Roy Harper

Stormcock

1971 (Harvest) | songwriter

Roy Harper, per quanto riguarda cantautorato intellettuale e canto d'autore, è una delle anime in penombra del trapasso tra i 60 e i 70, e il suo habitat artistico è un "limbo" di contraddizioni stilistiche. Non abbastanza free come quello di Tim Buckley e troppo eterodosso per essere equiparato a quello di Leonard Cohen, il suo folk "progressivo" in ogni caso rientra pienamente tra le musiche che hanno contribuito a svecchiarne la memoria, per proiettarlo a una forma armonica superiore.

Nato in un quartiere povero di Manchester nel 1941, e introdotto alla musica assieme al fratello David (perlopiù per sfogare la sua condotta irrequieta), Harper prende dai maestri anzitutto l'enfasi del canto. Ad attrarlo è dapprima il Dylan torrenziale di metà 60, la modulazione sillabica e i complessi arrangiamenti che sostengono le sue invettive (sarà uno dei tanti innamorati di "Blonde On Blonde"). Ma la sua personalità risiede poi, e in misura crescente, in una galassia d'innodie e melismi dilatati, di tocchi atmosferici e riflessi impressionisti, preziosismi e riflessi acustici. Rispetto ai capolavori di uno dei suoi referenti più prossimi, Cat Stevens, Harper compie un procedimento quasi agli opposti: dove Stevens schematizza e riduce all'impalpabile, Harper espande e ricalca, quasi separando canto e accompagnamento in due piani comunicanti ma autonomi.
Non stupisce, perciò, che i suoi primi dischi siano composizioni amatoriali e fortemente poetiche, acerbi tentativi di dare una connotazione lirica e metafisica alla canzone folk, il suo primo campionario. Ma le radici del suo più alto risultato, "Stormcock", stanno piuttosto nel precedente, ispiratissimo, "Flat Baroque And Berserk", un disco che mette decisamente a nudo la sua anima da Dylan addolorato, da cantastorie oracolo, da Omero rurale, con litanie epiche come "I Hate The White Man" e "How Does It Feel?", acquarelli visionari come "Song Of The Ages", e un'allungata versione di "Tom Tidler's Ground".

Ma "Stormcock", di appena un anno dopo, è la testimonianza più diretta del suo genio, e forse il documento più veritiero (di quegli anni, ma anche per i decenni a venire) del folk progressivo inteso come libera unione di sequenze armoniche in luogo di suite alla maniera della musica barocca, parabole laiche, intrecci sempre più complessi di parole e corde di chitarra acustica. Dove "Flat Baroque" era diario di vita, "Stormcock" è flusso di coscienza senza costrizioni. Non c'è nessuna dispersione: solo quattro brani, in luogo di quattro pannelli narrativi e pittorici, con una perfetta mistura di elaborazione, cantabilità e orchestrazione.
Accordi sfavillanti d'acustica scolpiscono la ballata sovrumana d'apertura, "Hors d'Oeuvres". La sua lunghissima, estenuante strofa si accoppia a un refrain che ha qualità sciamaniche. Lungo tutto il brano appare chiara la natura della sua musica, un emblema che qui si approfondisce fino a diventare illusione tra riferimenti ai classici e personalità votata all'evanescenza. Come se le esternazioni enfatiche di Bob Dylan divenissero omelia celestiale, come se i voli vocali di Tim Buckley apparissero simboli da decrittare, come se i dosati tocchi di Leonard Cohen prendessero il tappeto volante verso vallate superbe. E tutti e tre si radunassero in un unico, personalissimo, atto confessionale.
In "The Same Old Rock" il ritmo armonico, i riferimenti, gli universi, semplicemente si moltiplicano. È la canzone-affresco che descrive lo spettro più ampio ed elegante (e più free-form), e quella nella quale aumenta il contrasto tra le dilatazioni canore e la trama descritta dall’acustica. Lo splendido inciso alla Leo Kottke che apre il brano sfuma in fattezze da cantata allegra, quindi lascia il posto al silenzio. Il momento gregoriano-monastico che ne segue prelude a una trasfigurazione hare-krishna, con voci riverberate proiettate verso l'Empireo; il riverbero si trasferisce quindi agli accordi, negli ultimi minuti di sola chitarra contesa tra effetti luminescenti e taranta macabra.

"One Man Rock And Roll Band" è un recitativo raga-folk per voce da muezzin; è il brano più corto, ma che non manca di svelare - anche in questo caso - un baratro di echi e sdoppiamenti trascendentali, la "dead-end" dell'agonia che si trascina per tutta la sua durata.
Si tratta in ogni caso dell'umile introduzione all'epica "Me And My Woman", la sua composizione capitale, una monumentale romanza nella quale gli snodi di arrangiamento si fanno ancor più complessi. Attaccano un arpeggio ramingo e un canto appeso. Entrambi collassano in un brevissimo corale-miraggio sinfonico; la cantata riemerge con più grazia, ma pure con punte di j’accuse. Il motto che ne deriva, affiancato al corale sinfonico, lo rende un'iscrizione maestosa.
La seconda parte cambia armonia e cadenza, diventando lamentazione gaelica che si affida a un oboe solo per tramutare in sballo acido (una resa colta e neo-classica di "Forever Changes"). La terza parte è introdotta da un dialogo sempre più severo tra chitarra e orchestra; il canto si alza e tutto accelera, diventando puro fatto ritmico-verbale, regredendo la cantillazione a qualcosa al contempo primitivo e universale. Indi la piéce ritorna finalmente all'intonazione iniziale, per una reprise passionale del tempo primo che conduce alla mite chiusa.

Classico epocale ma senza tempo di mirabile accortezza, ritmo e tensione in giusto concerto, poesia e stupore, conoscenza e memoria. Farà innamorare chitarristi e cantanti innamorati d'infinito, e di alterità. Tra questi ci sarà un timido Jimmy Page, che incorporerà l'autore nei solchi dei suoi Led Zeppelin, co-parteciperà ai suoi live, e infine presenzierà alla lavorazione del disco (sotto lo pseudonimo di Flavius Mercurius) per "The Same Old Rock", in qualche modo tributata per la sua "Stairway To Heaven". È la "brace di trasformazione" dei cultori del folk. Lo sguardo al futuro proiettato arriva fino ai giorni nostri, con il recupero di un qualche modus operandi classico-operistico-corale del fare folk (primo tra tutti il grande flusso di strumenti e voce dell'"Ys" di Joanna Newsom), facendo il paio con "Astral Weeks". La sua grandezza però non sta tanto nella storiografica seminalità, ma nella costante, segreta bellezza degli snodi vitali, nella lucente urgenza dell'anima, come in un testamento di splendore fiducioso, un ricettacolo di grazia.

(07/02/2011)

  • Tracklist
  1. Hors d'Oeuvres
  2. The Same Old Rock
  3. One Man Rock And Roll Band
  4. Me And My Woman
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