Alberto Fortis

La grande grotta

1981 (Philips Records) | pop, songwriter

Non è esagerato sostenere che il percorso artistico di Alberto Fortis abbia rappresentato una delle più grandi occasioni sprecate nella storia della pop music italiana. Pur avendo infatti segnato almeno un lustro di musica tricolore, con un ammontare di vendite discografiche che complessivamente supera il milione di copie, il cantautore piemontese è sprofondato nell'oblio di media e critica, fatti salvi alcuni fortunati e iconici singoli (si pensi soprattutto alle invettive di "A voi romani" e "Milano e Vincenzo"). Il risultato è che, presso le generazioni più giovani, il suo nome risulta oggi largamente sconosciuto.

Eppure, il Fortis che nel 1981 si apprestava a pubblicare "La grande grotta", il suo terzo Lp, stava viaggiando a gonfie vele: dopo aver scardinato il paradigma di folksinger italiano con un debutto sospeso tra (apparente) disimpegno e una sofferta vena autobiografica (si pensi alla catarsi drammatica de "La sedia di lillà"), il tutto con abbondanti dosi di progressive rock negli arrangiamenti e nelle esecuzioni a cura della Pfm, nel 1980 aveva sublimato i suoi tormenti in una seconda prova ancora più progressive, "Tra demonio e santità", idealmente in anticipo di venticinque anni persino sul Battiato di "Tra sesso e castità" e forte di una carica teatrale fortemente drammatica, a più riprese persino eversiva.
Riuscire a coniugare un tale eclettismo compositivo con ottimi riscontri popolari e commerciali è stata sicuramente un'impresa notevole, possibile anche grazie a un'Italia piena sì di contraddizioni e assurde barricate ideologiche, ma culturalmente più predisposta a lasciarsi sorprendere rispetto a quella odierna.

Tuttavia, se c'è un disco che possa risultare definitivamente "miliare" nella carriera di un outsider come il cantautore piemontese, questo è proprio "La grande grotta", sorta di crocevia e possibile grande "what if...?" per l'approccio alla musica pop italiana tutta. Perché, se è vero che la risicatissima eredità culturale del Nostro è stata ormai relegata dall'élite giornalistica esclusivamente al debutto del '79, è bene però ricordare come "La grande grotta" sia stato l'album con il maggiore impatto in classifica di Alberto Fortis (rimase nella hit parade per nove mesi, stazionando spesso in top 10), e come le suggestioni internazionali presenti in questi solchi risultino molto più rappresentative della sua futura carriera rispetto alla canzone d'autore prog degli esordi.
Oltre tutto, il singolo di traino è uno dei lasciti più celebri del compositore di Domodossola: parente lontana delle classiche ballate pianistiche di Venditti (a chi trova l'accostamento offensivo è consigliato l'ascolto di alcuni dei dischi anni 70 del cantautore romano, troppo spesso ingiustamente bistrattato) ma più sognante e con originali venature gospel nei cori femminili, "Settembre" pennella con malinconica delicatezza immagini di speranza e di passione romantica, attraverso un testo che non cerca la sua ragion d'essere nell'intellettualismo esibito - sulla scia di quasi tutti i cantautori più "impegnati" degli anni 70 - quanto nell'emotività e soprattutto nella grazia fonetica delle parole stesse. Questa caratteristica è un leit-motiv dell'intera carriera di Fortis, e gli permette di esprimersi con rara efficacia anche nella bizzarria di testi goliardici, che in altre mani potrebbero risultare rozzi e dozzinali, mentre nelle sue si colorano di un divertente e strambo surrealismo.

Ne è un esempio dei più fulgidi "Riso", pop-funk di grande eleganza e genuinamente spassoso (come non ridere di gusto di fronte a versi come "riso bianco riso nero/ oggi sono più sincero/ riso bianco riso azzurro/ lo condisco con il burro") che mostra incredibili somiglianze col city pop che stava spopolando in Giappone in quel periodo. Difficile, se non proprio assurdo, pensare a un'influenza diretta del movimento nipponico su certi pezzi, molto più probabilmente debitori del soft-rock americano di Steely Dan, Fleetwood Mac ecc.; piuttosto, questa è una prova di quanto il nostro fosse pienamente calato nel contesto musicale della sua epoca e libero da qualsiasi forma di provincialismo. Una canzone come "Cina", poi, sorprende per il matematico equilibrio di incastri tra tutti gli strumenti e l'estro con cui riesce a far convivere una melodia dal sapore mediterraneo con un tema tastieristico orientaleggiante e una ballabile pulsione ritmica soft-funky. Funky che fa capolino anche in "Marilyn", imbevuta a tal punto dell'immaginario popular americano da divenirne quasi una - riuscita - parodia: interessante notare come in una proposta come questa, che non fa dell'intellettualismo più accademico e arty la sua bandiera, si possano cogliere persino degli arditi equivoci meta-testuali.

