Strawbs

Hero And Heroine

1974 (A&M) | progressive rock, progressive folk

Gli Strawbs nascono a Londra nel 1967, all’interno di quel circuito di artisti che avevano da poco iniziato a portare il folk britannico all’interno dell’universo pop rock, ispirate dal revival della musica tradizionale che aveva interessato il Regno Unito sin dagli anni Cinquanta, con artisti come Ewan MacColl, A. L. Lloyd e Shirley Collins.

La band fu fra le prime a tentare il crossover. Anche se giunse all’album di debutto nel 1969, quando Incredible String Band, Fairport Convention e Pentangle era già ben avviati da almeno un anno, è pur vero che aveva già registrato materiale a partire dal 1967: fu soltanto la mancanza di uno sbocco discografico immediato a bloccarla. Rispetto ai gruppi summenzionati si distinse inoltre per una vena tendente al cantautorato più moderno, riecheggiante i dischi di Cat Stevens e Donovan.

Di album in album, gli Strawbs subirono una lieve ma costante evoluzione, che li portò nel giro di un lustro a una trasformazione completa. Ciò fu dovuto anche ai continui cambi di formazione: la band ruoterà intorno alla figura di Dave Cousins – cantante, chitarrista e banjoista – e vedrà passare fra le sue fila innumerevoli musicisti di prestigio. Saranno parte degli Strawbs, fra gli altri: Sandy Denny (di lì a breve nei Fairport Convention), Richard Hudson e John Ford (più tardi noti come duo country rock), oltre all’ovvio Rick Wakeman, che li lascerà un attimo prima di entrare nel jet set con gli Yes di “Fragile”.

Un impressionante laboratorio di talenti, che tuttavia risulteranno sempre accessori agli impulsi creativi di Cousins, principale autore e cantante del gruppo.

Fra le sue passioni non solo la tradizione britannica, ma anche quella americana: la sua passione per il banjo, in giovane età, derivò infatti dall’ascolto dei dischi di Earl Scruggs (maestro del bluegrass, spesso in coppia col chitarrista Lester Flatt). Cominciò a suonare lo strumento allenandosi sulla musica di Scruggs mandata al rallentatore e cercando di impararne i pattern.

L’influenza americana si espanse quindi al suo stile chitarristico: ascoltando l’antologia di sei vinili selezionata da Harry Smith, si accorse di come molti musicisti degli Appalachi avessero la seconda nota del banjo accordata in do. Gli venne spontaneo domandarsi come avrebbe suonato la chitarra facendo altrettanto, e da lì non si è più fermato, finendo col creare accordature insolite che hanno caratterizzato molte fra le sue canzoni.


Sotto la sua egida, gli Strawbs attraverseranno un percorso vorticoso, che li porterà a pubblicare un album all’anno, quando non due, allontanando gradualmente il baricentro dalle figure psichedeliche che si potevano incrociare nel loro circuito durante gli anni Sessanta, per rimpiazzarle con un romanticismo vagamente Moody Blues, pur snellito. Il riferimento a Stevens e Donovan evolverà da par suo fino a confluire in tratti pastorali vicini a quelli dei Genesis: comprensibile, se si conta che anche Peter Gabriel era stato fortemente influenzato da quei cantautori, di cui aveva ripreso lo stile vocale, rendendolo – come da par suo Cousins – più teatrale. Se la teatralità di Gabriel era però quella sfavillante e mimica che aveva per sua ammissione assorbito tramite David Bowie, quella di Cousins era l’attitudine del bardo che ha fatto gavetta nei folk club (locali nati in concomitanza con l’ascesa del revival folk accennato in apertura): più rustica e provinciale quindi, ma non per questo meno nobile.

Tutto ciò è ben udibile in “Hero And Heroine”, ottavo album degli Strawbs: giunta a questo punto, la band è considerabile tanto folk rock, quanto prog. Si è spostata insomma in una terra di mezzo popolata da band come Renaissance, sulla sponda più aristocratica, e Jethro Tull, sul versante più campestre. Di questa corrente ibrida, gli Strawbs rischiano di essere la band più rappresentativa in assoluto, raccogliendone un po’ tutti gli elementi, dall’orchestrazione raffinata alla sfuriata elettrica, dal ritornello pop alla cantilena popolare che si perde nella notte dei tempi.

