Steve Reich

Music For 18 Musicians

1978 (ECM) | contemporanea

Si può collocare con una certa precisione il momento in cui un termine già alquanto osteggiato - "minimalismo" - si è improvvisamente liberato dai rigidi presupposti che lo alimentarono in prima istanza, giungendo a un punto di svolta davvero epocale. Per alcuni dei più importanti compositori viventi, americani e non, il momento della maturità è giunto con sorprendente sincronia nel 1976: come rimarca Paul Hillier [1], in quell'anno giungeva a compimento non soltanto il capolavoro assoluto di Steve Reich, "Music For 18 Musicians", ma anche la monumentale opera musical-teatrale di Philip Glass e Robert Wilson, "Einstein On The Beach"; in Europa, Louis Andriessen ultimava "De Staat", liberamente tratto dalla "Repubblica" di Platone, l'estone Arvo Pärt metteva la firma sul suo primo brano nello stile tintinnabuli ("Für Alina", per piano solo) e il polacco Henryk Gόrecki consegnava al mondo la sua struggente Terza Sinfonia, futuro bestseller nell'incisione live edita da Nonesuch.

Se autori e opere tanto diversi, per carattere e provenienza geografica, sono stati riuniti in maniera sommaria sotto lo stesso macro-genere, ciò lo si deve unicamente alla comune volontà di ritornare a forme compositive più essenziali, "disilluse" rispetto alle avanguardie europee originate dalla seconda Scuola Viennese e sfociate nei corsi estivi di Darmstadt (il cosiddetto post-webernismo). È dunque nell'Europa periferica e, soprattutto, oltreoceano che si immagina un modo diverso di concepire tanto la forma cameristica quanto quella orchestrale, ormai distante dai canoni romantici e ancor più dalle roboanti reinvenzioni moderne e contemporanee - da Edgard Varèse a Krzysztof Penderecki.

Curioso che la coniazione del termine, almeno in questo ambito, si debba a uno dei compositori che ancora oggi ne porta il vessillo: nei suoi primi articoli, testi critici e interviste ai protagonisti suoi coevi, Michael Nyman parla di minimalismo ma anche, più propriamente, di "new tonality", a riconferma del cambio di direzione rispetto alle propaggini originate dal linguaggio dodecafonico. Negli Stati Uniti, poi, la critica si appigliò alla coeva corrente pittorica e scultorea per creare un legame diretto con la nuova generazione di compositori.
Ma il termine trovava giustificazione, quantomeno in principio, anche nell'utilizzo assai limitato di strumentazione: i primi fondamentali brani di Philip Glass furono scritti per sola tastiera o per violino, mentre la causa scatenante dell'estetica musicale di Steve Reich fu la rivelazione delle mutevoli intersezioni generate dal dialogo tra tape loop sfasati; brani come "It's Gonna Rain" e "Come Out" non soltanto espongono la matrice della sua intera estetica musicale ma anche come, in molti casi, il contenuto preceda l'idea d'insieme e la forma di una sua opera.

Steve Reich non sopporta che lo si consideri un artista concettuale: la sua attenzione, ha affermato, è sempre stata rivolta alla musica come espressione culturale ancor prima che come "tavolozza" in cui ricercare i propri tratti peculiari. Dalla passione giovanile per il jazz modale di John Coltrane, negli anni 60 e 70 Reich si è dedicato con crescente interesse allo studio delle musiche percussive ghanesi e balinesi: ciò non in virtù di una vacua fascinazione per l'esotico, ma per il carattere di impersonalità di un ritualismo entro il quale "i partecipanti accettano una situazione data e aggiungono il loro contributo individuale nei dettagli della sua elaborazione".
La sua musica - così come le ascendenze indiane sui comprimari La Monte Young e Terry Riley - è avversa a qualunque intento "museale" volto a presentare una cultura lontana fuori dal suo contesto, laddove Reich auspica invece uno studio che ispiri "un'influenza naturale e organica" nei compositori occidentali. [2] In questa direzione procede la sua ricerca da "Drumming" (1970-71) in poi, nel tentativo di assorbire la drammaturgia sonora dei riti tribali e irrigidirne gli elementi fondanti, cristallizzarli in una macchina perfettamente calibrata in termini di shift ritmici e melodici: processo che giunge al suo apice, dopo due anni di gestazione, con l'ensemble misto di "Music For 18 Musicians", edito su disco nel 1978 da un'allora pionieristica ECM.

Facente seguito a brani per formazioni di strumenti tutti uguali, dai titoli parimenti autoesplicativi (lo precedono tra gli altri "Four Organs", "Six Pianos" e "Clapping Music", prodigioso esempio di riduzione musicale ai minimi termini), la particolarità della formazione non può che essere il risultato di vari esperimenti che hanno condotto a un progressivo aumento dell'organico, sino al raggiungimento di un nucleo sonoro di evidente imponenza. Lo stesso stage plan previsto per l'esecuzione dal vivo potrebbe essere scambiato per un'elaborata installazione sonora, con le code dei pianoforti combacianti e le marimbe disposte due a due.
Un sistema fortemente strutturato ma del tutto autonomo, che non si avvale di un direttore in senso classico bensì fa riferimento ai segnali inviati dal vibrafono e dal clarinetto basso al limitare di ciascuna delle undici sezioni, segnalando l'imminente passaggio a quella successiva. Esse scaturiscono da altrettanti accordi esposti nel tema iniziale, il cui fulcro è proprio quel pulse che dà l'avvio all'opera e la accompagna sino alla speculare conclusione - un'ora tonda la durata della successiva edizione in cd, che a differenza del formato Lp ne conserva l'originario flusso ininterrotto.

