Alison Moyet - Yazoo

Alison Moyet - Yazoo

Una voce soul alla corte del pop

di Giuseppe D'Amato

A poco più di vent’anni era già una star di livello internazionale, prima il grande successo con gli Yazoo, quindi la svolta solista. Fuori dal palco, però, la vita di Alison Moyet non è stata solo rose e fiori. Ecco un ritratto completo dell’artista britannica, vocalist bianca dalle radici profondamente nere

Becoming famous is a really shocking thing
especially when you don’t have aspirations to it
(Alison Moyet)

Tutti amano Alison Moyet. O meglio, arriva un momento nella vita in cui tutti dovrebbero imparare a farlo. Non unicamente per la sua musica, anche se, a giudicare solo dal numero di album venduti, si potrebbero obiettare più di venticinque milioni di buone ragioni. E nemmeno per la sua voce, quell’inconfondibile contralto blues da sempre motivo di vanto per l’intera industria musicale femminile britannica, sia pure tra luci e qualche ombra. Ma se c’è un momento in cui Alison Moyet ti entra nel cuore è quando cominci a curiosare dietro le quinte, e scopri che lontano dai riflettori si nascondono un’esistenza non proprio da popstar consumata e un rapporto col successo piuttosto travagliato, a dispetto di un’invidiabile carriera più che trentennale. Impossibile, allora, non immedesimarsi nelle sue battaglie per la propria indipendenza artistica e nei tanti disagi personali, legati a una corporatura oversize. Non sono infatti solo le performance sul palco a rubare l’occhio, ma anche la sua taglia. All’apice del successo l’avevamo lasciata in una 22 abbondante (o 54, stando alle misure italiane), erano i tempi diDon’t Go” eLove Resurrection”, metà anni Ottanta. Oggi la ritroviamo in gran forma, pesa meno della metà e indossa una 10 striminzita (più o meno la nostra 42). “Ho perso sin troppo peso, sto lavorando sodo per rimettere su  qualche chilo…”, ci scherza su ma non  troppo.


Gente di  Basildon

Basildon, contea dell’Essex, anni Settanta.
“In quei giorni essere punk a Basildon poteva essere piuttosto pericoloso - ricorda Alison - La faccenda si giocava tra clan, c’erano gli skinhead, i Mod, i rocker e i punk. La prima cosa che facevi quando incontravi qualcuno era controllargli i piedi: se aveva scarpe a punta e pantaloni dritti, era dei tuoi, ma se indossavi scarpe o taglio di pantaloni sbagliati, ti prendevi uno schiaffone in mezzo alla strada. In questo io non avevo molti problemi, anche perché ero grande e grossa e venivo da una famiglia di contadini francesi piuttosto aggressiva: mio padre era un vero street-fighter, comunicava sbattendo pugni sul tavolo della cucina. Così non mi lasciavo impressionare, camminavo sempre un passo avanti agli altri ed ero l’istigatrice della mia banda”.

Geneviève Alison Jane Moyet nasce il 18 giugno 1961, precisamente a Billericay, un piccolo paesino nell’Essex, da padre francese e madre inglese, ma trascorre infanzia e adolescenza nella vicina Basildon, dove frequenta prima la Markhams Chase Junior School, quindi il Nicholas Comprehensive (oggi James Hornsby School). Qui tra i suoi compagni di classe ci sono due giovanissimi, Martin Gore ed Andrew Fletcher (Depeche Mode), oltre a Perry Bamonte, futuro chitarrista dei Cure. Più tardi, al college, si ritroverà fianco a fianco con Paul Webb, bassista dei Talk Talk.
Insomma, che il suo destino fosse in musica lo si capisce sin dai tempi della scuola. Così a soli 16 anni decide di abbandonare gli studi e comincia a lavorare, prestandosi prima come commessa, poi per una compagnia di cosmetici, quindi come accordatrice di pianoforti. Nel frattempo inizia a cantare con alcune band del circuito locale, siamo a fine anni Settanta, all’epoca si fa chiamare Alf e si esibisce con alcune formazioni del sud-Essex. Tra queste, anzitutto i Vandals del chitarrista Robert Marlow, altro ex-compagno di scuola ( anch’egli arruolato in alcuni progetti embrionali pre-Depeche, è il migliore amico di Vince Clarke). È una band in stile punk-rock, la Moyet chiude il trio di back-singer insieme alle inseparabili amiche Kim Forey e Sue Paget. Ogni volta assumono un batterista differente e si esibiscono in alcuni pub, hotel o feste all’aperto. “A quei tempi l’unica cosa che mi interessava era il punk, però inteso come modo di vivere, oltre la musica: trovarmi in un gruppo di squilibrati con i quali sentivo di avere maggiori affinità. Io ero la più ribelle, vivevamo in una città dove non c’era cultura e non avevamo soldi, non c’era molto altro da fare se non ritrovarsi nei parcheggi o nei campi all’aperto a suonare e cantare, più che altro per intrattenerci. Tutti quanti a Basildon erano in una band, che fossero capaci di suonare uno strumento oppure no. Ecco, era questa la vera gioia del punk”.

