Fabrizio De Andre'

Anime salve

1996 (Bmg Ricordi) | songwriting, world music

Un viaggio. Immaginario e concreto, fatto di suggestioni lontane e contaminazioni dirette. L'ultimo viaggio, il più lungo, quello in grado di toccare più estremi, di spingersi oltre i confini dapprima solo intravisti. “Anime salve”, ovvero l'ultimo disco di quello che è probabilmente il più grande cantautore della musica italiana. Il canto del cigno, che come tale per taluni racchiude un incredibile significato sentimentale ed emotivo, una sorta di addio. Ma al quale, forse a causa del “mito” creatosi attorno al De André poeta e cantautore, non è mai stata riconosciuta la dovuta importanza nel percorso evolutivo del De André musicista e ricercatore.

Potremmo dire, senza correre il rischio di sbagliarci, che la vera grandezza di Fabrizio De André si rivelò nella seconda fase della sua carriera più che nella prima. Quella in cui, dopo aver scritto pagine della storia della musica italiana filtrando l'attualità e il proprio bagaglio culturale dal punto di vista della sua inconfondibile poetica, si è rimesso in gioco nell'avventuroso tentativo di cimentarsi con tradizioni e culture nuove, lontanissime dalla propria. Un progetto sul quale influì in maniera decisiva il famoso sequestro subito in Sardegna per mano dell'anonima sequestri, del quale la celebre “Hotel Supramonte” (e a conti fatti, già dalla copertina, l'intero “disco dell'Indiano”) potrebbe essere vista come silenziosa e indiretta partenza.

Ricerca: questa la parola chiave del percorso che da “Creuza de mä”, l’ultima grande svolta della carriera, ha portato ad “Anime salve”, il punto d'arrivo. Quasi come se il primo non fosse stato altro che la sua prova generale, l’abbozzo di massima di un percorso. La migrazione come tema al cuore di questa ricerca: migrazione come apertura, studio e assorbimento di culture musicali nuove, come fuga dall'introspezione e dal pessimismo, come nuovo stimolo artistico. Tutti elementi in grado di dimostrare quanto il De André di “Anime salve” fosse quantomai vivo, curioso, ispirato, e quanto il disco fosse stato pensato per essere tutto meno che un canto del cigno, un capitolo conclusivo.

De André è dunque il primo migrante, pronto a prendere in prestito elementi musicali e linguistici dalle tradizioni più disparate, e dietro di lui sono migranti i protagonisti delle storie raccontate nei brani. Storie di emarginazione, di diversità, di solitudine e di libertà, fra le più scomode e sentite della sua carriera, rese per mezzo di testi mai così diretti, espliciti, per certi versi volgari. La focalizzazione sul “diverso”, l'eterno contrasto tutto baudelaireiano tra l'orrore del reale e la contraddittoria meraviglia dell'umano, tra un marcato rifiuto delle (presunte) virtù convenzionale e una giustificazione quasi ossessiva dei vizi (pretestuosamente tali) è forse il vero unico trait d'union, tutto lirico, tra il primo De André e l'ultimo.

A intensificarsi in maniera decisiva e straordinaria con i testi è pero, nell'ultimo De André, la musica. Non più un semplice mezzo espressivo attraverso il quale elaborare le liriche, ma un elemento artistico al pari delle stesse. “Anime salve” non è solo il suo disco più sinceramente multietnico, ma anche il suo più corale. Nel rapporto con i testi, con cui la musica vive in meravigliosa e complementare armonia, quanto nello stile e negli arrangiamenti talvolta saturi, e ancora (e soprattutto) nelle partecipazioni e collaborazioni. Come se il nome di Faber si lasciasse alle spalle il solipsismo e divenisse il nome di un complesso, un marchio di fabbrica, una denominazione sociale, una sigla-contenitore.

Sono così in tanti ad accompagnare De André nel suo viaggio, una schiera di amici fidati in quella che è una ricerca collettiva, dal carattere platonico, dove il maestro e capo-spedizione (in questo caso vero e proprio direttore d'orchestra) è e dev'essere pronto sempre ad accogliere e confrontarsi con il punto di vista dei suoi compagni d'avventura: Piero Milesi in cabina di produzione, il figlio Cristiano eletto ad autentico braccio destro, Ellade Bandini alla batteria, l’orchestra “Il Quartettone”, la moglie Dori Ghezzi e la figlia Luvi alle voci e soprattutto il concittadino Ivano Fossati come seconda penna come già in “Le nuvole”, in una non facile collaborazione che ha fatto divergere i due su più di un punto.
E poi il grande percussionista brasiliano Naco, il mito del cymbalon Sàndor Kuti, il fisarmonicista russo Vladimir Denissénkov, l'inconfondibile arpa di Cecilia Chailly, l'altrettanto fido Mario Arcari e una lunga serie di strumentisti di livello, molti dei quali, peraltro, prelevati direttamente dalle tradizioni affrontate e decisivi nell'accompagnare il gruppo alla scoperta di mondi sonori distantissimi, sia geograficamente che culturalmente, dalle proprie origini.

Migrazione ed emarginazione, si diceva: le parole chiave della cultura rom raccontata nella struggente “Khorakhané (A forza di essere vento)”, che porta lo standard del valzer Cohen-iano e le ballate degli chansonnier a nuove vette artistiche. Il tutto iniziando con un’aurora elettronica su cui si stende un recitativo d’introduzione, e finendo in un’aria orchestrale di donizettiana intensità in lingua rom. Un passaggio che raggiungerà il suo apice emotivo dal vivo, trascinato dall'ugola cristallina di Luvi, pronta a sostituirsi a quella più asciutta di Dori Ghezzi sul disco. Nel mezzo De André appoggia con la massima delicatezza versi colossali come “Saper leggere il libro del mondo/ con parole cangianti e nessuna scrittura” o “Questo filo di pane tra miseria e fortuna”.

