Slint

Spiderland

1991 (Touch & Go) | post-rock

Autori glaciali di uno dei più efferati "omicidi" nella storia del rock, i quattro Slint ne seppelliscono i resti ovvi e modaioli, riesumando epocali scomposizioni sonore. Una rapida, fulminante e trasfigurante precipitazione di devianza ha infradiciato quel che restava del punk, dell'hardcore, del credo evocativo, della spettralità, della canzone d'amore. Una carriera breve ma produttiva e realmente significativa, un lancio riuscito di nuove predicazioni.

Al "principio" è stato affibbiato il nome "Tweez", annata 1989, e si tratta dell'acerbo manifesto della devastazione progressiva, l'iniziale, mitico trillo che porterà al più consapevole smarrimento di generi dei successivi "Slint" (Ep) e "Spiderland". Smarrimento che, lieve, elargisce nobili sfumature all'irruenza, accende una tensione infinita su scampoli di accordi e battiti, confonde il presente con l'assente.

"Spiderland", in particolare, rappresenta un divenire che nasce, cresce e si dilegua nel tepore di un ascolto distratto ma intenso; è la stesura di un ineffabile senso d'attesa e di un atteggiamento cubista di interpretazione dell'arte; è la caduta planare del surrealismo di Golconda, una sfuriata di ossessioni, una frenetica provocazione. Inerte innanzi a una tale miscellanea di radicalizzazioni, l'ascoltatore scende all'autocompiacimento, quasi a stigmatizzare le altrui carenze di profusioni polivalenti. La mente si svuota e si riempie senza regole, lo spaesamento diventa poesia folgorante e il clamore cresce miracolosamente libero da imposizioni.

Disarmante è già la partenza di "Breadcrumb Trail", con un arpeggio di chitarra giocato anche su pizzicate di armonici, una voce recitante e un astratto controtempo: viene ridotto in brandelli il comune sistema d'incisione del periodo, è smaterializzato il delirio anarchico dei padri putativi Squirrel Bait e si paventano successive esplosioni di rumorismi e dolcezze. Gli stessi rumorismi di "Nosferatu Man", composizione apparentemente sconclusionata, con un incedere petulante di un riff, interrotto da suoni frastornati e impazziti: il tutto, preambolo alle cadenze di sincopata distorsione dei frangenti seguenti. Le stesse dolcezze, ora tenebrose e noir di "Don Aman", ora epiche e collinari di "Washer". L'una vista come un'eterna litania, un bozzetto che blandisce gli opprimenti accompagnamenti o un mistero non svelato sulle corrosioni di tre nauseanti ed esoterici accordi. L'altra, pacatamente incendiaria come una gemma di romanticismo nero. "Washer", infatti, è un ardito sproloquio che dipinge un amore catartico o è acqua che scorre, sospesa tra il silenzio e il canto. È finanche il capolavoro di Britt Walford, un batterista colossale dalla straordinaria capacità di tessitura. Il tappeto residuale è di una spaventosa tenerezza, incredibile e inaspettata, che erge lo stupore a psicodramma. Lascia sempre un senso d'incompiuto, dopo qualsiasi fraseggio strumentale, che ingigantisce la curiosità per quello che, presumibilmente, avverrà di lì a poco. "Washer" sa avvolgere le esalazioni indefinite dei pensieri, sa placare i bruciori dell'edonismo e sa capovolgere l'attimo qualunque. Alla stregua di un ultra-moderno Cantico delle Creature, disegna un commosso sfondo a un'ipotetica resurrezione e regala un respiro memorabile all'inquinamento sentimentale.

Con "For Dinner" e "Good Morning Captain", il disco continua a pisciare sangue, a cavalcare su decenni di insegnamenti che ci sono ma non si vedono e a saturare di fascinosa provvisorietà il filo conduttore.

(09/11/2006)

  • Tracklist
  1. Breadcrumb Trail
  2. Nosferatu Man
  3. Don, Aman
  4. Washer
  5. For Dinner...
  6. Good Morning, Captain
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