Juri Camisasca

La finestra dentro

1974 (Bla Bla) | progressive, folk

Camisasca è sostanzialmente un'anima semplice che si è trovata all'improvviso a doversi rendere conto della stupida ferocia della realtà e della propria impotenza a cambiare qualcosa a tal proposito. Per questo, rifiutandosi di rimanere passivo di fronte a questo stato di cose, cerca di battersi nell'unico modo che ha per svegliare la coscienza di chi ha voglia di ascoltare, senza per questo salire su un piedistallo, gettando in faccia all'uomo 'in scatola' le sue molteplici esasperate realtà e le sue maschere fumose, con la sua voce amara e aggressiva e con le sue visioni-esperienze a volte quasi brutali, e mai avulse dal mondo concreto.
(Giancarlo Piccirilli, "Supersound", 10 giugno 1974)
Roberto "Juri" Camisasca è solo un muratore ventiduenne quando incide il suo esordio "La finestra dentro", una raccolta di canzoni capace di colorare gli elementi propri del folk con cromie acid-prog e storie allucinate, dipingendo un paesaggio inquietante ma, nello stesso tempo, anche estremamente suggestivo. Mi piace immaginare lo Juri del periodo come il viandante solitario di Caspar David Friedrich: immobile su uno sperone roccioso, il suo sguardo è rivolto verso quel mare di nebbia che rischia di inghiottire persino la sua figura; con l'ignoto davanti e la società alle spalle, il viandante può trovare così rifugio soltanto nel terrificante e sublime panorama dei propri pensieri, che contempla con il suo occhio interiore. In questo percorso, Camisasca non è però solo: viene infatti aiutato da Franco Battiato, che diviene in breve tempo un grande amico e una sorta di padrino musicale.

Oltre al suono del suo sintetizzatore (il famoso VCS3), Battiato porta con sé un cast di tutto rispetto: il percussionista degli Aktuala Lino "Capra" Vaccina, Maurizio Petrò e Mario Ellepi alla chitarra, Gianni Mocchetti al basso, Gianfranco D'Adda alla batteria, Marco Ravasio al violoncello e il produttore Pino Massara alle tastiere. Proprio per via di questa folta schiera di ospiti di diversa estrazione, "La finestra dentro" non è un album progressive nella sua accezione purista, quanto piuttosto una sua proiezione solipsistica e trascendentale. Mentre il resto del progressive italiano coevo tesse arazzi lussuosi e baroccheggianti, i suoni arcaici di Camisasca riportano all'Oriente e ai mosaici dorati di Bisanzio. Se i suoi testi controversi, invece, secernono anch'essi il "male di vivere" dei nostri Jumbo, Biglietto per l'Inferno o Mauro Pelosi, dal punto di vista prettamente musicale alcune analogie si possono riscontrare soltanto in cantautori sperimentali come Tim BuckleyClaudio Rocchi e Alan Sorrenti.

Ma partiamo dall'inizio. Il milanese Juri Camisasca conosce Franco Battiato nel 1974 durante il servizio militare e, dopo un'audizione per la Bla Bla di Natale Massara, riceve carta bianca per l'incisione del suo primo Lp, anche se ammetterà candidamente più tardi: "Al tempo del disco d'esordio, avevo le idee un po' confuse; alcune cose erano degli effettismi, anche se credo di aver manifestato anche a livello inconscio un certo disagio esistenziale". Non si può che essere d'accordo: il mondo di Camisasca è infatti colorato a tinte forti, il suo cantato torbido viene costantemente soffocato da melodie discordanti, gremite di percussioni e inserimenti elettronici, che descrivono le turbolenze di un viaggio interiore verso l'ascesi.
L'obiettivo di Juri è quello di liberarsi dalle smanie materiali per ricercare lo spirituale, iniziando proprio dalle angosce recondite di un uomo in lotta con le pulsioni del proprio corpo: è questo il caso di "Un galantuomo", capace di plasmare un'atmosfera empaticamente disperata, grazie soprattutto alla voce-strumento di Camisasca. Come confesserà lui stesso sul libretto della ristampa in cd del 1991, nella traccia di apertura il visionario cantautore dipinge il suo malessere di allora, a cui dà una connotazione piuttosto particolare: "Nel mio corpo ci sono delle fognature e tutti le chiamano vene/ ma dentro ci sono dei topi che corrono". Questa forma di nevrosi si ripercuote nell'autolesionismo del protagonista, che si ritrova costretto a picchiarsi con un martello affinché quei pensieri negativi - rappresentati dai topi - gli escano dal naso e dalle orecchie.

