Le stelle di Mario Schifano

Dedicato a...

1967 (Bds) | rock psichedelico

Gli anni Sessanta sono io.
(Mario Schifano)
Se a New York c'era l'iconico Andy Warhol con la sua Factory, a Roma c'era lui: Mario Schifano. Nel fermento politico-sociale degli anni 60, in cui i giovani per la prima volta diventano i protagonisti par excellence del cambiamento, anche l'universo artistico concorre a stravolgere le istituzioni. Per Mario Schifano arte e vita sono due facce della stessa medaglia. Tra donne ed eccessi, l'artista di origini libiche è dunque assurto a profeta maudit della pop-art made in Italy. Personaggio sopra le righe (capace pure di "scippare" temporaneamente Marianne Faithfull a Mick Jagger, ndr), sempre restio a ogni definizione, è tra i primi a sperimentare la commistione tra diverse espressioni artistiche: cinema, fotografia, musica.

Sono, infatti, gli anni della multidisciplinarietà (qualcuno la chiamerà multimedialità ante litteram). Gli artisti - dallo stesso Schifano, a Gianfranco Baruchello, a Luca Maria Patella, in parte anche a Franco Vaccari - si muovono nel limbo che sottende arte povera (Jannis Kounellis), happening art (Ketty La Rocca), le correnti programmate-cinetiche (i gruppi T a Milano e N a Padova), e il concettualismo all'italiana dei Giulio Paolini e dei Michelangelo Pistoletto. Ne esce una poetica assolutamente borderline che erige ponti spesso incontrollati e imprevedibili tra musica, performance, installazione e arte visiva. Non stupisce, pertanto, la sua folgorazione dinanzi alla "Exploding Plastic Inevitable" portata in scena dai Velvet Underground tra il 1966 e il 1967. È proprio questo il casus belli che fa aumentare a dismisura le sue ambizioni, fino a entrare a gamba tesa nell'Italietta del beat per rifarne i connotati, allestendo una band che appunto rivaleggiasse con quella patrocinata da Warhol.

A Roma, tuttavia, la sua ricerca di musicisti adeguati a tale esperimento non trova riscontro. La vera occasione arriva soltanto quando il suo amico e produttore cinematografico Ettore Rosboch gli presenta una nuova band formata dal bassista veneziano Giandomenico Crescentini (fuoriuscito dai milanesi New Dada), il tastierista veneto Nello Marini, il chitarrista romano Urbano Orlandi e il batterista alessandrino Sergio Cerra. L'ambizione, ma anche l'egocentrismo di Schifano, sono in evidenza sin dal nome. Lampante appare infatti la paternità del progetto: se Warhol ancora si limita ad apporre la dicitura in copertina in qualità di produttore, appena al di sotto della sua stessa banana serigrafata di "Velvet Underground & Nico", il complesso romano vede il nome dell'artista, novello dominus et deus, fin nella propria sigla. Come a dire, "più che un complesso autonomo, anche questa è una delle mie tante opere". E, quasi inutile specificarlo, come per il binomio Warhol-Velvet, anche Schifano si occupa della cover art, apponendo - di nuovo alla stregua dei colleghi americani - una sua opera particolarmente iconica, appunto le "stelle" (che in quel periodo dipinge nei modi più disparati, su supporti altrettanto disparati). La megalomania del pittore prosegue persino nelle dediche del disco, in cui sono più di centoventi i nomi citati: dai genitori all'ex amante Anita Pallenberg, passando per Che Guevara, fino allo stesso Andy Warhol.

Per mettere in moto la sua macchina astrale, Mario Schifano approfitta della sua rete di conoscenze e fa inizialmente suonare la band al teatro di via Belsiana (gestito da Alberto Moravia e Dacia Maraini), proiettando sullo schermo il suo film "Anna Carini in agosto vista dalle farfalle" in netta opposizione ai ritmi marziali e alienanti suonati dai musicisti. Dinanzi a questi happening, il pubblico romano si divide tra grandi entusiasmi e parecchi sguardi di indignazione. Non passa molto tempo prima che le esibizioni approdino al "PiperLa" di Torino, la città giusta in quegli anni per poter sperimentare in piena libertà artistica (tanto che proprio nel capoluogo piemontese registrarono ai Fono Folk Stereo studio i pezzi poi finiti sul lato B dell'album).
Schifano non è però ancora soddisfatto: lui, da vero uomo degli eccessi, ha bisogno di una composizione che possa divenire vero manifesto stilistico della band, la colonna sonora perfetta della sovversione. L'artista dota quindi il complesso di tutto un corredo di artisti freak: lo scultore e pianista d'avanguardia Peter Hartman, l'artista visivo Paul Thek (al tamburello), Ettore Rosboch (al pianoforte), e la hippie Francesca Camerana in un cameo. Il risultato è "Le ultime parole di Brandimante, dall'Orlando Furioso" - titolo già sufficientemente lungo per spaventare l'incauto ascoltatore - una jam di quasi diciotto minuti che, come da suggerimento, è "da ascoltarsi con Tv accesa, senza volume". Così, Schifano e comprimari cercano di dare all'ascoltatore una piccola porzione, un souvenir - comunque duraturo - di quella multimedialità che per l'artista romano era alla base di un progetto tacitamente estemporaneo, da happening persino aleatorio.