Ad ogni modo, c'è ben poco spazio per simili autoerotismi intellettuali, poiché il disco è talmente solido e pieno di idee da farci perdere la testa: si pensi all'ubriacante successione di accordi di settima e di nona della title track, oppure alla struggente ballata pianistica "Nuovi giorni" - che sembra quasi preludere alla futura "By The Sea" degli Suede - dove Fortis dà sfoggio di tutta la sua abilità e potenza vocale in ritornelli avvicinabili solo dalle ugole più dotate. Proprio sulla voce del cantautore piemontese sarebbe il caso di soffermarsi: sfaccettata come la musica che le fa da contraltare, riprende la lezione di Edoardo Bennato, specie nelle svisate glam o nelle urla diaframmatiche più acute e roche, ma, a differenza di quest'ultimo, ovvia alla mancanza di corposi bassi con toni dolci e vellutati, dal gusto molto britannico. Si tratta di uno stile di canto androgino quasi del tutto scomparso nel nostro paese, laddove sembra che l'esposizione sfacciata della virilità vocale, espressa tramite forzati registri baritonali o esasperate urla, sia ormai stata eletta a vincitrice incontrastata.
D'altro canto, in quanti dischi italiani degli ultimi vent'anni si possono trovare canzoni così raffinate per costruzione armonica, arrangiamento, interpretazione, come "La neña del Salvador"? Si tratta di un luminoso esempio di potenza immaginifica: attraverso un'atmosfera vagamente argentina e poche pennellate liriche ("Così non ti perderai/ e sul tuo corpo vivrò/ la Spagna è grande ma incontrerai/ il gitano che sempre cantò/ Es la neña de santa sera/ Es la neña del Salvador") viene dipinta la tenerezza magica di un innamoramento, e per poco più di quattro minuti pare quasi di ritrovarsi su una spiaggia iberica, in una di quelle sere in cui la brezza spira leggera, mitigandone l'altrimenti torrido clima.

In definitiva, in questi otto solchi si è respirata una tale quantità di stili, contaminazioni e influenze da lasciare abbagliati, una peculiarità che nel panorama eighties del Belpaese potevano vantare davvero in pochissimi. Purtroppo, in un sistema sempre più allergico alle sfumature e sempre più povero culturalmente come quello contemporaneo, sembra che a nessuno possa più interessare un disco così pieno di input diversi, se il suo autore non ha mai avuto la tendenza alla spudorata posa maledetta-decadente o a quella scandalistica, e se il canovaccio, come in questo caso, rimane comunque quello della pop music. La verità è che non poteva essercene uno migliore per far confluire Italia, America, cantautorato, tensioni orientaleggianti, pop britannico, funk e glam rock in soli trentacinque minuti di musica. Immaginare degli anni 80 italiani in cui a trionfare fossero stati Fortis o il Battisti "bianco" sarebbe esercizio sterile; recuperare o riscoprire perle dimenticate come "La grande grotta" certamente no.
Tesoro dimmi se un giorno mai paura dei cinesi io avrò
il drago è pronto e si muove già su quattro ruote dentro un risciò
e il pericolo giallo la sua bomba sgancerà

Attenta amore il fungo tornerà
però mangiarlo non potrai

[...]

così il violino di cera blu nel sole caldo si scioglierà
la vecchia Europa del valzer un unico paese sarà
forse l'America grande per un po' resisterà

Io son d'accordo di cambiare un po'
E felice regnerà la musica che fa

Din din din oh
din din din.

(08/10/2017)

  • Tracklist
  1. La grande grotta
  2. La neña Del Salvador
  3. Cina
  4. Nuovi giorni
  5. Marylin
  6. Settembre
  7. Riso
  8. Sailor
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