Steeleye Span

Below The Salt

1972 (Chrysalis) | british folk rock, celtic folk

Ancora prima della pubblicazione di “Liege & Lief”, pietra miliare dei Fairport Convention, il bassista Ashley Hutchings aveva lasciato la band, in quanto non percepiva nel resto della formazione lo stesso entusiasmo per i brani tradizionali, che l’aveva spinto a rovistare negli archivi della Cecil Sharp House, alla loro riscoperta. L’intuizione di Hutchings non era errata: già nel successivo “Full House”, i Fairport avrebbero dato spazio a diversi brani originali, e arrivati al pur bellissimo “‘Babbacombe’ Lee”, di tradizione ne rimaneva relativamente poca. 
Deciso a esplorare l’archeologia musicale delle isole britanniche, Hutchings fonda così gli Steeleye Span, appoggiato dal duo folk composto dalla cantante Maddy Prior e dal chitarrista Tim Hart, conosciuti durante un festival. Il nome della band è tratto dal protagonista di “Horkstow Grange”, ballata ottocentesca proveniente dal Lincolnshire. 

La formazione è purtroppo instabile, come accadeva a molte band nel giro del folk britannico, Fairport in primis, dedite a interscambiarsi i membri. Una condizione endemica dovuta a una combinazione di fattori: dall’isolazionismo della scena alla mancanza di membri particolarmente importanti (il lavoro era collegiale e in pochi avevano desiderio di affermarsi come autori), dal successo instabile (si poteva passare dalla top 10 nazionale al vendere poche centinaia di copie nel giro di pochi mesi) alle fitte esibizioni dal vivo, talvolta rese più difficili dal fatto che alcuni membri continuavano a esibirsi in proprio in piccoli locali, per rimanere legati alle proprie radici.
Per un motivo o per l’altro, Hutchings lascia anche gli Steeleye Span subito dopo il loro terzo album, “Ten Man Mop…” (1971). La band non fatica ovviamente a sostituirlo, e anzi proprio a questo punto nasce la squadra che dà vita a quello che rimane probabilmente il loro miglior disco.

Per gli Steeleye Span è come un secondo inizio. Si accordano con un nuovo manager, Jo Lustig, che pochi anni prima ha lanciato i Pentangle, e rimediano un contratto per la Chrysalis, che li avrebbe portati a esibirsi insieme ai Jethro Tull. Al momento di entrare in studio, nel maggio del 1972, nelle fila si trovano i cofondatori Prior e Hart, col polistrumentista Peter Knight e due ingressi freschi di giornata quali Bob Johnson (chitarra) e Rick Kemp (basso).
Tutti e nove i brani nella scaletta di “Below The Salt” sono tradizionali, selezionati da Prior e Hart, eccetto “Gaudete” e “King Henry”, suggeriti da Johnson. La produzione è curata dalla band stessa, che pochi mesi prima ha cassato Sandy Roberton, a causa forse degli scarsi risultati commerciali.

In apertura è posta “Spotted Cow”, proveniente dal Norfolk e trascritta per la prima volta nel 1820, ma resa popolare presso i ricercatori dal contadino Harry Cox, intorno agli anni Cinquanta. Le voci di Prior e Hart si alternano in duetto, su un testo a sfondo sessuale e un po’ farsesco, mentre l’arrangiamento prevede mandolino, basso bofonchiante, una spigolosa chitarra elettrica (che si muove su territori simili a quelli di Richard Thompson), sonagli, e sporadiche distorsioni ottenute tramite l’effetto fuzz, che avrebbero distinto alcuni dei momenti più celebri nel repertorio della band (su tutti, “Alison Gross”, dal successivo “Parcel Of Rogues”, 1973). Pur essendo quasi interamente elettrico, il brano mantiene un’atmosfera ancestrale e autentica, dovuta forse anche alla mancanza della batteria (la band sarebbe tornata a usarla solo un anno dopo). Il critico George Starostin suggerisce scherzosamente che se nel 1820 avessero avuto a disposizione le amplificazioni elettriche, l’avrebbero eseguito proprio così.
“Rosebud In June” è cantata a cappella da tutti i membri della band all’unisono, con splendide armonie dal sapore pagano e la voce cristallina di Prior a spiccare sulle altre. Si tratta di un canto del Sussex risaltente almeno al 1715, primo anno di cui se ne ha traccia, e racconta una festa contadina.  
“Sheep-Crook And Black Dog”, altra ballata settecentesca, racconta la storia di una donna che tradisce l’uomo a cui si era promessa, un pastore di umili origini. La struttura è curiosa, con l’apertura e il finale apparentemente slegati dalla parte centrale, nella quale sfumano tramite giochi di volume. Il resto lo fanno la voce di Prior, il violino amplificato di Knight e le distorsioni di chitarra (mantenute basse nel mixaggio, ma sufficienti a dare colore).
Il primo lato del vinile è chiuso dal tradizionale scozzese “The Royal Forester”, la cui prima forma rinvenuta è collocabile addirittura nel tredicesimo secolo. Il testo è un esempio del peso del sesso nella mobilità sociale dei tempi antichi, con la contadina che seduce un nobile e poi lo convince a sposarla. La rilettura è geniale, con un basso pulsante in evidenza, su un letto di chitarre elettriche distorte e dulcimer elettrificato. La melodia vocale è in sostanza l’adattamento di una giga (danza di veloce andamento), esaltata dagli intrecci vocali fra Prior, in primo piano, e i compagni, sullo sfondo. L’atmosfera è meno scherzosa che in apparenza, come dimostra il deforme ostinato di violino, tanto effettato da sembrare uno strumento elettronico.

