Talk Talk

The Colour Of Spring

1986 (Emi) | art rock, pop

Waiting for the colour of spring
Let me, let me
Let me breathe

La muta artistica dei Talk Talk è un fenomeno affascinante, di certo l'evoluzione più incredibile della storia del rock. La band inglese accantona verso la metà degli anni 80 le meraviglie synth-pop da "classifica", sfornate in particolare nel secondo disco, "It's My Life", dirigendosi con grazia divina verso una formula melodicamente sognante, intrinsecamente delicata e articolata. Il gruppo del rimpianto Mark Hollis costituisce ancora oggi una vera e propria singolarità. La sua seconda vita anticipa anche i classici umori post-rock, costituendo un esempio luminosissimo di libertà compositiva incondizionata da tramandare ai posteri. Il percorso seguito dal gruppo inglese per cambiare definitivamente pelle è un tracciato dai mille colori. Un sentiero i cui fiori in fiore emanano profumi estasianti.

Il cammino che porterà Hollis e soci all'Eden figurato del capolavoro del 1988 è quantificabile nelle otto tracce di un album fondamentale, pubblicato due anni prima, nel 1986: "The Colour Of Spring". La terra di mezzo, per dirla alla Tolkien. L'albero da cui trarre linfa vitale per il futuro. È infatti grazie a questo disco che i Talk Talk deviano la propria direzione. È soprattutto nelle sue pieghe che si ritrovano sia i semi che i germogli di un avvenire distante non poco dal primo passato.
La fioritura dei Talk Talk prende forma nelle canzoni di una pietra miliare della storia della musica tutta. Se Hollis e soci non avessero partorito questo disco, non avrebbero mai visto la luce gli altrettanto seminali "Spirit Of Eden" e "Laughing Stock". Queste due ultime opere devono praticamente tutto al loro predecessore, all'album con cui si sviluppa quell'irripetibile processo di muta di cui sopra. Il camaleonte nasce con i movimenti di "The Colour of Spring", ed è avvolto nei suoi otto petali. Entrano improvvisamente in scena una romanticheria pop che scalda il cuore e rarefazioni strumentali dall'estatico bagliore, mentre la voce di Hollis assume lemme lemme fattezze angeliche, esaltandosi nella gioia e nel dolore, nel sogno e nel rimpianto, nella luce e nell'ombra.

Al netto di tutte le iperboli possibili è (guarda caso) la primavera la stagione scelta emblematicamente da Hollis per avviarsi verso un futuro inaspettato. La primavera con le sue meraviglie naturali, le sue ripetute metamorfosi e le sue infinite fascinazioni. La splendida copertina raffigurante coloratissime farfalle, elette a simbolo di vitalità e rinascita, è curata ancora una volta da James Marsh che accompagna il gruppo dagli esordi e che lo seguirà fino all'ultima pubblicazione.
"The Colour of Spring" è, inoltre, il primo disco in cui compare una serie considerevole e pregevole di musicisti. Spiccano per fama Steve Winwood all'organo e David Rhodes alla chitarra, oltre ai vari Robbie McIntosh, Danny Thompson, Gaynor Sadler, Ian Curnow, Tim Friese-Greene (attivo non solo come produttore ma anche in fase esecutiva), David Roach, Martin Ditcham. Un ventaglio di eccellenze chiamato in causa per dare maggiore respiro a canzoni che si discostano fin dalla strumentazione agli intenti del passato. Spuntano arpa, armonica a bocca, sassofono, contrabbasso e, dulcis in fundo, l'Ambrosia Choir di Londra e il coro dei ragazzi della scuola di "Miss Speake".
Le percussioni creano un tappeto ritmico meno nevrotico ma non per questo poco curato. La dimensione in cui si cala la band di Hollis è appunto onirica e puntualmente rarefatta. Una dilatazione che ammalia grazie a partiture melodiche soavi, celesti, concilianti. Il raggio d'azione si allarga, lo spazio è occupato in maniera diversa. Colpiscono i vuoti, i silenzi tra un accordo e l'altro, a rimarcare un'esigenza artistica differente. Hollis conduce l'ascoltatore dal club al divano, dalla strada al salotto, dalla pista a un'utopica comfort zone in cui sognare a "orecchie aperte", lasciandosi trasportare da un'ugola che evoca felicità e bellezza con apparente semplicità.

