Roxy Music

For Your Pleasure

1973 (Island) | glam-rock

Copertina nera, sfondo notturno-metropolitano di una Los Angeles al neon. Una scultorea Amanda Lear, in plastiche movenze, tiene al guinzaglio una pantera. L'autista Ferry sullo sfondo la osserva divertito, appoggiato alla portiera di una Lincoln Continental. Interno album: i cinque istrioni del nuovo rock scintillante, da sinistra Eno, Manzanera, Ferry, MacKay e Thompson, eccentricamente agghindati, imbracciano ognuno una chitarra, assumendo tutte le pose che un Elvis Presley avrebbe fatto sue, se avesse suonato davanti a un pubblico di marziani. La ricetta artistica dei Roxy Music può riassumersi in questi pochi portrait: un minuzioso recupero degli episodi salienti del rock and roll, passati in rassegna dai loro primi vagiti degli anni 50, attraverso la scuola art-rock dei 60, flirtando con il coevo glam, e lanciati infine con sconcertante naturalezza verso il futuro. "For Your Pleasure" è il frutto di tutti questi elementi messi assieme, ingredienti così sapientemente miscelati che ne fanno un disco vivo e dinamico, pulsante a tal punto che anche oggi suona come straordinariamente attuale.

Facciamo un passo indietro: la parabola artistica dei Roxy Music ha il suo folgorante inizio nell'estate del 1972, con il singolo "Virginia Plain", che in tre minuti scarsi porta in avanti di cinque anni le lancette dell'orologio delle avanguardie rock, grazie al suo irresistibile cocktail di ricerca e di fruibilità, che saranno i tratti caratteristici di molti progetti new wave degli anni a venire. Impossibile non menzionare questo singolo, così come l'omonimo album di debutto, che ha ben poco da invidiare a "For Your Pleasure": laddove quest'ultimo è il risultato di un progetto organico e consapevole, "Roxy Music" è la deflagrante, disordinata esplosione di tutte quelle intuizioni che faranno entrare per sempre la band di Bryan Ferry nel gotha del Rock.

La saga del (semitragico) diletto inizia con "Do The Strand", trasecolante e sfrontata cavalcata di sinuosi vocalizzi elaborati su un ritmo all'ultimo respiro e su inaspettati break, nei quali si inseriscono gli interventi di sax di Andy MacKay, che timbra a fuoco questo brano dall'attitudine punk ante litteram: il risultato è tanto efficace, da far ascrivere la canzone fra i cavalli di battaglia di tutti i futuri concerti del gruppo.

La peculiarità dei primi Roxy Music risiede nell'imprevedibilità: canzoni che sembrano aver preso un sentiero ben delineato, ma che d'improvviso trasmutano in qualcos'altro. È il caso anche di "Beauty Queen", che da song dal passo melodico e nel contempo vagamente psichedelico, cede a una digressione boogie per poi rientrare con nonchalance nel tema originario. In "Strictly Confidential" l'autoreferenziale decadenza di Bryan Ferry raggiunge uno dei suoi massimi picchi, esprimendosi in un'implorazione che rimanda più a una recita teatrale che a un brano pop, ben sostenuta da un testo che raffigura l'eroe che immola alla morte la sua sofferenza, lasciandone traccia nell'ultimo, disperato scritto ("Before I die I'll write this letter/ Here are the secrets you must know"); il brano è un dolente crescendo che si disegna su un'unica base, inframmezzata da un inciso in falsetto e da brevi controcanti che ne affrancano un pathos reso ancor più intenso dal disperante stridore della chitarra di Phil Manzanera.
L'after-punk elettronico fa da padrone in "Editions Of You": le liriche, al solito permeate da un oscuro decadentismo ("Eccomi nuovamente qui a osservare una vecchia foto/ Aspettando di trarne la visione perfetta/ Nella speranza che qualcosa di speciale irrompa nella mia vita/ Un'altra bella versione di te"), stridono con una batteria che più che suonata pare essere violentata, e con un sax graffiante inserito a mo' di intro e di supporto alle spericolate escursioni dei synth di Eno (forse mai così rigogliosi), mentre Manzanera persegue dei loop in assolo che, tenuti sullo sfondo, sono persino staccati dal contesto. Ancora una volta l'attitudine festaiola dei Roxy Music e la straniata teatralità del loro vocalist vanno a incastrarsi in testi tormentati che s'arrestano sulla soglia dello psicodramma.

