Supertramp

Breakfast In America

1979 (A&M) | pop

IL TRIONFO DEL "SIMPLE MAN"

di Marco Simonetti


Questo disco non è un capolavoro imprescindibile del rock e non ha avuto un'influenza determinante sulla musica successiva. Bisogna uscire dal rock, e muoversi nel più ampio calderone del pop. "Breakfast In America" è un disco pop che più pop non si può. È la quintessenza del pop. È un disco che per un intero anno ha stradominato, oltre alle classifiche e le radio, l'immaginario musicale di un mondo lontano dall'anarchia punk o dalle ricerche new wave, come dalle luci della febbre del sabato sera e dal metallo nascente, ma formato da tanti singoli simple men, uomini e donne semplici, forse musicalmente ingenui, certamente comuni. Ecco, "Breakfast In America" è il disco delle persone comuni, ammesso che esse esistano veramente. Semplice e diretto all'apparenza, ma con una complessità superiore a quella immediatamente percepibile.

Un disco senza qualità? Oh, no! Di qualità ne ha, come vedremo. A partire dal fatto che è easy listening perfettamente arrangiato e prodotto con suoni e missaggi che preannunciavano il decennio "easy" per eccellenza che stava per cominciare. Quindi in un certo senso è anche un disco "avanti".
Un disco fuori tempo, in un'epoca di tanti fermenti musicali? Semmai un disco "fuori dal tempo", ossia eterno o eternato, congelato in una sorta di "limbo" pop al momento della sua uscita come per gli anni a venire. Il classico disco per tutte le stagioni e tutte le generazioni. Un disco vecchio e invecchiato male? Bah... Vecchio di certo, si sente, ma invecchiato male no. È come un buon vino, nel senso che messo da una parte e ripreso più volte nel corso degli anni si rivela sempre un ascolto piacevole e assolutamente non imbarazzante anche per l'ascoltatore più smaliziato. Anzi, proprio quest'ultimo, che va oltre quello che l'ascoltatore distratto percepisce nell'immediato, può cogliere i pregi di quest'album.

Allora, veramente, perché "Breakfast In America" pietra miliare? Perché è l'archetipo incarnato del disco pop, appunto, come in quegli anni su altri versanti producevano i Bee Gees, Donna Summer o gli Earth Wind & Fire. Perché, come detto, per un anno praticamente non si è ascoltato altro, ovunque e comunque, e perciò è riuscito a raggiungere una delle massime vette cui aspira il pop. Che, attenzione, non è il mero successo commerciale, sebbene esso ne sia una componente o una molla importante, ma è il diventare "icona" conosciuta da tutti. Perché dentro c'è un pugno di maledetti "classici" popolari e almeno una canzone che è tra le più indiscutibili bandiere pop della storia.

I Supertramp erano un gruppo dal passato strano. Inglesi, nati alla fine del decennio 60, per lungo tempo non riuscirono letteralmente a combinare nulla, cambiando più volte formazione, rimanendo nell'anonimato totale e sopravvivendo solo grazie alle munificenze di un miliardario che si era invaghito della loro musica. Riuscendo così a tirare avanti, poterono dare alle stampe diversi dischi e a un certo punto anche incontrare un certo successo in termini di vendite, producendo almeno un paio di buoni dischi: "Crime Of The Century" (1974) e "Crisis? What Crisis?" (1975), in bilico tra pop, blues e suggestioni progressive.
Tuttavia il gruppo a metà dei 70 a un certo punto sentì il bisogno di spostarsi a vivere e lavorare negli Stati Uniti, secondo le loro dichiarazioni: "Perché non ne potevamo più di vivere in un posto dove anche essere vegetariani era guardato con sospetto", in realtà semplicemente all'inseguimento del successo commerciale sul più grande mercato discografico mondiale, in altre parole in cerca del botto. Obiettivo centrato. Con quattordici milioni di copie vendute in tutto il mondo.

