The 13th Floor Elevators

The Psychedelic Sounds Of The 13th Floor Elevators

1966 (International Artists) | psychedelic rock, garage rock

Non servono tanti giri di parole. “The Psychedelic Sounds of the 13th Floor Elevators”(International Artists, 1966) è, semplicemente, il prototipo del garage-rock e una delle opere cardine della psichedelia tout court.
Sebbene non siano stati i primi a utilizzare il termine psichedelico in ambito musicale (chiedete agli Holy Modal Rounders), i 13th Floor Elevators hanno il merito di aver reso palesemente identificabile con questo termine un nuovo sottogenere del rock. Non solo inserendolo nel titolo di un disco in anticipo sui tempi (anche se praticamente in contemporanea, nel novembre 1966, con i Blues Magoos di “Psychedelic Lollipop” e i Deep di “Psychedelic Moods”), ma, soprattutto, tracciandone esplicitamente le coordinate filosofico/musicali.

Dal mero punto di vista sonoro ciò che esce dalle casse è, di base, un R&B grezzo (vero e proprio punk ante-litteram), influenzato dalla British Invasion (Kinks e Yardbirds in primis) e dalla destrutturazione della black music anticipata da gruppi come Kingsmen e Trashmen. Ovvero, ciò che a posteriori verrà catalogato alla voce garage rock.
Ma la psichedelia è, per il gruppo texano, un’attitudine che ha radici profonde a livello filosofico, sociologico, addirittura religioso. Attitudine che si esprime a cominciare dallo stesso nome scelto, che (al di là della smitizzazione della scaramantica consuetudine americana di non indicare il tredicesimo piano degli edifici) va ricondotto significativamente (come da immagine riprodotta sul retro del disco in oggetto) ai 13 scalini della piramide della conoscenza, al cui vertice si pone l’occhio che tutto vede. Proprio là, dove la piramide incontra l’occhio (“Where The Pyramids Meets The Eye”, come verrà giustamente intitolato l’album tributo del 1990) è posto l’apice di un percorso di illuminazione che si snoda attraverso liriche ed effetti strumentali fortemente influenzati dall’utilizzo di sostanze allucinogene.

Il leader Roky (Roger Kynard) Erickson (1947, Dallas, Texas) sarà anche la prima “vittima” rock di abusi lisergici, pagati con una follia latente che si manifesterà a tratti in maniera eclatante (come quando, nel 1969, verrà internato nell'ospedale psichiatrico di Austin dopo aver pubblicamente proclamato di essere un marziano).
La sua interpretazione roca e urlata è indubbiamente uno dei tratti distintivi della band, coagulatasi ad Austin dall’incontro di tre diversi gruppi: gli Spades di Erikson, per l’appunto, i Lingsmen in toto (il bassista Benny Thurman, il batterista John Ike Walton e il chitarrista solista Stacy Sutherland) e i Conqueroo. Questi ultimi forniranno il paroliere Powell St. John (autore di tre composizioni di quest’opera) ma, soprattutto, con Tommy Hall, il suono originale e inconfondibile dell’electric jug.
Di cosa si tratta? In pratica una brocca di vetro con un microfono all'imboccatura cui avvicinare le labbra per produrre una caratteristica vibrazione; un tremolio continuato che supporta, indelebilmente, la sezione ritmica in ogni brano dell’album, chiarendo in maniera evidente all’ascoltatore che si sta entrando in una dimensione alternativa. A fortificare il legame tra il suono di questo strumento e l’alterazione di coscienza provocata dall’uso di droghe, sarebbe, secondo la leggenda, il fatto che la tonalità sia definita in base alla quantità di marijuana (di cui in effetti Hall era noto estimatore…) stipata sul fondo della brocca stessa.

Nella decifrazione del significato profondo dell’album, un vero e proprio concept (prima che questo termine assumesse una valenza storicamente condivisa in ambito musicale) sull’espansione e ri-definizione della propria identità e sul rapporto di questa con il mondo esterno attraverso l’uso di stupefacenti, ci vengono in aiuto direttamente le note di copertina vergate da Hall, di cui vale la pena citare, per esteso, l’introduzione generale nella traduzione italiana:

