Rolling Stones

Aftermath

1966 (Abkco) | blues-rock

"Aftermath" è il primo album degli Stones a contenere esclusivamente brani scritti dalla coppia Jagger/Richards, il punto d'arrivo di un lento percorso che li aveva visti partire dalla reinterpetazione di classici della musica afroamericana (blues e il più recente r&b) per approdare alla maturità di un songwriting personale e incredibilmente influente.
Il passato del gruppo e i primi anni Sessanta, con l'esclusività del 45 giri, sembravano lontani mille miglia: i Beatles (controparte di una storica quanto mendace contrapposizione con gli Stones) avevano dimostrato pochi mesi prima (il 3 dicembre del 1965 per la precisione, con la pubblicazione di "Rubber Soul") come si potesse focalizzare l'attenzione sull'intero album invece che su isolati (per quanto numerosi) hit da classifica, e da qui in poi, nell'arco di soli cinque anni, il rock, sdoganato da ogni vincolo creativo, avrebbe sperimentato infinite metamorfosi di fertile e indisciplinata libertà, a cui Jagger e soci avrebbero partecipato attivamente marchiandone a fuoco il percorso. Ma "Aftermath" è solo agli inizi di tutto ciò, ed è incredibile con quanta preveggenza ne anticipi numerosi percorsi futuri.

Pubblicato nel settembre del 1966, quando ormai la loro fama li precedeva grazie a pezzi indimenticabili come la (multi)generazionale "(I Can't Get No) Satisfaction" e "Get Off Of My Cloud", l'album infila una serie di pezzi che rappresentano tanto il meglio quanto il peggio dei Sixties, alternando momenti in grado di non invecchiare di un solo giorno a distanza di anni ad altri in cui il peso dell'età si fa sentire, accentuando per questo il valore paradigmatico del lavoro.
Il blues più sporco, fetido e misogino si alterna al country rurale tinto di venature folk, Robert Johnson incontra insomma Hank Williams e il consolidato astro dylaniano per dar vita a uno dei più grandi esempi di blues bianco che la storia ricordi, il tutto condito dalla nota esistenza sregolata dei nostri, divisa tra alcol, droghe e sesso (quale miscela fu mai tanto classica e imitata nel rock?), a cui i media davano forte risalto (un esempio su tutti, il noto e infelice flirt di Mick Jagger con Marianne Faithfull), imbastendo quella spettacolarizzazione cui il rock mai più si sarebbe sottratto (e che, ahimè, dalla seconda metà degli anni Settanta, avrebbe inghiottito la creatività musicale del gruppo stesso).
"Paint It Black" è il manifesto programmatico della poetica degli Stones: il cuore di tenebra è non solo necessaria condizione umana da accettare passivamente, ma è attiva scelta della volontà (di potenza?), libera presa di posizione contro il perbenismo borghese degli adulti (in questo senso verace incarnazione della primordiale ribellione di Elvis); riecheggiano ancora negli studi ordinati degli imbellettati schiavi del potere le minacciose parole: "I see a red door and I want it painted black/ No colors anymore I want them to turn black...", e anche se la paura fa capolino ("It's not easy facin' up when your whole world is black"), l'impressione è quella di una lussuriosa e goduriosa appartenenza al demonio (una "Simpatia per il Diavolo").

"Stupid Girl" rappresenta il gentil sesso come icona senz'anima dedita alla cura del proprio corpo, stupida perché concentrata sulle cose futili della vita; anche se il femminismo griderebbe (a ragione) allo scandalo per il suo non tanto latente machismo, qui ritroviamo il piacere voyeuristico tutto maschile di fronte all'universo femminile, l'irresistibile bisogno dell'uomo di confrontarsi con l'altro mondo, a volte in termini tutti misogini e androcentrici, altre volte come sottomissione romantica e cavalleresca (la millenaria dicotomia donna puttana/donna angelo). La musica riecheggia un r&b dal sapore fifties e terribilmente sporcato dalla base funky di Bill Wyman (basso) e Charlie Watts (batteria).

"Lady Jane", per quanto dolce elegia dal sapore medievaleggiante, contiene in sé le successive denegerazioni "silvane" della musica rock, risultando oggi piuttosto stantia e opacizzata dal tempo (con un po' di azzardo la potremmo considerare come il prodromo della potente "The Rain Song" zeppeliniana, la quale viene salvata dalle accentuazioni prog del periodo). Indubbiamente ammaliante l'ambiguità circa l'identità di colei a cui è indirizzato il brano (donna o marijuana?).

Uno degli apici del disco (ce ne fosse bisogno) è sicuramente "Under My Thumb", base jazz-funk con aggiunta di vibrafono (il polistrumentista Brian Jones, destinato com'è noto a tragica fine), cantato trasportato degno del miglior crooning blues e soul, chitarra spezzata e composta, testi sprezzanti e ancora attraversati da una forte misoginia, un pezzo che davvero si impregna di quella innocenza incosciente e dannatamente fiduciosa dei Sixties. Impossibile non muoversi ogni volta che riattacca la strofa (con il secondo verso a variare): "Under my thumb/ The Girl who once had me down/ Under my thumb/ The girl who once pushed me around/ It's down to me...". E al diavolo il rispetto del decoro e delle convenzioni, della buona lingua e del formalismo.

