Francesco De Gregori

Bufalo Bill

1976 (Rca) | songwriter

Nonostante lui stesso abbia recentemente affermato di non gradire tale definizione, tutt’oggi Francesco De Gregori – più di Paolo Conte o Fabrizio De André – rappresenta il prototipo di "cantautore italiano", per il suo modo di comporre e interpretare le canzoni utilizzando testi ricchi di metafore mai fuori posto, anzi spesso impressionanti nella loro precisione, e accompagnandoli con una musica defilata ma originale e complessa, pur affidandosi quasi sempre a strumenti tradizionali.
Gli anni precedenti a questo album furono i più fertili nell’intera carriera compositiva di De Gregori, con tre dischi "e mezzo" ("Theorius Campus", il primo, diviso con Venditti), dischi (soprattutto i primi due e mezzo) profondamente adolescenziali, ma già compiuti, intensissimi, personali. In loro è pulsante e visibile l’atteggiamento di De Gregori, che senza farsi tanta pubblicità rifiuta sistematicamente i compromessi con il mercato discografico e con i gusti del pubblico.

In quegli anni andava di moda addossargli l’appellativo di "ermetico", appunto per i suoi testi misteriosi, con Marianna che camminava con il sole nei capelli aggrappata a un paradiso di stagnola ("Marianna al bivio", 1973), e con Alice che non capiva bene tutto quel casino attorno a lei.
De Gregori, pur detestando la superficialità dei critici, non si scompose, e nel 1974 pubblicò il suo album più personale e intimo, intitolato "Francesco De Gregori", quello con la pecora, o caprone che sia, in copertina. In questo disco, prima affermava laconicamente che nelle sue canzoni "non c’è niente da capire", poi lasciava libere le ali della sua fantasia introspettiva in composizioni ancora più enigmatiche delle precedenti, maledettamente belle, ma testimoni di un'opera suicida dal punto di vista commerciale.
L’anno dopo arrivò "Rimmel", che lo trasformò in star della musica leggera italiana, senza, probabilmente, che lui avesse desiderato niente di simile.

Bisognerebbe tornare al 1975 per capire quanto sia stato difficile per il Principe registrare un seguito di "Rimmel" senza stravolgere la sua arte o cadere nel ripetitivo. De Gregori confiderà in seguito: "'Bufalo Bill' è questa mia croce e delizia: ecco, se potessi probabilmente lo rifarei curando meglio i suoni e gli arrangiamenti. Lo feci in quel modo, scarno ed essenziale, per punirmi di aver fatto 'Rimmel' che aveva venduto troppo... roba da matti!".
Sta di fatto che il disco è splendido, ispirato, rivoluzionario (sì, rivoluzionario) nella ricerca delle armonie e di testi che affrontano in maniera ellittica gli argomenti, utilizzando metafore evocative e matematiche nella loro precisione. E in più - aspetto che pochi hanno notato, e a differenza di quanto si rimproveri all'autore - è compatto e pulito nei suoni, ed eravamo nel 1976.

Le canzoni, rispetto a quelle passate, più intense e personali, acquistano una limpidità e un'ampiezza espressiva straordinarie e una capacità di trasportare l'ascoltatore verso suggestioni impalpabili e indescrivibili (come accade in "Atlantide" e "Ninetto e la colonia"), così come la voce, perfetta nell'intonazione un po' nasale e a tratti irriconoscibile in confronto ai dischi precedenti. L'uso del pianoforte al fianco della chitarra, già sperimentato in "Rimmel", qui migliora ulteriormente in coordinazione e armonia.

