Tom Petty

Full Moon Fever

1989 (Mca Records) | pop-rock

Un eroe americano. Capelli al vento e chitarra in spalla, Thomas Earl Petty ha sempre cavalcato le verdi praterie del rock "con un piede nella fossa e l'altro sul pedale", come teorizzava nella sua "Rebels". Mezzosangue seminole, profondamente attaccato alle radici della tradizione, a quell'epica polverosa che ha fatto la storia del rock a stelle e strisce, Petty incarna la figura del rocker senza macchia, ma al contempo si discosta dal cliché, in forza di una duttilità e di un'(auto)ironia fuori dal comune. Sardonico e irriverente, proprio come il Cappellaio Matto di "Alice in Wonderland" che ha interpretato in un suo celebre videoclip. Un personaggio atipico, più vicino alla sensibilità pop di un Ric Ocasek che alla retorica populista di Bruce Springsteen cui tanti, forzatamente, lo hanno accomunato. Perché il suo songwriting, a ben vedere, è molto più sfaccettato di com'è solitamente dipinto: una miscela esplosiva di hard-rock, blues, Aor da Fm, jangle byrdsiani, suggestioni dylaniane e melodie struggenti alla Beatles, il tutto condito, nell'arco del tempo, con arrangiamenti sempre più svariati e spiazzanti.
La sua carriera, spesa in gran parte al fianco dei leggendari Heartbreakers, una delle band più potenti della storia del rock, è una corsa nel sogno che ha folgorato il cuore degli americani. Con decine di milioni di dischi venduti. Solo in Europa, e in Italia in particolare, il suo nome è rimasto inspiegabilmente in secondo piano, senza riuscire mai a sfondare del tutto.

Il sound di Tom Petty & The Heartbreakers si afferma come un marchio inconfondibile fin dall'omonimo album d'esordio. I lavori successivi lo consolidano, in primis quel "Damn The Torpedoes" (1979) che fungerà da rampa di lancio per la stardom. Eppure, dopo essersi affermati nel cuore degli anni Ottanta e aver anche accompagnato Bob Dylan nel "True Confessions Tour", Tom e i Rubacuori sembrano stanchi, quasi svuotati. "Let Me Up (I've Had Enough)", pubblicato nel 1987, è stato un mezzo flop. E anche la vita privata di Tom ha subito un duro colpo, quando un folle ha dato alle fiamme la sua casa nella San Fernando Valley, distruggendo i suoi beni e terrorizzando la moglie e le due figlie, fortunatamente incolumi.
Petty si prende così una pausa, durante la quale lavora con Jeff Lynne degli Electric Light Orchestra a un nuovo progetto: i Traveling Wilburys, un supergruppo con Bob Dylan, George Harrison e Roy Orbison. Insomma, una delle più clamorose all-star band di sempre. I nostri eroi incrociano le chitarre e, in cerchio davanti a un microfono, sfoderano un pugno di spigliati rock'n'roll da "good times". Il progetto durerà poco, solo due dischi, anche a causa della morte di Orbison, ma si rivelerà decisivo per Petty imprimendo una svolta cruciale alla sua carriera.
"Full Moon Fever" ne è il frutto più prezioso. Un album firmato per la prima volta da solo, senza gli Heartbreakers, con il solo Campbell in veste di polistrumentista e co-produttore. Perché il suo suono non può essere attribuito a quel glorioso marchio. È un suono nuovo di zecca. E incredibile.

La febbre della luna piena ammalia Petty. E Lynne, luminare del ritornello, è il suo stregone: sale in cabina di regia e architetta i suoi tipici arrangiamenti ricchi e fantasiosi, forgiando un sound decisamente più rotondo e levigato rispetto alla linea-Heartbreakers. Un sofisticato involucro pop figlio in tutto e per tutto degli Eighties. A dar man forte provvedono anche altri due Wilburys: George Harrison (chitarra acustica e backing vocals su "I Won't Back Down") e, poco prima della sua scomparsa, Roy Orbison (backing vocals su "Zombie Zoo").
Illuminato dalla grazia melodica di Lynne, Petty imbrocca una sfilza di singoli-killer e di ballate mozzafiato. Gli splendidi coretti di Campbell e Lynne, gli strati luccicanti di tastiere e il fascino beatlesiano delle melodie (quasi inevitabile, mettendo insieme due maniaci dei Fab Four come Petty e Lynne) rinvigoriscono un suono che sembrava ormai inaridito, donandogli una seconda vita. Perché le radici folk-rock, gli echi jangle byrdsiani e anche gli stessi testi, con le loro piccole e grandi epopee di loner di provincia, non sono scomparsi. È insomma una di quelle alchimie magiche che possono far svoltare una carriera. E così sarà: l'album diventerà il bestseller di Petty, conquistando anche il terzo posto nelle chart americane.

