Angelo Branduardi

Alla fiera dell'est

1976 (Polydor) | songwriter, medieval folk-rock

Gli addetti ai lavori si accorsero subito di Angelo Branduardi, e non avrebbe potuto essere altrimenti, data la collaborazione di Paul Buckmaster al suo album di debutto. La presenza dell’arrangiatore di Elton John non bastò tuttavia a far arrivare la musica al grande pubblico, e oggi in prospettiva si può dire che – nonostante il risultato di indiscutibile valore – la personalità dell’ospite soffocò quella del cantante, portandolo verso lidi che non sentiva suoi, e che infatti non avrebbe più frequentato (dei tratti sono addirittura avvicinabili al jazz-rock, di certo non la prima cosa che venga in mente pensando a Branduardi).

Il successivo “La luna” viene arrangiato con Maurizio Fabrizio, all’epoca poco noto ma destinato a diventare uno dei più fortunati autori della musica italiana: sue celeberrime colate di melassa come “Almeno tu nell’universo” e “I migliori anni della nostra vita”; meglio allora ricordarlo alla corte di Branduardi, come arrangiatore con un debole per la musica rinascimentale.
Questa volta, il pubblico drizza le antenne e due dei brani in scaletta – “Confessioni di un malandrino” e la title track – diventano nel corso del tempo dei classici. 
Da sempre convinto dell’interesse che la musica antica, se adeguatamente trattata, è capace di esercitare sul pubblico, Branduardi si sente rinfrancato e decide di passare all’attacco con una raccolta di brani a presa rapida. Mantiene così la squadra del disco precedente, con Fabrizio (chitarre e liuto), Bruno De Filippi (strumenti a corda esotici), Andy Surdi (batteria) e Gianni Cappellotto (basso), aggiungendo Gianni Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso alle tastiere. 
 
Il nuovo album si apre con “Alla fiera dell’est”, brano che lo intitola. La musica è di Branduardi, le parole una traduzione del poema ebraico “Chad Gadyà”, benché il topo in origine fosse un agnellino. Una melodia reiterata ad oltranza, per ottemperare alla struttura in accumulo del testo, e una struttura da ballata folk con gran finale di colpi percussivi marziali e scatenate girandole di violino: è quanto serve per creare uno dei capolavori della musica italiana. Un pezzo che ha penetrato la nostra cultura al punto da diventare uno standard buono per ogni età. Nonostante la cupezza del messaggio, in pratica una catena di soprusi, e l’apoteosi gotica del finale, che mette in spietata evidenza la precarietà dell’esistere, la musicalità contagiosa e l’aria da filastrocca hanno fatto grande presa sui bambini, a cui viene insegnata sin dall’asilo. 
Diversi cantanti israeliani hanno in seguito ripreso il pezzo di Branduardi, non ultima la grande Chava Alberstein, che ne diede negli anni Ottanta una straniante rilettura elettronica, ripristinando come protagonista l’agnellino (va segnalato che la parola “gadyà” in ebraico può anche indicare un bambino, rendendo ancora più ambiguo e oscuro il messaggio alla base).
Giocando di contrasti, il secondo brano è “La favola degli aironi”. Alla foga con cui ha cantato la title track, Branduardi oppone un pezzo dalle tinte pastello, con voce serafica, orchestrazione da camera e corde appena pizzicate. Permane invece, come elemento centrale del testo, la relazione fra uomo e mortalità: “È là che la terra si è chinata, a raccogliere ogni cosa che il tempo ha abbandonato. […] È là che l’ultimo dei semi non ha lasciato frutto, e la terra ha ormai scordato che tanti anni fa, a un vento profumato, distesero gli aironi le ali colorate”.

Dedica alla figlia appena nata è “Canzone per Sarah”, splendida ninnananna acustica attraversata da uccellini e suoni bucolici, praticamente sussurrata: “Bambino mio ti porta il mare, ti culla l'onda, ti veste il fuoco. E calde le tue piume, chicco di grano. Nuvola sottile, piccole mani”. Intrisa di immagini naturali, ricorda le antiche tradizioni dei pellerossa, di cui l’autore è notoriamente appassionato. 
Stravolgimento del canto bretone “Ar Rannoù”, al punto da essere quasi irriconoscibile, “La serie dei numeri” ha una struttura simile a quella della title track. Dopo una serie di figure medievali e simboli superstiziosi, Branduardi conclude: “E unica è la morte, da sempre signora del dolore”. Il Medioevo è del resto il periodo in cui per eccellenza la musica – anzi, l’arte in generale – è stata utilizzata allo scopo di soggiogare e intimorire, non stupisca quindi che colui che l’ha riesumato fosse ossessionato dal suo argomento principale: l’incombenza del Tristo Mietitore sulle nostre teste. 

