Tuxedomoon

Half-Mute

1980 (Ralph) | new wave

I Tuxedomoon, con "Half-Mute", prendono una tavola e scendono dalla new wave di certi canoni (Pere Ubu o Television) per finire sul mistico, assumendo l'autorità dei registi e dirigendo una sorta di orchestrina jazz per analfabeti.
Pazzoidi e dediti al bricolage, mettono in scena un teatrino che avrà molti proseliti, a cominciare dai Residents stessi che, oltre a scritturarli per la propria etichetta (la Ralph), li citeranno in più punti sulla pedana schizofrenica di "God In Three Persons" (1988), altra roba per cervelli bucati.
Siamo nella San Francisco Bay, aspettando il prossimo terremoto in un club per intellettuali.

Nell'occasione ridottisi a terzetto (Blaine L. Reininger al violino, Steven Brown al sax, Peter Principle al basso), ma talvolta aiutati al canto dal concettuale Winston Tong e alle "visioni" dallo scenografo Bruce Geduldig, bucano l'elettronica con le pinzette di funk e strumenti a fiato, mantenendone i cardini con l'uso di tastiere (strimpellate un po' da tutti) che fanno da pianole: accendono così una lampadina in un ripostiglio pieno di storia e pensano a come riciclarla, inventando, nel frattempo, un nuovo modo di indossare l'aureola degli iniziatori.
Niente è vicino a ciò che, con qualche superficialità, mostreranno nelle colonne sonore di balletti e film esistenti o meno, molto è prossimo a talune velleità del miglior Canterbury Sound, tutto è riconducibile a un modello d'avanguardia che punta su sax e violini stridenti, tristissimi, gotici, feroci.
E' la new wave creata su una panca abbandonata, utilizzando strumenti e concetti di fortuna che danno vigore all'accettazione obbligata della realtà dei fatti.

I temi sono tanti, pescati nell'amatissimo bagaglio cinematografico, negli studi delle popolazioni antiche, come nei suoni alieni di un free-jazz d'annata. Emblematico è l'ambiente creato da "Nazca", omaggio alla civiltà peruviana delle famosissime sagome geometriche raffiguranti animali: siamo in uno dei territori, musicali e non, più cotti e brulli del mondo. E allora ci pensa un sax, stonato e lacrimante, a diffondere l'odore della desolazione e a disegnare quelle enormi linee, soprattutto quando tenebrosi accordi di tastiera sembrano chiedere aiuto. Si tratta di pochi minuti, ma è chiaro che qualcosa non quadra con ciò che abitualmente ricordiamo.
Così il balzo negli anni Trenta di "James Whale" sembra molto più di una piccola apologia del maestro del primo Frankenstein, con campane e temporali a scandire un classico sonoro horror, senza concrete diffusioni di paure o facce cattive. E' ancora una manciata di minuti, caratterizzati da un timbro funereo e dall'assenza di strumenti da palcoscenico.

I Tuxedomoon viaggiano coi pensieri, spaziano tra le tonalità e restano sempre originali, mossi dalla corda dell'arrangiamento improvvisato. Niente da fare, tutto ciò che pare rifarsi ad altro, lo sconfessa l'istante successivo.
Se, infatti, "Volo Vivace" gira su un basso che sfoglia un album dei Joy Division, presto diviene una riunione, un incontro tra cose e fiori con pizzicate di violino che fanno molto rumore. Stessa cosa in "59 To 1", che pare uscita dalla mente di James Chance dei Contortions, salvo poi insistere su stacchi lineari di drum machine e su un sax non individuabile semplicemente in un circuito funk. Le folate del "fiatista" sono quasi sempre matte da legare, pur restando fondamentali per il cliché.

Davvero curiosa, poi, è la parentesi diabolica di "Tritone (Music Diablo)", in cui si gioca a fare i trilli per spaventare al massimo i bambini, e di "Loneliness", imperniata sull'ennesimo riff di tastiera che ricorda un blues di Captain Beefheart e che ricomparirà tempo dopo, sotto mentite vesti, in qualche passaggio di "...If I Die I Die" dei Virgin Prunes.
Sono tutti sprazzi che si accasano nella gabbia dei 240 secondi, proprio per permettere di prendere fiato all'insegna del senso di pazzia continuato. Il filo è mantenuto, in forma libera, dagli ottoni e dalle corde, a loro volta sostenuti da un mercato di altri strumenti che si fa fatica a riconoscer sani.

"Half-Mute" è un disco vicinissimo all'oro, turato in ogni parte da esibizioni istintive che, non per caso, lo riprendono azzimato, belloccio e comunque sinistro. Le note notturne, a differenza di tante correnti che ne abusano, sono ben contestualizzate e gelano solo quando ce n'è bisogno. Non siamo innanzi a un'opera cucita sulla sola oscurità, piuttosto a una riedizione degli spiritualismi liberi di John Coltrane in chiave rock, con le attraenti conseguenze del caso. Basti collegarsi un attimo su "Fifth Column" o "Dark Companion" per intimidire l'orecchio e renderlo refrattario al solito paragone a perdere con certe stasi di "Giant Steps", un classico tra i classici del jazz. Steven Brown disidrata il suo strumento curvo, sottoponendolo allo stress da richiamo di non si sa cosa.

L'unica canzone della lista è forse "What Use?", non solo perché impostata su un profondo "recitar/cantando", ma principalmente per i suoi ritmi insidiosi e tecnici, quasi come se ci fosse la seconda generazione dei King Crimson a dare una mano. Resterà un episodio, non deleterio, di un insieme che aveva sicuramente bisogno della pausa giusta. Tant'è che, sia in "7 Years", sia nella conclusiva e isolatamente lunga "Km/Seeding The Clouds" (in cui rende visita una chitarra distorta), le stesse esternazioni da mosaico perfetto vengono rinchiuse di nuovo in una colonna fumaria, ancora sotto l'insistenza di una pseudo-elettronica tambureggiante e sopra l'usuale pianto del tenore.

L'anno di grazia è il 1980, a un po' di distanza da stravolgimenti affini.
Se i Pere Ubu hanno ordinato ai fremiti di adeguarsi a cadenze industriali, se Tom Verlaine ha spostato gli impianti sulla centralina chitarristica, i Tuxedomoon portano direttamente nella sala proiezioni.

(13/11/2006)

  • Tracklist
  1. Nazca
  2. 59 To 1
  3. Fifth Column
  4. Tritone (Musica Diablo)
  5. Loneliness
  6. James Whale
  7. What Use?
  8. Volo Vivace
  9. 7 Years
  10. Dark Companion
  11. KM/Seeding The Clouds
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