Il secondo album della serie prodotta oltreoceano fu appunto "Breakfast In America", fin dal titolo il vero album americano del gruppo e in gran parte (ma anche, vedremo, in apparenza) basato proprio sul sogno americano e sulla sua retorica: ecco allora "Gone Hollywood", il successo che sempre arride a chi non molla, "Goodbye Stranger", la decisione di piantare tutto per andare a vedere la terra dove tutto è gigantesco, "Breakfast In America", il sogno del grande paese dalle infinite possibilità, "Take The Long Way Home", con le mille luci scintillanti dello spettacolo.
Messo così sembra un disco di ennesimi cantici dei luoghi comuni ad uso dei gonzi. Però, andando oltre l'apparenza, si riescono subito a cogliere l'amarezza e la disillusione tipicamente europee, anzi tipicamente inglesi, nascoste sotto la patina dell'ottimismo di maniera. La intensità drammatica di alcuni arrangiamenti, che in alcuni passaggi possono persino definirsi cupi, contribuisce a chiarire che siamo lontani da certi stereotipi pop ottimisti e spensierati.

L'iniziale "Gone Hollywood" diventa allora non l'esaltazione programmatica, bensì la caricatura del "sogno americano", e il suo protagonista - l'aspirante attore cui tutti sbattono la porta in faccia ma non molla fino a che ce la fa e nel finale ostenta la sua "big fine car" come classico simbolo di successo, pronto a sbattere a sua volta la porta in faccia ai questuanti - è solo una triste macchietta.
La denuncia dell'ingranaggio dei falsi miti è evidentissima nel capolavoro pop "The Logical Song", dove "l'uomo semplice" messo di fronte ai mille obblighi e alle mille cattiverie della vita si pone domande che "corrono troppo" e si chiede: "Che cosa abbiamo imparato"? Il tutto esposto in una composizione e un arrangiamento senza tempo nella loro perfezione, tra inconfondibili tastiere ritmatissime, molti effetti sonori e un assolo di sax da brividi. Se queste sono canzonette pop da dimenticare in un lampo, ben vengano. Questo è un pezzo da portarsi sull'isola deserta accanto a ben più quotati must del rock.

"Goodbye Stranger" diventa l'inquietudine dell'uomo qualunque, che non si limita a fantasticare ma prende coraggio e "svolta" davvero, facendo quello che nelle normali canzonette si sogna soltanto: molla tutto, saluta e se ne va. E il coro del ritornello con l'acutissimo falsetto di Hodgson farà pure sorridere oggi (e fa sorridere chiunque), ma alzi la mano chi non lo conosce. E rimanere trent'anni nell'immaginario collettivo, nel pop, è un merito indiscutibile.
I tromboni altisonanti che punteggiano la marcetta di "Breakfast In America" sono una divertita presa in giro del mito americano visto dagli europei, dalle "California girls" alle inverosimili ricchezze del Texas.
Lo spreco della vita personale all'inseguimento del successo è la vera cifra di "Take The Long Way Home" ("Non ti accorgi che la tua vita è diventata una catastrofe?"), ribadita anche in "Just Another Nervous Wreck", dove dall'altare del successo si cade nella polvere ("Ho gettato via tutto/ Avrei potuto fare una fortuna/ Ho perduto la brama di successo"). Le luci della città che in "Downtown" (cfr. Betty Curtis) dichiaratamente servivano a sedare le frustrazioni, e pertanto a perpetuare l'inganno, vengono qui denunciate per ciò che sono: il misero tentativo di nascondere i propri fallimenti attraverso il consumismo.

Successo, successo, successo. Questa l'ossessione, il vero tema portante di questo album che proprio l'America incarna alla perfezione, nel bene e nel male.
Poi ci sono le canzoni d'amore, certo. "Oh Darling", "Lord Is It Mine?", "Casual Conversations", dove l'amore è comunque inquieto, difficile, in crisi o già finito. Appunto, canzoni semplici per gente semplice, ma non è così tanto rock 'n' roll? Allora perché prendersela col pop raffinato e ben scritto di questi cinque ragazzi? D'altronde "sono solo canzonette"! È pop, e non è lecito chiedere niente di più e niente di meno che una proposta personale, ben riconoscibile e lontana dai cliché in cui è così facile cadere per chi suona questo vasto "sovragenere".

