Super Furry Animals

Radiator

1997 (Creation) | psichedelia, britpop

Per il Galles gli anni 90 rappresentano l'equivalente di un rinascimento in piena regola, dopo un tartassante medioevo del quale soltanto Young Marble Giants e pochi altri hanno vinto le tenebre, guadagnandosi il diritto di mettere il naso fuori dalla porta di casa (metaforicamente parlando, s'intende...). Un'importanza mostruosa riveste, in quest'ottica, la nascita della Ankst Records (1988), vero e proprio "faro nella notte" a cui guardano, speranzose, band di diversa estrazione ma dai comuni intenti psichedelici: Ether, Gorky's Zygotic Mynci, Llwybr Llaethog, Ectogram. Nel giro di qualche anno, la scena di Cardiff diventa oggetto delle bramosie delle riviste specializzate. Gli stessi musicisti gallesi, come in quel di Seattle, si compiacciono dell'isolamento imposto da comunità quali Newport e Blackpool, località distanti eoni - come mentalità, ancor prima che geograficamente - dai centri nevralgici della popular music britannica dell'epoca (Londra, Manchester, Bristol), e perciò svincolate da qualsivoglia pressione o competizione intestina.

Proprio come nella terra natia del grunge durante la seconda metà degli 80, è la mancanza di concreti sbocchi mainstream a consentire ai musicisti di suonare senza "ansie da prestazione", spingendoli piuttosto ad aggregarsi in micro-scene le quali, pur avendo in comune una genetica accondiscendenza al vocabolo pop, osano rileggere con irriverenza le sacre scritture indie e psych-folk, nonché giochicchiare con noise, hip-hop ed elettronica. Ma la lista delle declinazioni e dei nomi sarebbe ben più consistente (e dispersiva): dall'epica wave macchiata di glam dei Manic Street Preachers al jangle-pop agli steroidi dei Catatonia, dal brit un po' grossolano degli Stereophonics (per qualche mese elogiati come i nuovi Oasis, dal buon successo anche qui in Italia) al punk "post-Replacements" dei 60ft, ce n'è davvero per tutti i gusti.
La diretta con cui Radio 1 trasmette per intero il Cardiff Bay Big Noise Festival (11 maggio 1997), opportunamente preceduta dallo speciale "Made In Wales", suona come la presa di coscienza definitiva, dopo mesi d'inchiostro, dell'esistenza di una realtà eterogenea e vitale, una realtà non da contrapporre ma piuttosto da affiancare a quella "ufficiale".

Sufficientemente legati all'astronave madre per potersi fregiare dell'appellativo di "autoctoni", i Super Furry Animals riescono però a raggirare l'ostacolo del provincialismo grazie a quella trasversalità che, da "techno unit" devota ai situazionisti KLF (gli eversivi per eccellenza dell'acid-house anglosassone), li ha portati infine a calcare i palcoscenici di Glastonbury con chitarre e distorsori. Trasversalità che, nondimeno, ha permesso loro d'affrancarsi dal cantato rigorosamente welsh (non senza accuse di tradimento sollevate dai puristi della scena) e accasarsi presso la Creation di Alan McGee, il tutto nel modo più naturale e indolore possibile. Altrettanto naturale l'estro schizofrenico di una musica che a descriverla ci s'impiegherebbero ore, tanto è vasto il patrimonio di riferimenti che ha consentito alla band di padroneggiare l'idea di pop in quanto pastiche.

