Steve Roach

Dreamtime Return

1988 (Fortuna) | ambient

Se c'è un musicista che può rivendicare di essersi guadagnato un monopolio a vita su un genere musicale, quello è Steve Roach. Difficile è infatti trovare un artista o una band che abbiano legato il proprio nome in maniera così indissolubile e onniscente a un genere, come il musicista californiano ha fatto con l'ambient music. Perché la sua seminale opera non si è limitata a imporre un nuovo standard o ad apportare un'innovazione, ma ha cambiato più volte i connotati del genere come tessere di un puzzle ri-assemblabile in molteplici combinazioni. La sua dote più grande, però, è probabilmente quella di aver saputo e sapere tutt'oggi – trentacinque anni dopo il suo debutto sulle scene è ancora fermo su una media di 2-3 album di inediti l'anno, l'ultimo dei quali risale a non più di un mesetto fa – dar vita a una miriade pressoché infinita di sfumature, tutte legate fra di loro, nello svolgimento delle quali sono incorniciate le sue progressive rivoluzioni sonore, i suoi “mille modi di vedere l'ambient” che hanno costituito per almeno due decenni i punti di partenza di chiunque si approcciasse all'elettronica atmosferica.

All'inizio del suo cammino, Roach è partito dai punti di arrivo dei corrieri cosmici tedeschi e soprattutto dalle avanzate teorizzazioni ambientali ed etniche rispettivamente di Brian Eno e Jon Hassell per operarne una sintesi estrema, imponendo una visione nuova della musica elettronica reiterata come già detto nelle varianti più disparate, tutte però perimetrabili in uno stile che è divenuto nel tempo lo standard per eccellenza, la forma classica dell'ambient music. A variare con la sua opera è anche il significato concettuale della “musica d'ambiente”: la visione enoiana del suono applicata allo spazio viene trasportata verso soundscape privi di dimensioni fisiche. La sua musica abbandona l'oggetto e l'ambiente terreno (sia esso l'aeroporto o l'humus) per astrarsi verso tutto ciò che è infinito e indefinito. Siano esse dirette verso il cosmo, il vuoto o ambienti nuovi e immaginari, le esplorazioni del californiano riescono sempre a esulare da qualsiasi immaginario limitato, evocando visioni "nuove", inimmaginabili, senza per questo sfociare nel mondo dell'artificiale (caratteristica tipica invece del contemporaneo e altrettanto seminale Robert Rich). Quest'ultimo non è che uno dei molti connazionali che hanno contribuito alla riscrizione tutta californiana del genere: altri nomi sono Michael Stearns, Kevin Braheny, Michael Amerlan, A Produce, Thom Brennan, Richard Burmer e Tim Clark, che in ogni caso sono anch'essi debitori dell'opera di Roach.

La prima rivoluzione del musicista avviene nel 1984, quando il suo terzo album, “Structures From Silence”, unisce “Music For Airports” e la kosmische music più fluida di casa Tangerine Dream con un filo dal volto inedito, coniando il primo grande manifesto di quella che sarà da lì in poi l'ambient music. Ma come già anticipato in precedenza, la tavolozza del californiano è costituita da una varietà pressoché inesauribile di combinazioni, che lo porteranno a introdurre gradualmente linguaggi sempre nuovi e inediti. E così, a soli quattro anni dal suo primo grande album, Roach arriva a partorire quello che è ad oggi il mattone centrale della sua opera, il suo capolavoro insuperato. “Dreamtime Return” è un disco seminale per lo sviluppo dell'ambient moderna e un trattato indissolubile che verrà seguito alla lettera da almeno tre generazioni ad esso successive. Roach si ispira alla vita e alla spiritualità degli aborigeni australiani, ed è appunto questo l'elemento che costituisce il focus dell'intero lavoro.
Diviso in due dischi, l'album coniuga due delle anime principali che saranno caratteristiche della sua produzione: quella etnico-tribale - che sfocerà poi nella svolta hypno-trance - nel primo album e quella prettamente ambient-cosmica nel secondo. La "nuova-ambient" è lontanissima dal "non musicista" e dalla "non musica" di Brian Eno: Roach si pone in una rivoluzione copernicana del concetto stesso di musica ambient, in cui essa non è più musica come sfondo amorfo o come tabula bianca, bensì come catarsi di uno psicodramma personale.

Nel primo disco, l'uno-due di partenza di "Toward The Dreams" e "The Continent" introduce sin da subito l'elemento ritmico, ripiegando contemporaneamente su sostrati melodici di straordinario effetto, mentre nelle silenziose pulsazioni di "Songline" e "Atribe Meets The Dream Ghosts" si nascondono quegli stessi ammiccamenti minimalisti che avevano caratterizzato la prima fase della sua carriera, rielaborati però all'insegna di una ethno-ambient vicina alla contemporanea proposta di Forrest Fang, che pure tantissimo dovrà a quest'album.
L'astrattismo deciso pervade invece i romantici intrecci d'archi di "The Other Side", fra i capolavori della sua produzione tutta, e la visionaria messa di "A Circular Ceremony", lasciandosi invece abbandonare all'atmosfera pura nel trittico di chiusura di "Magnificent Gallery"-"Truth In Passing" e, soprattutto, "Australian Dawn - The Quiet Earth Cries Inside".
La seconda metà è invece interamente votata alla reprise dell'ambient cosmica che aveva reso grande "Structures From Silence" e che sarà - assieme a quella derivante dall'anima ritmica - la base di partenza di buona parte della produzione successiva di Roach, fra gli ammiccamenti nella new age più elegante e sopraffina di "Through A Strong Eye", l'inchino al miglior Harold Budd di "The Ancient Day" e il conclusivo lascito a una desolazione metafisica nella fenomenale "The Return".

"Dreamtime Return" non è solo il capolavoro di Steve Roach, ma anche e soprattutto la chiave di volta dell'ambient a venire: chiunque abbia intrapreso la strada del genere dopo il 1987 deve infatti buona parte della propria ispirazione a quest'album. Dalla scena californiana di Stearns e Brennan alle recenti derive elettro-acustiche, passando pure per gli alfieri della moderna ambient nostalgica (Max Corbacho e Craig Padilla su tutti), non c'è artista o opera che non porti nel suo Dna una molecola originatasi in quest'album. Capace di riprodurre, con mezzi compositivamente evoluti, il senso primordiale del suono e della sensazione - che vive e prende significato in sé solo nell'interazione con l'ascoltatore in un tempo e in uno spazio - "Dreamtime Return" è opera pregna di raffinatezze e microstrutturazioni, minimale nel suo strabordare e ricca di innovazioni nella sua semplicità.

(08/07/2013)

  • Tracklist
Disc 1

  1. Towards The Dream
  2. The Continent
  3. Songline
  4. Airtribe Meets The Dream Ghost
  5. A Circular Ceremony
  6. The Other Side
  7. Magnificent Gallery
  8. Truth In Passing
  9. Australian Dawn - The Quiet Earth Cries Inside

Disc 2

  1. Looking For Safety
  2. Through A Strong Eye
  3. The Ancient Day
  4. Red Twilight With The Old Ones
  5. The Return
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