“Hero And Heroine” fece da seguito a “Bursting At The Seams”, album dal titolo profetico: si tratta infatti di un’espressione tipica, che indica lo strappo delle cuciture a causa del superamento delle misure consentite. Le cuciture degli Strawbs erano in effetti saltate, in maniera più vistosa che mai, al termine della tournée del 1973. Il disco aveva avuto grande successo commerciale, raggiungendo il secondo posto della classifica britannica (appena dietro Elton John), ma generando frizioni insanabili. Hudson e Ford premevano infatti per dare maggior peso a brani country rock di facile impatto, sulla scia del singolo “Part Of The Union”: una prospettiva che non entusiasmava affatto Cousins. Bastarono poche settimane e la band andò in frantumi, col solo Dave Lambert, anch’egli cantante e chitarrista, rimasto al suo fianco.

Da quello che sembrava il peggiore scenario possibile, Cousins trasse per contraccolpo il miglior disco degli Strawbs, chiamando al suo cospetto il tastierista John Hawken (parte dei Renaissance all’epoca del primo album), il bassista Chas Cronk (all’epoca noto quasi esclusivamente per aver suonato in “Catherine Howard” di Rick Wakeman), e il batterista Rod Coombes (fresco reduce dal fortunato debutto degli scozzesi Stealers Wheel).

L’album venne registrato in Danimarca, forse per motivi fiscali, con l’appoggio di un produttore esterno (laddove i due precedenti erano stati prodotti dalla stessa band). La scelta ricadde su Tom Allom, tecnico del suono dei Black Sabbath e futuro mentore dei Judas Priest, di cui diresse i lavori dal 1979 al 1988.

Graziato dalla qualità dell’incisione risulterà la più nitida ottenuta dagli Strawbs fino a quel momento, il disco si apre con “Autumn”, suite di otto minuti divisa in tre sezioni: “Heroine’s Theme”, un’introduzione elettronica dove Hawken distende strati di organo elettrico e archi di Mellotron su un lento groove di sintetizzatore, mentre la chitarra elettrica di Lambert imita il suono di gabbiani in lontananza; “Deep Summer Sleep”, mesta ballata folk in cui la voce di Cousins è doppiata da un sussurro, posto in sottofondo ma capace di arricchire la linea vocale di sfumature; “The Winter Long”, cantata da Lambert, arricchita da un pianoforte vicino al Tony Banks più romantico, e chiusa da un crescendo corale di un’intensità liturgica, che era a quel punto una sorta di marchio di fabbrica per la band (si pensi a “Benedictus”, da “Grave New World”, 1972).

Il folk rock midtempo di “Sad Young Man”, unico contributo dalla penna di Coombes, sembra ipotizzare un Neil Young trapiantato nell’Inghilterra rurale, sfoggiando piano Rhodes, assolo d’organo, ritornello sostenuto da muscolari chitarre elettriche, e armonie vocali con nastri mandati al contrario. Lambert canta la depressione di un giovane che non riesce a immergersi nella vita urbana (“Sei sceso al sud da Birmingham. […] Sei sceso e non sapevi il perché, e poi non ci hai neanche provato. Travolto dalla folla, soffiato via come una nuvola. Il pesante incantesimo del buio e della notte, il tuo isolamento voluto”).

“Just Love”, scritta da Lambert, viene talvolta criticata per essere fuori contesto, con il suo boogie rock d’impatto, ma per quanto possa essere un appunto accettabile, rimane una canzone costruita impeccabilmente, con tanto di piccolo break romantico per Mellotron e pianoforte.

“Shine On Silver Sun”, singolo di lancio del disco, è il fiabesco racconto di un uomo che osserva un panorama di campagna dalla cima di una collina e si commuove. Cousins la costruisce nuovamente come una ballata corale, con tanto di falsetti angelici.