"Radiator" (Creation, agosto 1997) esce in un momento particolare per l'intera scena brit. Dopo l'euforia collettiva del triennio 1994-1996, il brit-pop attraversa una relativa fase d'ombra, durante la quale molti protagonisti rimodellano la propria musica su nuovi principi di oscurità e urgenza (inutile rimarcare come, anche in questo caso, i Suede abbiano anticipato tutti: "Dog Man Star", gioiellone dark-barocco, venne licenziato proprio mentre fuori impazzavano i mille colori della parklife). Il motto è uscire da percorsi ormai consolidati, cercare nuove strade: chi le trova, come i Blur, immergendo il proprio songwriting nei valori produttivi del lo-fi americano; chi, come i Radiohead, mette in cantina l'arena-rock ed estremizza il taglio depresso e i vezzi prog della scrittura, il tutto condito da un immaginario futuristico/oppressivo alla "1984" (l'anno successivo saranno addirittura i Pulp a calarsi in una Salò iper-tecnologica con un'opera di straziante cinismo e crudeltà, "This Is Hardcore", da molti considerata il loro capolavoro).
In realtà, la cerchia brit-pop pare semplicemente confrontarsi con il rimosso di fobie portato a galla dalle derive "electroniche" più dark dell'epoca, ossia techstep e trip-hop; trip-hop che, giusto nel 1997, si converte in paranoia tout court ("Pre-Millennium Tension" di Tricky, "Mezzanine" dei Massive Attack), e fa il paio con le bordate "acid" dei nuovi alfieri "big beat" Chemical Brothers (i più genuinamente lisergici e visionari) e Prodigy (i più genuinamente tamarri).
In ogni dove, insomma, si respira acidume sonoro e tensione sottopelle. Persino il singolo "Kowalski" dei Primal Scream, uscito a maggio, palesa un malessere che trascende il semplice escapismo "anarchicheggiante" suggerito dai riferimenti al road movie "Punto Zero": come una versione incarognita di "Loaded", il brano apre la strada a isterie free-form, rumorismi catramosi di synth, ritmica serrata, con in più il sussurrato di Gillespie a speziare il piatto di aromi mefistofelici. Non proprio le pasticche di beatitudine "inghiottite" fra i solchi di "Screamadelica"...

Nonostante pulluli di humour e good vibrations (gli ingredienti base dalla scena gallese), anche "Radiator" non può dirsi del tutto immune da quest'atmosfera "maligna". Il primo indizio è proprio sotto i nostri occhi, nella meravigliosa copertina a fumetto di Pete Fowler: un adorabile orsacchiotto si specchia in una vetrina vermiglia, ma la sua immagine riflessa sfoggia due corna da diavoletto al posto delle orecchie, e al faccino dello smile in bella vista sulla bibita si sostituisce un teschio nero. Tali riferimenti paiono alludere, e neanche troppo velatamente, alla problematica della degenerazione del rave, in particolare al passaggio dall'euforia della scena post-1988 al(la) darkside (rintocca ancora nelle orecchie la "Mr. Kirk Nightmare" dei 4 Hero) i cui effetti, all'epoca, paiono ben lontani dall'esser stati assorbiti dal "popolo della notte". La stessa "Lost In The K-Hole" dei Chemical ("K" sta per ketamina) riporta a galla, in un misto di celebrazione e timore, le implicazioni di un'adesione totale al verbo "chimico", specie in un momento dove gran parte del pubblico rock guarda con interesse le vicissitudini del rave o, nel migliore dei casi, ne viene decisamente coinvolto.
Proprio la dicotomia bene/male, tòpos fondamentale della psichedelia come di ogni altra cultura basata sulla droga, sembra riverberarsi, seppure in modo decisamente scherzoso e meno impegnativo (ma questo è implicito, dato che si ha a che fare con cinque animaletti super pelosi!), tanto nei temi del disco (demoni, chupacabras, spie che ti stanno col fiato sul collo) quanto nelle tecniche di registrazione. Queste ultime, in particolare, privilegiano sovente un approccio atipico, d'impronta dance: come giudicare altrimenti la batteria frastornante e simil-breakbeat di "The Placid Casual", coi piatti che letteralmente sembrano spargersi per lo spettro sonoro come virus? O ancora la cassa che trasforma una novelty alla Blur come "Hermann ♥'s Pauline" in sfavillante techno-rock?

