Ebbene sì, questo è l'album con in copertina
i jeans sdruciti (ed evidentemente ben guarniti) e la cerniera vera e regolabile
(almeno nelle prime edizioni su vinile), il tutto naturalmente firmato Andy
Warhol. Va da sé che per gli Stones più c'era scandalo e
meglio andava, anche se ai tempi di questo "Sticky Fingers" la prima oltraggiosa
fase, quella più cruda ed efferata, aveva già ceduto il passo a una
progettualità sonora netta, forse meno ricca e visionaria (non si improvvisa né
si rimpiazza un Brian Jones da un giorno all'altro) ma non per questo priva di
ricercatezze, come garantiva la produzione dell'ormai fido Jimmy Miller
(artefice nello stesso periodo anche del caleidoscopio musicale dei Traffic). Più musica che
scelleratezze, quindi, il profilo affilato di un rock intenso e intransigente,
ancora ben lontano dal cedere le armi alla maniera e – proprio per questo -
capace di suonare a tutt'oggi superbamente vero, stringente e attuale.
E' il caso di dire dalla prima all'ultima nota, visto che
l'inizio è affidato a quel mostro di "Brown Sugar", micidiale ordigno
stritolaclassifiche in cui trovano cittadinanza l'inimitabile (e perciò
imitatissimo) riff di Keith Richards, l'animalesca vocalità di Mick Jagger, il
battito asciutto di Charlie Watts, la chitarra sorniona di Mick Taylor, una
profusione incalzante di piano (Ian Stewart) e di sax (Bobby Keyes), infine la
puntualità inesorabile del basso di Bill Wyman: il risultato è un rock'n'roll
che chiama a raccolta la voglia di sentirsi vivere, ora e qui, con tutto il
nostro bello e l'immancabile brutto (cattivo, reale, vero). Perizia,
innanzitutto: perizia ineguagliabile nell'esporre i conati più aspri e la più
languida delle dolcezze, come dimostra la stratosferica "Sway", ballata in
bilico tra calor bianco e malinconia, tensione palpabilissima in mezzo a
chitarre lacerate e strazianti, il piano pressante e dolceamaro del buon Nicky
Hopkins, la teoria discreta degli archi (Paul Buckmaster) e – signori miei – un
drumming da accademia delle viscere, da sudore freddo dalla fronte ai polpacci,
offerto da quel taciturno padrone di piatti e rullante che risponde al nome di
Charlie Watts.
Con "Wild Horses" l'aria si fa decisamente più rarefatta, il
paesaggio che si impone è quello campestre e nebbioso di un qualche pomeriggio
in terra d'Albione, contorno ottimale per lo straordinario substrato
acoustic-folk di questa ineffabile ballatona, consumata tra il languido
estenuarsi delle corde vocali di Jagger e uno sdilinquirsi melodico francamente
lezioso, anche se con ogni probabilità c'è chi (s)venderebbe un rene per
scrivere – ancora oggi – un pezzo così. Meno celebre, ma assolutamente
sconvolgente, è la successiva "Can't You Hear Me Knocking", rhythm n' blues
dalle torride venature funky-soul, che rende pressoché inutili anche i migliori
Black Crowes, energia scomposta eppure stilizzata (basso e batteria nel cuore
della mischia, chitarre insidiose e la voce che insegue torridi punti di
rottura), con in più l'acidità verticale dell'organo (Billy Preston), le
palpitazioni orizzontali delle congas (Rocky Duon) e uno splendido lavoro di
Keyes al sax: quasi otto minuti di goduria, un amplesso memorabile e convulso
tra le cosce smaniose del rock. Tiriamo il fiato con una cover essenziale e
roots di "You Gotta Move", in cui le voci ebbre di Jagger e Richard sono il
contraltare buffo di un monumentale Taylor alla slide. Ma c'è poco da star
tranquilli, perché "Bitch" è dietro l'angolo, rock posseduto da spiritelli
incontenibili, come il soul che scroscia dagli ottoni di Keyes e Jim Price, come
il blues che sfregola nella chitarra di Taylor, come il funky scoppiettante
della serratissima ritmica, treno a precipizio su binari indistruttibili.
Binari che ci portano ad attraversare l'agra mestizia di "I Got
The Blues", un soul maestoso in cui ogni elemento gioca bene (ma su tutti ancora
lodi al grande Mick Taylor e all'assolo d'organo di Preston, autentico totem di
languore e acidità). C'è la penna della musa-amante Marianne Faithfull nel testo
della celebre "Sister Morphine" (dramma tossico narrato con la pietosa crudeltà
di un Lou Reed), folk palpitante e nervoso a cui Jagger dona voce sangue e
vocalizzi accorati, orlato da sordi pestaggi di piano (il compianto Jack
Nitzsche) e dalla slide febbrile di Ry Cooder (un dolce respiro, un vento che
taglia la faccia).
"Dead Flowers" è invece un graziosissimo quadretto folk blues
intarsiato da due chitarre in vena di malie, uno degli innumerevoli gioielli
minori (?) di una carriera prodigiosa, mentre la conclusiva "Moonlight Mile"
imbastisce una ballata ebbra, sospesa, in apnea: messa sul piatto la perizia di
cui abbiamo già parlato e richiamati a sé tutti i geni ispiratori (un eco di
soul, il paterno blues, l'autorità del folk), ecco che una sezione d'archi in
vena d'esotismi può copulare soavemente con la più sanguigna delle chitarre
ritmiche, e niente sembra troppo, niente stona, tutto accogliamo tra un battito
e l'altro del cuore.
A questo punto, cosa dire che non sia già stato detto? Se dal
rock vi aspettate tanto l'energia quanto la più canaglia delle tenerezze, in
"Sticky Fingers" potreste trovare tutte le risposte del caso e molto altro
ancora. Più che la musica, negli Stones, vale l'esposizione (della musica
stessa), anche se a loro va l'enorme merito di aver fatto coincidere le due
cose, tanto che poi non sono più state le stesse. Come del resto le nostre vite.