Più avanti, il galantuomo guarda fuori dal proprio Io, scorgendo una situazione sociale e politica non meno disperata: la ballata parossistica di "Ho un grande vuoto nella testa" viene guidata dal pianoforte, che contrasta piacevolmente con il rauco attacco vocale di Camisasca ("I miei pensieri li ho messi tutti in un bicchiere e poi li ho rovesciati nel fiume delle illusioni/ ed ora sto cercando qualcosa che non so/ ma forse sarà perché ho paura di affrontare la realtà").
Con "Metamorfosi" l'album ritorna poi al suo germoglio folk, tra etniche percussioni, docili chitarre e un placido sintetizzatore, una cornice ancora antitetica alla mostruosa scoperta dopo il risveglio. Queste immagini kafkiane dell'uomo-insetto non sono però da prendere alla lettera, ma alludono alla possibilità di riscoprirsi diversi col passare dei giorni, talmente diversi da poter essere discriminati.

Rispetto al racconto di Kafka, l'insetto alla fine si libera e vola via: questa gioia dura però molto poco, in quanto esso si ritrova assetato in un deserto senz'acqua. Tuttavia il viaggio non finisce qui, poiché Camisasca ci porta in un luogo ancor più spaventoso: con una dialettica strabiliante, "Scavando col badile" ribalta infatti il rapporto schiavo-padrone dell'uomo con gli animali, da sempre visti con una prospettiva subalterna. Juri ci parla di un mondo che funziona all'incontrario come quello di "Alice nel Paese delle Meraviglie", se non fosse che nei fatti ricorda più da vicino le distopie orwelliane o i viaggi allegorico-satirici di Gulliver; così, ad esempio, troviamo coccodrilli che usano la pelle delle donne per fabbricare borsette, maiali che tritano la nostra carne per farci i salami o un serpente che suona il flauto e ipnotizza un uomo.
Juri scende nel sottosuolo, si sporca le mani e si colloca ancora una volta in una posizione pericolosa, costringendoci così a porci alcuni interrogativi sull'anima; un esempio ancora più lampante di questo suo intento è dato dal martirio dell'amico-travestito "John" che, attraverso un racconto autobiografico enfatizzato dal synth, invita l'ascoltatore a riflettere sul tema dell'omosessualità in un momento storico in cui essa è vista alla stregua di una malattia. In seguito, proprio da queste crude considerazioni affiora uno spiraglio di speranza con "Un fiume di luce", col suono dell'organo e della voce che effondono il primo raggio di luce di una vita piatta e patologizzata.

Dopo aver aperto il vaso di Pandora, la ricerca può quindi dirsi portata a compimento con l'avvicinamento al divino: il locus amoenus de "Il regno dell'Eden" nasce e cresce per fotosintesi proprio dal barlume luminoso della traccia precedente e potrebbe essere il miglior prototipo della musica di Camisasca, dal momento che compendia perfettamente tutto ciò che offre questo album, divincolandosi tra momenti folcloristici e passaggi più sperimentali, fino alla parusia finale: "Sono io il Creatore/ e rimango seduto sul trono principale". Per un album che inizia all'insegna dei topi, è un epilogo quantomeno inaspettato: si tratta del bellissimo trionfo del libero arbitrio ma - paradossalmente - anche dell'accettazione tanto sofferta del disegno di Dio; è l'apertura definitiva della nostra "finestra dentro" verso l'essenza divina della vita: quest'ultima si trova infatti già all'interno di noi stessi, per parafrasare una splendida frase delle "Confessioni" di Sant'Agostino, tanto care a Camisasca ("Tu eri dentro di mee io fuoriE là ti cercavo").

Il risultato complessivo de "La finestra dentro" è molto più energico e intenso del "Volo magico n. 1" di Claudio Rocchi e, soprattutto, di "Aria" di Alan Sorrenti, forse l'unico sullo Stivale capace in quegli anni di usare analogalmente la sua voce come uno strumento; la differenza è che mentre il futuro "figlio delle stelle" ha saputo sublimare i sogni psichedelici dell'epoca in maniera eterea, la visione di Juri è invece macchiata dagli incubi congeniti che ogni uomo porta con sé come un invisibile ma pesantissimo fardello. Il disagio esistenziale che attraversa il disco riflette infatti quello del suo autore che dopo alcune collaborazioni, un paio di singoli (“La musica muore” e “Himalaya”, 1975) e una partecipazione nel super-gruppo del Telaio Magnetico, alla fine del decennio prende i voti e si ritira in un convento benedettino. Ne uscirà dopo undici anni alla ricerca di qualcosa di ancora più estremo, facendosi eremita alle pendici dell'Etna. Nello stesso periodo, la carriera artistica di Juri riprende con maggiore costanza, dividendosi ancora oggi tra pittura e musica, sempre sotto il segno di una spiritualità unica: è così che il viandante solitario ha trovato finalmente la strada di casa, lontano dalle nebbie di questa fosca contemporaneità.

(23/04/2017)



  • Tracklist
  1. Un galantuomo
  2. Ho un grande vuoto nella testa
  3. Metamorfosi
  4. Scavando col badile
  5. John
  6. Un fiume di luce
  7. Il regno dell'Eden




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