Chiuse l’esperienza con i Vandals e la stagione punk, Alison inizia a cantare con gli Screamin’ Ab Dabs. Stavolta si passa al rhythm and blues, la sua voce d’altronde le consente di spaziare con agilità tra diversi generi, e proprio il blues sembra essere in effetti l’indirizzo più consono al suo accento vocale dai potenti toni bassi, che di qui in avanti diverranno il suo marchio di fabbrica. Subito dopo si unisce ai Vicars per alcune sessioni di prova e infine ai Little Roosters, band glam-rock che sta portando  in giro dal vivo il suo unico album omonimo (tra l’altro prodotto da Joe Strummer, che ne impreziosisce la studio-version suonando il pianoforte in parecchi brani).

L’incontro con Vince Clarke: nascono gli Yazoo

Alison Moyet - YazooStanca di calcare il ristretto triangolo Basildon-Southend-Convey Island, di cui si nutre la scena pub-rock locale, Alison decide di piazzare un’inserzione su Melody Maker alla ricerca di una nuova band che sia ancora una volta di orientamento blues, il suo naturale habitat vocale.
“Female singer looking for a rootsy blues band”.
Così recita testualmente l’annuncio pubblicato sul magazine musicale. Le risponde Vince Clarke, per quello che lei stessa definirà uno straordinario caso di serendipity, ovvero quel curioso scherzo del destino per il quale cerchi una cosa e trovi esattamente l’opposto, nella fattispecie speri di metter su una tranquilla band di rhythm ‘n blues e in  quattro e quattr’otto ti ritrovi letteralmente scaraventata a Top of the Pops e al numero 2 degli album più venduti nelle classifiche Uk.
Vince Clarke ha già una certa esperienza in merito, in quei giorni ha appena lasciato i Depeche Mode, di cui era  stato membro co-fondatore e per i quali ha scritto i primi tre singoli “Dreaming Of Me”, “New Life” e “Just Can’t Get Enough”. Però ha tenuto conservate nel cassetto le partiture di una ballad inedita: si intitola “Only You” e calza a pennello sulle calde interpretazioni soul della Moyet. La sua etichetta Mute Records ascolta il demo e rimane entusiasta del risultato, così ne confeziona un singolo che si spinge oltre ogni più rosea aspettativa.

Siamo nel marzo 1982 e nascono gli Yazoo, duo che per un biennio avrà enorme seguito, forte del felice connubio tra un’elettronica semplice ma di sicura riuscita (Clarke) e possenti performance vocali (Moyet). Lo stesso identico schema “sintetizzatori + voce femminile blues” si rivela accoppiata vincente proprio perché inedita nella pur fiorente scena elettro-pop del momento: lo ricalcano fedelmente solo gli Eurythmics di Dave Stewart e Annie Lennox, seppur con tempistiche/modalità lievemente differenti.

