Yo La Tengo

I Can Hear The Heart Beating As One

1997 (Matador) | alternative-rock

C’è un romanzo di Robert Schneider che chiunque ami la musica dovrebbe leggere. Si intitola “Le voci del mondo”, è ambientato in un villaggio austriaco dell’Ottocento e narra la storia di Elias Alder, una bizzarra creatura a cui l’universo ha concesso un dono terribile quanto meraviglioso: percepire i suoni più reconditi della Terra, il respiro intimo degli esseri viventi, le viscere ritmiche di ogni elemento naturale e trasfigurarli in sonate d’organo capaci di incantare, spesso commuovere, anche le persone più meschine. Verso metà del libro si leggono queste parole: “Chissà cosa vanno cercando gli uomini! Passano da un’amante all’altra e non sanno che Dio gli ha assegnato dall’eternità una persona, una sola: quella il cui cuore batte all’unisono con il loro”. Far battere il cuore all’unisono è prerogativa innanzitutto dell’amore, ma anche della musica. Che poi, spesso, sono la stessa cosa. Se mai è esistita una sola band in grado di interpretare questa mistica sonora e carnale, questo riconoscimento ontologico e anatomico con ciò che stiamo ascoltando, quest’esclusivo assegnarci del destino a una controparte spirituale abitata dal nostro stesso sangue, quella band risponde indubbiamente al nome degli Yo La Tengo. La purezza e il candore che, troppo precipitosamente, avevamo dati per morti.

Ira Kaplan e Georgia Hubley siamo noi, i nostri sogni incollati con lo sputo e il sussurro, il sorriso di un adolescente scaraventato dentro un corpo adulto, le notti davanti a una birra in compagnia degli amici di sempre, le giornate passate nei negozi di dischi con gli occhi strabuzzati di un bambino. Ira e Georgia si conobbero esattamente così. Girando per i negozi di dischi e i locali newyorkesi dove suonavano le loro band preferite. Si incontrarono alla fine degli anni Settanta, e si piacquero. Provati dalla frenesia della Grande Mela, si trasferirono presto nella più quieta e meno costosa cittadina di Hoboken, New Jersey, la quale - sebbene non offrisse gli stessi svaghi di Manhattan - in compenso aveva (e ha ancora!) il Maxwell’s Tavern, un’enclave indie sul cui palcoscenico si esibivano band come Feelies e dB’s. Ira e Georgia strinsero amicizia col proprietario del club, Steve Fallon, e iniziarono a collaborare all’organizzazione degli eventi serali, fin quando nel 1984 non decisero che fosse arrivato il momento di salirci loro, su quel palco.
Scelsero un nome bizzarro, lontano anni luce dall’immaginario delle band alternative dell’epoca, per giunta in una lingua neolatina - lo spagnolo - che non ne denunciava affatto la provenienza nordamericana. Si trattava di un’espressione rubata al baseball, nella fattispecie allo shortstop venezualano Elio Chacon dei New York Mets –  team di cui Ira e Georgia sono tifosissimi – al quale i compagni di squadra urlavano la frase “Yo la tengo”, anziché la consueta “I got it”, per fargli capire di aver preso la palla evitando possibili scontri.

Sotto questa sigla esotica, Ira e Georgia esordirono nel 1986 con un disco – “Ride The Tiger” – di jangle-pop virato post-punk sulla scia di Rem e Mission Of Burma, tuttavia fu negli anni Novanta che gli Yo La Tengo trovarono una propria dimensione, la quale – per effetto dello spirito del tempo -  collimava perfettamente con la dimensione di un intero decennio. I loro dischi di quegli anni non sono mai nettamente inquadrabili in uno dei generi che hanno contrassegnato quel favoloso periodo musicale, ma la poetica e l’essenza, l’attitudine e la flagranza recano l’inconfondibile marchio di un’epopea in cui anche dei perfetti outsider potevano ritrovarsi, per un attimo, sulla vetta del mondo. A Ira e Georgia – che nel frattempo avevano cooptato il fondamentale bassista James McNew trovando la definitiva alchimia – questo non capitò perché, semplicemente, non poteva capitare. Non certo a causa del mortifero fariseismo da cui talvolta l'universo indie si lascia affliggere, bensì per l’intima natura della loro musica. Del resto, gli Yo La Tengo avevano aperto il decennio con un disco di sole cover ("Fakebook", 1990) interpretate con l’entusiasmo di ragazzini che suonano in uno scantinato le canzoni dei propri idoli. Armati dello stesso entusiasmo, e affiancati dal nuovo produttore Roger Moutenot, nel giro di un lustro calarono un tris di album uno più bello dell’altro (un poker se si considera anche il notturno confidenziale di “And Then Nothing Turned Itself Inside-Out”, datato però 2000): “Painful”, “Electr-O-Pura” e questo “I Can Hear The Heart Beating As One”, che del lotto è il migliore per il semplice motivo di contenere tutto quello che la band statunitense era stata e un bel pezzo di quello che doveva ancora essere.