È dunque un'improvvisazione anarchica ad avvolgere e travolgere per intero il lato A del vinile, cosa assai inusuale per l'epoca, se si pensa che la folle sperimentazione di Frank Zappa con "The Return Of The Son Of Monster Magnet" era stata posta soltanto in coda al suo disco d'esordio ("Freak Out", 1966). Come aveva fatto per la pittura, in cui aveva "azzerato" il valore dell'immagine tramite le sue insegne pubblicitarie, ridefinendo così il senso stesso dell'arte figurativa, Mario Schifano voleva che la sua band spogliasse la musica di qualsiasi abbellimento melodico. All'attacco, le Stelle vanno così proprio nella direzione del dadaismo di Zappa. Già in apertura c'è dunque innovazione: si odono i musicisti sistemarsi prima della registrazione, un vociare di studio che - appunto - trasmette da subito tutta l'estemporaneità del progetto. In realtà il corpus dell'improvvisazione è già in bella vista, tra percussioni fradice di riverbero, lo strimpellio giocoso del piano di Hartman, gli strilli casuali; ma a questo punto sopraggiunge una seconda introduzione, un mottetto acustico rinascimentale che cita proprio il passo dell'"Orlando" ariostesco del titolo.

Tutto scalpita per entrare in scena, già aumentando oltremodo la tensione: al terzo minuto la canzone (la citata Camerana alla voce) è letteralmente annientata dagli strumenti, a invadere lo spettro acustico senza il minimo ordine, anche se a dominare sono le tastiere e le urla elettroniche, pur sempre a stretto contatto con lo scalpiccio delle percussioni, qualcosa che prende voracemente dall'anarchia dei Red Crayola, da certi pandemoni ciclonici di Sun Ra, dall'improvvisazione collettiva dell'"Interstellar Overdrive" dei Pink Floyd, dai deliri a mano libera degli Hapshash & The Coloured Coat e, di certo, dalle scorribande più orgiastiche dei Velvet ("European Son" e similari). Tutto si riconfigura, almeno per qualche istante, quando entra la chitarra di Orlandi, in un richiamo-motto acid-blues, che sembra peraltro anticipare il fraseggio di "Moonlight On Vermont" di Captain Beefheart e che potrebbe tranquillamente appartenere alle suite dei Quicksilver Messenger Service. Ma il caos deraglia e incalza. Le percussioni pulsano, martellano scomposte, l'elettronica ribolle di acidi concreti, l'organo spaccatimpani sembra fuoriuscire dallo spettro udibile, il pianismo quasi barrelhouse in sottofondo stona e destabilizza di nuovo in senso dada. Più che all'apoteosi, ciò cui si giunge è un vero sfacelo armonico, una lotta continua per accaparrarsi brandelli di suono indefinito, che porta ad alzare continuamente il livello del baccano e a conquistare attimi sublimi di dissociazione sonica (e psicofisica). A suon di sconquassi, la battaglia raggiunge l'orlo della catastrofe, cercando di varcare il limite ultimo dell'esistenza musicale: l'affermazione epica e perentoria dell'armonia tradizionale e, al contempo, la sua disintegrazione in gesta barbare e sgraziate. Non vi è risoluzione. L'ultimo strillo di feedback suona come un immane punto interrogativo, e la stranita registrazione d'oboe che ne segue non è che una chiusa criptica e, ovviamente, aleatoria.

Nell'Italia degli exploit sanremesi, della canzonetta e - ça va sans dire - del beat, questo monolite lisergico a due passi dalla musica d'avanguardia non potrebbe stridere di più. Non a caso, la seconda facciata sembra voler calmare le acque con cinque composizioni ben più tradizionali e legate alla forma-canzone, dove il canto si riappropria del suo ruolo e l'aggiunta di alcune parti di flauto - suonate da Antonmario Semolini - ingentilisce il sound. Ѐ qui che la similitudine con i Velvet Underground quasi sparisce, facendosi meno sbiadita solo in alcune ballate dall'andamento estraniante come "Molto alto" e "Susan Song". "E dopo" si snoda invece tra il fraseggio ossessivo dell'organo e le esplosioni di una chitarra con fuzz, rimanendo comunque ancora nei territori della musica beat, che saranno tuttavia messi barbaramente a soqquadro dalle urla e dagli assoli deliranti di "Intervallo".
Il caleidoscopico raga-rock di "Molto lontano (a colori)" sembra infine aprire a nuove contaminazioni lungo la via della seta, deviando nel suo percorso attraverso le strade lisergiche della California. Anche questa parte di disco, nonostante non abbia un briciolo del genio informe delle "Ultime parole", si mostrerà influente: parte del progressive-folk italiano degli anni a venire (Saint Just, Living Music, Claudio Rocchi) partirà proprio da questa lezione, cogliendo pure l'occasione per migliorarne i vizi di naïveté.