Nel luglio dello stesso anno gli Yazoo sono nuovamente ai piani alti delle classifiche grazie a una seconda hit intitolata “Don’t Go”, in cui le tipiche sonorità sintetiche del synth-pop si sposano a un galvanizzante battito dance, con la calda ugola bluesy della Moyet a creare un contrasto straniante ed efficacissimo. È il preludio al loro primo album Upstairs At Eric’s’, cheesce di lì a poco ed è un successo annunciato.Il titolo si riferisce ai Blackwing Studios di Eric Radcliffe, dove l’album è stato registrato. Vince li frequentava già ai tempi dei Depeche, è li che vide la luce “Speak & Spell”, ma anche parecchie altre tra le prime produzioni firmate Mute Records.
Inizialmente concepita come b-side di “Only You”, la claustrofobica e trascinante “Situation” è invece il terzo singolo, che proietta finalmente i due sul mercato nordamericano: ottengono anche qui una buona accoglienza, ma il nome della band viene ritoccato in Yaz a causa dei dissidi legali con l’etichetta statunitense Yazoo Records.
L’album vanta altri classici della band, tra cui “Bad Connection”, che ricalca l’andatura della depechemodiana “Dreaming Of Me”, tra squilli telefonici e inserti di conversazioni, e “In My Room”, con un curioso utilizzo dello spoken word al servizio di una bizzarra mistura elettro-punk, oltre alla delicata ballad “Winter Kills” e alla più sperimentale “I Before E Except After C”, dove il synth alimenta un clima paranoide, tra sussurri e risate grottesche.
Insomma, l’esordio è di quelli da ricordare, il problema è che tra i due non esiste alcun tipo di relazione. “Non siamo mai stati amici, eravamo messi lì per caso, neanche ci rivolgevamo la parola, né abbiamo mai bevuto una birra insieme”, spiegherà Alison. “Vince andava a lavorare in studio al mattino, io invece la sera, spesso si registrava senza nemmeno incontrarsi. Le nostre erano due personalità agli antipodi, io francese aggressiva, lui un inglese sin troppo silenzioso e riservato, passivo, in queste condizioni non c’era gusto neanche a litigare”.
Oltre tutto, le diverse ambizioni/orientamenti artistici portano subito a una frattura insanabile tra i due. Clarke infatti, da buon maestro dell’elettro-pop ha tutta l’intenzione di proseguire il suo cammino sui dancefloor,  tra melodie a presa rapida e canzonette orecchiabili; alla Moyet, invece, il successo non interessa proprio. “Volevo provare qualcosa di più profondo, impegnato, personale. Diventare famosa era già stata di per sé un’esperienza scioccante”, aggiungerà Alison, che a onor del vero in parecchie interviste rilasciate anni dopo terrà comunque a ringraziare il collega, senza il quale: “Senza di lui – ammetterà candidamente - non mi troverei dove mi trovo adesso”.

Alison Moyet - YazooAd ogni modo, viste le pressioni e gli accordi presi con la label, i due sono al lavoro insieme ancora qualche mese, così a fine anno viene pubblicato l’Ep The Other Side Of Love/Ode To Boy e nel luglio 1983 ecco, infine, il loro secondo e ultimo album You And Me Both, dal titolo altamente ironico sul loro status di separati in casa.
L’album riesce non solo a bissare il successo del precedente, ma si spinge addirittura oltre, raggiungendo il numero uno nelle classifiche Uk degli album più venduti, trainato dal bel singolo “Nobody’s Diary”, altra prodezza della Moyet, che si strugge nei suoi tormenti sentimentali mentre Clarke ricama le sue suadenti trame di synth.
La formula è quella dell’esordio: jingle facili, sapientemente pennellati da Clarke e le straordinarie performance vocali della Moyet, che scrive anche la metà dei testi, tra cui quello della stessa “Nobody’s Diary”, oltre a “Anyone”, “And On” e all’intensa “Good Times”, dove la vocalist regala una delle sue interpretazioni più aggressive. Vince firma invece la più personale “Happy People”, dedicata al Partito Liberale nel quale all’epoca militava la madre, senza peraltro mai prendere posizione. Alison, però, si rifiuterà di cantarla, così per la prima e unica volta, la voce principale in un brano degli Yazoo sarà quella di Clarke.
Insomma, la tensione tra i due è alle stelle, e in queste condizioni il risultato ottenuto è ancor più sorprendente, se si pensa che You And Me Both fu scritto e prodotto in fretta e furia, ma del resto è un momento storico in cui basta davvero poco a far scoccare la scintilla e qualunque cosa uscita dai synth sembra sprizzare un sound nuovo, originale, interessante. Oltre tutto, lo scioglimento del duo era stato annunciato pubblicamente ancor prima dell’uscita dell’album, di cui “Nobody’s Diary” rimarrà l’unico singolo estratto.