“King Henry”, risalente al tardo Settecento, è il primo brano della band tratto dal catalogo dello studioso Francis James Child. Dura sette minuti e vanta una struttura multiforme, con momenti a cappella, parti danzanti, jam strumentali e improvvisi cambi di velocità. La varietà del sound è impressionante: si vaga fra violini tzigani da “Danza macabra”, armonici di chitarra ripetuti ad oltranza come un drone, cavalcate di basso, e assoli di chitarra che partono dal raga indiano e sfiorano l’hard rock. Cantata da Prior e Johnson in duetto, è un gioiello di folk rock con musicalità celtica e atmosfera gotica, con continui giochi di armonia. La storia narra di un re che viene assalito da uno spettro dall’aspetto ripugnante, con sembianze di donna. Spaventato, soddisfa la sua richiesta di cibo e dorme al suo fianco. Al mattino, si ritrova vicino una ragazza dalle sembianze angeliche. 
Il brano più noto della scaletta, “Gaudete”, è un canto natalizio in latino, pubblicato nel 1582 dal frate finlandese Jacobus Finno. Cantato a cappella da tutti i membri della band, con Prior nella solita posizione d’onore, trovò fortuna come 45 giri un anno dopo la pubblicazione dell’album, stazionando per un mese nella top 20 britannica. Non bastò purtroppo a risollevare le sorti di “Below The Salt”, che non era andato affatto bene, ma che è tuttavia rimasto l’album più celebrato della band nel corso del tempo, pareggiato soltanto da “Hark! The Village Wait”. La band si sarebbe comunque tolta diverse soddisfazioni commerciali con l’avvicinarsi alla metà degli anni Settanta, fino al picco toccato nel 1975 con “All Around My Hat”.

In chiusura, una riflessione di carattere filologico. Viene da interrogarsi, infatti, su quanto la musica degli Steeleye Span possa appartenere al campo del folk celtico. Nei trattati sulla band difficilmente il termine compare, mentre si parla quasi sempre di “folk inglese”, “folk scozzese” e via dicendo, riguardo alla provenienza dei loro brani, o di “folk rock britannico”, riguardo alle loro sonorità.  
Eppure gli Steeleye Span rientrano spesso e volentieri nella tradizione celtica: i loro arrangiamenti non hanno paralleli, ma pur con tutte le innovazioni del caso, mantengono la volontà di restare in quel solco. Se questo elemento viene spesso marginalizzato in fase di analisi, è forse perché si teme di far rientrare gli Steeleye Span, e tutte le band nei dintorni, nella filosofia del panceltismo, ovvero nell'idea che esista un legame culturale e identitario tra le diverse terre con tradizioni celtiche (Gran Bretagna, Irlanda, Bretagna, Galizia). Un’idea non necessariamente abbracciata da chiunque suoni quel materiale.
Rimane però il fatto che il folk tradizionale inglese sia celtico fin dalla struttura, a partire dalla costruzione delle melodie, con quei salti ampi e le scale prevalentemente modali, spesso a base di pentatonica (che non a caso sarà l’ossatura del blues, nato in terra di immigrati britannici). 
In secondo luogo, potrebbe esserci la tendenza a etichettare d’istinto come “celtica” la musica che calca sull'eredità delle danze, prevalentemente strumentali, e a puntare invece sulla provenienza geografica, dal carattere identitario più vago, qualora si tratti di musica vocale (ballate, canzoni, e via dicendo). Tutto ciò pur avendo a che fare con brani appartenenti allo stesso panorama e che sul piano armonico risultano sovrapponibili.

Per tutti questi motivi, “Below The Salt” è non solo uno dei capolavori del folk rock britannico, ma anche del folk celtico, che ha contribuito a svecchiare, pur rispettandone profondamente le origini e i secoli di sovrastrutture culturali che gli si sono accumulati addosso. A partire dal titolo, tratto da un’espressione medioevale che veniva utilizzata come indicatore sociale: si usava infatti porre una saliera (simbolo di agiatezza) al centro del tavolo, per separare i nobili (“above the salt”) dalle classi meno abbienti (“below the salt”). 

(24/03/2019)

  • Tracklist
  1. Spotted Cow
  2. Rosebud In June
  3. Jigs (The Bride's Favourite / Tansey's Fancy)
  4. Sheep-Crook And Black Dog
  5. Royal Forester
  6. King Henry
  7. Gaudete
  8. John Barleycorn
  9. Saucy Sailor


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