Fin dai tempi di Aristotele, l'uomo ha organizzato le sue conoscenze verticalmente in gruppi separati e non relazionati - Scienza, Religione, Sesso, Relazioni, Lavoro etc. Il punto focale di questo linguaggio, il suo sistema di archiviazione delle conoscenze è stato l'identificazione degli oggetti piuttosto che la relazione esistente tra gli stessi. Egli è ora costretto a usare questi strumenti di ragionamento separatamente e per una situazione alla volta. Nel passato l'uomo era in grado di vedere questo ipnotico modo di pensare, talvolta con sospetto (come Einstein) e risistemò le proprie conoscenze così che potessero essere relazionate orizzontalmente, rendendosi conto della perfezione del sistema che gli permetteva di relazionarsi con la propria vita in maniera integrale. Recentemente è stato possibile per l'uomo alterare chimicamente il proprio stato mentale, in modo da cambiare il proprio punto di vista (che è, in definitiva, la propria relazione basica con l'esterno, che determina il modo in cui archiviare le informazioni). L'uomo, poi, può ristrutturare il proprio pensiero e cambiare il proprio linguaggio, così che i propri pensieri possano produrre più relazioni con la propria vita e i propri problemi, avvicinandolo, in questo modo, ad essi in maniera più equilibrata. Questa è la ricerca alla base delle canzoni di questo disco.

Tra le principali fonti di ispirazione di Hall, il filosofo/matematico polacco Alfred Korzybski, noto per la formalizzazione di una nuova disciplina denominata "General Semantics" i cui fondamenti sono esposti nella sua opera principale, "Science And Sanity", pubblicata nel 1933. Korzybski sostiene che gli esseri umani sono limitati nelle loro conoscenze dalla configurazione del loro sistema nervoso e dalla struttura dei loro linguaggi. Gli esseri umani non fanno esperienza del mondo direttamente, ma solo attraverso le loro astrazioni (impressioni non verbali, che derivano dal sistema nervoso e indicatori verbali). A volte, le nostre percezioni e la nostra lingua alterano la nostra comprensione dei fatti per cui è di fondamentale importanza il corretto e consapevole utilizzo dell'astrazione. Tramite il ricorso a particolari tecniche (come il raggiungimento di uno stato di quiete interno ed esterno) è possibile modificare il modo di approcciare il mondo, percependolo nella sua indissolubile organicità e nella molteplicità delle sue relazioni. Proprio a questa tesi si riallaccia Hall, esaltando l’uso di droghe come tecnica principe per il conseguimento di questo obiettivo.

In realtà, contrariamente a  quanto potrebbero far pensare riferimenti culturali di cotanto spessore, il canone musicale del disco è rustico, integrale e integralista, con soluzioni sonore i cui intenti risultano diretti e facilmente interpretabili. L’afflato acido non si manifesta in fantascientifici viaggi interstellari tra i buchi neri e le irraggiungibili galassie immaginate dagli intellettuali Grateful Dead. Siamo, piuttosto, dalle parti dell’aeroplano dei Jefferson, ma a volo radente sul qui ed ora, in una sorta di ritorno all’originale dimensione dell’uomo attraverso la liberazione da qualsiasi sovrastruttura.

Composto già nel 1965 per gli Spades da Erickson (ma la prima versione risale addirittura al 1961, quando egli era appena quattordicenne), “You're Gonna Miss Me” è il capolavoro che non potrebbe non aprire la fenomenale sequenza di questa pietra miliare.
La rilevanza storica del brano (più che per il discreto successo raggiunto come singolo con la posizione n. 55 di Billboard) è scolpita, indelebilmente, dalla sua presenza centrale nella leggendaria raccolta del 1972 “Nuggets: Original Artyfacts From The First Psychedelic Era, 1965–1968”, vale a dire la vera e propria bibbia del garage rock.
Anche se, chiaramente, essendo stato composto in precedenza, si inserisce a forza nel filo logico del concept-album, ne contiene già in nuce i tratti rilevanti. Fin dall’attacco, che scandisce in modo perentorio i 4/4 definendo il perimetro di una sonorità rozza e primitiva ma quanto mai vera, fresca e diretta, per poi incarnarsi nell’urlo selvaggio di Erickson e farsi mito con l’entrata in scena sbalorditiva del jug di Hall. Pochi ingredienti ma quantomai speziati e saporiti, per uno dei piatti più appetitosi della storia del rock. La sospensione ritmica a metà del pezzo rievoca l’attesa alla “Mezzogiorno di fuoco” per duelli all’ultimo sangue, con Clint Eastwood intento a passarsi nervosamente il sigaro tra le labbra. Infine il chorus liberatorio e la voce orgasmica di Erickson (a cui Robert Plant deve almeno un pizzico di ispirazione), prima che un’armonica folle e sfrenata dia sfogo anche alle ultime tensioni emotive. Solo 2’30” per un concentrato altamente energetico.

