Vinicio Capossela

Canzoni a manovella

2000 (Cgd East West) | songwriter, folk, pop

Ci sono marce, marcette, rebetici. E sono i tempi binari, quelli che hanno bisogno di due stampelle per avanzare... e poi quelli ternari, da brindisi, da giro di vals, un due e tre! Quelli spezzati, gessati, sorpassati... e ancora treni e ferrovie, il vecchio West deragliato dietro le retrovie d'Oriente, la rotta greca, e canzoni di guerra, geografiche, patafisiche, e canti di mariachi tzigani, serenate, tranvai, rose e ombrelli.
Tutto è perfettamente ballabile. Provate!
(Dalle note di accompagnamento all'album)

Un colpo di cannone futurista a squarciare l'ultimo Capodanno del Novecento. Un'abbuffata secolare. "Canzoni a manovella" è una di quelle opere che riescono a cogliere l'attimo e a cristallizzarlo per sempre. L'attimo in cui, come un moribondo, il Novecento riavvolge l'intero nastro del suo film prima che il sipario cali, portandosi via il suo campionario di personaggi, epoche, invenzioni, tradizioni e stili culturali. E, dietro le quinte, lui, il palombaro-Capossela, immerso nel suo scafandro a caricare la manovella di questa macchina del tempo che confonde passato e futuro in un'epopea da "Ventimila leghe sotto i mari". Paradossale, per uno che voleva diventare solo un "cantante confidenziale", un crooner da piano bar, qual era, del resto, l'emigrante Vinicio che girava su un furgone Volkswagen e si esibiva nei club emiliani alla fine degli anni 80. Ma come era stato possibile che il cantore intimista di "Una giornata senza pretese" potesse, d'un tratto, ergersi a regista di questo spettacolare e ipertrofico kolossal di fine secolo?

Forse tutto era cominciato con la sbornia del "Liveinvolvo", quando i netturbini pensarono di sognare vedendo uscire, nel cuore della notte, un corteo strombazzante con alla testa un cantante in colbacco. Una colossale sbronza musicale dal vivo, in compagnia dei mariachi gitani della Kočani Orkestar. Certo, c'erano già stati la vampa di Tom Waits a infiammare balli di San Vito e altri deliri, le pantomime paesane, i corvi torvi e le contrade Chiavicone. Ma è dal "Liveinvolvo" in poi che Capossela sposta definitivamente la barra verso l'etnomusicologia bulimica. "Coliche di immaginazione", le definirà lui, baciato da uno stato di grazia che è qui anche interpretativo, vista l'ampiezza di una gamma vocale (dal sussurro al rantolo waitsiano fino al canto squarciapolmoni) raramente riproposta in seguito.
Alle "Canzoni a manovella" l'ex-Vic Damone giunge dopo un lungo girovagare in un piccolo mondo antico, che spazia dal Sud del Mediterraneo all'Est dell'Europa, dalla Macedonia di Milcho Manchevski (il regista di "Prima della pioggia") alla favolosa Istanbul, dai rebetici di Salonicco alle polke di Varsavia. Ma a far scoccare la scintilla è anche la lettura dei romanzi di Ferdinand Céline che, con il loro spaccato desolante e iperbolico della condizione umana, trascinano Capossela in quello zeitgeist oscuro di un'Europa lacerata dalle guerre, ma pervasa da un febbricitante anelito pionieristico. "Canzoni a manovella" diventa così "un omaggio ai pionieri aerostatici, ai temerari e in generale a tutti quelli che hanno avuto il coraggio di buttarsi". Proprio come l'ineffabile Courtial des Pereires, che in "Morte a credito" s'inventa un pallone aerostatico di nome Zelante; oppure Bardamù, il medico protagonista di "Viaggio al termine della notte", cui è dedicata l'omonima, splendida ballata con piano a rullo, archi, grancassa e il fatidico coup de canon finale, a evocare l'inizio di una nuova era, tra slanci futuristi e ballerine in tutù: "La notte è passata e le nuvole/ gonfiano schiuma di Baltico e cenere". "Non sono più la stessa persona da quando l'ho scritta", giurerà Vinicio.
A un altro temerario della letteratura, Alfred Jarry, padre del ciclo di Ubu e della patafisica (la scienza delle soluzioni immaginarie), è invece dedicata l'inquietante marcia del "Decervellamento", inno alla gogna meccanica del perfido Ubu, ripreso dalla versione scritta per Paolo Rossi (in "Hammamet ed altre storie") con un arrangiamento straniante alla Brecht-Weill che stravolge l'originario valzer musette.
Ma il Novecento, si diceva, è anche secolo di guerre e di tragedie, come quella degli ebrei deportati ad Auschwitz, testimoniata da "Se questo è un uomo" di Primo Levi. Uno spettro che squarcia il clima apparentemente festoso di "Suona Rosamunda": "Si bruci il circo e si bruci il ballo, e le divise ubriache d'amor, le marionette marciano strette dentro la notte tornan per noi". Il celebre motivetto "Rosamunda" - rielaborato dalla "Modranska Polka" del cecoslovacco Jaromir Vejvoda - si tramuta così nella tortura inflitta alla protagonista, prigioniera degli aguzzini nazisti e costretta a suonare e danzare in quella giostra degli orrori. Un brano che profuma di spezie yiddish, grazie al contributo dell'ebreo newyorkese Marc Ribot alla chitarra e al violino suonato da Edoardo De Angelis.

