanotte nella sua terribilità quasi infantile. Ma non fa altro che dare un’ultima illusione: è la fine, la fine di tutto, come sottolinea poco dopo la chiusa con tanto di agghiacciante glissando di arpa, il contraltare del lieto fine, a sancire l’assoluta mancanza di speranza.

Disco della dissoluzione universale, del cordoglio cosmico. Un lungo testamento di iniziati, di eletti alla conoscenza del terrificante mistero dell’esistenza. Preghiera sconsolata, landa desolata senza via di uscita e disturbata da puntate sardoniche e quasi sadiche. Siamo usciti dal flower-power, siamo nell’era dei ripensamenti, i Residents non potevano trovare modo migliore per annunciarlo in via ufficiale. Coglietelo al volo, questo messaggio, perché tra un po’ sarà per davvero “non più disponibile”.

(08/11/2006)

  • Tracklist
  1. Edweena
  2. Making of a Soul
  3. Ship's A'going Down
  4. Never Known Questions
  5. Epilogue
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