Gli Yes sono forse la band che più di altre
viene identificata con il cosiddetto "rock progressivo". Se, infatti, i Genesis con il tempo hanno virato
verso sonorità più scarne e indubbiamente commerciali, e i King Crimson non hanno mai smesso
di cercare una evoluzione della propria musica sperimentando soluzioni diverse
(non è forse proprio questo il vero significato di musica progressiva?), gli Yes
invece sono rimasti negli anni fedeli - fatta eccezione per i discussi tentativi
di svecchiamento portati da Trevor Rabin - ai canoni formali che li hanno
portati ai vertici del movimento progressive negli anni Settanta. Probabilmente
i Nostri hanno smesso di crescere dopo la pubblicazione del complesso album
"Close To The Edge" ('72), ma ciò comunque non ha impedito loro di scrivere
ancora ottime composizioni negli anni successivi.
Precedente al citato "Close To The Edge" è "Fragile", da molti
(nonché da chi scrive) considerato il loro assoluto capolavoro. La band è ormai
matura e si è lasciata alle spalle il pop sinfonico devoto ai Moody Blues dei
primi due pur gradevoli album; già con lo "Yes Album" c'è stato il cambio di
marcia, ora la conferma. Nota di servizio: in formazione è da poco entrato
l'asso delle tastiere Rick Wakeman (ex Strawbs); musicista eccentrico e di
grande talento, la cui formazione classica si lega perfettamente con l'impronta
"pomposa" del sound degli Yes.
Ma veniamo a "Fragile". L'album si apre subito con un brano
manifesto: una nota di pianoforte in crescendo introduce un delicato arpeggio di
chitarra acustica, e parte "Roundabout"; ritmo e velocità trascinanti sono il
terreno ideale per il potente basso di Chris Squire, il cui volume è così alto
da oscurare perfino la chitarra. Ma non finisce qui: il brano è ricchissimo di
variazioni: stacchi più duri (con un Wakeman in inedita versione rockeggiante),
cori perfetti, momenti rallentati di grande effetto. La classe e le capacità
tecniche dei cinque musicisti contribuiscono a materializzare otto minuti
abbondanti di meraviglia.
Segue "Cans And Brahms"; si tratta di un estratto dalla quarta
sinfonia di Brahms, interamente eseguito da Wakeman: rilettura gradevole e
niente affatto "pesante" all'ascolto, mette in luce le radici classiche del
tastierista. "We Have Heaven" è breve (un minuto e mezzo) e intensa; qui la voce
di Jon Anderson può liberare tutta la sua bellezza e sperimentare interessanti
intrecci fra parti sovraincise e vocalizzi angelici.
Ma le atmosfere paradisiache vengono bruscamente interrotte dal
rumore del temporale che fa da apertura a "South Side Of The Sky", pezzo molto
vicino all'hard-rock, arricchito
da una lunga parte rallentata di grande emotività; ancora una volta i cori,
scritti ed eseguiti benissimo, e le trovate vocali di Anderson sono un valore
aggiunto. Poi, raffiche di vento spazzano via il temporale e con esso il fragore
del brano, chiudendo il primo lato del disco.
La seconda facciata è introdotta dai trenta secondi di "Five Per
Cent For Nothing"; un momento di divertimento per i musicisti che in questo
breve preambolo si sbizzarriscono su un canovaccio scritto da Bill Bruford.
Quindi parte il giro raffinato di "Long Distance Runaround", che sembra estratto
da una composizione per clavicembalo del Settecento; altro classico del
repertorio della band, si tratta di una canzone (perché, in definitiva, si
tratta sempre di composizioni in forma-canzone) più semplice e particolarmente
elegante nei fraseggi: fresca e leggera. Ad essa si lega l'appendice "The Fish",
tutta giocata sull'impasto fra effetti sonori e cori.
Con "Mood For A Day", invece, sale sugli scudi Steve Howe; il
chitarrista esegue in solitario un suo studio per chitarra acustica, e abbaglia
per l'armoniosità della composizione e la bravura nell'esecuzione (molto di più
di quanto non abbia fatto in "The Clap"). E' il degno preludio a un altro
capolavoro: "Heart Of The Sunrise", dieci minuti di rara intensità e trasporto
emotivo. Bruford percuote le batterie con incredibile espressività (e sì, perché
si può suonare in modo unico e inconfondibile anche la batteria...). Il brano
comincia con un gran caos strumentale, per poi lasciare spazio a una cascata di
note provenienti dal mellotron di Wakeman, sorrette dal drumming
straordinariamente fantasioso ed efficace di Bruford; poi tutto torna a
esplodere con i musicisti che si inseguono in un vortice di ardite parti
strumentali. Torna la quiete quando compare la voce di Anderson, ma il brano
mantiene sempre una forte tensione, solo momentaneamente sopita, che si libera
nella grandiosità del finale. Forse è il capolavoro di "Fragile".
Il disco termina lasciando una profondo senso di appagamento.
Con "Fragile", inoltre, gli Yes cominciano la simbiotica collaborazione con il
pittore Roger Dean; i testi sognanti e immaginifici di Anderson si sposeranno
perfettamente con le rappresentazioni degli ambienti metafisici creati da Dean.
Da qui a venire, questi firmerà praticamente tutte le copertine dei dischi del
gruppo, costruendo così insieme quei "mondi impossibili" che ancora oggi
rivivono nelle loro opere.