“Il dono del cervo” mescola la ballata celtica e la musica folk andina, con il flauto dolce che mima un flauto di pan. Il testo è ancora una riflessione metaforica sulla ciclicità della vita, questa volta in accezione positiva: la morte del cervo, che gli si offre spontaneamente, consente al cacciatore di ricavare una serie di materiali utili al proprio sostentamento.   
Con i suoi otto minuti di durata, “Il funerale” è il fulcro dell’opera. Branduardi firma una lunga introduzione acustica, dominata dal suo violino, mentre la melodia vocale è ripresa dal brano tradizionale seicentesco “Henry Martin” e i versi sono una manipolazione dei “Consigli al morto” di Franco Fortini, di cui Branduardi era stato allievo ai tempi del liceo. Il testo di Fortini a sua volta riprendeva una serie di poesie popolari romene: per giungere a “Il funerale” si è così generato un accumulo di rimodellamenti, che rappresenta un po’ la versione moderna delle mutazioni subite dalle ballate popolari nel corso dei secoli, a causa delle tradizioni orali e delle traduzioni.
“Sotto il tiglio” mette in musica un testo del poeta medievale tedesco Walther von der Vogelweide. Tenero canto d’amore con consueta immersione in paesaggi arcadici, accompagnato da una melodia soave, è uno dei brani più semplici del disco, ma anche uno dei più suggestivi, come testimoniato dalla persistente popolarità presso i seguaci dell’artista.

Controllando il vinile, o il libretto della ristampa in cd, si nota come Branduardi risulti autore di ogni brano. Se sei titoli su dieci sono effettivamente farina del suo sacco, quattro sono manipolazioni di materiale preesistente (vuoi il testo, vuoi la musica), di cui tuttavia non viene indicata l’origine. Eppure l’artista è sempre stato limpido riguardo alle sue fonti, che ha indicato più volte sia nelle interviste, sia durante i concerti. C’è anche un libro edito dalla Lato Side nel 1979, “Angelo Branduardi: Canzoni”, a cui ha egli stesso partecipato, analizzando le proprie creazioni con dovizia di particolari.
L’uso di firmare brani derivati da opere di pubblico dominio, o comunque non più protette da diritto d’autore, era all’epoca piuttosto in uso nella musica italiana: anche altri grandi studiosi del folk, come Gabriella Ferri e Fabrizio De André, sono spesso ricorsi allo stratagemma. È d’altronde innegabile che gli artisti citati abbiano messo in atto un’importante opera di rielaborazione e integrazione: a volte prendevano un frammento di melodia e lo trasformavano in una canzone completa, altre volte musicavano una poesia straniera e la riadattavano alla propria lingua, altre volte ancora prendevano una filastrocca e cambiavano il testo. È ovvio che la loro firma meritasse di apparire; si può al massimo contestare l’assenza della sorgente, ma si deve tenere conto che l’artista aveva potere relativo al riguardo e spesso ciò che compariva nelle intestazioni era frutto di compromessi con editori musicali, manager e case discografiche, e una volta constatata con testimonianze e documenti inoppugnabili la sua buonafede, le polemiche lasciano il tempo che trovano.

Anche perché, in tutto questo, rischia di sfuggire un particolare non secondario: la qualità assoluta dell’operazione. Se Branduardi riprende un poema ebraico, e nell’abbinargli una melodia inedita risulta tanto convincente da spingere la più importante cantante israeliana a inciderne una propria versione, ciò significa che ha realizzato qualcosa di importante. Pensandoci bene, quale altro artista ha ottenuto un successo di massa, diventando uno degli autori simbolo della propria generazione, grazie a una miscela di cantautorato moderno e musica medievale?
Donovan – sempre indicato come maestro dall’umile Branduardi – può essercisi avvicinato, ma la componente di antico bardo era molto più sfumata nelle sue creazioni, che del resto subivano non poco gli influssi circostanti (ora la psichedelia, ora l’hard-rock, ora il pop barocco). Branduardi invece scaraventa l’ascoltatore in epoche lontanissime e appare del tutto impermeabile alle mode circostanti. Non si può dire lo stesso di nessun altro cantante mainstream sul globo terrestre.

“Alla fiera dell’est” è il disco che fece la sua fortuna: si arrampicò fino al secondo posto in classifica sia fra gli album, sia fra i singoli, e funse da canovaccio per i due bestseller che l’avrebbero seguito (“La pulce d’acqua” e “Cogli la prima mela”), insieme ai quali costituisce una trilogia di inarrivabile potere iconico.

E infine il Signore, sull'angelo della morte, sul macellaio
che uccise il toro, che bevve l'acqua, che spense il fuoco,
che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto,
che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò.

(30/09/2018)

  • Tracklist
  1. Alla fiera dell'est
  2. La favola degli aironi
  3. Il vecchio e la farfalla
  4. Canzone per Sarah
  5. La serie dei numeri
  6. Il dono del cervo
  7. Il funerale
  8. L'uomo e la nuvola
  9. Sotto il tiglio
  10. Canzone del rimpianto




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