“Reverberation” (il secondo singolo estratto dall’album, n. 129 di Billboard) con la sua ritmica cupa e i versi animaleschi del leader (pare di ascoltare gli Stones più fatti che mai) rivela, alla fine, uno spirito festaiolo da comune hippy in cui a nessuno importa del giudizio altrui e in cui si possono manifestare istinti primordiali trattenuti coercitivamente nei più oscuri meandri della mente. Si entra, metaforicamente, in una giungla impenetrabile e, quasi come in una trance indotta dalla ritmica battente, se ne esce esausti ma finalmente liberi.
Il titolo del brano si spiega così: i dubbi causano emozioni negative che si riverberano (per l’appunto) ostacolando i pensieri positivi. Solo organizzando le proprie conoscenze secondo un approccio che potremmo definire olistico, è possibile eliminare completamente ogni incertezza o esitazione.
Anche l’attacco di “Fire Engine”, a metà tra la sirena spianata dei pompieri e l’ululato di un branco di lupi mannari, con un’interpretazione vocale che interseca Wilson Pickett e Screamin’ Jay Hawkins, descrive uno spazio mentale diverso, immediatamente accessibile hic et nunc, dove l’anima trova il nutrimento ideale. È qui, più che mai, dimostrata l’efficacia di un brutale ma sincero rhythm and blues (cullato alla nascita da Mamma Africa) trasfigurato acidamente da uno stordimento ritmico che supporta taglienti assoli chitarristici di Sutherland, concentrati sulle note alte a mo’ di un Jerry Lee Lewis della sei corde.
La musica nera delle origini, scarnificata nelle vesti di uno spettro psichedelico, fa da protagonista anche in “Roller Coaster” (frutto della collaborazione tra Erickson e Hall), il pezzo necessariamente più lungo e articolato del disco, in quanto descrive nei dettagli la scoperta del nuovo sistema di pensiero che ci libera da paure infondate e lo snodarsi dei movimenti che ci portano verso quella direzione attraverso il viaggio psichedelico.

After your trip life opens up
You start doing what you want to do
And you find out that the world
That you once feared
Gets what it has from you poster


La crescente tensione emotiva e un senso complessivo di straniamento sono fortificati dal suono del jug, su cui la chitarra solista si libra, delineando possibili vie di fuga. L’attacco è da thriller di serie B, ma il pattern è di quelli che si insinuano rapidamente nel cervello. Inusualmente “dimessa” l’interpretazione vocale, in secondo piano rispetto alla strumentazione, quasi provenisse da un altro luogo e più oscura che mai.
La molla che fa accedere a stati alterati di coscienza può essere la più impensabile. Anche un semplice ma accattivante giro di basso come quello di “Thru The Rhythm”, essenzialmente una canzone di protesta contro l’istruzione scolastica. Il canto è contenuto in una sorta di voce recitante dylaniana, a guisa di un Virgilio rock che ci introduce e ci accompagna lungo i contorti percorsi della mente. Il nuovo paradigma raggiunto al termine del viaggio può far compiere all’individuo un salto evolutivo epocale al di là del quale il vecchio genere umano ci apparirà, finalmente e chiaramente, in tutta la sua arretratezza mentale.
Contrariamente all’Inferno dantesco, pare qui di varcare la porta di un mondo fantasmatico ma festoso, dove i problemi vengono rimossi con l’energia e la forza della mente. Basta cambiare la prospettiva e il mondo cambia con noi. Questa semplice intuizione si manifesta, musicalmente, nella rudimentale sobrietà degli effetti distorsivi (ascoltare la chitarra fuzz di Sutherland in “You Don't Know “) che colorano, ma con la forza contenuta dei pastelli, l’immagine di un’alternativa facilmente raggiungibile, immediata, appena velata dalla falsa realtà condivisa. Si esprime qui la differenza tra l’arcaico modo di ragionare basato sulla preoccupazione costante per gli oggetti che ci circondano e che ci imprigiona in una sorta di cecità permanente e le infinite potenzialità garantita dalla “nuova” ragione.

