Richard Youngs

Sapphie

1998 (Oblique Recordings/ Jagjaguwar) | post-rock, songwriter

È il settembre del 2005 quando "The Wire", avvistato all'orizzonte l'imperioso "The Naive Shaman", dedica la copertina a Richard Youngs, rendendolo di fatto il bibliotecario più famoso (è il minimo: mica si sta parlando d'un Mazzacane Connors qualunque) presso i suoi lettori rigorosamente colti & raffinati. Anche per lui uno scatto sobrio, come vuole l'estetica della rivista: piano americano con bosco verdeggiante sullo sfondo, habitat riflessivo qui privato dell'alone stregonesco da protocollo freak-folk; altre fotografie procacciate in rete lo ritraggono su una spiaggia sassosa, in riva al mare, inondato dai bagliori "danzerini" della luce sull'acqua. Non è un caso che proprio l'elemento naturale, al di là d'improbabili (seppur condivisibili) sottintesi ecologisti, sia complemento essenziale delle visione che abbiamo di Youngs, quasi ambisse allo status di perimetro fisico e mentale in cui il musicista di Glasgow vive e agisce. E si badi: trattasi non di punto di partenza per quel pernicioso ritorno allo "stato di natura" che al dì d'oggi fa tanto ciclostilato neo-hippy, bensì del problematico riscoprirsi addentro un organismo "contenente", soppesandone logiche e forze che si scoprono ricalcare le nostre emozioni primarie.

Espulsa ogni tossina di urbanismo residuo, Youngs pare quantomai affine a una concezione "periferica" del discorso musicale, un non-luogo dove artigianalità, intuito e limitatezza delle risorse si compenetrano. Quasi ogni scelta artistica è infatti dovuta a una mancanza, alla circostanza casuale ed estemporanea, alla (non) disponibilità di taluni strumenti (vedi il disco registrato a casa di Jim O'Rourke, con il sampler lasciato da Tony Conrad). "La possibilità di scelta può essere una cosa terribile" spiega lo stesso Youngs. "Quando ho registrato 'Sapphie', l'unico strumento che avevo a disposizione era una chitarra classica, così ho suonato quella. Avessi avuto più strumenti a portata di mano, mi sarei bloccato o avrei perso di vista l'obiettivo". Eppure è anche questo saper fare di necessità virtù, sfruttando al massimo i limiti del mezzo ("Dire così tanto con così poco..."), a rendere il nostro uomo una figura unica nel panorama musicale degli ultimi due decenni. Al resto ci pensa una musica che è bacino idrografico in cui affluiscono acque provenienti dai luoghi più disparati: folk anglosassone, minimalismo, avanguardia rumorista, drone music, cantautorato, avant-rock, musique concrète, elettronica, e adesso anche synth-pop (l'incantevole "Beyond The Valley Of Ultrahits").
Detto così, pare un guazzabuglio senza capo né coda, ma il Richard è tutt'altro che svalvolato, e lo sapete (lo "sapphiamo") bene. Semmai magico incantatore, traduttore di sogni: l'erede di Canterbury, del R.I.O., "energizer del free-rock" capace di commuovere con opere che brillano per audacia, melodicità e senso di "costruzione". Verrebbe da definirlo "musicista totale", se solo fosse possibile sbarazzarsi dell'ingombrante rimosso che l'etichetta si porta appresso (sterile professionismo, megalomania congenita, sclerosi galoppante già intorno al ventesimo album, etc.). Nella poetica di Youngs le direttive-guida sono emozione e umiltà, e basterebbe siffatta constatazione a lavar via con un colpo di spugna ogni rimasuglio di quella bava da autocompiacimento tipica dell'artista "che non deve chiedere mai".

Proprio l'apparente semplicità, per non dire il basso profilo, sono i leit motiv di "Sapphie" (1998, ristampato dalla Jagjaguwar nel 2000),ricordato da tutti (tutti quei pochi che lo conoscono, almeno) come il disco della litania al cane trapassato, quello con le impronte di "Fido" in copertina (adorabile naiveté!). Tre lunghi brani per voce e chitarra classica, registrati in presa diretta, zero overdub; nondimeno una pietra miliare dei 90's. Volendolo collocarein uno dei comparti stagni in cui si suole ripartire la produzione del musicista britannico, diventa pressoché inevitabile aprire il cassetto con la targhetta "cantautorato". Scelta dovuta ma opinabile, soprattutto perché, al 90% dei casi, chi promuove simili schematismi ignora un macroscopico dettaglio: il filo che tiene assieme il grosso della produzione di Youngs resta il minimalismo, inteso sia come principio organizzativo che come modalità esecutiva. È il minimalismo che assorbe "l'altro", sia esso il droning mercuriale, intimamente "canterburiano" di "Festival" (1996), o i ¾ pianistici da Repubblica di Weimar posti a fondamenta dell'esordio "Advent" (1990); "Sapphie", in questo senso, non fa eccezione. Così come non fa eccezione il sottotesto prevalentemente britannico (e ancestralmente folk) delle influenze musicali: i vari Martin Carthy, Bert Jansch, un John Martyn asettico e privo di qualsiasi animosità blues; il Nick Drakedi "Pink Moon", soprattutto, le cui criptiche geometrie vengono qui espanse all'inverosimile.