Non a caso, "Radiator" rappresenta il perfetto punto di congiunzione tra approccio sperimentale (leggasi: elettronico e/o psichedelico) e calori pop: un frullato estremamente catchy di power pop, synth deviati (e devianti), rhodes jazzy, chitarre ora laceranti ora carezzevoli, bozzetti folk, coretti alienanti, il tutto "graziato" da un ottavo posto nelle chart inglesi (il loro miglior piazzamento fino ad allora). La scrittura poi è ai massimi livelli: complessa, multiforme, eppure sinuosamente "appiccicosa", come in tutto il pop con la P maiuscola. A proposito va citato il capolavoro "Demons", l'apice dell'album in quanto a songwriting, nonché uno dei classici più amati dai fedelissimi fan dei superpelosi. In un disco che sprizza tecnologia da ogni poro, "Demons" costituisce uno sguardo al passato di certo rock, quello delle ballate folk cosmiche a cavallo tra gli anni Sessanta e i primi Settanta, quelle sui maggiori Tom che fluttuano attorno alla Luna, per capirci. L'interpretazione gabrieliana, acuta e roca del cantante Gruff Rhys e la grazia dell'arrangiamento (impennate di trombe, tastiere spaziali, qualche ricciolo di banjo) ne fanno uno dei brani manifesto di quel mood musicale epico, tragico e disilluso di fine secolo, la stessa del coevo "Ok Computer", ovviamente radiografata attraverso le lenti coloratissime della band gallese.

Più caratteristico e integrato nel contesto dell'album è il singolo "Play it Cool" e il suo pop in acido a cadenza quasi-rap (anche l'assolo-scratch ne tradisce l'ascendenza hip-hop), o il geniale scarabocchio elettro-acustico "The International Language Of Screaming", sballottato da anomalie elettriche. Quella della sopracitata "Hermann ♥'s Pauline" è ancora psichedelia acidissima e sfrigolante di tessiture elettroniche e giochi di prestigio da studio di registrazione; è pop sintetizzato in laboratorio, tra alambicchi che emanano pericolose bolle colorate e buffi segnali di synth, simili a fischi e tempeste di piatti. Anche il testo richiama la scienza, le radiazioni di Marie Curie e Albert Einstein (i due personaggi del titolo sono i suoi genitori). Nonostante lo smalto moderno, la struttura portante resta quella del buon vecchio pop anni Sessanta, con i suoi ritornelli simili a marcette e i suoi cori carichi di un entusiasmo giovanile mascherato da ingenuità infantile.
Dello stesso substrato flower è impregnata "She's Got Spies", una ninna-nanna che si capovolge nel ritornello, dove nel giro di un istante prende forma un vivacissimo girotondo di coretti sunshine pop alla Free Design che si rincorrono la coda, il tutto sotto il chiasso di una distorsione roboante. Dopotutto erano gli anni Novanta, no? Che dire di "Chupacabras"? Un punk-rock imbastardito di campionamenti che in un minuto e mezzo concentra una mole considerevole di trovate melodiche e sonore, senza prendersi sul serio per un solo secondo.
La parte finale del disco sacrifica l'immediatezza della precedente in favore di una terna di brani di ampio respiro: il folk-hard-glam di "Down A Different River", la malinconica sonata per piano "Download", risucchiata in un delicatissimo mulinello di tremolo e una ballata alla Creedence Clearwater Revival con guazzabuglio noise-sinfonico in chiusura, "Mountain People", finale degno di uno dei dischi più bizzarri e oltraggiosamente creativi della sua epoca.

Fra i pesi massimi del brit-pop, eppure mai nominati qualora ci si spremano le meningi per snocciolare i soliti tre nomi (quello che inizia per "b", quello che inizia per "o", quell'altro ancora che inizia per "p"...), i Super Furry Animals hanno dimostrato che la linfa del pop anglosassone anni 90  poteva pulsare anche al di fuori del ristretto circolo "cool Britannia", costringendo molti (quelli, almeno, che si sono degnati di aprire gli occhi) ad avere del fenomeno una visione più vasta e onnicomprensiva.

(27/06/2010)

  • Tracklist
  1. Furryvision
  2. The Placid Casual
  3. The International Language Of Screaming
  4. Demons
  5. Short Painkiller
  6. She's Got Spies
  7. Play It Cool
  8. Hermann ♥'s Pauline
  9. Chupacabras
  10. Torra Fy Ngwallt Yn Hir
  11. Bass Tuned to D.E.A.D
  12. Down A Different River
  13. Download
  14. Mountain People
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