Terminata la promozione del disco, la storia degli Yazoo si chiude con buona pace di entrambi, dopo diciotto mesi di convivenza forzata. Proseguiranno ognuno per la propria strada senza troppi  rimpianti, ciascuno rincorrendo il proprio stile e credo artistico. Per un altro scherzo del destino, stavolta sarà Vince Clarke a pubblicare un annuncio su Melody Maker, alla ricerca di un nuovo cantante: gli risponderà un rivenditore di scarpe da donna col pallino del canto, un certo Andy Bell, suo vecchio fan. I due inaugureranno un fortunato sodalizio artistico che negli anni a venire li vedrà ospiti fissi delle chart britanniche. Ma questa è un’altra storia, quella degli Erasure. Quella di Alison Moyet, invece, si incammina lungo i binari di una altrettanto longeva quanto felice avventura solista, che la vedrà convertirsi in una delle vocalist più ricercate e di maggior appeal del panorama internazionale.

Gli anni d’oro di Alison: 1984-1987

Alison Moyet - Yazoo“Diventare famosa così all’improvviso mi lasciò in grandi difficoltà, tutti i contatti con le compagnie di registrazione mi venivano da Vince, io non li avevo mai coltivati, anche perché non avevo mai desiderato intraprendere una carriera da solista. Avevamo un album al n.1 ed eravamo riconosciuti ovunque, ma io ero completamente sola, non avevo amici a causa del mio carattere”.
Ma alla prova dei fatti il contraccolpo non fu in realtà così difficile da superare, giusto il tempo di rimboccarsi le maniche ed ecco che Alison viene messa sotto contratto dalla Cbs (Columbia Records), che le affianca il team di produttori/autori Steve Jolley/Tony Swain e lancia sul mercato il suo primo solo-album, Alf (in omaggio al soprannome della Moyet da ragazza).
Siamo nel 1984, l’eco dei successi con gli Yazoo non si è ancora spenta ed ecco allora che l’esordio è di quelli col botto. L’album, infatti, debutta direttamente al primo posto delle classifiche inglesi, trainato dal singolo “Love Resurrection”, incalzante numero dancey unito a una performance vocale profonda e potente, e dalle successive hit “All Cried Out”, altro graffiante ringhio soul condito da preziose linee melodiche e sapienti arrangiamenti sophisti-pop, e “Invisible”, forte di un refrain a presa rapida e di un testo di desolata malinconia.
Jolley e Swain, reduci in quei giorni dal clamoroso successo ottenuto con “True” degli Spandau Ballet forgiano per Alison un nuovo sound, che si discosta completamente da quello degli Yazoo e vira verso un pop più cantautorale e sofisticato. Su queste premesse nascono anche la ballata struggente “For You Only” (altra prodezza del disco, in alcuni paesi europei edita anche come quarto singolo), la ruvida “Honey For The Bees” e la più scanzonata e sinuosa “Twisting The Knife”.
I testi discettano di amore, sesso e amicizia in maniera schietta e diretta. L’album è interamente co-firmato dalla Moyet in collaborazione con il duo, eccezion fatta per “Invisible”, composta dal leggendario produttore Motown Lamont Dozier, che le regala il suo singolo in assoluto di maggior successo sul mercato americano.
È questo il picco di fama più alto per Alison: il suo è uno stile vocale ricco, intenso ed emotivo, che le vale paragoni illustri con artiste del calibro di Sade, Annie Lennox e Tina Turner o ai suoi modelli Janis Joplin e Dusty Springfield.

