The Last Poets

The Last Poets

1970 (Douglas) | black poetry, spoken word, afro

Nella storia del rock e della musica popolare esistono moltissimi dischi caratterizzanti intere comunità sociali. Album che oltrepassano gli steccati dell’intrattenimento. Veri e propri manifesti generazionali, atti a esprimere il dissenso sociale di un popolo, il disappunto umano e politico. Tuttavia, sono davvero pochi i lavori capaci di incarnare a fondo lo spirito della rivolta, il suo istinto primordiale. L’esordio omonimo del collettivo The Last Poets è senza dubbio uno di questi rari esempi. Un’opera capace di tracciare nuove direttive nella stessa black music, ampliandone i futuri orizzonti musicali. Tredici proclami d’amore e odio da cui evolve il bisogno di urlare al mondo la propria identità, magari semplicemente stanziando dinanzi a un fuoco acceso negli angoli del proprio isolato, tra un nuovo proclama e l'altro. Trattasi, nella sostanza, dello sfogo impetuoso di un popolo che ha finalmente deciso di liberarsi dai preconcetti e dai pregiudizi di cui è stato vittima fin troppo a lungo. Un popolo stanco e ferito. Al contempo deciso a reagire con forza al sopruso e allo schiavismo industrializzato del "nemico" bianco.

E’ il 1968, e New York è una città in fiamme. Harlem brucia. L’indimenticato Malcom X è già da diversi anni martire e simbolo dell’accesa ribellione afroamericana. L’ancor più celebre Martin Luther King viene assassinato nell’aprile di quello stesso anno. La collera delle pantere nere impazza e raggiunge in quei giorni il suo massimo stadio. Gli Stati Uniti tremano, mentre dal Vietnam arrivano notizie sempre più disastrose. Per il neopresidente Nixon la situazione non è di certo delle migliori. Incombe a dismisura la protesta giovanile, e non, espressa con ogni mezzo e praticamente in ogni stato. I movimenti di liberazione della sterminata comunità nera si accingono a muovere con forza l’ultimo affondo al regime totalitario dei comandanti bianchi.
In quello stesso periodo, Jalal Mansur Nuriddin è un giovane paracadutista di colore dell’esercito statunitense, da poco convertitosi all’Islam, e appena entrato in carcere per aver spontaneamente rinunciato agli obblighi militari, dunque al Vietnam. In cella, non impiega molto a stringere amicizia con i fratelli Omar Ben Hassen e Abiodun Oyewole. L’intesa è da subito fulminante. Ad accumunarli è l’appartenenza alla rivolta in atto e una smodata passione per la cosiddetta poesia di protesta. I tre non fanno altro che sfornare strofe su strofe, coniando di fatto la tecnica vocale “spiel”, antesignana del rappato così come lo conosciamo oggi. Prende forma quello che costituirà, di lì a poco, e a pieno titolo, il fulcro artistico e letterario del collettivo “aperto” The Last Poets, originariamente composto da Felipe Luciano, Gylan Kain e David Nelson, in seguito mutati nei minori, ma non per questo poco influenti, “The Original Last Poets”.
A ispirarne il nome è lo scrittore e rivoluzionario sudafricano Keorapetse Kgositsile, il quale era fermamente convinto di vivere nell’ultima era della poesia, con i cannoni alle porte pronti a prendere il sopravvento definitivo. Mentre a credere fortemente, e fin dal primo istante, nei tre giovani scrittori, ormai ex-galeotti, è l’acclamato produttore Alan Douglas, già noto al mondo per aver prodotto e talvolta lanciato musicisti del calibro di Jimi Hendrix, Miles Davis, Lenny Bruce e John McLaughlin.