Già l'apertura, "Bufalo Bill", isipirata dal film "La ballata di Cable Hogue" di Sam Peckinpah, è portabandiera del cambiamento di De Gregori, del mutare dei suoi spazi immaginari: la malinconica metafora dell'apertura degli orizzonti in America (poi rivelatasi controproducente) verso il lontano Ovest è descritta da una musica splendida - sorretta all'inizio da una cascata in sordina di pianoforte, successivamente accompagnato e leggermente sovrastato dalla chitarra, e infine solitario in una conclusione elegante - e da un testo che si muove per immagini ampie. La canzone inoltre rifiuta la convenzione pop del ritornello.
"Giovane esploratore Tobia" - scritta in collaborazione con Lucio Dalla - scorre piacevole ma appare musicalmente trascurabile, più curioso semmai il testo, ritratto di un apatico boy-scout. Dirà De Gregori: "Quello che fa paura dei giovani esploratori è l'inconcludenza; loro imparano ad accendere i fuochi (...). Io ho emblematizzato il personaggio dello scout (...) quello che deve fare la buona azione quotidiana (...) Tobia è una persona che tutto sommato sogna, che ha grossi problemi alle spalle di infanzia pulita, precisa, sola, probabilmente nevrotica, che fa queste cose scontate".

"L'uccisione di Babbo Natale", per ammissione dello stesso De Gregori, è la sua unica canzone "amorale"; racconta la fine dell'infanzia e delle illusioni a essa legate (o forse il finto borghese che si ribella e insieme alla proletaria uccide la borghesia, e poi da lei torna?) con un testo splendido, in cui il cantautore romano conferma tutta la sua abilità nel lanciare messaggi appena annunciati, ma graffianti e trasversali, in un'atmosfera favolesca.
"Disastro aereo sul canale di Sicilia" è un capolavoro di lungimiranza politica ("Risulta peraltro evidente/ anche nel clima della distensione/ che un eventuale attacco ai Paesi Arabi/ vede l'Italia in prima posizione"), abilità melodica (splendida la musica, in continuo crescendo emotivo), e di scrittura dei testi ("E la fabbrica di vedove/ volava/ sola, come un uccello da rapina/ Il mare/ era una tavola azzurra/ ormai l'Africa era già più vicina").
Nell'enigmatica "Ninetto e la colonia" il suono si fa più ritmato e il testo è ispirato, ermetico (appunto...), con probabili richiami ai romanzi di Garcia Marquez ("E sotto un fondale di stelle/ gli impiegati della compagnia/ rubarono tutta la frutta dagli alberi/ e la portarono via").

Ma è con "Atlantide" che il disco tocca il suo apice. Parole malinconiche, ma dolcemente distaccate, e frasi spiazzanti, difficili da dimenticare: ("Lui adesso vive ad Atlantide/ con un cappello pieno di ricordi/ ha la faccia di uno che ha capito/ e anche un principio di tristezza in fondo all'anima/ nasconde sotto al letto un barattolo di birra disperata/ e a volte ritiene di essere un eroe"). Piano e chitarra intessono un dolce tappeto sonoro, dispensatore di intense suggestioni oniriche e subacquee.
Si diventa ripetitivi e stucchevolmente generosi nel descrivere questo album, ma le successive "Ipercarmela", "Ultimo discorso registrato", "Festival" (dedicata alla morte di Luigi Tenco e soprattutto al desolante contorno che l'accompagnò), sono anche, inequivocabilmente canzoni bellissime.

La conclusiva "Santa Lucia" è una splendida piano-voce, una preghiera laica sorretta da frasi sincere e immense ("Santa Lucia/ il violino dei poveri/ è una barca sfondata/ e un ragazzino al secondo piano/ che canta ride e stona/ perché va da lontano/ fa che gli sia dolce/ anche la pioggia nelle scarpe/ anche la solitudine") . La melodia è fra le più orecchiabili ed emozionanti del disco, mantenendosi però a larga distanza dal banale e dallo stucchevole. Lucio Dalla la definirà semplicemente "la più bella canzone di Francesco".

La maturità di De Gregori e la sua coerenza (o meglio il suo immutato approccio nel filtrare la realtà e le emozioni) sono espresse magnificamente in questo disco, il più completo della sua intera produzione.

(12/01/2008)

  • Tracklist
  1. Bufalo Bill
  2. Giovane esploratore Tobia
  3. L'uccisione di Babbo Natale
  4. Disastro aereo sul canale di Sicilia
  5. Ninetto e la colonia
  6. Atlantide
  7. Ipercarmela
  8. Ultimo discorso registrato
  9. Festival
  10. Santa Lucia
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