Jacula

In Cauda Semper Stat Venenum

2001 (Black Widow) | progressive, gothic

Tra i primi vagiti del progressive nostrano - ovvero scimmiottamenti più o meno riusciti dei modelli inglesi e americani - e i pochi accordi cuciti in croce dal nascente panorama cantautorale italiano, gli Jacula lavorano, nella disattenzione generale, al loro primo album: "In Cauda Semper Stat Venenum". È il 1969, anno di grazia se allarghiamo la visuale all'Europa e agli Stati Uniti. Radicali esperimenti musicali e innovative forme sonore testimoniano un'autentica esplosione creativa variegata e multiforme. Captain Beefheart firma in questo anno il suo capolavoro e i Fairport Convention pubblicano "Liege & Lief", pietra miliare del folk revival inglese. E ancora, danno il meglio di sé gruppi come Grateful Dead, Quicksilver, Soft Machine e via dicendo. Tutto ciò al di fuori degli italici confini. Anche in Italia, comunque, si gettano le basi del "rock de noantri" (con costanti pretese e speranze, spesso frustrate, di emancipazione dagli ingombranti maestri stranieri). Basi che il gruppo capitanato da Antonius Rex - al secolo Antonio Bartoccetti - ignora completamente, e che anzi sembra rovesciare con compiaciuto puntiglio.

C’è però un punto importante da chiarire. L'album originale del 1969, attribuito a una misteriosa "Gnome Records", è irreperibile, e lo è adesso come lo era allora: il disco non fu infatti mai pubblicato né, sembra, distribuito - come alcune voci affermavano - a sette religiose di non meglio definita natura. Risulta persino difficile parlare, a quell'altezza cronologica, di "In Cauda Semper Stat Venenum". È forse più opportuno immaginarci una sorta di "bozza", di work in progress che è andato incontro a modifiche talmente vaste e ripetute da rendere azzardato accostarlo all’opera che possiamo ascoltare oggi, ovvero alla ristampa uscita nel 2001. Al riguardo Bartoccetti dichiara di essere pesantemente intervenuto sul materiale originario, sfruttando il sistema digitale di Doris Norton, su equalizzazione, riduzione del rumore eccetera.
Anche per quanto riguarda i testi, poi, vi sono in più punti traduzioni di liriche dei Van Der Graaf Generator (si confrontino la title track e la sezione S.H.M di "A Plague Of Lighthouse Keepers" in "Pawn Hearts", datato 1971).
Insomma, nel 1969, stando alle dichiarazioni dell'autore, il gruppo mette mano – questo almeno ci sembra di poter dire - a un lavoro che, dopo aggiunte, modifiche e interpolazioni, prenderà le forme dell’ottimo album che qui analizziamo e che risale, appunto, al 2001.

L'immaginario entro cui il gruppo si muove è quello tipico di buona parte dei gruppi dark e gotici che nel corso degli anni hanno deliziato i cultori della musica oscura (dai Black Sabbath in poi). Per gli Jacula non si tratta, come spesso capita, di far leva su morbose attrazioni e timori degli ascoltatori giocando su continui richiami al mondo dell'occulto, né di tentare il successo puntando a sorprendere e provocare il pubblico con proposte inusuali. La loro musica è inquietantemente naif, specchio non deformante degli interessi e della vita stessa dei componenti della band, almeno stando ad alcuni romanzeschi racconti biografici, in cui però la realtà spesso sconfina nella leggenda. Bartoccetti, sciolto il complesso nel 1972 (per poi riformarlo nel 2011 con l'uscita dell'album "Pre Viam"), avrebbe - a suo dire - suonato persino in castelli romeni o in monasteri ucraini, tenendosi in ogni caso ben lontano da radio e tivù. Doris Norton, talentuosa tastierista ribattezzata "Fiamma dello Spirito", sarà al suo fianco fino al 2009. Come organista ha militato nel gruppo Charles Tiring, misteriosamente scomparso - sempre secondo la versione di Bartoccetti - nel 1979. Nella formazione figura inoltre il medium Franz Parthenzy, cui negli anni successivi ne seguiranno altri. Ma torniamo a "In Cauda".