In una manciata di pezzi la psichedelia rimane, tuttavia, sullo sfondo. Ad esempio lasciando spazio ad un rilassato folk-rock byrdsiano con tanto di delicatezze jingle-jangle. E’ il caso di “Splash 1”, un’ariosa cavalcata tra le praterie dell’Ovest che descrive l’incontro caloroso tra due persone accomunate dalla ricerca del vero sentire; qui anche il canto esprime una serenità bucolica, appena scalfita dalla vena di malinconia del controcanto.
Oppure nell’allegro, strampalato rockabilly di “Monkey Island”, dove la follia musicale di Erickson si esplica dapprima con vocalizzi estremi e poi, come da titolo, in un simpatico gorgheggio scimmiesco posto in chiusura, a rappresentare la primitiva esaltazione di chi scopre di non poter continuare a rapportarsi con l’ordine prestabilito.
Lo Yin e lo Yang dell’opera in termini di atmosfera sono rappresentati da “Don't Fall Down” e “Kingdom Of Heaven”. Lo Yang dalla leggerezza disincantata della prima”, che ricorre, fin dall’inizio, all’infallibile riconoscibilità di un ritornello sixties-style che ci accompagna lungo l’intero viaggio. Relax assoluto a rappresentare l’amore necessario per mantenersi in uno stato di perenne equilibrio, con l’apertura finale in un forzato, ironico falsetto. Lo Yin dal greve travaglio rock blues di “Kingdom Of Heaven”, con il basso profondo, echi lontani di jug, la voce rallentata, stanca, quasi supplicante. Le scorribande chitarristiche paiono chiuse, senza uscita, intrappolate nella circolarità del quotidiano. Qui i riferimenti lirici sono addirittura religiosi, biblici; dal “Libro dei Proverbi”, laddove si afferma che l'unico modo per scampare alla fine, all’apocalisse, è quello di ridefinire il concetto stesso di Dio.
Poco da segnalare sulla finale “Tried To Hide”, che ripropone il trend di “You’re Gonna Miss Me”(di cui non a caso fu scelta come lato B), con il solito jug di Hall a sostenere la ritmica di basso e batteria su uno sfondo blues appena innervato dall’acidità della chitarra solista di Sutherland.

Proprio su questo punto, vale a dire sulla omogeneità forse anche eccessiva di atmosfere e sonorità del disco, pur nella loro straordinaria intensità, può essere osato l’unico rilievo critico.
Volendo continuare il parallelo gastronomico cui si è fatto riferimento all’inizio, quello messo in tavola dai 13th Floor Elevators è un lauto pasto preparato con ingredienti poveri ma dai sapori forti e decisi. Da provare a scatola chiusa senza timore di rimanere delusi. Dopo ripetuti ascolti, tuttavia, è innegabile possa manifestarsi l’esigenza di provare piatti un pochino più elaborati, per quanto, magari, basati sulle stesse, fondamentali, basi culinarie/musicali.
Tant’è che, ben presto esaurita, in un altrettanto ottimo secondo album come “Easter Everywhere” una vena artistica irripetibile a lungo termine, l’influenza di Erickson e soci ha permeato (in modo più o meno evidente) fasi diverse della storia del rock. Dalla new wave (vedi la cover di “Reverberation” di Echo And The Bunnymen) alle distorsioni oniriche degli Spacemen 3 (addirittura una doppia versione di “Roller Coaster” su Ep e Lp di debutto). E se "You're Gonna Miss Me" fa capolino dal leggendario esordio del 1977 degli australiani Radio Birdman, "Fire Engine" rappresentò un punto fermo nei concerti dei seminali Television.
Il culto della band texana e del suo leader (nel frattempo riaffacciatosi sulle scene pur ancora afflitto da gravi problemi psichici) si fa, infine, palese nel già citato “Where The Pyramid Meets The Eye: A Tribute To Roky Erickson” dove, con lo scopo di raccogliere fondi a suo favore, fanno bella mostra di sé gli espliciti omaggi di artisti eterogenei ma (ognuno nel proprio genere di riferimento) di estrema rilevanza, come Rem, Zz Top, Jesus and Mary Chain, Primal Scream, Thin White Rope e Julian Cope.

Le ultime incisioni di Erickson risalgono a pochi anni or sono, al 2010 per la precisione, frutto di una straordinaria collaborazione con i conterranei Okkervil River (“True Love Cast Out All Evil”) che ottiene ottimi riscontri in termini di critica e di pubblico.
Nel 2012, poi, il suo tour in Australia e Nuova Zelanda registra una serie di eclatanti sold out.
Eh no, vecchio pazzo Roky. Il folle mondo (del rock) non può proprio fare a meno di te.

(27/04/2014)



  • Tracklist
  1. You're Gonna Miss Me
  2. Roller Coaster
  3. Splash 1
  4. Reverberation (Doubt)
  5. Don't Fall Down
  6. Fire Engine
  7. Thru the Rhythm
  8. You Don't Know (How Young You Are)
  9. Kingdom of Heaven
  10. Monkey Island
  11. Tried to Hide


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