Inghilterra, s'è detto. Quindi poco (o niente) John Fahey, l'illustre padrino del "primitive folk", colui il quale, dal primo post-rock Made in Usa in poi, è diventato una sorta di pedaggio per chiunque osi avvicinarsi alla "chitarra creativa" (che appellativo altezzoso, quasi peggio di "Intelligent Dance Music"). E se di Fahey permane il senso di dilatazione "spaziale", mancano la linearità narrativa e il descrittivismo delle sue composizioni ad ampio respiro, la suddivisione in movimenti, gli alti e i bassi dell'esposizione. Anche quando si fa più percepibile il rispolvero delle radici folk, su "Sapphie" latita il senso consolatorio, ristoratore, che Fahey prova nei confronti della tradizione: una sorta di bussola con cui orientarsi nel presente, l'ideale casa a cui si può sempre tornare. Quello di Youngs è piuttosto un roteare su se stessi, beatamente storditi. Se Fahey esplora un luogo, Youngs ci si perde. A volte nemmeno si ferma a guardare il paesaggio. Spesso non c'è nemmeno un paesaggio da guardare, perché tutto è come intossicato dall'it di "gabrieliana" ("raeliana"?) memoria: entità astratta che racchiude in sé l'imitazione dell'esistenza, la mimica dei processi vitali.

Simultaneamente reliquia, celebrazione e veglia funebre, "Sapphie" pulsa di una luce corpuscolare, al contempo tenue e abbagliante. Parte "Soon It Will Be Fire" (da allora in poi una presenza fissa nei live in veste acustica) ed è subito circolarità del disegno armonico in maggiore, accordatura aperta, fingerpicking ossuto, calore immensamente dolce, un bruciarsi/sciogliersi senza agonia. Parole che raccontano il fuoco, la purificazione: "Per Sapphie avevo tonnellate di testi già scritti. Avevo tenuto un diario in cui annotavo una frase al giorno, per un anno intero. Verso la fine dell'anno scelsi le frasi migliori". Versi sconnessi, instabili, lordi di una magia che rende suppergiù insostenibile il "Photographs out of a speeding car's window", intonato con appena un filo di voce.
Eh sì, quella voce. Una voce che s'inerpica, tremolante, percorsa da un fremito di vocali allungate, falsetti incerti, qualche leggera stonatura. Ed è tutto meraviglioso perché - perdonate la banalità - parla (meglio: imita) il linguaggio del cuore. Il cuore che trabocca, come se non ce la facesse a contenere il malloppo di emozioni, e allora guizzasse nelle densità degli astri, armato di locuzioni auliche e impervie ("A Fulness Of Light In Your Soul"), diretto verso altezze impossibili da raggiungere ma testardamente, dolorosamente bramate.

Nei diciotto minuti di "The Graze Of Days" è l'intera tradizione folk britannica a essere trasfigurata, e tutto grazie a un'articolata figura armonico-melodica che s'accartoccia e rigira su se stessa, come in un'evoluzione sbadata. La tonalità del brano è mi minore, ma nell'esposizione delle quattro note basse  della "serie" (ciascuna tenuta per 2/4 di ogni misura), il volpone Youngs esordisce con la sottotonica (il re basso, su corda libera), creando un senso di penetrante instabilità che il resto del brano, fra mimesi e ripiegamenti, di certo non contribuirà a chiarificare. Nei ritagli di spazio lasciati incustoditi, ecco centellinati abbellimenti sulle ultime tre corde: arpeggi che suggeriscono visioni antichissime sottratte al fluire della storia, morbidi refrain incastonati a un'unica linea vocale, anch'essa di rara bellezza. Poche ma sensibili le variazioni a questo disegno: su tutte, l'utilizzo di sovratoni a salire mentre i bassi scivolano in senso contrario (ne abbiamo una prima avvisaglia a 2:27), quasi a sancire la sempreverde diatriba fra tentativo di elevazione e costrizioni terrene.
Per il resto, il teorema "meditativo" di Youngs non ammette variabili di sorta.

Il bello è che, in "The Graze Of Days" come in tutto "Sapphie", l'utilizzo della reiterazione sottintende l'apparente reinvenzione del materiale, l'incessante riscoperta di prospettive sempre "nuove". Viene in mente il sottinteso concettuale dei canti gregoriani (altra fonte d'ispirazione dichiarata da Youngs), nei quali ogni ripetizione veniva percepita come rinascita, novità immanente. Facile, a questo punto, rinverdire il concetto di religiosità (laica) già adocchiata nei sottili rimandi "wyattiani", nel senso di disillusione da "contatto mancato" (l'uomo che crede di parlare al cosmo che finge di ascoltarlo). Eppure, a fronte di questi goffi tentativi di trovare significati reconditi, ancora una volta sorprendono l'atteggiamento defilato dell'autore e il suo minimizzare, soprattutto quando interpellato sulla lunghezza delle composizioni: "Alla fine la questione è stata di trovar spazio per tutte le liriche in base all'umore del momento. L'avessi inciso un altro giorno, magari avrei cantato più velocemente e i brani si sarebbero risolti in meno tempo, o magari avrei cantato più lentamente, facendoli durare molto di più".

Che il tempo ce lo conservi sempre così, il buon Richard: umile, appassionato, ma dotato di quella sana dose di distacco che gli consente di ironizzare sulla propria arte. Una persona buona, tutto sommato (o almeno, io lo immagino come tale). Perché sì, il mito dell'artista stronzo, bugiardo e ribelle ha un suo fondo di verità, e soprattutto un suo fascino. Però, ogni tanto, vedere genio e regolatezza andare a braccetto è consolante.

(11/07/2010)

  • Tracklist
  1. Soon It Will Be Fire
  2. A Fullness Of Light In Your Soul
  3. The Graze Of Days
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