Così per una “We’re An American Band" - che, imprudente, si avventura tra gli oceani distorsivi già esplorati da “I Heard You Looking” e “Blue Line Swinger” - c’è una “Green Arrow” dispersa lungo una route desolata, tra un’orchestra di grilli a segnarne il cammino e una chitarra slide ad ammutolire il deserto. Similmente se il fragore abrasivo di “Deeper Into Movies” discende dall’energia eolica di “Double Dare”, viceversa il basso incipiente e i tamburi obliqui di “Damage” annunciano il crepuscolo del disco successivo, dove i Can di “Future Days” sospireranno alla luna scesa su Hoboken. Laddove infine “Sugarcube” – memore di “Tom Courtenay” – ingoia una melodia dreamy in un ciclone emozionale di feedback, “Shadows” invece la affida nuda al riparo delle stelle.
Il dazio da pagare è l’inevitabile mancanza di unità formale, a cui supplisce però una coerenza sostanziale senza eguali. Le sedici canzoni dell’album potrebbero appartenere a sedici band diverse, ognuna immanente alle altre quindici. In altre parole, la cospicua varietà stilistica che attraversa la tracklist è comunque riducibile a un minimo comune denominatore: il marchio Yo La Tengo, che è qualcosa di intangibile e inspiegabile a chi non li hai mai ascoltati. Non esiste indagine analitica capace di ricondurlo a elemento strutturale. Nondimeno, tale entità è afferrabile al primo ascolto se si conosce il sound della band, o per meglio dire se in esso ci si riconosce.

Per questo motivo “I Can Hear The Heart Beating As One” va decodificato a partire dai vivi sentimenti più che dai tradizionali schemi esegetici. Mai come in questo caso il richiamo dell’istinto prevale su ogni metodologia, giacché non esiste disciplina in grado di spiegarci come mai proprio quella cosa, quella soltanto, riesca a scardinare le serrature della nostra anima facendoci innamorare. D’altra parte sarebbe ottuso pretendere di rinchiudere un album così sfaccettato e ricco in un genere definito. Dentro ci sono lo shoegaze, il noise, l’attitudine garage, la tendenza al crossover inteso in senso assoluto, ma precisamente non è nulla di tutto questo. Appare piuttosto come uno Zibaldone di stili e tendenze musicali in voga negli anni Novanta, dal madchester sound trapiantato sull’altra sponda dell’Atlantico (il singolo “Autumn Sweater”, che per una volta destituisce l’egemonia della chitarra elettrica in favore di tastiere e poliritmi festaioli) ai Jayhawks fulminati da J Mascis (la ballata folk-rock di “Stockholm Syndrome” con la voce arcuata di McNew), dal Bacharach incastonato entro strutture aliene alla Stereolab (“Moby Octopad”) al delirio psych-kraut di “Spec Bebop”, in cui sembrano prefigurarsi gli Oneida.
A margine di questo adorabile scartafaccio, restano la maliziosa cover di “Little Honda” dei Beach Boys - non a caso dalle parti dei Jesus & Mary Chain – e “Center Of Gravity”, sprazzo di bossa nova sorprendente solo per coloro che ignorano la smodata musicofilia di persone che, prima di essere musicisti, sono da sempre ascoltatori onnivori. Lo conferma la chiusura suadente di “My Little Corner Of The World”. Ancora una cover, stavolta di un pezzo scritto negli anni Sessanta da Lee Pockriss e Bob Hilliard per Anita Bryant. Georgia Hubley lo interpreta, come d’abitudine, con grazia e dolcezza infinite, ribadendo che il marchio Yo La Tengo è qualcosa di sinceramente avvertibile e quantomai impalpabile. Si può provare a descriverlo, forse, con i versi riportati all’interno del booklet: “I can hear the roar of the Ocean. And finally, I can hear the Music of love”. Il ruggito dell’oceano e la musica dell’amore. Ecco, gli Yo La Tengo sono questa cosa qui. E certi giorni – cioè tutti – non serve altro.

A quelli il cui cuore batte all’unisono con la musica che ascoltano.

(17/01/2016)

  • Tracklist
  1. Return To Hot Chicken
  2. Moby Octopad
  3. Sugarcube
  4. Damage
  5. Deeper Into Movies
  6. Shadows
  7. Stockholm Syndrome
  8. Autumn Sweater
  9. Little Honda
  10. Green Arrow
  11. One PM Again
  12. The Lie And How We Told It
  13. Center Of Gravity
  14. Spec Bebop
  15. We're An American Band
  16. My Little Corner Of The World
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