Soglia che viene inusitatamente varcata in "In Every Dream Home A Heartache", che è una preghiera in negativo tesa a scavare l'oscuro smarrimento di chi gioca una partita (persa) contro le proprie ossessioni. Il brano sfrutta appieno parecchi luoghi comuni dell'estetica glam, il fascino esercitato dal lusso sfrenato ("You float my new pool/ De luxe and delightful") e la perversa attitudine feticista ("Your skin is like vinyl/ The perfect companion") per condurci in una spirale nella quale l'angoscia presente nel titolo è, a conti fatti, il minore dei mali. La litania di Ferry, colma di tensione, si snoda monocorde per più di tre minuti, supportata da un tappeto di tastiere sostenuto appena da un sax minimale; l'accorgimento per raffigurare i propri turbamenti è la bambola gonfiabile che si trasforma nell'amante perfetta: silenziosa ma dalle forme sinuose, può essere amata senza timore in quanto creatura che prende letteralmente forma dallo stesso respiro del suo amante ("my breath is inside you"). La parabola della donna oggetto, portata qui agli estremi, disvela una misoginia indotta più dalla paura dei propri baratri che non da un'autentica ostilità nei confronti dell'altro sesso; e infatti, la preghiera si chiude con un dolente "I blew up your body/but you blew my mind" ("Ho fatto esplodere il tuo corpo - di plastica, ndr - ma tu hai fatto esplodere la mia mente"), prima di deflagrare in uno spiazzante assolo rock dove le rullate di batteria in flanger sospingono la chitarra nel liberatorio finale in vibrato di Ferry, che declama finalmente l'espressione della sua insana follia ("Oh, those heartaches/ Dreamhome heartaches").

Gli oltre nove minuti della danza grottesca di "The Bogus Man" sono quanto di più avanguardistico possa essere pensato nel pop nell'anno 1973: attraverso lo srotolarsi di questo tribalismo dell'assurdo, accompagnato da accidentali inserzioni ora di tape, ora di chitarra, ma soprattutto da un avulso sassofono che asseconda il basso squadrato e il falsetto allucinato della voce, appare di colpo concepibile un progetto fondamentale del rock a venire, che nel 1977 avrebbe preso le sembianze dei Talking Heads.
La melodica "Grey Lagoon" è la canzone più rassicurante dell'album, e recupera i mood e le repentine divagazioni di "If There Is Something" (presente nell'album di debutto) anticipando nel contempo il non meno fascinoso ma più accomodante impasto sonoro dei Roxy Music di "Stranded" e di "Country Life", quelli successivi alla dipartita di Eno.

La title track che chiude l'album sublima la dicotomia "realtà/finzione", vero leit motiv del disco: un piano in eco, sul felpato drumming di Thompson, si appropria dell'altrettanto echeggiante voce di Ferry che, in un caracollante rallentatore, osserva la sue pose decadenti mentre sfumano in un indolente e rassegnato misticismo; è qui che si attinge senza remore nella sacra religiosità celtica: "...you watch me walk away...", così il sipario si chiude, e il proscenio si svuota nell'estrema, infinita evocazione di Tara, la collina sacra dei Grandi Re d'Irlanda, la Terra del Graal e della spada di Excalibur, dell'armonia intesa come massima perfezione terrena e come ponte ideale verso l'Aldilà.

Teatralità, decadenza, impeto, pungente autoironia, centrifugazione di una musica figlia della moderna cultura mediatica: "For Your Pleasure", per nostro piacere, è pura Pop-Art.

(08/11/2006)

  • Tracklist
  1. Do The Strand
  2. Beauty Queen
  3. Strictly Confidential
  4. Editions Of You
  5. In Every Dream Home A Heartache
  6. Bogus Man
  7. Grey Lagoons
  8. For Your Pleasure




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