Un principio che, almeno in partenza, accomunava i processi additivi di Glass e il phasing di Reich era il costante auto-alimentarsi della materia musicale per mezzo di essi, come una spinta inarrestabile capace di creare pattern infinitamente mutevoli. In virtù di questo molte opere afferite allo stile minimalista seguono una struttura circolare, e così nel magnum opus di Reich, dove lo spostamento di accento alimenta le linee melodiche e fornisce un motore naturale per lo sviluppo dell'opera nel suo insieme, rendendola di fatto una concatenazione di sequenze "gemelle".
Nel tema iniziale archi, fiati, percussioni e voci seguono a passo sincopato le note pulsanti, dove ciascun accordo corrisponde a un'inspirazione ed espirazione del clarinetto, sino all'esposizione degli undici accordi principali che in seguito verranno sviluppati nelle relative sezioni, per circa cinque minuti ciascuno. Come spiega il compositore nelle note di copertina, questi accordi svolgono lo stesso ruolo della nota principale nel cantus firmus del XII secolo, imperniato su un unico centro armonico attorno al quale sarebbe germogliata la polifonia corale.
Ma quella che da vicino può comprensibilmente apparire come un'impalcatura rigorosa, in una prospettiva più ampia si rivela essere, in effetti, un "polmone" che nell'esatto esercizio della sua funzione trova una propria armoniosa, liberatoria spontaneità.
"Music For 18 Musicians" fu consciamente composto con un sentimento di auto-liberazione da rigide strutture. Dovevo avere una forte organizzazione formale perché sento in quel modo, ma una volta stabiliti quegli undici accordi al principio, ogni sezione era in qualche modo un'invenzione. Entro alcune sezioni troverai rigide costruzioni che operano in rigidi rapporti canonici, e poi verranno armonizzate, assolutamente per una questione di gusto senza ulteriori giustificazioni. Tuttavia, le undici diverse sezioni si relazionano l'una all'altra come membri di una famiglia: certe caratteristiche saranno condivise, altre saranno uniche. [3]

Il meccanismo "vivente" sfugge, insomma, tanto alla freddezza matematica dell'atonalismo europeo quanto all'azzardo dell'alea cageana, e allo stesso modo non lascia spazio a momenti di improvvisazione: "Una volta che il processo è messo a punto e caricato, avanza da sé... Il tratto distintivo dei processi musicali è che determinano simultaneamente tutti i dettagli nota per nota e la forma complessiva". [4] Almeno in prima istanza, dunque, la musica di Reich è sempre il frutto di un gran numero di scelte, entro cui l'unico elemento di indeterminazione concesso è quello relativo agli effetti psicoacustici dei pattern in sovrapposizione, tali da attirare l'attenzione su fraseggi e dettagli diversi all'orecchio di ciascun ascoltatore; un tratto che può affiorare già nella sola intersezione tra due linee ritmiche/melodiche distinte, e che in un ensemble così imponente amplifica ulteriormente la risonanza del complesso organismo musicale.

Così, una volta gettate le basi con le prime opere-manifesto, l'autore newyorkese giunge con estrema lucidità e risolutezza al suo apice compositivo: un monumento al potere della musica, anzi delle musiche, come materia viva e significante di per se stessa; una danza egocentrica che riconcilia mondo "nuovo" e "antico" in un orizzonte universale che non conosce distanze culturali.
Come giustamente sottolinea Alex Ross [5], Reich non è mai stato estraneo a schieramenti e prese di posizione nel dibattito politico e sociale: la sua opera ha da subito fatto i conti con la questione razziale negli Stati Uniti, poi con la memoria dell'Olocausto (le testimonianze dei superstiti in "Different Trains"), con il conflitto tra Israele e Palestina e, infine, con l'insanabile ferita dell'attacco terroristico alle Twin Towers ("WTC 9/11"). Ma pur non avendo, logicamente, l'accentuata qualità espressiva della musica programmatica, nella frenesia creativa del proprio contesto culturale "Music For 18 Musicians" segna l'indiretta conquista del sentimento, o meglio di quel battito primordiale che non si avvertiva nell'impeto e nell'esattezza formale che caratterizzavano le opere fondanti del minimalismo americano.

Note:
[1] Steve Reich. Writings on Music 1965-2000 (Edited with an introduction by Paul Hillier), OUP USA, 2004
[2] Steve Reich: an interview with Michael Nyman, Musical Times, 112, marzo 1971, pp. 229-31
[3] Michael Nyman, Steve Reich: Interview, Studio International, 192, novembre/dicembre 1976, pp. 300-07
[4] Steve Reich, Music as a Gradual Process, 1968, in "Writings on Music", pp. 34-6
[5] Alex Ross, Fascinating Rhythm. Celebrating Steve Reich, The New Yorker, 13 novembre 2006

(11/02/2018)

  • Tracklist
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