La prima hit "Free Fallin'" introduce gradualmente in questa nuova frontiera, con i cori e le chitarre arpeggiate ad accompagnare la caduta libera in un vortice sentimentale fatto di inadeguatezza e amori impossibili, con quel tocco d'ironia disincantata che contraddistingue da sempre il personaggio: "She's a good girl, loves her mama/ Loves Jesus and America too/ She's a good girl, crazy 'bout Elvis/ Loves horses and her boyfriend too... And I'm a bad boy, 'cause I don't even miss her/ I'm a bad boy for breakin' her heart". Ma già "I Won't Back Down" è un clamoroso sconfinamento in un pop-rock vellutato, praticamente una fusione fredda Elo-Heartbreakers, con il "pianto gentile" della chitarra di Harrison ad assecondare un'altra orgogliosa dichiarazione d'indipendenza. Un suono che guadagna velocità e piglio rock sull'altra prodezza "Love Is A Long Road", con un gioco di stacchi e di tastiere che rievoca la "Baba O' Riley" degli Who.
Più morbida e soffusa, "A Face In The Crowd" scivola in un abisso di malinconia, perdendosi nei ricordi, nelle riflessioni sullo scorrere del tempo, con quei meravigliosi arrangiamenti così densi ed eleganti in cui s'insinua languida la slide. Petty riesce nel miracolo di scavare squarci di desolazione facendoli apparire come un sogno ad occhi aperti. Sogni da percorrere a perdifiato, dietro fiammeggianti riff hard-rock ("Runnin' Down A Dream", con Campbell sugli scudi) o esuberanti beat d'antan (la cover di "Feel A Whole Lot Better" dei Byrds).

Quando a questa carica si sposa l'incanto melodico di "Yer So Bad", tra chitarre scampanellanti e impareggiabili coretti, Petty sembra davvero toccare lo zenit della sua arte della nostalgia, in cui l'ironia accorre sempre in tempo a salvarti dalle lacrime ("My sister got lucky, married a yuppie/ Took him for all he was worth/ Now she's a swinger dating a singer/ I can't decide which is worse"). Salvo poi fotterti di malinconia con la semplicità disarmante di una ninnananna acustica ("Alright For Now") che ti spalanca il cuore: "I've spent my life travelin'/ I've spent my life free/ I could not repay all you've done for me/ So sleep tight baby/ Unfurrow your brow/ And know I love you".
Dopo tanta grazia ci si potrebbe anche accontentare, ma non finisce qui. "Depending On You" gioca ancora sulle tastiere, su cadenze briose e incalzanti, mentre "The Apartment Song" mantiene il legame con la tradizione, tornando alle radici folk'n'roll e rivelandosi il brano più "Heartbreakers" del lotto. Ma il disco conferma il suo trademark originale anche nel finale, grazie alla gaiezza della dinamica "A Mind With A Heart On Its Own" e alle cadenze addirittura dancey di "Zombie Zoo", che occhieggia ai Cars irriverenti di "You Might Think".

Si chiude con toni festosi, ma la melanconia è sempre dietro l'angolo. Nelle ballate della Luna Piena si culla l'America intera. Milioni di working class hero quotidiani si rispecchiano nei sogni disperati di questo Southern Man eternamente avvinghiato alla sua chitarra, nelle sue saghe di solitaria, indomita fierezza.
Con "Full Moon Fever" il cappellaio Tom estrae dal cilindro il disco perfetto. Ma la sua carriera proseguirà con piena dignità fino ai giorni attuali, continuando a regalare, qua e là, altre perle di sano, semplice e necessario rock'n'roll.

(24/06/2012)



  • Tracklist
  1. Free Fallin'
  2. I Won't Back Down
  3. Love Is A Long Road
  4. A Face In The Crowd
  5. Runnin' Down A Dream
  6. I'll Feel A Whole Lot Better
  7. Yer So Bad
  8. Depending On You
  9. The Apartment Song
  10. Alright For Now
  11. A Mind With A Heart Of Its Own
  12. Zombie Zoo


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