Tubeway Army

Replicas

1979 (Beggars Banquet) | synth-pop

Inghilterra, inizio anni Settanta, il glam, i ragni da Marte e Ziggy polvere di stelle planato su una strada dei sobborghi a sublimare i suoi sogni da era lunare: arte di seconda mano, cabaret, suggestioni fantascientifiche. Germania, metà anni Settanta, il kosmische-kraut apre gli occhi e sbatte le palpebre al pop coi ritmi pulsanti dei Neu! e con le melodie autostradali dei Kraftwerk. Quando incide "Replicas", Gary Numan, front-man, autore e leader incontrastato dei Tubeway Army, è un ventenne irrimediabilmente sedotto da tutto ciò, oltre che, come molte altre nuove leve del post-punk, dalle androginie elettroniche del Bowie berlinese, sintesi e summa di un nuovo modo di fare musica. Cresciuto a science fiction, avido lettore di William Burroughs, J.G. Ballard e Aldous Huxley, appassionato fruitore di pellicole quali "Arancia Meccanica", "Fahrenheit 451", "Logan's Run" e divoratore dei film di George Lucas antecedenti a "Guerre Stellari", Gary possiede già un background musicale di tutto rispetto, maturato nei due anni precedenti armeggiando con il punk prima, e quindi coi vagiti sintetici di "Tubeway Army", l'omonimo debut-album uscito nel 1978, che fa già intravedere la sua fascinazione per i sintetizzatori, che  affiancano le chitarre, la scarna batteria di Jess Lidyard  e le essenziali linee di basso del fido Paul Gardiner.

Se il promettente esordio su label ne fissa in qualche modo le coordinate, "Replicas" definisce, non senza sorpresa, delle modalità che lo rendono non solo un caposaldo del synth-pop, ma anche un lavoro la cui influenza negli anni si estenderà dall'hip-hop all'industrial, oltre a fornire nuovi spunti al pop da classifica che esso per primo clamorosamente scalerà fino al numero uno in madrepatria (impresa che si ripeterà coi due progetti successivi: l'altro capolavoro "The Pleasure Principle", e "Telekon"). Eppure ci troviamo dinnanzi a un album che per temi e sonorità sembra possedere tutto fuorché un appeal adatto alle masse. Ossessioni, ansie, alieni, mutanti, degenerazione, l'incomunicabilità dell'uomo incapace di governare le macchine, che finiscono per schiacciarlo. L'uomo è solo, la solitudine lo disumanizza esacerbandone la spersonalizzazione. La macchina, forgiata nel lodevole intento di uscire dal dramma in cui è caduto, si evolve fino a sovrapporglisi, finendo col sostituirlo: un nuovo e più minaccioso nemico che si aggiunge ai fantasmi esistenti.

Stiamo parlando di un concept cibernetico denso d'ammiccamenti visivi, la storia di un'apocalisse che potrebbe essere indifferentemente un libro, o la sceneggiatura di un film, ma che invece si sparge qua e là nei testi di un disco concepito come la somma di gelidi frammenti impressionisti. I "Machmen" sono umanoidi poliziotto, le città oasi di cemento scollegate fra loro, tanti piccoli mondi dentro al mondo, e il controllo di questa iper-realtà è affidato alla mente artificiale che, sulla base di calcoli matematici, determina che il sommo errore è l'uomo stesso, che quindi va eliminato. Essa però comprende che non tutti possono essere uccisi, giacché sarebbe sconfitta dalla ribellione molto prima di completare il programma. Perciò si avvale di collaboratori umani e si crea un esercito di mutanti, imponendo un "quota test" per tutti gli altri. Il "quota test" è un metodo di assegnamento del quoziente intellettivo; chiunque non raggiunga il livello definito si stabilisce che venga portato via e rieducato, sarà così assai agevole ucciderlo.

Il livello di difficoltà del test viene alzato periodicamente, in modo che la macchina possa sopprimere gli uomini partendo dai più deboli, via via arrivando ai più forti. Quando questi realizzeranno cosa sta accadendo, saranno troppo pochi per opporre una resistenza significativa, e l'annientamento finale sarà velocemente portato a termine. I "Crazies" vivono nel sottosuolo, sono gli unici umani armati, escono la notte alla ricerca di mezzi di sostentamento. Però nessuno può detenere armi, tutti i muri della città s'illuminano al calar del sole in modo che nessuno eluda il coprifuoco. Il parco è come una prigione dove sono trascinati i trasgressori, che sono torturati e uccisi da apposite macchine mentre dallo Zom Zoms Club, che domina dall'alto, ci si gode lo spettacolo. Nel parco si assiste a lotte simili a quelle delle arene romane, i "Crazies" sono costretti a sostenere combattimenti per lo svago di umanoidi e prescelti. Pochi sopravvivono a una notte fuori, nessuno sopravvive a due. I "'Friends' electric" sono macchine replicanti simili ai "Machmen", ma anziché rappresentare la legge, forniscono servizi: con essi si può indifferentemente giocare a scacchi, o soddisfare ogni più oscena fantasia sessuale, giacché sono tutti somiglianti fra loro, oltre che privi di una propria personalità.

