Yes

Close To The Edge

1972 (Atlantic) | progressive rock

Quando il generico ascoltatore rock parla di prog, l'album di riferimento è il debutto dei King Crimson. In realtà quel disco - bello e mitologico quanto si vuole - non rappresenta la pienezza espressiva neanche per la band che lo produsse, figurarsi per il genere. Chi è davvero dentro l'universo in questione sa che la stella polare è un'altra, e si intitola "Close To The Edge". 

Motore perfetto del rock progressivo e rarissimo caso di disco senza una nota fuori posto o un istante di troppo, nei suoi solchi sparisce il confine fra equilibrio e sofisticazione, fra impeto e dolcezza, fra architettura e misticismo. L'incanto è tale che le dissonanze degli strumenti elettrici appaiono delicate e, di contro, gli arpeggi di quelli acustici si gonfiano neanche fossero sinfonie. 
La complessità è seconda solo alla forza comunicativa di questa musica, che senza neanche l'ombra di un brano radiofonico, nell'autunno del '72 si porta al numero 4 in Gb e al 3 negli Usa.
A presentarla è l'affascinante copertina dell'illustratore Roger Dean: un semplice sfondo verde che si scurisce gradualmente verso l'alto fino a sfiorare il nero, senza disegni all'infuori del titolo e del logo a nuvoletta degli Yes, da lì in avanti una sorta di loro marchio ufficiale.

Si tratta del quinto album degli Yes, il secondo e ultimo album per quella che ancora oggi è considerata la loro formazione più prestigiosa, con Jon Anderson alla voce, Chris Squire al basso, Bill Bruford alla batteria, Steve Howe alle chitarre e Rick Wakeman alle tastiere.
L'opera è il culmine di un crescendo continuo, che ha innestato la marcia in più nel 1970 con l'arrivo di Howe, talento capace di dare vita a uno stile omogeneo benché costituito da frammenti di country, rock, funk, jazz, ragtime, flamenco e folk celtico. L'anno successivo si aggiunge Wakeman, con il suo vasto armamentario di tastiere elettroniche e uno stile neoclassico tanto elegante da averlo reso il più richiesto turnista della nazione. 
I due prestigiosi innesti si amalgamano perfettamente al vecchio nucleo, che vede Bruford cesellare ritmi arzigogolati con tocchi jazzistici e Squire sviluppare linee di basso multiformi, mixate a volumi insolitamente alti, in un flusso di cambi di andamento e tempi dispari. Contemporaneamente alle superbe performance strumentali, Squire si interseca con la voce di Anderson, creando armonie cristalline, fra le più tipiche dell'epoca.

Se "Fragile" è il primo disco con una produzione capace di soddisfare le loro smodate ambizioni, "Close To The Edge" è il raggiungimento di una visione totale, dove regnano proporzioni impeccabili e ricerca della bellezza, in una sorta di equivalente rock dei grandi affreschi del rinascimento. 
La cura per il dettaglio si è fatta spossante, più volte il produttore Eddie Offord - compagno di ventura sin dal 1970 - si ritrova a crollare di stanchezza sulla console. Solo per realizzare il suono di ruscelli, uccellini e campane a vento che apre l'album, fu necessario mettere a punto un nastro di dodici metri. "Oggi basterebbe premere due tasti", farà notare molti anni dopo Wakeman al giornalista Chris Welch. A pensarci bene, è evidente che molte fra le più grandi innovazioni del rock siano nate proprio nell'atto di affrontare i limiti tecnologici del proprio tempo.