Davies e Hodgson si sono divisi musica e testi in tutto l'album. Lo stile "choppato" al piano elettrico Wurlitzer, che rende immediatamente individuabile una canzone dei Supertramp, trova in "Breakfast In America" la sua massima esaltazione/ consacrazione. Davies scrive melodie distese e terse. La chitarra di Hodgson si muove tra assoli torrenziali di netta derivazione jazz e puntute rifiniture. Le chiarissime influenze dei Beach Boys e dei Beatles, sono sintetizzate al meglio e senza finzioni, dopo anni di carriera.
Raggiunta la notorietà planetaria a lungo inseguita, per tre anni i due non produssero più nulla e anche quando dopo aver sfornato "Paris", un live /riassunto della loro opera passata pubblicato per sfruttare la gigantesca onda che li stava portando sulla cresta, tornarono in studio coi compagni per il successivo "Famous Last Words", nulla era più come prima. Ispirazione andata, voglia di lavorare insieme andata, come se "Breakfast In America" avesse definitivamente prosciugato tutta la capacità dei due di scrivere canzoni semplici per "uomini semplici". Hodgson se ne andrà, il gruppo continuerà con il solo Davies come leader, chiamando sessionmen di lusso (David Gilmour) a ricoprire il ruolo di chitarrista lasciato scoperto e sfumando pian piano nella disattenzione generale. Tutto come in molte più risapute biografie musicali.

Questo disco, però, rimane a memoria di come il pop, quasi casualmente, persino grazie a un gruppo non certamente rivoluzionario come i Supertramp, possa sfornare dischi senza tempo, veramente degni di essere ascoltati.

***

IL CIELO DEL POP


di Fabio Russo


"And when you're up on the stage
it's so unbelievable
...unforgettable..."


Questa recensione è un delirio d'amante, è la storia di un'ossessione.

Agosto 1992, entrai al negozio di dischi, non trovando nulla di nuovo mi misi a cercare e prendere alla rinfusa, adocchiai il nome Supertramp che avevo già sentito, c'era l'album "Breakfast In America", chiesi che roba fosse al commesso che disse "ma che scherzi... Breakfast In America!"... Certo, che copertina. Lo presi.
A casa lo feci girare. Ebbene, quella volta ho vissuto la mia più grande, subitanea felicità musicale. Passione al primo ascolto, roba da non credere, da dire no è impossibile, riascoltiamolo subito daccapo, è un abbaglio.
Speranza e inquietudine si accendevano, brano dopo brano presi a fare il tifo, che accada l'impossibile e la magia non si spezzi, che il pezzo brutto non arrivi mai.
E il pezzo brutto non arrivò mai. Ma soprattutto, quanti clamorosi in fila, che sequenza sbalorditiva, misteriosa.

Della partenza deve avermi frastornato quella massa roboante di strumenti, tempesta di corde, il piano elettrico che appare dal nulla, dal silenzio e si riversa su "Gone Hollywood". Impossibile non sbalzarsi nel mezzo, immedesimarsi nella storia avvolta in quelle folate d'inquietudine percettivo-emozionali.
"It was a heartbreaking...". Notai subito la prossimità tra la voce di Hodgson e i Bee Gees febbricitanti, ma questo era qualcosa di più. Uno sgargiante dolore strumentale si diffondeva ovunque, parossismo da subito, triste, penetrante saudade, poi l'inopinato arrestarsi: "Ain't nothing new/ In my life today"; a parlare i silenzi, pensieri, strumenti notturni, muta focale incentrata sull'attesa.
Poi un nuovo rovescio, dialogo emozionale, straziante deriva wilsoniana trascinata dall'ennesimo fiammeggiante groviglio di strumenti. Un pittoresco e incoraggiante baccanale, primo di dieci, vortice che sfuma e sommerge ogni cosa, ogni avventura, star e disgraziati tutti uguali, camere d'albergo e limousine in profondi abissi turchini.