Già nel titolo del disco è insita l'idea di qualcosa di meccanico: in principio era la Manovella, l'innescamotore, ma anche la necessaria carica di aggeggi ambulanti che bruciano l'aria di melodie familiari. Le canzoni si riempiono così di bottigliofoni, fisarmoniche giocattolo, grancasse sinfoniche, piani chiodati a rullo, trombe a grammofono, onde martenot, violini a tromba, sberleffi timbrici tra il circo e l'osteria. Ed ecco, allora, irrompere sul tappeto volante il più cialtronesco dei "Marajà", per un pandemonio balcanico in cui le "Mille e una notte" si trasformano in un film rocambolesco di Emir Kusturica ("Si scompiscia si sganascia si oscureggia il Marajà/ raglia tutta la marmaglia quando raglia il Maraja/ sguaian forte i commensali/ versan gli otri ed i boccali"). Riferimento non casuale quello a Kusturica, perché il Marajà è ispirato ad Ahmed, l'uomo nero de "Il tempo dei Gitani", oltre che all'improbabile proprietario di una discoteca conosciuto da Vinicio ai tempi della gavetta. L'effetto balcanico è garantito anche dal cymbalon e dal violino tzigano di Fabrice Martinez, romeno trapiantato in Francia.
Il circo è una delle attrazioni fatali di Capossela, affascinato dalla maschera imbrattata di cerone dei "Pagliacci", improbabili domatori di pulci costretti a far ridere gli altri e incapaci di esser normali ("di creta mi pare il cerone, s'appiccica al volto il mal del buffone, ridere vorrei stasera, ridere vorrei per me"). Come Calvero, il personaggio di "Luci della ribalta": del resto, il feeling con l'universo chapliniano era già stato suggellato un anno prima con la sonorizzazione di "Tempi moderni" ad opera dello stesso Capossela, che qui inscena una pantomima in ¾ condotta da un piano saltellante e da un harmonium a pompa.

Il piglio circense non scompare neanche negli episodi più cupi, riletti sempre attraverso uno humor caustico. Come nella delirante funeral song della "Marcia del camposanto", ode alla superstizione religiosa del Sud, affollata di un'inquietante umanità (i becchini, il sagrestano, la materdomina, la mammanonna, l'arciprete, la marescialla zoppa di guerra) e di una non meno sinistra compagnia di uccelli e animali notturni: dalla "cinciallegra affranta" alla "cornacchia che gracchia alla macchia", fino alla malogna, una delle famigerate bestie della Cupa la cui "lagna" si spera non porti più "scalogna". E non mancano naturalmente i due zecchini d'oro da apporre sugli occhi del defunto, "gonfio di birra, seduto in trono, al passo lento del perdono". Un irresistibile antipasto noir, insomma, per il futuro Paese dei Coppoloni, condito dagli ottoni inconfondibili di Roy Paci.
Lo spirito irridente marchia anche la prima infatuazione rebetika del "Contratto per Karelias". Un idillio, quello con il "blues dei greci", cui Capossela dedicherà un album intero ("Rebetiko Gymnastas", 2012) e che qui si strugge nei fumi malinconici delle sigarette George Karelias and Sons prodotte a Kalamata, per una storia d'amor perduto adattata da una canzone del re del Pireo Markos Vamvakarias, con un altro testo formidabile, pieno di assonanze e immagini graffianti ("Sulla pelle ti ho tatuata/ come un crotalo per farmi ricordar/ dell'aspide nel cuore").
Ma i Balcani sono anche terra di guerre, come quella che insanguina il Kosovo: Capossela la coglie attraverso un particolare, un treno nero che sfreccia tra le bombe, come quel soldato in fuga verso un'alba impossibile e una sposa dal velo squarciato che non tornerà (l'angosciosa "Corre il soldato", tutta giocata sul dialogo tra i soliti ottoni, l'assolo di Giancarlo Bianchetti alla chitarra e il banjo di Ribot).