"Life's What You Make It" è il singolo di lancio - che li vede protagonisti addirittura sul palco di Sanremo - e mette le cose in chiaro con il suo passo irritato, le tastiere ariose sullo sfondo, e la chitarra che sguscia via con un riff killer irrequieto, mentre poche note al piano denotano un'imprevedibilità alquanto insolita. È una delle ultime tracce scritte prima di chiudere il disco, mancando a conti fatti un apripista dal maggior richiamo. Il messaggio è diretto: lavorare per un futuro migliore, senza distrarsi troppo sul passato. La vita è nel presente, dopotutto. Un monito al cambiamento in atto che giace ancora nei piani alti delle classifiche, prima dell'abbandono definitivo dai canali mainstream, nel segno di un'inclinazione più introversa e assolutamente più ostica per le grandi masse.

Ma è nelle trame dell'introduttiva "Happiness is Easy" che prende luce la nuova efflorescenza. Gli strappi chitarristici alla Michael Hedges si alternano all'esagitazione del basso elettrico, mentre l'organo e il coro fanciullesco diffondono un'incantevole armonia da contraltare a tutto il resto. È un'atmosfera energica, magica e carezzevole al tempo stesso.
La successiva "I Don't Believe in You" alza ulteriormente l'asticella. Del synth-pop luminescente della primissima ora nemmeno l'ombra. Hollis si esalta in un cantato melanconico e struggente. È composto e afflitto, sedotto e abbandonato. Mentre l'arpa di Gaynor Sadler introduce di scatto l'assolo di chitarra disturbato, tra arpeggi mesti da tappeto.
Promises so golden
Years have proved them wrong
I'm trying to leave some self-respect
Any way you say it
Our decline goes on
But your pride won't heed it
It's the same old song

Con "April 5th" ci si avvia verso le lunghe pause che caratterizzano i dischi futuri. È la traccia apripista di una sintonia armonica in cui il tempo e lo spazio acquistano un valore decisamente diverso, estendendosi verso confini mai raggiunti. Poche note al piano con la voce di Hollis che si innalza ora leggiadra, ora placida. La resofonica di Robbie McIntosh e il sassofono di David Roach accompagnano il Nostro in una lenta ascesa verso il paradiso.
"Living In Another World" riprende il discorso inaugurato dalla hit "Life's What You Make It", aggiungendo all'impalcatura l'armonica di Mark Feltham, con l'organo espanso di Winwood e il basso sinuoso del fidato Paul Webb di "Give It Up" che assecondano Hollis nella sua mancata rinuncia all'amore universale. Il cambiamento è sussurrato ed è necessario ai fini di una salvezza interiore (e artistica) finalmente possibile.

L'elettronica minimale di Tim Friese-Greene unita al piano composto e a tratti impetuoso di Hollis in "Chameleon Day" delineano in buona sostanza il futuro dei Talk Talk. Tre minuti e venti secondi di pura magia. È come se Hollis e Friese-Greene trattenessero l'energia che scuote le loro anime, addomesticandola tra le pause immacolate di una vibrante ballata senza tempo. Al contrario, è un ritrovato positivismo a subentrare con grazia corale nella conclusiva "Time It's Time". Dopo un avvio docile, sale in cattedra l'Ambrosia Choir con tutta la sua verve d'altri tempi, creando così un ponte, una sorta di special con le partiture organiche, di certo meno epiche e più trattenute, poste nel mezzo tra strofa e ritornello. L'ennesimo miracolo di un album eccezionale. Uno spartiacque irripetibile.

(23/02/2020)

  • Tracklist
  1. Happiness Is Easy
  2. I Don't Believe In You
  3. Life's What You Make It
  4. April 5th
  5. Living In Another World
  6. Give It Up
  7. Chameleon Day
  8. Time It's Time


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