Il primo lato dell'album è occupato dal brano omonimo, di quasi diciannove minuti. L'introduzione bucolica sfocia presto in una giungla strumentale con metrica composta, guidata da una scala ascendente di Squire. Intorno fiammeggiano Howe, con pennate velocissime che disegnano linee acute e spigolose, e Wakeman, con incomprensibili squittii ottenuti alterando in qualche modo l'organo elettrico, o almeno così si presume, visto che dal vivo quel suono non è mai stato ripetuto.
Dal caos emerge quindi una canzone dalla struttura camaleontica, inframezzata da arabeschi di ogni tipo, come l'organo in codice morse a partire dal quinto minuto, il famoso staccato di basso a 6' 4'', i lampi di Mellotron e i micro-temi tastieristici che ricorrono compulsivi.
A 8' 30'' il brano si sfalda all'improvviso, come cadesse in uno specchio d'acqua. Placidi strati di sintetizzatore si attorcigliano lentamente in un'ascesa verso il paradiso che anticipa di fatto mezza discografia new age. Dopo un trionfo barocco di organo a canne, registrato nella chiesa di Saint Giles a Londra, la sezione ritmica rientra furiosa e Wakeman si avventa sull'Hammond scaricando una valanga di note. La band si riaggancia così alla forma-canzone e sfocia in un finale estatico, che vede gli strumenti spegnersi nei suoni pastorali da cui sono sorti.
Possibile metafora sonora della vita e interrogazione sull'esistenza dal piglio filosofico orientale, che ne spiega la struttura ciclica, "Close To The Edge" è la messa in scena dei disegni mentali di Anderson. Il suo testo è uno zibaldone che affronta la morte, la felicità, la condizione umana come moltitudine di anime ("Come distante da qualsiasi realtà che tu abbia mai visto e conosciuto, indovinando i problemi solo per ingannarne l'accenno, attraversando sentieri che si arrampicano a mezza via nel nulla, mentre li passiamo da parte a parte, sentiamo l'eredità di un popolo intero"), ma offre anche doverosi spunti polemici contro le religioni organizzate ("Quanti milioni di persone inganniamo ogni giorno?").
Anderson è interessato anche alla forma, che da bravo architetto musicale considera inscindibile dalla sostanza, e organizza con Squire e Howe armonie vocali intense e raffinate, che giocano per tutto il tempo con le metriche, le tonalità e i vocaboli. Celebre è la trovata di interpolare di volta in volta le parole di uno dei refrain, creando nuovi suoni e significati, ma rispettando sempre la stessa cadenza ("Down at the edge, close by a river/ Close to the edge, round by the corner/ Close to the end, down by the corner/ Down at the edge, round by the river [...] Down at the edge, round by the corner").

Il secondo lato si apre con "And You And I", composita ballata di folk barocco interrotta da qualche garbata accelerazione e da maestosi temi di Mellotron e Moog, che creano l'ennesima connessione fra spazio siderale e intimismo meditativo. Particolarmente apprezzati rimarranno gli armonici di chitarra acustica posti in apertura e i possenti colpi di piatti che scandiscono le parti più solenni.

Sorta di raccordo in chiave funk fra rinascimento e futuro da saga fantasy, "Siberian Khatru" è il momento dell'album che si avvicina maggiormente a una canzone vera e propria. Pur contenendo numerose variazioni, gira infatti intorno a un riff di chitarra e a un tema di tastiere, scorrendo più come un flusso unitario che come un patchwork. Fa sorridere che venga considerato il pezzo più semplice del disco, essendo in realtà estremamente laborioso: Wakeman che si prodiga in un assolo di spinetta e ricama con il Mellotron, Howe che a 3' 47'' piazza un'intensa divagazione controtempo, il basso di Squire che muta per tutta la durata, passando da raffiche di note distorte a passi felpati in forma di swing, o meglio di come suonerebbe lo swing in un romanzo di fantascienza vittoriana.
Il testo è uno dei più incomprensibili di Anderson, un collage di accostamenti paesaggistici e frasi sconnesse, praticamente intraducibile, ma fra i più arditi a livello sonoro, come testimonia il crescendo di termini in coppia, da 5' 27'' in avanti, fino a sfociare in uno stacco onomatopeico, quando la voce è ormai solo un timbro e la comunicazione verbale superflua. L'album termina in una fuga strumentale intorno al tema tastieristico, che si dissolve lentamente lasciando un retrogusto epico e malinconico al contempo.

Per quanto impossibile da superare, il disco non rappresenta il termine del percorso creativo della band, come alcuni estremisti asseriscono. Tutti i dischi degli Yes fino a "90125" compreso meritano l'ascolto e contengono - in quantità più o meno elevate - composizioni di pregio assoluto, via via rese preziose dai nuovi ingressi nella formazione e dalla voglia insaziabile di fronteggiare tecnologie innovative e stili apparentemente estranei al loro percorso.

(08/11/2015)

  • Tracklist
  1. Close To The Edge
  2. And You And I
  3. Siberian Khatru


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