Velvet Underground

White Light/White Heat

1968 (Verve) | psychedelic-rock

Questa pagina viene scritta con intenti didascalici e moralizzatori: è nostro fermo intento estirpare il diffuso malcostume per il quale chi ha in casa solo il primo disco e nessun altro dei Velvet Underground si possa ritenere a posto con la coscienza.
È nostro intento istruire sui vantaggi e i godimenti del possedere
l’opera seconda, "White Light/White Heat".

 


In una possibile lettura alternativa, la celebre teoria di Brian Eno su "chi ha comprato The Velvet Underground & Nico poi ha formato una band" può diventare un aneddoto su quanto poco quel disco abbia venduto, e quindi su quanto fosse ignorato e sottovalutato alla fine dei lungimiranti Sessanta. È altamente improbabile che i Velvet Underground potessero mai diventare idoli di qualche folla dando le spalle al pubblico e non avendo in organico nessuno in grado di adoperare il bacino secondo i dettami della gloriosa tradizione dei frontmen, ma è almeno errato dipingerli come gruppo totalmente ignorato. La band (line-up per i neofiti: Lou Reed, voce e chitarra, John Cale, viola, organo e poche volte basso, Sterling Morrison, chitarra e di mala voglia basso, e Maureen Tucker, percussioni) e Nico erano seguiti in tour da Andy Warhol per l'allestimento dell'Exploding Plastic Inevitable, il quale li consigliava, li coccolava e faceva scrivere il suo nome bello grosso sui manifesti. La cosa era più che sufficiente a garantire un certo hype.

Per questo, l'esordio uscì in un clima di favorevole aspettativa, almeno in determinati ambienti, di cui è testimone la fulminea entrata nella Top200 di Billiboard e nella Top100 di Cashbox. Impresa eroica, visto che fu recensito da poche riviste e le radio non lo sostennero affatto. Visto che l'uscita fu rimandata per mesi, allo scopo di cedere il passo ai compagni di etichetta Mother of Invention, stemperando non pochi entusiasmi, e che quando sembrava che nonostante tutto stesse ingranando fu ritirato dalle vendite per un dissidio legale con uno che compariva tra il pubblico in una foto live sul retro-copertina e riteneva di avere diritto a dei soldi. Insomma, più che di "perdentismo", si tratta di scarso tempismo bello e buono.

Tutti i fattori che fecero di "The Velvet Underground & Nico" un fiasco commerciale, da potenziale macchina da hit che era, furono però determinanti al concepimento del suo successore, "White Light/ White Heat", stampato nel 1969 dalla Verve e inciso da un gruppo a dir poco diverso da quello della banana. E non stiamo parlando solo di line up.

All'indomani delle tribolazioni legate all'esordio, i Velvet Underground, frustrati dallo scarso successo, in particolare Reed, e dal non avere soldi per altro che non fosse cibo, sigarette o droga, decidono (o lo fa Lou per tutti) che la cosa da fare è chiudere con le performance nelle gallerie d'arte e confrontarsi con l'industria discografica vera e propria. Per farlo, licenziano Warhol, che ritengono comunque stanco di loro. Suonano molto dal vivo, con gente come Zappa e i grandi nomi della West Coast, o con gli MC5. Questo genera un'evoluzione in ambito strettamente sonoro. La gente che sta sotto il palco vuole ballare, non ha frequentato scuole d'arte e non ci sono immagini proiettate che la distraggano. I Velvet diventano meno minimali e più "hard". Reed che ha sempre avuto un certo amore per i ritornelli catchy e le canzoni "gioiellino", ritiene che la strada da seguire sia quella segnata dai brani che aveva a malincuore fatto cantare a Nico (che è stata elegantemente messa alla porta prima ancora di Warhol). Cale, sempre meno disposto a imbracciare il basso, crede invece che bisogni sperimentare, e la sua strada passa dal rendere i "gioiellini" minacciosi, grandiosi ed epici.