Ripenso poi la sorpresa allo sbocciare di "The Logical Song". "When I was young it seemed that life was so wonderful"... già avevo sentito questa canzone da qualche parte! Mentre si produceva quel miracoloso flusso di ineffabili gioie e angosce, scorrendo in cromie di cori come corso di fiume, ancora oggi rinnovo il dubbio: come fu ordito un simile equilibrio? Quel perfetto incipit, o quel debordante grido di sax quasi un'allegoria d'una condizione alienata. E poi la conclusione, tra sassofono, drumming concitato, effetti digitali misti a Wurlitzer e gli isterici gorgheggi. "The Logical Song" è in effetti la canzone amata anche da chi non apprezza il gruppo. Restano dentro la focale, tenebrosa emozionale; le liriche amare e sconsolate su tonalità strumentali di contro chiare e trasparenti, terse e pulite, che poi accomunano l'intera scaletta dell'album.
A proposito, ogni brano del disco è inscindibile dal contesto. Si sfalda, altrimenti, l'alchimia. Si diffidi da tutte le raccolte.

Ma quello che mi portò a sragionare e a rivelarmi per sempre l'unicità di questa pasta, il suo prodigio, fu il ritornello di "Goodbye Stranger". Da impazzire, da morire di suggestione e tormento amoroso. Un passaggio sublime e avvolgente, indelebile apice romantico di basso, voce falsetto, batteria... forse per me l'attimo "pop" più bello di sempre, l'ideale che avevo sempre cercato da una canzone sin dai traumi beatlesiani della tenera età. Ancora meglio è come si preordina l'attesa a quello zenith assoluto: brevi e minacciosi riff hard di chitarra, note di tastiera diafana e poi la cullante, straziante alcova strumentale piano-acustica. Il modo in cui il piano predispone il ritornello è qualcosa di emotivamente rapinante. E quando la tastiera rinnova l'ardore e in quel perfetto fuggevole celeste fischiettio, accade qualcosa di eccezionale, vanamente inseguito in altre migliaia di raccolte di canzoni. Luogo di accattivante languore e di cinismo assieme, dopo l'amore, afflizione e rammarico. Tenerezza e passione viscerale come non mai, esulano dal testo in senso stretto e planano via a pelo d'acqua. Quanto brivido di seduzione anche nella carnevalesca fantasia della coda, a divagare in una lucida follia, l'eccitazione comunicata nell'assolo di chitarra di Hodgson, un fluido magico.

La title track è la quattro. Una marcetta memorabile, "Not much of a girlfriend/ never seems to get a lot/ Take a jumbo cross the water/ like to see America/ See the girls in California". Che malia e quanta umanità in quei gorghi, risacca di cori acuti prima che riparta la giostra e passi a "Oh Darling". Già quinto brano, "Oh Darling" è ripensamento, rovesciamento affettuoso della "Goodbye Stranger". Dopo una modulazione di piano parte il canto e in "well you know, I'm gonna... be around you, all about you, always by your side", si leva un intersecarsi di voci mozzafiato. Dopo un ritornello magnetico e disperato, l'inabissamento dei cori, un profluvio in fade-out.

"Take The Long Way Home", con le sue ampie aperture di corde e woodwind , inaugura inquietante e misteriosa il secondo lato, piazzando un altro refrain strepitoso e lacerante in prossimità della "...and when you're up on the stage, it's so unbelievable, unforgettable, how they adore you...", e giù un'altra luce di cori, intermezzo floreale prima del congedo. Questo lato è più meditativo, offre un pathos vespertino quasi a bilanciare l'antimeridiano di prima, e allora: "Lord Is It Mine", invocazione con ingresso di linea di piano classico, protagonista nel brano assieme al canto solo di Hodgson, wilsoniano come non mai. "So give us an answer, would you/we know what we have to do"... Il ritornello è realizzato assieme a sonagli, tastiera e poi un clamoroso straziante calco di batteria acuisce il registro: altro momento che brucia gli occhi.