La filastrocca marinata della title track segna invece il primo tuffo in quell'universo lessicale salmastro che diventerà un leit-motiv del Capossela a venire, con una serie di rime fulminanti: "Il tempo è un alambicco/ che piano piano ci cola a picco", "dal fondo di uno scoglio/ nero di seppia come il petrolio", "un lampo brillò a squame/ nell'abisso di verderame", "un'eco scosse la chiglia/ della ciurma nella bottiglia", "si butta il palombaro/ con la sua tuta da calamaro", "tutt'intorno si fan la scrima/ con le foche da brillantina". Ma marinati sono anche i suoni, dalla "chitarra sirena" di Ribot, amplificata dall'e-bow, al fragore delle bottiglie usate come percussioni, dagli ottoni fatti ripassare in un tubo per ottenere un effetto subacqueo al sonar e agli altri effetti da sommergibile. E nella ciurma dei cori finali spunta finanche Manuel Agnelli degli Afterhours.

Poi, c'è l'immancabile capitolo delle ballate. La malia gitana del tango "Solo mia" nasce da un adattamento della macedone "Bilo cija" della Kočani Orkestar. Il valzer fiabesco dei "Pianoforti di Lubecca", allestito insieme a Pascal Comelade per piano, toy piano e rullo di Edison, si arricchisce del canto della soprano giapponese Mayumi Torikoshi, per raccontare l'incanto dei vecchi pianoforti abbandonati in una fabbrica di polvere da sparo, che una sera iniziano a parlare e a suonare vecchi notturni demodé. La serenata bluesy di "Signora luna" scaraventa le suggestioni leopardiane in un western metafisico alla "Dead Man", grazie alle chitarre spettrali di Ribot e al contrabbasso ossessivo di Ares Tavolazzi. Il valzer zuppo di malinconia e di archi di "Nella pioggia" è un'ode all'amatissima Milano, la città "zucchero e catrame", per dirla con Dalla, che "brilla di ferro e binari", con il viavai incessante dei suoi tram e dei suoi treni ("che partono ogni ora, ma non partiamo noi") e le insegne che "dipingono amanti dai vetri rigati al vapore".
La conclusiva "Resto qua" è invece l'istantanea da groppo in gola della fine di uno spettacolo, quando il pubblico va via e l'artista viene sbalzato in un attimo dal calore degli applausi al vuoto gelido della solitudine, mentre "il sipario resta": un commiato struggente, tra archi filtrati da un vecchio grammofono, suoni di giostra e fuochi d'artificio. Infine, la struggente rumba anni 50 di "Con una rosa" (ispirata da "L'usignolo e la rosa di Oscar Wilde") è in realtà un'outtake: non era una canzone a manovella, ma Capossela la aggiunge ugualmente in scaletta, rapito dalla sua grandeur melodica, che scivola maestosa tra congas, archi e chitarre jazzate.

Vinicio Capossela guarda il mondo da un oblò (vedasi copertina) e ne restituisce un'immagine di straripante creatività felliniana, assistito da una pattuglia di musicisti di lusso e dalla regia sapiente di Tommaso Vittorini, orchestratore e arrangiatore dell'album, che racconterà anche tutti i travagli della sua gestazione, dalle stravaganze dell'autore (ad esempio, l'idiosincrasia per la batteria, rimpiazzata con tubi di ferro abbandonati nello studio di registrazione) al lungo lavoro di ricerca (incluse le visite al Museo Marini di Ravenna, dove erano raccolti tanti curiosi strumenti musicali, usati in parte nelle canzoni). Un album monumentale e certamente non facile, ma fabbricato con mezzi espressivi più leggeri dell'aria. Ambizioso, sì, ma mai pretenzioso.
È il grimaldello con cui Capossela scardina le ultime resistenze di una critica che da qui in poi inizierà a venerarlo quasi incondizionatamente. E all'obiezione che lo perseguiterà forse per sempre, lasciamo che sia lui stesso a rispondere: "Ho esagerato? Sì, è certamente vero. Ma la vita non esagera, forse?".

P.S. E se esagerata è parsa anche questa recensione, invochiamo la stessa attenuante.

Un ringraziamento a Laura Rizzo per la mole di informazioni messa a disposizione nel libro "Canzoni a manovella - Vinicio Capossela" (Arcana, 2015).

(22/05/2016)



  • Tracklist
  1. Bardamù
  2. Polka di Varsavia
  3. Decervellamento
  4. Marajà
  5. Canzoni a manovella
  6. I pagliacci
  7. Marcia del Camposanto
  8. I pianoforti di Lubecca
  9. Suona Rosamunda
  10. Intermezzo
  11. Contratto per Karelias
  12. Solo mia
  13. Corre il soldato
  14. Signora Luna
  15. Con una rosa
  16. Nella pioggia
  17. Resto qua
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