L’omonimo esordio dei Last Poets targati Hassen/Nuridinn/Oyewole, a cui si aggiunge il prezioso e strabiliante percussionista Nilaja Obabi, viene dato alle stampe nel 1970. Il disco, pur presentando tratti musicali unici e poco fruibili, ottiene un inaspettato successo, entrando finanche in top ten. A guastarne in parte l’effettivo decollo iniziale fu l’arresto per rapina di Oyewole, prontamente sostituito a ridosso della prima tournée dallo stesso Nilaja.
L’album presenta fin dal primo atto dei tratti distintivi fuori dal comune. Le tredici poesie recitate in esso contenute poggiano sopra un tappeto percussivo proprio del tribalismo africano, su tutti il nigeriano Babatunde Olatunji, asse portante della musica yoruba.
Il tip-tap introduttivo di “Run, Nigger” mette le cose in chiaro e apre le porte di un nuovo stile musicale. Prende vita un vero e proprio cerimoniale nero in cui l’invettiva mossa da uno slang personale sposa l’elemento ritmico primordiale del bongo. Le parole trasudano voglia di rinascita e di conquista. La necessità di liberarsi da catene sociali mai spezzate, unita all’esigenza di porre in luce la propria tradizione culturale, dominano incontrastate. I testi di Oyewole esortano a una nuova fuga, a una nuova presa di coscienza: “Screwing your woman (Run, Niggers!)/ Whooping your ass (Run, Niggers!)/ Stealing your culture (Run, Niggers!)”. E’ da queste parole, da questo incipit viscerale che il rap trova di fatto il suo stato embrionale. In tal senso, lo spelling rappato contenuto nei versi della successiva “On The Subway” (“The new black man, let alone see us everyday, riding the subway, 8th ave, 7th ave, 6th ave, i-n-d, b-m-t, i-r-t, he still hasn't dug me, he stares endlessly”) è alquanto emblematico. Allo stesso modo, “Niggers Are Scared Of Revolution”, il brano più celebre dell’album, affonda la sua denuncia nei meandri di una comunità scossa interiormente dal richiamo assassino della droga, ma soprattutto nei muri alzati (e mai crollati) dall'uomo bianco.

E’ la scossa per le generazioni future, invitate a non abbassare mai la guardia e a non cedere mai più alle paure. Poco tempo dopo, lo spoken-word impegnato di Gil Scott-Heron riprenderà per certi versi il discorso e rincarerà ulteriormente la dose nell’epica “The Revolution Will Not Be Televised”, sorta di seguito naturale di “When The Revolution Comes”, di fatto l’esplicazione più sentita della collera nera vigente in quel particolare periodo storico: “When the revolution comes/ Transit cops will be crushed by the trains after losing their guns/ And blood will run through the streets of Harlem/ Drowning anything without substance”. L’appartenenza alla razza e alle ragioni delle pantere nere è ampiamente celebrata da Hassen in “Black Things”. Obabi accompagna e scuote gli animi senza mai strafare o invadere eccessivamente la scena, rinvigorendo quel particolare misticismo voodoo insito nel proprio Dna ritmico (“Wake Up, Niggers”).
Collera e passione abbondano invece in “New York, New York”, metropoli amata e odiata in egual misura. Città derisa e osannata allo stesso tempo. Irriverenza, disincanto e poesia continuano a seguire la medesima scia, prima che la conclusiva “Surprises”, ripresa in futuro anche da gruppi del calibro di Public Enemy e N.W.A., mostri l’ultimo straziante strappo sociale, emergendo da un oceano di rabbia e indignazione.

Con i Last Poets rivoluzione sociale e musicale non sono mai stati così vicine. Nei decenni successivi, intere generazioni di MC svuoteranno il sacco poggiandosi praticamente, e talvolta inconsciamente, su quanto scritto e interpretato dalla migliore line-up di questo straordinario gruppo di poeti e musicisti statunitensi.

(15/02/2015)

  • Tracklist
  1. Run, Nigger 
  2. On The Subway 
  3. Niggers Are Scared Of Revolution 
  4. Black Thighs 
  5. Gashman 
  6. Wake Up, Niggers 
  7. New York, New York 
  8. Jones Comin' Down 
  9. When The Revolution Comes 
  10. Just Because 
  11. Black Wish 
  12. Two Little Boys 
  13. Surprises


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