Questa è una semplificazione, come si sarà resoconto chiunque conosca i due (in una recente intervista un poco conciliante Cale si vanta del fatto che alcuni dei suoi brani solisti hanno melodie così belle ed efficaci che sarebbero ottime suonerie per cellulari, mentre quelli di Reed no...), ma può essere utile a descrivere una band allo sbando e incerta del proprio futuro. In un clima di discussioni estenuanti e stizza generale, con Sterling che non si piega a suonare il basso che Cale trascura per il suo amato organo e quindi senza un sound definito, la band propone alla Verve un disco registrato in presa diretta e strutturato come un live.

L'etichetta, che non ci aveva guadagnato quando con loro c'era Warhol e giustamente ritiene poco probabile riuscirvi ora, senza troppi travagli interiori li affida allo svagato produttore Tom Wilson. I Velvet realizzano così un disco con una qualità sonora di molto inferiore all'esordio, che vendette ancora di meno e non vide mai la luce dell'Fm. Non c’è niente di paradossale in questo però, come stiamo per scoprire...

La prima cosa da dire su questo disco è che, su qualunque supporto ne godiate, la qualità audio è indecente. Il luogo comune è che la tecnologia del tempo non era in grado di catturare il suono fantastico della band, ma viene presto sfatato dall'ascolto. In genere, nei dischi degli anni 60 gli strumenti non si confondono tra loro. In questo, talvolta, sì.

La leggenda narra che il produttore fosse intento a pomiciare per la gran parte della lavorazione, svoltasi non esattamente nello studio migliore d'America, e che la cosa innervosisse tremendamente Reed. Secondo Cale, l'idea di registrare a volumi follemente alti fu frutto di queste incazzature. Diciamo poi che non usarono molti canali, e la conclusione è che molti bootleg, anche analogici, si sentono meglio. Manca un secondo perché l'album duri 40 minuti, e in fase di composizione coesistono la vena folk e quella proto-noise e sperimentale della band. In fase di esecuzione ci si sbilancia nettamente verso la seconda.

"White Light/ White Heat", che apre l'album, è piuttosto diversa dalle celebri versioni sparse nei live di Lou Reed. Per cogliere organo e chitarra dovrete aguzzare le orecchie, e idem per i timidi battiti di Tucker. E non perché siano sovrastati da qualcosa, ma perché la base poco ci manca che sia un unico suono stridente e ovattato. Comunque sintomatica del cambio di rotta sopra illustrato, dato che la si può ballare.

Dopo c'è "The Gift". Cale si impadronisce del microfono per la prima volta e recita la surreale storia di Waldo che, per fare visita alla fidanzata, si spedisce in un pacco a mezzo posta. La missiva giunge a destinazione, ma l'amata e ignara Marsha pensa bene di infilzare l'involucro con delle forbici di grosse dimensioni, che penetrano "attraverso la testa di Waldo Jefferson, che si squarciò lieve tra archi ritmici di colore rosso che pulsavano dolcemente nel sole del mattino". Su un canale il serafico Cale, sull'altro una base soul-funk, groovy quanto poco lo è la voce. Rap è eccessivo, visto che voce e base si ignorano sfrontatamente, ma è black music di sicuro.

"Lady Godiva's Operation" è un po' più folk, ma strana e ossessiva. Uno dei più bei testi di Reed esplode nel contrasto tra la voce sopita di Cale e quella tagliente dello stesso Lou, che si inserisce a sottolineare la fine dei versi. Splendida, sintetizza e porta agli estremi ciò che li rese unici. Ciò che li rese indispensabili sta più avanti.

"Here She Comes Now" era stata scritta per Nico e doveva stare sul primo disco.

"I Heard It Call My Name" non è troppo lontana da quello facevano a Detroit gli MC5, solo con un bel po' di beat in più. Protagonista indiscussa di questo pezzo, dopo essere stata fattore determinante degli altri, è la piccola e mai troppo amata Moe. È monotona e veloce, accompagna assoli di chitarra convulsi e scriteriati. L'accompagnamento, ronzii consueti e ritmiche di chitarra, è quasi indistinguibile.