Alison Moyet a Live Aid con David Bowie, Pete Townshend e Bob GeldofInsomma, Moyet è ormai una presenza forte e autentica nel panorama musicale, così nel 1985 si esibisce al Live Aid, dapprima al fianco di Paul Young (duettano in “That’s The Way Love Is”) quindi torna in scena una seconda volta per un curioso fuori-programma, ovvero quando durante l’esecuzione di “Let It Be” si inceppa il microfono di Paul McCartney e deve salire nuovamente sul palco per intonare dei cori d’emergenza, insieme a Bob Geldof, David Bowie e Pete Townshend.
Il momento è particolarmente propizio: riceve il Brit Award come Miglior Artista Femminile e festeggia con una splendida cover del classico di Billie Holiday “That Ole Devil Called Love” che raggiunge il secondo posto nelle classifiche britanniche e rimane a tutt’oggi il suo miglior risultato commerciale per quanto riguarda i singoli Uk (il brano non viene inserito in alcun album, la sua b-side è “Don’t Burn Down The Bridge”, scritta dall’altro compositore Motown Ronnie Miller).

Il suo trionfale 1985 si chiude con “A Very Special Christmas”, compilation benefica di canti natalizi interpretati dalle più grandi star del momento, tra cui Sting, Pretenders, U2, Whitney Houston e tanti altri; Alison si presta con una personale rilettura di “The Coventry Carol”.

Alison MoyetIl successo di Alf, però, non la appaga ancora completamente, così si mette alla ricerca di nuovi produttori per tentare qualcosa di diverso, affinché il successivo album suoni meno sfavillante e più concreto.
Raindancing esce nel 1987 ed è la prova del nove, superata a pieni voti. È un album complessivamente meno esplosivo, ma per alcuni aspetti persino più maturo del precedente Alf. Ottiene a sua volta un grande riscontro di pubblico e critica e sfodera in sequenza alcuni dei classici più importanti nella discografia della Moyet, ad iniziare dal singolo di lancio “Is This Love?”, scritto a quattro mani insieme a Jean Guiot, pseudonimo dietro al quale si nasconde la mente degli Eurythmics, Dave Stewart, che in quel periodo griffa allo stesso modo anche alcuni brani delle Shakespears Sister (altro pop-act di discreto successo, la cui vocalist è sua moglie Siobhan Fahey, ex-Bananarama).
La morbida “Weak In The Presence Of Beauty”, che pulsa al ritmo del battito cardiaco del figlioletto neonato di Alison, è invece una cover del gruppo soul-jazzy britannico Floy Joy: resterà una delle sue maggiori hit, assieme ai successivi singoli “Ordinary Girl” (con possibili riferimenti omosessuali) e, soprattutto, “Sleep Like Breathing”, ballad romantica cantata insieme a David Freeman, per quello che rimarrà curiosamente il primo e ultimo duetto in studio della Moyet in tanti anni di carriera solista. Il brano è scritto dallo stesso Freeman e da Joseph Hughes, i due insieme avevano dato vita al duo new wave Lover Speaks e sono autori, tra l’altro, dell’original-version di “No More I Love You’s”, che rimessa in mano ad Annie Lennox una decina di anni dopo diverrà una hit mondiale (dall’album “Medusa”del1995). Notevoli anche “Blow Wind Blow” e “Glorious Love”, in cui brilla ancora la calda impronta vocale di stampo “black” della cantante inglese. Chiudono il cerchio, tra classe e mestiere, “Without You”, “You Got Me Wrong” e “When I Say (No Giveaway)”.

A Raindancing fa seguito l’uscita di “Love Letters”, altro singolo non-album di grande successo che nel 1987 chiude felicemente la prima fase di una carriera sin qui senza intoppi, che si presenteranno puntuali qualche anno dopo, quando, testarda e risoluta nel voler assumere la piena direzione artistica dei propri lavori, opterà per scelte più intimiste e coraggiose, il tutto a discapito delle vendite, per la disperazione della sua etichetta.