Il salmo universale a due voci della title track è invece il paradigma della collaborazione con Fossati, della sintonia cercata e trovata con fatica dai due, delle differenze vocali e stilistiche che qui arricchiscono di elementi il duetto anziché minarne la coralità. Diversità, key word che si ripresenta nel contrasto vocale come negli “spiriti solitari” del testo, liberi per scelta dalle convenzioni che uniformano gli uomini costringendoli a tenere nascosta la loro personalità e di conseguenza, il loro meglio. Un processo totalmente assente nella spontaneità del mondo animale, omaggiato nella danza assorta cantata a mezza voce di “Le acciughe fanno il pallone”, la cui dinamica impalcatura nasconde un impeto strumentale che si esprime nel finale.

La magnifica ouverture di “Prinçesa” mixa armonici e sovratoni sudamericani con un refrain tintinnate in stile “Creuza de mä”, siparietti swing e danze folk. Un insieme che riproduce egregiamente il tema del viaggio e lo mette in relazione con quello, tanto caro a De André, della prostituzione, in quello che è l'esempio più emblematico di aggiornamento della poetica del cantautore alla sua migrazione stilistica e culturale (dalla prostituta al transessuale). Il protagonista è infatti, Fernandinho divenuto Fernanda, incompreso nel contesto familiare contadino brasiliano e costretto a vendere, per poterlo mantenere economicamente, quel corpo femminile tanto desiderato. Di nuovo un diverso, di nuovo un'emarginata costretta a pagare per poter ottenere la libertà.
Sulla stessa linea prosegue “Dolcenera”, che accoppia un cantico brasiliano con una delle migliori tarante di Faber, per incastonare il canto spiegato della fisarmonica e soprattutto una delle sue magistrali narrazioni per parallelismi, allusioni e metafore. Qui a primeggiare è l'amore, l'amore di un uomo in trepidante attesa di una donna, al punto tale da immaginarsi il suo arrivo mentre questa è invece sommersa dall'alluvione di Genova del '70 e dall'esondazione del fiume Nera. Un amore che lo stesso De André avrebbe definito “paranoico, tirannico, al punto tale da far sì che il protagonista cancelli mentalmente qualsiasi ostacolo tra lui e la donna amata, pure la terribile esondazione del fiume”.

Anche sulla ballata sardonica di “Disamistade” risalta il miglior De André in rima, forte però anche di versi liberi che ne accentuano il dolore (“uno scoppio di sangue, un’assenza apparecchiata per cena”), assieme al liturgico accompagnamento elettronico di Milesi e ai sospiri orchestrali. Un nuovo omaggio alla Sardegna musicale e una denuncia delle faide tipiche della cultura isolana di qualche decennio fa. Una delle due grandi eccezioni all'omogeneità tematica del disco assieme al duetto in genovese di “Â cumba”, a tempo di scintillante saltarello, sostenuto dal coro femminile e unica parentesi di positività in un disco di canzoni lunghe e sofferte, fatte di complessi incroci genetici.

La chiusura è affidata a un tandem che insiste di nuovo sul contrasto: prima l'affresco autobiografico e cinematografico in versi di “Ho visto Nina volare”, affidato a un ritmo soffuso e alla sola chitarra classica. De André racconta in maniera romanzata del suo primo amore d'infanzia, della sua ribellione all'autorità paterna e, di nuovo, della sua solitudine nel dover contemplare l'amata di nascosto mentre si diverte sull'altalena. Il tutto rifiutando il timore di essere scoperto e dunque costretto ad abbandonare casa, e l'istinto di auto-imposizione pronto a fargli difendere “con il coltello” il suo diritto a provare tali sentimenti.
Viceversa, la conclusione irrefrenabile di “Smisurata preghiera” è il culmine del disco, tre minuti d’invettive e indignazioni spirituali contrappuntate dai commossi accordi jazz delle tastiere e dalle sincopi solenni da cerimonia della batteria (di cui la title track si rivela a posteriori premessa), e 4 minuti di trasfigurazione strumentale: dapprima un’invocazione in crescendo di fiati mediterranei, quindi una divagazione sinfonica da cui esala la morale dell’opera, tutta la sconfinata mestizia delle anime del titolo. È la furente richiesta di riscatto da parte dei personaggi descritti in tutto il disco, ovvero coloro che hanno scelto di pagare la solitudine e l'emarginazione come prezzo per la loro libertà.

È la conclusione del viaggio, lo sfogo, la sintesi del concetto di libertà, frutto del lungo contrasto tra la tesi di partenza (la voglia di libertà, di poter abbattere i confini e confrontarsi con il mondo esterno a sé stessi) e le numerose antitesi incontrate nel corso del viaggio (i prezzi da pagare per ottenere la libertà stessa). Nell'immaginario collettivo è l'epitaffio nell'epitaffio, il testamento pre-mortem di De André, per taluni addirittura il sunto dell'intera opera lirica e musicale dell'artista. Un ruolo ricoperto, aumentando il raggio di veduta, dall'intero “Anime salve”. Un ruolo non certo previsto per quello che resta indubbiamente uno dei vertici assoluti, per varietà stilistica e profondità lirica, della musica italiana, nonché l'ultimo regalo di uno dei suoi più grandi esponenti.

(12/10/2014)

  • Tracklist
  1. Prinçesa
  2. Korakhané (A forza di essere vento)
  3. Anime Salve
  4. Dolcenera
  5. Le acciughe fanno il pallone
  6. Disamistade
  7. Â Cumba
  8. Ho visto Nina volare
  9. Smisurata Preghiera




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