Autori glaciali di uno dei più efferati
"omicidi" nella storia del rock, i quattro Slint ne seppelliscono i resti ovvi e
modaioli, riesumando epocali scomposizioni sonore. Una rapida, fulminante e
trasfigurante precipitazione di devianza ha infradiciato quel che restava del
punk, dell'hardcore, del credo evocativo, della spettralità, della canzone
d'amore. Una carriera breve ma produttiva e realmente significativa, un lancio
riuscito di nuove predicazioni.
Al "principio" è stato affibbiato il nome "Tweez", annata 1989,
e si tratta dell'acerbo manifesto della devastazione progressiva, l'iniziale,
mitico trillo che porterà al più consapevole smarrimento di generi dei
successivi "Slint" Ep e "Spiderland". Smarrimento che, lieve, elargisce nobili
sfumature all'irruenza, accende una tensione infinita su scampoli di accordi e
battiti, confonde il presente con l'assente.
"Spiderland", in particolare, rappresenta un divenire che nasce,
cresce e si dilegua nel tepore di un ascolto distratto ma intenso; è la stesura
di un ineffabile senso d'attesa e di un atteggiamento cubista di interpretazione
dell'arte; è la caduta planare del surrealismo di Golconda, una sfuriata di
ossessioni, una frenetica provocazione. Inerte innanzi a una tale miscellanea di
radicalizzazioni, l'ascoltatore scende all'autocompiacimento, quasi a
stigmatizzare le altrui carenze di profusioni polivalenti. La mente si svuota e
si riempie senza regole, lo spaesamento diventa poesia folgorante e il clamore
cresce miracolosamente libero da imposizioni.
Disarmante è già la partenza di "Breadcrumb Trail", con un
arpeggio di chitarra giocato anche su pizzicate di armonici, una voce recitante
e un astratto controtempo: viene ridotto in brandelli il comune sistema
d'incisione del periodo, è smaterializzato il delirio anarchico dei padri
putativi Squirrel Bait e si
paventano successive esplosioni di rumorismi e dolcezze. Gli stessi rumorismi di
"Nosferatu Man", composizione apparentemente sconclusionata, con un incedere
petulante di un riff, interrotto da suoni frastornati e impazziti: il tutto,
preambolo alle cadenze di sincopata distorsione dei frangenti seguenti. Le
stesse dolcezze, ora tenebrose e noir di "Don Aman", ora epiche e collinari di
"Washer". L'una vista come un'eterna litania, un bozzetto che blandisce gli
opprimenti accompagnamenti o un mistero non svelato sulle corrosioni di tre
nauseanti ed esoterici accordi. L'altra, pacatamente incendiaria come una gemma
di romanticismo nero. "Washer", infatti, è un ardito sproloquio che dipinge un
amore catartico o è acqua che scorre, sospesa tra il silenzio e il canto. E'
finanche il capolavoro di Britt Walford, un batterista colossale dalla
straordinaria capacità di tessitura. Il tappeto residuale è di una spaventosa
tenerezza, incredibile e inaspettata, che erge lo stupore a psicodramma. Lascia
sempre un senso d'incompiuto, dopo qualsiasi fraseggio strumentale, che
ingigantisce la curiosità per quello che, presumibilmente, avverrà di lì a poco.
"Washer" sa avvolgere le esalazioni indefinite dei pensieri, sa placare i
bruciori dell'edonismo e sa capovolgere l'attimo qualunque. Alla stregua di un
ultra-moderno Cantico delle Creature, disegna un commosso sfondo a un'ipotetica
resurrezione e regala un respiro memorabile all'inquinamento sentimentale.
Con "For Dinner" e "Good Morning Captain", il disco continua a
pisciare sangue, a cavalcare su decenni di insegnamenti che ci sono ma non si
vedono e a saturare di fascinosa provvisorietà il filo conduttore.
