Alan Sorrenti

Aria

1972 (Emi) | progressive

Prima di assaltare le classifiche di vendita con la celeberrima hit danzereccia "Figli delle stelle", Alan Sorrenti era stato veramente un figlio delle stelle, o almeno un navigatore (qualsiasi riferimento a Tim Buckley e al suo "Starsailor" è ovviamente voluto), grazie all'album "Aria", il suo immaginifico esordio del 1972.
Era l'epoca dell'ondata progressive che, partita dalle lande d'Albione con i pionieri del genere come King Crimson, Van Der Graaf Generator e Genesis, si stava rapidamente diffondendo in tutta Europa, Italia compresa. Non a caso, proprio in quel 1972, nel nostro Paese la PFM dava alle stampe "Storia di un minuto", classico del prog-rock nostrano contenente l'immortale "Impressioni di settembre", mentre i napoletani Balletto di Bronzo pubblicavano l'apocalittico "Ys", concept album che stilisticamente seguiva la scia dei primi dischi degli Emerson, Lake & Palmer.
Inoltre, da lì a un anno il firmamento del prog tricolore si sarebbe arricchito di altri due capolavori: il rivoluzionario (non solo nel senso musicale ma anche in quello politico) "Arbeit Macht Frei" dei militanti Area e "Felona e Sorona" de Le Orme, disco dalle atmosfere fantascientifiche, ispirate proprio dai lavori di Peter Hammill e soci.

In questo scenario Alan Sorrenti appare come una figura defilata, sia perché è un solista, sia perché la sua poetica non è omologata a quella della maggior parte dei suoi colleghi italiani. Il musicista campano di origini gallesi, infatti, opta per una formula musicale che si nutre di folk onirico e di sperimentazioni psichedeliche, che solo in seconda battuta assume i connotati stilistici del rock progressive. Come gli Area, che avevano superato le fantasiose tematiche letterarie a (estrema) sinistra, anche Sorrenti si allontana dallo stereotipo prog, che di per sé ha fatto storia, soprattutto in funzione di testi introspettivi e di un immaginario ben diverso da quello prediletto dai maestri del genere: nelle sue canzoni non si trovano riferimenti a mondi fantastici, a universi paralleli o ad allucinanti futuri prossimi e lontani. Come un cantautore tormentato da un'assenza opprimente, Sorrenti insegue, con versi poetici e talvolta ermetici, l'amore simbiotico, carnale e purificatorio della title track ("L'alba nasce in te, il giorno muore con te" e ancora "Sono entrato nel tuo corpo. Sono io l'universo. Sono io il tuo corpo") o un amore impossibile, quello cantato in "Vorrei incontrarti", che consoli la solitudine e riscatti il vuoto dell'esistenza ("Vorrei conoscerti, ma non so come chiamarti. Vorrei seguirti, ma la gente ti sommerge. Io ti aspettavo quando di fuori pioveva e la mia stanza era piena di silenzio per te").

Anche se qualcuno lo accusa di esser datato, "Aria" rimane uno dei dischi più intensi mai pubblicati in Italia. L'atmosfera fiabesca e incantata che percorre il disco scongiura la possibilità che possa essere recepito oggi come un lavoro vetusto, per collocarlo invece fuori dal tempo e dal mondo. Tutto l'album è un fluttuare ininterrotto di melodie celestiali, armonie arcane e arrangiamenti dionisiaci, che delineano brani aperti e liberi, in pieno stile free-form.
In questo suo disco d'esordio Sorrenti è accompagnato da una band di grande spessore, formata Tony Esposito (batteria e percussioni), Vittorio Nazzaro (basso e chitarra classica) e da Albert Prince che, oltre a curare gli arrangiamenti, suona tutte le tastiere (piano, organo hammond, mellotron, sintetizzatore) e la fisarmonica. Al disco collaborano anche Tony Bonfils (contrabbasso), Jean Costa (trombone), André Lajidli (tromba) e Jean Luc Ponty, che impreziosisce i quasi venti minuti del primo brano col suo magico violino.

Tra fruscii di vento e arpeggi fiabeschi inizia allora "Aria", summa del canto metafisico di Sorrenti, che è un fluttuare etereo di fonemi, un prolungamento estatico di vocali e sillabe, in cui le modulazioni della voce sfociano, alla fine di ogni verso, in terrificanti spasmi declamatori. Da par suo, la band si addentra in una foresta di suoni ancestrali, di ritmi frenetici e di melodie ultraterrene, sciorinando clamorosi cambi di registro, impossibili da descrivere nel dettaglio.
La malinconia trasognata della commovente "Vorrei incontrarti" segna l'altra vetta del disco: un folk errante per le valli dell'immaginazione e della memoria, descritto dai suggestivi intrecci armonici tra la chitarra acustica di Sorrenti e quella classica di Nazzaro.

Dall'apollineo di "Vorrei incontrarti" al dionisiaco di "La mia mente" il passo è breve; bastano una sezione ritmica dinamica a irrobustire la base folk del pezzo e gli espressivi virtuosismi jazz di Albert Prince al piano elettrico.
Il suono profondo e scuro di un contrabbasso apre la conclusiva "Un fiume tranquillo" che, nel suo svolgimento, alterna momenti cantautorali a impressionanti aperture strumentali per piano, tromba e sezione ritmica.

Dopo "Aria", l'Alan Sorrenti dalle sembianze druidiche raffigurato in copertina cederà il posto lentamente all'Alan Sorrenti in tenuta da Festivalbar, quello di "Figli delle stelle" e di "L'unica donna per me", i due brani più conosciuti del suo repertorio, che faranno ballare gli italiani tra il 1977 e il 1979. Ma anche il successo non gli arriderà per molto e, dopo un'apparizione a Sanremo nel 1988, sia la radio che la televisione si dimenticheranno presto di lui. A noi, malati cronici di buona musica, invece, piace ricordarlo così.

(05/09/2010)

  • Tracklist
  1. Aria
  2. Vorrei incontrarti
  3. La mia mente
  4. Un fiume tranquillo
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