Jon Spencer Blues Explosion

Orange

1994 (Matador) | blues-rock

Uno dei motivi ricorrenti nella musica dei primi anni Novanta è la ricerca di un sincretismo dal retrogusto vagamente vintage. Il grunge, il trip-hop, gli esperimenti di Primus, Stereolab, Royal Trux, Beck (tanto per citare a caso), si manifestano al mondo evidenziando un nuovo modo di intendere la ricerca musicale: attingere al passato e rimescolare le carte.
Le band di Seattle sbandieravano un sound che miscelava la sporcizia del punk con la pesantezza dell'hard-rock, i Massive Attack attingevano al soul e all'hip-hop, i Primus sintetizzavano un sound memore degli esperimenti di Frank Zappa alla luce di una sensibilità più vicina al noise-rock, e così via.
In questo nostalgico melting pot si colloca anche la Blues Explosion, fondata da Jon Spencer subito dopo la fine dei Pussy Galore. Il trio, completato da Judah Bauer (chitarra) e Russel Simins (batteria), metterà a punto un suono fatto di putrido punk-blues, reminiscenze funky-soul e aperture elettroniche figlie dell'hip-hop old school.

Nel 1994 i tre danno alle stampe "Orange", loro capolavoro e disco tra i più memorabili del decennio.
A differenza delle altre band del periodo, la Blues Explosion non conosce mezze misure, non tenta di smussare le spigolosità e di avvicinare mondi sonori così distanti, ma spinge alle estreme conseguenze ogni elemento con una logica non distante (in linea di principio) da quella perseguita qualche anno prima dai Naked City di John Zorn. Su un corpo sonoro fatto di scheletrici riff blues e ruvide distorsioni, i tre innestano stranianti tappeti elettronici fatti di synth analogici, stridenti dissonanze ai limiti dell'industrial e trascinanti ritmi funky.

La partenza è memorabile, "Bellbottoms", dopo un incipit raffinato e selvaggio al contempo, scodella un groove soul con tanto di hammond a sorreggere le scorribande sonore della coppia Spencer/Bauer. In un continuo alternarsi di urla belluine e movenze black prende forma uno strano ibrido tra James Brown e i Cramps più depravati. Sulla stessa scia prosegue "Ditch", che estende lo spettro sonoro della band virando verso un funk quadrato, evidentemente ispirato all'hip-hop, sul quale la voce sciamanica di Spencer riesuma lo spirito primitivo e drammatico del blues. Il brano termina con un sax maltrattato alla maniera dei peggiori Contorsions, evocando scenari non distanti da certa no wave.
Ma è la title track a svelare i propositi della band: verniciare il blues di un colore inedito. Lo Spencer maestro di cerimonia declama "I see Orange, I got the blues, can I scream?!", le chitarre si intrecciano e si scontrano (a tratti sembra di ascoltare dei Sonic Youth ancor più spartani) il tutto trascinato da un ritmo incalzante e timide intrusioni di synth.

Anche i numeri più maestosi non tardano ad arrivare, a partire dalla primitiva "Sweat", in cui il sound raggiunge momenti di puro caos primordiale. Si prosegue con la orgiastica "Blues X Man", vertice assoluto del disco, un baccanale rumorista che deflagra in un finale vorticoso, e con la travolgente "Flavor", che vede ospite Beck, un country-funk sensazionale in cui convivono l'hip-hop dei Public Enemy e il rumore bianco del garage.
"Greyhound" chiude il l'album tra synth funkadelici e squarci chiarristici al vetriolo.
Ma ogni singolo brano del disco è un piccolo capolavoro di sintesi. "Dang" è un furioso punk-blues deturpato da un'armonica dissonante e un theremin che rimanda all'irrequietezza dei Pere Ubu, mentre "Full Grown" suona come un James Brown futurista.

La grandezza della band sta proprio nella sua capacità (evidentemente non comune) di accostare brandelli sonori provenienti dai contesti più disparati creando un insieme comunque omogeneo e coerente. Non un sound che si avvicina a questo o quel genere, ma un maelstrom in cui convivono l'essenza della musica roots e visionari scenari ai limiti dell'avanguardia.
Su tutto svetta una performance vocale assolutamente fuori dal comune, capace di essere sempre incisiva, ironica ma snervante e ossessiva nel suo fragoroso ripetersi.
"Orange" è un disco dal suono assolutamente e inequivocabilmente blues, un disco fatto di musica vecchia, ma al contempo uno degli esperimenti più evoluti che il rock ha saputo realizzare nello scorso decennio. Ovviamente, come molti capolavori non ha avuto un seguito all'altezza, i numeri della Blues Explosion dal successivo "Now I Got Worry" hanno evidenziato un netto calo delle capacità di scrittura e sintesi, né tantomeno ci sono stati musicisti in grado di raccoglierne l'eredità. Su altri versanti, semmai, gente come Us Maple e Old Time Relijun ha saputo dare nuova forma alle istanze del blues, ma quella è tutta un'altra vicenda.

(07/12/2008)

  • Tracklist
  1. Bellbottoms
  2. Ditch
  3. Dang
  4. Very Rare
  5. Sweat
  6. Cowboy
  7. Orange
  8. Brenda
  9. Dissect
  10. Blues X Man
  11. Full Grown
  12. Flavor
  13. Greyhound
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