Un paio di ripetizioni, che comunque giovano al contesto: la bolgia massiccia di "Just Another Nervous Wreck" (modello "Gone Hollywood") e la danza di congedo, isterica e sconvolta, affidata a visioni e allucinazioni di un essere puro e non corrotto: "Child Of Vision", in grado di redimere e far rinascere i peccatori.
"Casual Conversations" anticamera regalava una melodia paesaggistica, soave e diafana, che stempera arie sostenute e spezza la tensione tra i due titani di sopra.

Nelle storie di questo disco spasima un'umanità vitale e tormentata, agitata dal peso di una scelta, emozionata da un rimpianto, in una giostra incessante di eccitazioni e inquietudini. Una dialettica umorale di luci ed ombre, gioie e amarezze, cui fa fronte l'impulso indomito, giungendo a nuovi approdi, ad altre Americhe.

Da anni e anni l'ascolto di "Breakfast In America" influisce, suggestiona, mi cambia. Adesione e simbiosi, ma in più mi divora, mi consuma, lede e cicatrizza.
Attraverso queste note il tempo rallenta, si arresta, scandiscono altre lancette, in un reame periferico e d'artificio, ardente e simbolico, tragico e intriso di tinte accese, esasperate. Un'opera vertiginosa che tocca il cielo del pop, che anzi è sé cielo del pop, che giunge all'apice d'una carriera già inestimabile per quanto espresso negli anni 70, ma che rischiava di estinguersi lasciando poche tracce, spegnendosi fiocamente in sé, senza clamore: il carrozzone rock aveva puntato i riflettori altrove, tra punk e wave d'ogni sorta, ci voleva un forte richiamo, colpo (di reni) da maestro o si sarebbe implosi.

"Breakfast In America", mistificazione, evocazione, Eldorado, Graal. Inopinato centro pieno tra migliaia di possibili rotte incerte. America come viaggio decisivo, viaggio di scoperta e di luce, viaggio bruciante: reca assieme rinascita e declino.
Inevitabile corto circuito della formazione, laddove dal pop-prog avvelenato nel concept dal cuore di tenebra "Crime Of The Century" (1974), piece noir-pop per eccellenza, nonché capolavoro senza eguali, si produssero due album decisamente buoni che ne stemperavano il monoverso alienato in un estro ironico nomade e spaesato, ardente.
Qui invece dopo "Child Of Vision" ogni cosa fatalmente raggela e si pietrifica a contatto con l'atmosfera. La vena creativa dei Supertramp in primis, che espieranno con lo scioglimento, mesmerizzando dapprima col più classico doppio dal vivo - "Paris" - che oltre a un gustoso ripasso accendeva una grande ansia per l'ascolto, in scaletta, dei brani "americani", quelli luccicanti e fatati; e poi con "...Famous Last Words..." tornati in studio: altra storia, rovescio, reazione esplicita e passiva. Dopo un'esigua e fioca resistenza ("It's Raining Again", "Put On Your Old Brown Shoes", "C'est Le Bon"), iscriveva in sé l'emblematica resa, il capolinea.

Per alcuni, i Supertramp si erano raccontati per l'ultima volta in "Fool's Overture" (1977), suite di inenarrabile ricchezza espressiva, il loro capolavoro "duro e puro". In effetti è summa di quanto mostrato sino ad allora in carriera. Poi l'inspiegabile alterazione, metamorfosi.
Dunque un gruppo che visse due volte? Come spiegare la differenza tra gli album precedenti, che nulla avrebbero lasciato sospettare, e quel "Breakfast in America"?
O forse era la stessa pelle sin dall'inizio? "Rose Had Everything Planned", "Asylum", "Dreamer", "School", "Ain't Nobody But Me", "Sister Moonshine", "Lady", "Give A Little Bit" erano dunque concreti avvicinamenti oltreoceano?
Chi lo sa. "Breakfast In America" resta il ciclone che da sempre è, patto col diavolo per spalancare le porte del giardino dell'Eden.

(04/02/2007)

  • Tracklist
  1. Gone Hollywood
  2. The Logical Song
  3. Goodbye Stranger
  4. Breakfast In America
  5. Oh Darling
  6. Take The Long Way Home
  7. Lord Is It Mine
  8. Just Another Nervous Wreck
  9. Casual Conversations
  10. Child Of Vision
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