Sei tracce, rigorosamente titolate in latino, per 37 minuti circa di musica. Nessuna parte cantata e funerei recitativi. Si parte con "Ritus", ottima sintesi delle due anime presenti in tutto il lavoro: lugubri trame accortamente ordite dall'organo a canne - che ricorre insistentemente alle note più alte, facendole girare in tondo in una sorta di mistica sospensione temporale - e duri innesti di chitarra elettrica, nervosa e sanguigna, "frippiana" a tratti.
Il secondo brano, "Magister Dixit", ha il sapore amaro del rito ineluttabile e la cadenza implacabile della fatalità. Sorretto quasi esclusivamente dall'onnipresente organo, è arricchito da parole oscure che, oltre a mettere i brividi, mostrano evidenti limiti sul piano della ricerca testuale. Lessico artificioso e sintassi oltremodo ricercata avvicinano le liriche del Bartoccetti a quelle ridondanti ed eccessive di molti "adepti" del progressive rock. In chiusura torna a farla da padrone la chitarra tiratissima del leader, così potente ed evocativa da farci dimenticare di far caso alle "impronte sulla strada del tempo" e alla "rugiada di croci e di rose".
"Triumphatus sad" suona come i Van Der Graaf Generator dopo una full-immersion nelle opere di Aleister Crowley (e suonerebbero magnificamente).

Nella seconda parte dell'album filtra persino un po' di luce. Rari raggi di luce fioca, magari solo per meglio mostrare lapidi e sudari. La tensione si stempera appena in "Veneficium", prova a sciogliersi in caroselli di note timidamente accennati dalle tastiere che, comunque, vengono presto sopraffatte dalle nevrotiche e consuete cavalcate elettriche del "Re Antonio".
Il pezzo successivo, "Initiatio", è per chi scrive il vero capolavoro. Rispetto a quanto ascoltato finora, il tono si fa più disteso e meditabondo. I gorgheggi della Norton si adagiano su tappeti di tastiere melanconiche più che macabre, segnando forse una resa momentanea di fronte all'imperscrutabilità di mondi a noi sconosciuti. Non più la medianica trasposizione in musica di entità tenebrose, quanto piuttosto i turbamenti di chi è gravato dal peso dell'invisibilità di ciò che si teme o di ciò in cui si spera. Quasi un mezzo respiro di sollievo, se non fosse per quel vento gelido in sottofondo e i pesanti timpani sempre presenti.
Chiude le danze la title track, lunga suite evocatrice di fate incorporee, "spiriti in coro" e "perdute cime d'albero". L'organo ripete la stessa litania da tregenda infernale, Bartoccetti recita parole attinte, si dice, da territori ultraterreni e riferite dal medium Franz Parthenzy. È un brano di dieci minuti, un crescendo di angoscia e desolazione al cui confronto diverse composizioni dei Dead Can Dance diventano innocui scherzi per bambini.

In dieci minuti c'è anche tempo per riflettere sull'intero album, ammesso che sia possibile farlo serenamente mentre spiriti e diavoli fuoriescono dalle casse, e accorgerci della straordinaria peculiarità degli Jacula nella scena italiana.
Certo, ben pochi pensano a loro quando parlano dei grandi nomi della musica del Belpaese. Non sono stati gli Jacula a godersi le luci mediatiche al centro del palcoscenico, ma è noto che proprio nelle zone più "marginali" si possono scoprire tesori, o veleni magnifici. Del resto, in cauda semper stat venenum...

(16/02/2012)

  • Tracklist
  1. Ritus
  2. Magister Dixit
  3. Triumphatus Sad
  4. Veneficium
  5. Initiatio
  6. In Cauda Semper Stat Venenum
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