Roxy Music

Avalon

1982 (EG-Polydor) | pop-rock

Quella di "Avalon" è la storia di un grande album nato per sottrazione, il compimento e - insieme - epilogo di un viaggio che per Bryan Ferry è coinciso con la nascita dei Roxy Music, e che ha progressivamente preso forma nel corso degli anni 70, trascorsi più o meno scientemente a fagocitare la sua creatura fino alla sua estinzione. L'eredità di questo conturbante percorso è data da otto album in studio, che vanno a comporre una delle collezioni discografiche più "alte" mai licenziate da una band nella storia del rock.

"C'è stato un tipico scontro tra l'ego di due giovani. [...] Questo è accaduto perché il mio look bizzarro attirava molta attenzione da parte della stampa. Ho fatto buone fotografie, ma ciò ha distolto la reale provenienza della leadership creativa della band. Ed era certamente la band di Bryan!": così si è espresso Brian Eno a proposito della sua breve ma decisiva esperienza nei Roxy. E indirettamente si tratta di una riflessione assai indicativa dell'ambivalenza di Ferry, combattuto tra la vitale necessità di avere a fianco dei musicisti incredibilmente innovativi, corresponsabili di un sound che ha condizionato il corso dell'art-rock anticipando di fatto la new wave, e quella di non perdere il controllo della "sua" creatura.
Senza dover ulteriormente divagare, le successive vicende musicali degli interessati sono lì a raccontare i motivi per cui Eno abbia lasciato dopo soli due album, mentre Andy Mackay e Phil Manzanera (e Paul Thompson) siano rimasti oltre. Il primo, infatti, firmerà in proprio una serie di album visionari e di produzioni destinate ai posteri, mentre gli altri due si confermeranno dei mirabili e innovativi strumentisti, ma autori appena discreti nelle rare volte in cui hanno vestito quei panni in prima persona.

I Roxy Music erano la band di Ferry, dunque, e il peso di questa malcelata verità si è fatto nel tempo sempre più presente, e a nulla sono valse le educate rimostranze degli altri componenti, ricompensati con qualche credit qua e là, ma relegati in modo sempre crescente nell'angusto ruolo di comprimari, così poco consono al loro rango artistico.
L'inesorabile parabola è esplosa in tutta la sua insostenibilità proprio durante le registrazioni di "Avalon". Il malumore di Manzanera e Mackay, tenuto a bada nel corso dei primi anni anche grazie ai cospicui contributi strumentali dei due (senza dover parare sui primi due celebratissimi album, si pensi a "Stranded", o a "Country Life", in cui le loro firme appaiono in calce ad alcuni brani, ovviamente a fianco di Ferry), raggiunge il suo apice quando realizzano una volta per tutte di essere diventati, di fatto, dei turnisti. Di super-lusso, ma pur sempre turnisti (ah, nel frattempo si erano defilati - strano, eh? - sia il sostituto di Eno, il talentuoso Eddie Jobson, sia il batterista Paul Thompson, rispettivamente dopo "Siren" e "Manifesto").

Già, perché se consideriamo gli album successivi a "Siren" - quello che segna anche la fine dei Roxy 1.0 - i passatempi preferiti di Ferry paiono essere da un lato accrescere a ogni giro la presenza in sala d'incisione di fini performer (e di ingeneri del suono), e dall'altro quello di ridurre e/o frammentare i contributi d'ognuno di essi. Il tutto sull'altare di un sound sempre più etereo, rarefatto e sofisticato. Da qui il lavoro per sottrazione di cui si diceva all'inizio, in cui ogni singolo suono sembra essere concepito per frustrare le velleità personalistiche di chi lo mette in atto: un esercizio, questo, che in "Avalon" ha il suo punto di non ritorno e al quale lo stesso Ferry pare non voler sfuggire. Perché se è vero che qui non c'è più traccia dei fiati tonitruanti e delle cavalcate chitarristiche degli esordi, in favore di inserti discreti o comunque funzionali all'insieme, sono spariti anche i teatrali e declamatori vibrati del Nostro, in luogo dei quali ritroviamo vocalizzi languidi, sfumati, finanche sussurrati. Per non parlare dei testi, che da autentici racconti fiume ("Mother Of Pearl", "If There is Something", ma sono solo due dei tanti esempi dei Roxy che furono) si asciugano a dismisura e riverberano, reiterandosi come implorazioni amorose all'interno di ogni singolo brano.