Il secondo lato del vinile si apre con la title track, forse il più grande pezzo mai scritto da Cousins, e uno dei picchi toccati dal Mellotron nel rock: Hawken lo dispiega a tutto volume con un riff fiatistico che si erge come una cattedrale gotica. Spegnendosi all’improvviso, lascia spazio a quelli che sembrano arpeggi di banjo in levare (è invece pianoforte mandato a doppia velocità, con uno splendido effetto illusorio), sui quali Cousins canta la prima strofa. Lì scatta una cavalcata elettrica, con un assolo di chitarra parente dello stile di Mike Oldfield (per l’atmosfera celtica, il timbro e il leggero vibrato), seguita dalla seconda strofa, questa volta a cappella, con l’effetto eco che a poco a poco si accumula sulla voce di Cousins, portando a un ammasso di tensione che defluisce nel grido finale. In poche altre canzoni dell’epoca si assiste a un tale numero di invenzioni nel giro di un solo minuto: da lì in poi la struttura si ripete, fino al termine, dove si aggiunge una buona dose di cori al Mellotron.

Il testo racconta di un giovane vittima delle droghe pesanti: “Dove la ricerca di un uomo dovrebbe di certo cessare, l'irresistibile lana bianca guidò l'eroe in cerca della pace che solo lei poteva offrire. Così si inginocchio davanti ai suoi piedi, per paura che i loro occhi si incontrassero. Sapeva che la sua vita era incompleta perché doveva ancora soffrire” (è proprio sulla parola “suffer” che Cousins scarica l’intensità, con la sua voce moltiplicata dall’eco).

“Midnight Sun” è una ballata acustica con flauti al Mellotron, percussioni, violoncello, e armonie vocali pastorali, che sostengono Cousins mentre canta le riflessioni di quello che dovrebbe essere lo stesso protagonista di “Hero And Heroine” (o almeno così verrebbe da supporre, dato che le due canzoni sfumano una nell’altra): “La notte oscura non sparge alcuna luce, serve appena come avvertimento, prego per un singolo raggio di speranza”.

Dopo la placida “Out In The Cold”, in cui fa comparsa un’armonica a bocca, “Round And Round” – con le sue frasi di chitarra distorta – sembra costruire un ponte con l’arena rock americano che stava nascendo proprio in quel momento (non sfigurerebbe in “Leftoverture” dei Kansas). Prezioso l’apporto di Hawken, con la sua introduzione di Moog e il finale per nastri manipolati.

In “Lay A Little Light On Me” riemerge più forte che mai il tono che accomuna Cousins a Peter Gabriel e alle loro fonti in comune, in una sorta di stato d’animo collettivo che segnò lo zeitgeist di quella stagione.

Si narra di un giovane in crisi esistenziale e il suo scetticismo verso il cristianesimo, che sembra più opprimerlo che offrirgli risposte: “Ragazzi che crescono, si masturbano, bevi il vino e prendi il pane. Sacerdoti santi, castigano, acqua santa per la testa. Con l’ombra di Giovanni Battista, che è venuto con l’intenzione di salvare, e invece ha ballato con la morte”.

La ballata sfocia direttamente in “Hero’s Theme”, basata su un minaccioso riff di chitarra in 3/4, e l’album si chiude con dei nastri che mandano al contrario il coro di “Shine On Silver Sun”.

Il disco deluderà le aspettative in Gran Bretagna, fallendo l’ingresso in top 30, ma regalerà agli Strawbs il primo ingresso nella top 100 statunitense: tentati così da un mercato piuttosto ghiotto, voleranno in America e punteranno lì tutti gli sforzi. Il successivo album, “Ghosts” (1975), riuscirà addirittura ad agganciare la top 50 di Billboard: sarà purtroppo l’ultimo sprazzo, prima che una serie di contrasti con la casa discografica affossino definitivamente ogni ambizione commerciale di Cousins e compagni. Il loro culto è a ogni modo ancora vivo: proprio nel 2019 hanno festeggiato i cinquant’anni dal debutto con una tournée americana.

Per quel che può valere (benché a Cousins sembra aver fatto piacere), nel 2016 “Hero And Heroine” è stato inserito da Rolling Stone fra i cinquanta migliori dischi prog di sempre.

(15/03/2020)

  • Tracklist
  1. Autumn
  2. Sad Young Man
  3. Just Love
  4. Shine On Silver Sun
  5. Hero And Heroine
  6. Midnight Sun
  7. Out In The Cold
  8. Round And Round
  9. Lay A Little Light On Me
  10. Hero's Theme




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