"Dedicato a..." viene pubblicato nel novembre del 1967 dalla piccola etichetta Bds in sole cinquecento copie (le cui prime cinquanta, in vinile rosso, raggiungono oggi quotazioni da capogiro). Passeranno svariati anni prima che la Mellow prima (1992) e la Akarma poi (1999) rendano disponibile la ristampa, entrambe gravate dai limiti fonici del riversamento del nastro (d'originale bassa qualità) su cd, e altri quindici anni (2015), grazie a una joint venture tra Ams e Btf, per avere finalmente una riedizione su vinile conforme alla prima stampa. Il disco è ovviamente un insuccesso. Com'è intuibile, la sfida musicale di Schifano non riscontra il gusto del pubblico (ma anche il coevo duo psichedelico patrocinato da Pierpaolo Pasolini, i Chetro & Co., sarà ben lungi dall'ottenerne i favori). Mario Schifano rimane così deluso dal flop della sua operazione da abbandonare definitivamente la musica rock, appena dopo l'evento romano "Grande angolo, sogni e stelle", svoltosi il 28 dicembre 1967 al "Piper". È comunque un'uscita di scena in pompa magna, un faraonico son et lumière dove Mario Schifano abbatte definitivamente ogni barriera tra le arti: oltre a Le Stelle, si esibiscono anche il cantautore Shawn Philips e l'artista Gerard Malanga (l'uomo che ballava con una frusta dinanzi ai Velvet). Lo spettacolo stroboscopico dura più di cinque ore e simultaneamente alla musica vengono proiettati su quattro grandi schermi alcuni filmati che spaziano dai guerriglieri vietnamiti, ai film western con Tom Mix e alcune sequenze girate dallo stesso Schifano.

Le Stelle del dopo-Schifano si eclissano in fretta; il parallelo con i Velvet del dopo-Warhol non s'ha proprio da porre. Non ci sarà, nemmeno lontanamente, alcun loro "White Light/White Heat". I quattro si limiteranno, pure poco convintamente, a riprendere il beat che precedette l'incontro con Schifano, in un ultimo 45 giri - "E il mondo va/ Su una strada" (1968) - che rimuove anche gli ultimi pallidi echi psichedelici del lato B del disco, prima di sparire dal firmamento musicale. Marini è stato l'unico membro ad avviare una parvenza di carriera solista; dopo un altro singolo di musica leggera si unirà a un altro act estemporaneo, i Venetian Power (un unico Lp, "Arid Land", 1971, basato su Eliot), e due decenni dopo darà alla luce anche un disco di collaborazione ("Artista", 1993), la cui paternità è però da attribuirsi maggiormente al sassofonista Carlo Ponara.

È stato dunque tutto merito del solo Schifano? Non v'è certezza nella risposta. È fuor di dubbio, comunque, che il progetto abbia dato vita a un culto che, soprattutto in tempi recenti, ha persino varcato i confini nazionali (molto efficace, in questo, la rivalutazione a cura di Julian Cope nei primi anni del web) e che dura fino ai giorni nostri. Nonostante le disparità realizzative, i mezzi limitatissimi, le condizioni precarie, e soprattutto la difformità di risultato tra prima e seconda parte (ma la suite baricentrica in un'intera facciata di Lp diverrà comunque un apprezzatissimo topos del rock progressivo a venire), Schifano e comprimari delle "Ultime parole" portano a casa un risultato incontrovertibile, oltre che invidiabile. È per certo il più alto e coraggioso parto psichedelico mai raggiunto in territorio nostrano (e non), per durata, proporzione e scavo di ricerca. I pochi altri artisti italici lisergici che negli anni si sono susseguiti, dai No Strange ai Jennifer Gentle, lo hanno a malapena sfiorato. Negli anni 2000 la sua influenza si è finalmente acutizzata, grazie a tutta quella schiera di artisti, etichettati come "Italian Occult Psychedelia", Squadra Omega in testa, che cerca di lasciarsi alle spalle i residui di revival nostalgico e riscoprire le analoghe vie della libera improvvisazione, fino a riprendere l'avventura nelle lande ai confini delle leggi armoniche. È un nuovo, miracoloso sommovimento underground con ancora qualche parvenza di multimedialità, e dunque anche per questo da ascrivere una volta di più all'ambiente romano delle Stelle e di Schifano di mezzo secolo fa. Nessuno di questi giovani rampanti, però, ha ancora avuto la stessa forza, la medesima vibrazione d'indeterminatezza, la stessa sconsiderata passione e tutte quelle altre componenti d'ispirazione irripetibile in grado di trascinare e disperdere l'orecchio umano nell'indefinito sensoriale. Proprio come la luce, meravigliosa, accecante, ma anche subitanea, delle stelle cadenti.

(05/11/2017)

  • Tracklist
  1. Le ultime parole di Brandimante, dall'Orlando Furioso, ospite Peter Hartman e fine (da ascoltarsi con TV accesa, senza volume)
  2. Molto alto
  3. Susan Song
  4. E dopo
  5. Intervallo
  6. Molto lontano (a colori)
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