Chi ha familiarità con la discografia della band sa bene che alcune di queste connotazioni erano già presenti nel predecessore "Flesh And Blood" (e, diremmo, anche in "Manifesto", se pensiamo a episodi come "Dance Away" o "Spin Me Round"), ma è proprio con "Avalon" che l'ascoltatore non può più eludere la perfezione formale che pervade il morfinico continuum dei dieci episodi che lo compongono.
Non cadete però nell'errore di accettare il luogo comune per cui la forma debba essere necessariamente priva di sostanza, o confondere la ricerca stilistica con una referenzialità fine a se stessa, o magari pensare alla patinatura come a un involucro senza contenuti, giacché anche (soprattutto?) in questo album si conferma la naturale propensione che contraddistingue i Roxy Music sin dagli esordi, che è poi quella di saper scrivere delle grandi canzoni.

Non paghi d'aver marchiato a fuoco gli anni 70 con anthem del calibro di "Love Is The Drug" e "Virginia Plain", e dopo aver fatto le prove generali all'alba del nuovo decennio con l'emblematica "Same Old Scene" ("Flesh and Blood", 1980: un brano che segna le coordinate del pop eighties), i Roxy timbrano a imperitura memoria anche gli anni 80 con i due 45 giri "More Than This" e "Avalon".
"More Than This", il primo singolo che apre anche l'album, è l'acme di un'estasi emotiva che non ammette repliche, corroborata da una performance vocale in cui fiumi di disincantata malinconia scorrono su un falsetto che sigla l'hapax espressivo di Ferry. Irreplicabile al punto che, se si eccettua un timido tentativo occorso nella prima data del tour dell'82, non verrà mai proposto dal vivo, se non molto tempo dopo nel reunion tour del 2001, comunque riarrangiato e - non un dettaglio - rispettosamente sussurrato dal Nostro due toni più in basso.

Il brano che invece non è mai mancato nelle setlist di pressoché tutti i concerti a venire, è proprio il secondo singolo "Avalon". Il pezzo è corredato da un video iconico girato dall'accoppiata Ridley Scott e Howard Guard in una sontuosa villa vittoriana immersa nella contea di Buckinghamshire. Uno di quei clip in cui le immagini parlano tanto quanto la musica che raccontano, con la band agghindata in un classico tuxedo, con Andy e Phil in nero e Bryan in bianco, a rispolverare la mise da maître de salle già sciorinata sulla copertina del suo disco solista "Another Time Another Place" del '74, in aperta citazione dell'Humphrey Bogart di "Casablanca".
L'atmosfera del video esprime una chiaroscurale decadenza, tra petali di fiori, tavole riccamente addobbate, pose statiche e un giro di tango che una femme fatale abbozza con Bryan che, tra penombre e primi piani sornioni, si cala infine nell'improbabile ruolo di falconiere, con tanto di rapace al seguito. Il tutto a ornare la delicata indolenza scandita al tempo di una bossa sui generis: "Ora il party è finito, sono così stanco... quando il samba ti prende dal nulla, e lo sfondo sta svanendo, sfocato... la tua destinazione, tu non la conosci...", sono i frame di uno stordimento amoroso sanciti dal sax intorpidito di Mackay e dai controcanti di Yanick Étienne, una ragazza di Haiti che non proferiva una parola in inglese, ma che ha avuto la fortuna di far giungere la sua virtù alle orecchie della band da una sala prove attigua a quella in cui i Roxy stavano incidendo, a New York: ciò che sentite su disco è l'unico take della perfomer, un "buona la prima" da annali, che le varrà altre parti nei successivi dischi solisti di Bryan Ferry, nonché di molti live annessi.

Il resto però non è da meno, anzi. Il funky-soul a lungo blandito dal crooner britannico nel corso della sua carriera solista (si pensi, su tutti, al totem Al Green ripreso con "Take Me To The River" in "The Bride Stripped Bare" del 78, ma tenetelo ben presente, Green, quando ricercate la filigrana di "Avalon"), trova la sua realizzazione definitiva con "The Space Between" che, col basso pulsante e plastico di Neil Jason e le sapienti pennate di Manzanera, può dolersi solo del fatto di essere, nella scaletta, compressa fra i due singoloni di cui sopra. "India" è l'onirico esotismo strumentale con cui il gruppo era solito introdurre il tour '82-'83, e che qui funge da lungo preludio agli incastri percussivi della caracollante "While My Heart Is Still Beating", che non a torto Andy Mackay considera uno dei più bei brani scritti a quattro mani con Ferry, con quei suoi "mutevoli cambi di accordi, e le rare percussioni che lasciano galleggiare una voce trasparente come il vetro".