I contrasti con la Sony e il lungo silenzio

“Il problema delle case discografiche è che pensano a come vendere un disco ancor prima che qualcuno lo abbia scritto. Io non sono mai stato il tipo in cerca di fama o denaro, avrei preferito avere il cinque o dieci per cento del mio pubblico, ma che fosse più sincero e interessato a ciò che sono realmente”, spiega Alison, che dopo il successo di Raindancing si concede una lunga assenza dalle scene.
In quei giorni sta divorziando dal marito Malcolm Lee e ha una seconda figlia, Alex, così avverte la necessità di fermarsi a esaminare quanto le sta accadendo intorno. È un periodo di crisi e profonda riflessione, in cui rimette in gioco tutte le sue convinzioni sulla vita, incluse le proprie aspirazioni umane e professionali. Ne uscirà rafforzata e ancor più determinata a prendere in mano il totale controllo della sua carriera, quindi ricomincia a scrivere canzoni e getta le basi per quello che sarà il suo terzo album.

Alison MoyetHoodoo (1991) rompe un silenzio lungo quattro anni e segna un deciso cambio di rotta rispetto al format più leggero e disincantato dei dischi precedenti. È infatti un progetto più complesso, oscuro,introspettivo, ma il risultato sembra finalmente ripagarla appieno dei suoi sforzi. Il nuovo corso musicale intrapreso piace e non poco alla critica, che arriva a parlare del “suo miglior album” ed esalta quello che si rivelerà un punto di non ritorno nella carriera della Moyet, che ha ormai smesso definitivamente i panni di popstar da classifica per convertirsi gradualmente in raffinata songwriter.
L’album segna l’inizio di una lunga e insistita collaborazione con Pete Glenister, i due co-scrivono la maggior parte delle canzoni a partire dal primo, audace singolo “It Won’t Be Long”, che malgrado la nomination ai Grammy come miglior canzone del 1991 fallisce però l’accesso alla top 40, così come i successivi “Wishing You Were Here” (con la musicista inglese Kirsty McColl ai cori) e “This House”, ripescaggio dell’era-Yazoo mai pubblicato prima per un veto posto dalla label.
Da segnalare anche l’elegante “Back Where I Belong”, la title track “Hoodoo” e “My Right A.R.M.”, dedicata alla figlia maggiore (di cui A.R.M. sono le iniziali complete).
Alison si dichiara per la prima volta entusiasta di un suo lavoro , malgrado l’album  raggiunga in patria un’undicesima posizione non completamente da buttare, ma comunque lontana dai suoi standard abituali. La sua casa discografica Columbia Records, invece, apprezza un po’ meno il sensibile calo di vendite e inizia a storcere il naso. È l’inizio di un lungo braccio di ferro tra le parti, con la Moyetche non retrocederà di un solo passo nelle sue posizioni artistiche sempre più ferme.

Il successivo Essex (chiaro omaggio alla sua contea di nascita) esce nel 1994 e si attesta sulla falsariga del precedente. È un lavoro piuttosto personale e improntato ad atmosfere cupe, riflessive, malinconiche. Stavolta vengono maggiormente enfatizzate voci e chitarre, ne scaturisce un sound più crudo e meno artefatto, che muove con disinvoltura dal rock alla soul-music più profonda. Ancora una volta, però, il risultato non è di gradimento della Columbia (nel frattempo inglobata dal colosso-Sony), che prima di confezionare l’album spinge per ri-registrare le canzoni e soprattutto per aggiungere alla scaletta una serie di bonus-track e versioni-remix, in modo da rendere il pacchetto più appetibile sul mercato. Così ad esempio la ballad acustica “Whispering your name” (scritta dal musicista americano Jules Shear ed edita come secondo singolo) viene ritoccata in versione dance dall’amico/nemico Vince Clarke, rispolverato ad hoc dalla label per garantire maggior visibilità al prodotto, ma senza i risultati sperati. Stesso dicasi per gli altri singoli “Falling”, “Getting Into Something” e “Ode To Boy II”, quest’ultima sequel di un vecchio brano sempre di era-Yazoo, qui rimesso nelle mani dell’esperto dj/ produttore Junior Vasquez (già all’opera per Madonna, Cher e Cyndi Lauper).