Le trame utilizzate da Numan per ispirare tanto i testi quanto i suoni di "Replicas", attingono dalle ossessioni sull'umanità allo sfascio dei romanzi di Burroughs, così come le turbate connessioni fra reale e irreale, e fra passato e futuro, sono molto vicine all'opera di Philip K. Dick, il grande scrittore di fantascienza americano che Ridley Scott metterà sul grande schermo nel 1982 nel cult movie "Blade Runner". Se l'aplomb metronomico dei brani rimanda ai Kraftwerk del biennio precedente, è con l'anti-pathos della voce e con il contemporaneo uso della strumentazione tradizionale che Numan marchia a fuoco il suo sound, rendendolo di fatto unico. Certamente da annoverarsi fra gli allievi di David Bowie pur non possedendone le doti tecniche, egli esibisce un registro uniforme modulato da afflati ora di impersonale enunciazione, ora di distaccata disperazione, a sorvolare i sintetizzatori che dettano le melodie, le chitarre elettriche robotizzate e una sezione ritmica essenziale e compatta, il cui drumming manuale è spesso trattato con l'effetto flanger e talvolta affiancato dalla drum machine.

Pochi accorgimenti, ma tanto rivoluzionari da restituire alla perfezione, in forma rock-pop (la rivoluzione sta qui) tutti i turbamenti che si prefiggeva di evocare. Infatti "Are 'Friends' Electric?" è l'eponimo dell'alienazione fatto pop. Stretta in una stoffa di tastiere circolari da cui è impossibile liberarsi, diviene un successo clamoroso pur essendo priva del classico ritornello che di norma caratterizza le pop-hit. Per questo motivo essa definisce uno standard che, oltre il pubblico, seduce tanto i rapper, per via del micidiale binomio fra ritmica e parlato, che i manipolatori di professione: nel 2002 un suo corposo sample verrà utilizzato in "Freak Like Me" delle Sugababes che la porteranno nuovamente al numero uno nel Regno Unito, a ventitré anni di distanza dalla versione originale.

Ma tutti i brani brillano di luce propria. Dal ritmo pari dell'introduttiva "Me! I Disconnect From You", che sancisce il sodalizio tra il riff di synth e la voce di un numanoide, al boogie sintetico "Machman", dalla disarmante semplicità con cui un numero imprecisato di melodie ad incastro inghiottono i fraseggi di basso e voce in "Praying To The Aliens" alle ovattate e modernissime atmosfere di "Down In The Park", il primo singolo che quando uscì passò inosservato ma che ad oggi vanta svariati campionamenti e cover (da Terre Thaemlitz a Marilyn Manson, dai Foo Fighters ai Christian Death).

"It Must Have Been Years" è il segno di continuità coi vecchi Tubeway Army, reggendosi per intero sull'accoppiata basso chitarra, al punto da concedere a quest'ultima un contenuto assolo, mentre colpisce la contrapposizione cromatica dei due strumentali che chiudono il disco, la marcetta "When The Machines Rock" che diventa notte senza ritorno nel fantascientifico incanto di "I Nearly Married A Human".

In un album di così grande ispirazione, vale la pena ricordare anche le canzoni rimaste fuori dall'opera originale e che vengono proposte nelle attuali ristampe. Su tutte quella "We Are So Fragile", finita sul secondo lato di "Are 'Friends' Electric?", che rappresenterà un cavallo di battaglia on stage per lo ieratico musicista britannico.

"Replicas" fa da apripista a un movimento, quello del pop elettronico, che detterà legge negli anni a venire, trasformandosi per molti in una moda. Lo stesso Numan sfrutterà il fenomeno almeno fino al 1983, inanellando autentiche perle ("The Pleasure Principle") a fianco di episodi non riusciti ("Warriors"), ma le suggestioni di questo disco e dei suoi algidi personaggi resteranno un caso unico. Anche oggi, laddove le macchine fanno rock, un umanoide in nero, da una finestra, veglia sempre su di loro.

Contributi di Federico Orlandi

(05/10/2007)



  • Tracklist
  1. Me! I Disconnect From You
  2. Are "Friends" Electric?
  3. The Machman
  4. Praying To The Aliens
  5. Down In The Park
  6. You Are In My Vision
  7. Replicas
  8. It Must Have Been Years
  9. When The Machines Rock
  10. I Nearly Married A Human
  11. Do You Need The Service? (B-side)
  12. Crazies, The (out-take)
  13. Only A Downstat (out-take)
  14. We Have A Technical (out-take)
  15. We Are So Fragile (B-side)
  16. I Nearly Married A Human 2 (B-side)

 



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