Il lato B del vinile si apre con "The Main Thing", dal groove ipnotico e circolare che vede il basso gommoso e sincopato di Neil Jason ancora sugli scudi a supportare una combo di batteria e percussioni afro che la rende decisamente ballabile, anticipando il Ferry solista - invero più elettronico - che verrà, mentre un abbrivio oscuro e trasognato introduce il luccicante romanticismo di "Take A Chance With Me", una ballad rigogliosa che è anche il terzo e ultimo 45 giri del disco, co-firmato da Phil Manzanera.
"To Turn You On", apparsa in origine nel 1981 come b-side del fortunato 45 giri instant-tribute a John Lennon "Jealous Guy" e remixata per l'occasione, è un passaggio che vanta uno dei testi più strappacuore della già generosa penna ferryana sul tema, mettendo in scena la figura dell'amante solitario e incorrisposto in una New York crepuscolare e piovosa. "True To Life" è un garbato esercizio di incastri vocali giocato su toni soffici, un midtempo di carezzevoli intarsi a ricamare vezzi melodici d'alta scuola: pura rarefazione in musica, il cui incipit verrà ripreso pari pari nel 2010 in "You Can Dance", dall'album "Olympia".
Si chiude con "Tara", idilliaco strumentale da meno di due minuti, nato da un'improvvisazione di sax di Mackay catturata in studio dal sagace Bryan e da quest'ultimo completata con un arrangiamento di synth. Il titolo riprende un'altra nobile chiusura di un album dei Roxy Music, quella di "For Your Pleasure" e del suo brano omonimo, nella cui coda si evoca la mitologica collina di Tara, una vera ossessione per Ferry, se è vero che egli ha in seguito imposto questo nome al terzogenito, oggi valente batterista che talvolta lo ha affiancato on stage.

A proposito di ossessioni, è impossibile trattare lo storico epilogo dei Roxy Music senza citare l'incredibile lavoro svolto in sala di incisione dal produttore Rhett Davies, e in fase di missaggio da Bob Clearmountain. Britannico e fedele braccio destro di Brian Eno in dischi come "Taking Tiger Mountain (By Strategy)" e "Another Green World" il primo, americano e apprezzato ingegnere del suono nell'universo r'n'b della Atlantic il secondo (Chic in primis), sono entrambi l'espressione di un metodo di lavoro che conferisce alla sala d'incisione e al banco un'importanza uguale e forse superiore a quella degli strumenti, e degli stessi musicisti. Determinante il contributo di Davies nel modo di procedere alla stesura dei brani, basato su un'improvvisazione volta alla ricerca del mood idoneo da ritagliare intorno alle canzoni, altrettanto quello di Clearmountain ai Power Station di New York, specie nel sostituire le basi di drum machine sulle quali i brani hanno preso forma, con le parti di batteria risuonate ex novo da Andy Newmark. È la brillante intuizione che restituisce l'afflato soul di cui il sessionman americano è maestro incontrastato, in virtù delle sue collaborazioni degli anni 70 con gente del calibro - fra gli altri - di Sly & the Family Stone, George Benson, e - non a caso - del Bowie "black" di "Young Americans".
Nonostante il numero 53 delle classifiche di Billboard, "Avalon" raggiungerà nel corso del tempo il milione di copie vendute negli Usa, balzando subito al numero 1 in madrepatria e stazionandovi per tre settimane, superando anche qui il milione di copie dopo aver trascorso oltre un anno nelle UK Chart, consacrandosi così come il più grande successo commerciale del gruppo.

È per tutti questi motivi che, a partire dal 1982, Avalon non sarà più solo l'isola che non c'è in cui - leggenda vuole - fu sepolto Re Artù, ma pure un capolavoro nel quale anche le note non suonate, ogni silenzio, ogni singola pausa, pesano almeno quanto ciò che arriva fino alle nostre orecchie. La quintessenza dell'eleganza più lasciva e romantica, che la copertina concepita dallo stesso Ferry, insieme a Peter Saville, contribuisce a celebrare e che raffigura la futura moglie del vocalist Lucy Helmore di spalle, bardata da un elmo medievale, con un falco sulla mano guantata, a scrutare una terra misteriosa persa all'orizzonte. La terra dell'ultimo struggente viaggio di Re Artù, e dei suoi cavalieri Roxy Music.

(16/09/2018)



  • Tracklist
  1. More Than This 
  2. The Space Between 
  3. Avalon 
  4. India 
  5. While My Heart Is Still Beating 
  6. The Main Thing 
  7. Take A Chance With Me 
  8. To Turn You On 
  9. True To Life 
  10. Tara


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