"Doncha Bother Me", "Think" e "Flight 505" sono tre classici nel loro riprendere gli stilemi dei generi: il blues rurale il primo, il blues-rock il secondo (assemblato in una miscela che sarebbe stata il marchio di fabbrica del gruppo: la batteria solida e slanciata di Watts, la chitarra ruggente e sinuosa di Keith Richards, il cantato black lussurioso di Mick Jagger, il basso cavernoso di Wyman), il jazz fumoso declinato in chiave beat il terzo. Il volo 505 si inabissa nel mare trascinando con sé anche il protagonista, che sognante planava verso ignote terre in cerca di un irraggiunto riscatto esistenziale; un brano che sembra contenere i timori e i fallimenti di un'intera generazione, la caduta degli dei a cui si erano immolati (letteralmente in molti casi, visto il frequente uso incosciente di droghe pesanti) migliaia di ragazzi rapiti da un impeto ribelle e rivoluzionario tanto utopico quanto tragico.

"High And Dry" è un perfetto stomp di passaggio, che traghetta verso la morbida psichedelia acustica di "I Am Waiting", un dolce affresco ancora una volta paradigmatico di una generazione in attesa della nuova età dell'oro in cui libertà e uguaglianza avrebbero regnato nella pace. Ma è il conclusivo "I'm Going Home" il piatto forte della seconda facciata, un pezzo che si estende per oltre dieci minuti e che congiunge le matrici blues del sound degli Stones con la incipiente ventata psichedelica: il ritorno a casa (uno dei temi classici del blues, degli hobo che vagavano in lungo e in largo per l'America serbando il caldo ricordo del focolaio, novelli Ulisse sostenuti dal ricordo di Penelope) si protrae in una lunga jam vocale senza aver mai veramente luogo, rievocando un altro dei maestri-fratelli di Jagger, Jim Morrison, di cui egli può a buon diritto essere considerato la controparte inglese.

Nel 2002 la Abkco ha ripubblicato tutti gli album dei Rolling Stones in versione ibrida (Cd/Sacd) rendendo disponibile anche la versione di "Aftermath" che ai tempi venne pubblicata nel Regno Unito. Quest'ultima presenta una scaletta leggermente modificata, sia nell'ordine che nel numero dei brani: imperdibili almeno due delle novità rispetto alla classica e conosciuta scaletta a undici (qui ne conta ben quattordici): "Mother's Little Helper" e "Out Of Time". Il primo sigilla ancora una volta un'intera epoca con quello splendido recitato iniziale: "What a drag it is getting old...", descrivendo la miserrima e frustrante condizione della donna borghese, costretta a una vita umiliante priva di appagamenti e al servizio della famiglia (il femminismo e la liberazione della donna dovevano attendere ancora qualche anno) che necessita appunto di qualche "piccolo aiuto", ovvero di calmanti e droghe. Il mondo dei giovani sfugge al controllo degli adulti, e se l'uomo si rifugia nel lavoro, alla donna non resta altro che l'assuefazione da sostanze alteranti. "Out Of Time" è invece superbo r&b jazzato (compare ancora il vibrafono, steso come un tappeto insieme alla sezione ritmica) che rievoca le melliflue atmosfere fifties, impregnata com'è di un romanticismo che comunque non rinuncia a essere pungente. "You can't come back and think you are still mine/ You're out of touch, my baby/ My poor discarded baby/ I said, baby, baby, baby, you're out of time". Ancora una volta, impossibile non danzare. Peccato solo che questa edizione dell'album non comprenda "Paint It Black" (sostituita in apertura, appunto, da "Mother's Little Helper") e il suo rutilante incedere tribale.

Negli anni a venire I Rolling Stones avrebbero attraversato la psichedelia, avrebbero creato quell'altro superbo capolavoro che è "Beggars Banquet", avrebbero traghettato il rock nei Settanta immolandosi infine nell'ultimo loro grande album: "Exile On Main Street" (1972). Ma questa è un'altra storia. Questi dieci (o quattordici) pezzi trasudano freschezza e ancora oggi parlano alle nuove generazioni, a cui sono in grado di insegnare cosa significhi fare della musica un'arte.

(08/11/2006)

  • Tracklist
  1. Paint It Black
  2. Stupid Girl
  3. Lady Jane
  4. Under My Thumb
  5. Doncha Bother Me
  6. Think
  7. Flight 505
  8. High And Dry
  9. It's Not Easy
  10. I Am Waiting
  11. Going Home

    UK bonus tracks
  12. Mother's Little Helper
  13. Out Of Time
  14. Take It Or Leave It
  15. What To Do
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