Gli sforzi della casa discografica però non bastano: Essex rimane ad oggi il più grande flop commerciale della Moyet, che invece non sembra curarsene più di tanto, anzi, tira dritta per la propria strada sempre più convinta del fatto suo e di ciò che vuole dalla propria musica. Così arriva a uno scontro frontale con la Sony, che invece non scherza affatto: prima taglia i fondi per la promozione dei suoi album, quindi le impone un nuovo periodo di silenzio, stavolta forzato, che durerà otto lunghissimi anni. La major intanto si ripaga subito degli investimenti fatti pubblicando il greatest hits Singles, che nel 1995 esordisce direttamente al n.1 e centra finalmente il risultato commerciale sperato (anche se, a dire il vero, le due inedite “The First Time Ever  I Saw Your Face” e “Solid Wood” non lasceranno traccia nelle classifiche).

L’esperimento viene ripetuto nel 1996, quando lo stesso Singles viene rilanciato sul mercato in formato doppio cd, con l’aggiunta di Live(No Overdubs), bonus disc che raduna una serie di esibizioni live tenute nello stesso anno dalla Moyet alla Royal Albert Hall di Londra e alla Royal Concert Hall di Glasgow.

Alison MoyetOtto anni non sono pochi, ma l’esilio dalle scene non scalfisce le certezze e la caparbietà di Alison, che nel frattempo tiene in caldo la voce, prestandola al servizio di altri artisti. Nascono così alcune collaborazioni con The Lightning Seeds, Tricky e Ocean Colour Scene (contenute nei rispettivi album “Jollification”, “Nearly God” e l’omonimo “Ocean Colour Scene”). Sempre nel 1995 Moyet partecipa alla popolare trasmissione Later with Jools Holland, dove insieme a Sinead O’Connor intona i cori di “Where Is A Woman To Go?” per quella che sarà una delle ultime apparizioni televisive della leggenda britannica Dusty Springfield, prima della sua morte, avvenuta nel 1999.
Poco dopo prende parte alla tranche europea del Lilith Fair, sorta di festival itinerante tutto al femminile ideato dalla musicista canadese Sarah McLachlan. Nel 2001, infine, il debutto a teatro, dove interpreta la matrona “Mama” Morton nel musical “Chicago”, in scena per sei mesi al West End Theathre di Londra (ripeterà l’esperienza nel 2006, quando insieme all’amica Dawn French sarà co-protagonista della pièce “Smaller”, stavolta al Lyric Theater).

Insomma, Alison si tiene occupata come può finché non si arriva al tanto sospirato 2002, quando finalmente spezza le catene (e i vincoli) contrattuali con la Sony ed è libera di accasarsi altrove. La nuova label Sanctuary Records la accoglie a braccia aperte e sa già perfettamente come trattarla, lasciandole ampio spazio decisionale e assoluta libertà compositiva, così nel giro di poche settimane esce Hometime, suo quinto album in studio, che celebra l’atteso ritorno “a casa”, ovvero in studio di registrazione.

Ritorno a casa

Hometime
è un rientro in grande stile, l’entusiasmo dei fan e i giudizi lusinghieri della critica decretano l’insperato successo di un album che diviene automaticamente tra i più acclamati del 2002. In patria diventa subito disco d’oro, Alison Moyet è di nuovo nella top five delle vendite e riceve l’ormai consueta nomination come Miglior Voce Femminile ai Brit Award, oltre a una prestigiosa candidatura ai Mercury Music Prize.
Hometime partorisce tre singoli, “Should I Feel That Is Over”, “Do You Ever Wonder” e “More” ( unico dei tre con videoclip a corredo). L’album stavolta flirta con le nuove sonorità trip-hop, non a caso viene registrato a Bristol, sotto la regia occulta dei The Insects (Tim Norfolk e Bob Locke), veri e propri guru del settore e fidi collaboratori di Massive Attack e Goldfrapp, ma anche di Madonna, che giusto in quei giorni comincia a strizzare l’occhio a un sound più aggiornato e alla moda.