Il disco in esame sarebbe un capolavoro anche in virtù delle sole "The Gift", "Lady Godiva's Operation" e "I Heard Her Call My Name", ma dopo c’è "Sister Ray", e si parla di leggenda. Per 17 minuti i nostri si svenano su volumi stratosferici, come si indovina dai difetti di registrazione. Si racconta che per evitare discussioni vertenti su "il mio strumento si sente meglio sull'altro nastro" e prevedendo che la cosa sarebbe stata faticosa, i Velvet avessero stabilito che sarebbe stata buona la prima. Per questo motivo ogni idea doveva essere inserita subito. Il testo raccontava di un festino gay con morto, la musica, o quello che se ne sapeva prima di attaccare le spine, si sarebbe dovuta sviluppare intorno a poche idee melodiche e ritmiche basiche, e dalla linearità non si doveva staccare. Come in tutto il disco, molti drones e tanto feedback. Ingrana melodia e testo, e al quinto minuto l'organo e la batteria si affrontano in un duello epico, che per un po' farà perdere le tracce delle due chitarre. A conferma di quanto sia utile avere del gusto, anche un assolo di tastiere può non essere barocco, qualunque cosa pensi chi è svezzato a pane e punk. Fino ad allora sistematica e precisa, Tucker abbassa il tiro solo al decimo minuto, e inserisce la prima variazione di ritmo. Dopo un bel po' di ritmo e drones, senza altri condimenti e di cantati reediani di cui una tale Patti Smith saprà prendere nota, le chitarre risorgono in un allegro caos e stramazzano felici.

Prima di ascoltarla chiunque abbia seguito un percorso di matrice rock 'n' roll non può fare a meno di chiedersi come si possano reggere 17 minuti senza una combinazione di note che possa definirsi "bella" nell'accezione cara a Coltrane, niente che si faccia aspettare particolarmente. Risposta: per l'energia. Al di là della portata rivoluzionaria e degli intenti ambiziosi, mi riferisco alla gioia isterica che trasuda dalla traccia 6 del cd, la stessa di chi conosce due note e le ripete allo sfinimento, facile da riconoscere anche per chi di minimalismo non ha mai sentito parlare. Quella di cui Moe Tucker, caposcuola dei batteristi dislessici, è in fondo un simbolo. L'immagine dei quattro che danno fondo alle loro risorse per imbottire la canzone è poetica come poche, nonché un motivo per mettere su il disco di corsa.

A fine ascolto la qualità sonora pessima diventa quasi un tratto determinante: è difficile immaginare "White Light/ White Heat" registrato decentemente. Così com'è, è dotato di una piacevole piattezza che lo rende monolitico e coeso nel suono quanto è aperto e problematico nei temi.

Le immagini meno facili rispetto a quelle del predecessore, l'ambizione maggiore e le soluzioni più estreme lo rendono più alieno, la concisione evita che cada nei difetti più consueti per quelli della sua specie. Se l'esordio era una stanza aperta su agghiaccianti finestre, questo è uno sgabuzzino con una porta che dà su strade fredde e buie, ma allettanti. Se di "The Velvet Underground & Nico" si può essere appagati e soddisfatti, di "White Light/ White Heat" no, mai. Se ne vorrà sempre ancora.

Non ha banane in copertina ed è il riassunto delle promesse non mantenute da una delle band più grandi di sempre, ma che poteva essere molto di più. Cosa non si riesce a immaginare, ma sicuramente di più. Un disco difficile a parole ma nei fatti di esaltante ascolto, figlio del lato crudo dei 60, quindi di quello vero, pieno di domande e con zero risposte, come tutte le opere oneste che non sguazzano nel loro stato di opere oneste... È e sarà svezzamento di tanti rivoluzionari e imperitura gioia delle loro orecchie.

(13/11/2006)

  • Tracklist
  1. White Light/ White Heat
  2. The Gift
  3. Lady Godiva's Operation
  4. Here She Comes Now
  5. I Heard Her Call My Name
  6. Sister Ray

 

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