Nel 2004 è la volta di Voice, raccolta di cover pensata appositamente per dar risalto alle qualità vocali della Moyet, che qui mette in vetrina alcune pregevoli interpretazioni sia in inglese sia in francese di molti tra i suoi brani preferiti. Si passa, ad esempio, da “Je  Crois Entendre Encore” di Bizet al tradizionale folk scozzese “The Wraggle-Taggle Gypsies- O!”,  o ancora da “God Give Me Strength” di Burt Bacharach a “La Chanson Des Vieux Amants” del belga Jacques Brel, del quale suo padre era un grande ammiratore.
Anche Voice le procura un disco d’oro, in meno di un mese dall’uscita, a testimonianza del suo ritrovato (o meglio, mai smarrito) appeal sul palcoscenico internazionale. L’album viene ideato e realizzato con la preziosa collaborazione  della musicista sua vicina di casa Anne Dudley (ai più nota come ex-membro degli Art of Noise, in realtà nasconde anche una sterminata produzione solista, soprattutto di colonne sonore per il cinema). A completamento dell’opera esce nel 2006 il Dvd “One Blue Voice”, che ripropone l’album in versione video.

Nell’ottobre 2007 ecco The Turn, settimo album in studio che però fa registrare un piccolo passo indietro nel felice momento professionale. Alison torna al lavoro con Pete Glenister, l’album contiene alcuni brani scritti per Smaller (commedia teatrale di cui, come detto, è co-protagonista in quei giorni) oltre ai due singoli “One More Time” e “A Guy Like You”, che però non raggiungono i risultati sperati, mentre l’album si incaglia in un’anonima ventunesima posizione in classifica.

Alison Moyet - YazooA sorpresa, e con abile tempismo commerciale, nel 2008 Moyet si ricongiunge brevemente con Vince Clarke per una reunion degli Yazoo, che per tredici settimane portano in giro tra Europa e America un Reconnected Tour dal titolo emblematico. Sono i loro primi show insieme dopo venticinque anni e rimarranno anche gli ultimi, salvo una breve parentesi allo Short Circuit Music Festival, organizzato nel 2011 dalla Mute Records alla Roundhouse di Londra, dove la Moyet sale sul palco come guest poco prima del set degli Erasure, e insieme a Vince Clarke canta tre canzoni degli Yazoo, “Nobody’s Diary”, “Ode To Boy” e “Don’t Go”.
Ma non c’è spazio per le illusioni, in un’intervista  rilasciata poco prima dell’esibizione, Alison dichiara: “Al 99,9 per cento questa sarà l’ultima volta che ci vedrete insieme”.

Il 2009 è ancora tempo di celebrazioni, stavolta ricorre il  suo venticinquennale da solo-artist, così la Sony pubblica The Best Of: 25 Years Revisited, raccolta dei suoi brani migliori selezionati dalla stessa Alison, che durante i mesi invernali onora la release con un tour in Inghilterra e Irlanda.
Nel 2010 si esibisce insieme a Wilko Johnson al Koko Club di Camden, in occasione del lancio di “Oil City Confidential”, documentario di Julien Temple sulla scena musicale di Convey Island e in particolare sui Dr Feelgood, di cui lo stesso Johnson è stato leader negli anni Settanta: spesso Alison ne aveva aperto i concerti ai tempi dei Vandals e degli Screamin’ Ab Dabs.
Sempre nel 2010 presta la voce a “The Man That Got Away”, contenuta nell’album “Rocking Horse” di Jools Holland, quindi al singolo electro “Waiting” di My Friend Robot.
Nel 2012 viene invitata da Nile Rodgers a esibirsi al prestigioso Montreux Jazz Festival, dove canta “Stop Me” accompagnata dallo stesso Rodgers, Johnny Marr e Mark Ronson, mentre sul finire dello stesso anno porta a termine un trio di date sold-out al celebre Ronnie Scott’s, jazz-club nel quartiere Soho di Londra, nell’ambito di un personale progetto intitolato “Rare And Obscure”, in cui interpreta alcune tra le sue canzoni meno conosciute, tratte soprattutto dal catalogo recente.

Nel 2013, infine, esce il nuovo The Minutes, a sei anni di distanza dal precedente The Turn. È un chiaro ritorno alle origini, sottolineato da un ampio ricorso alle strumentazioni elettroniche, qui ovviamente ridisegnate in chiave moderna e al passo coi tempi dal nuovo produttore e co-autore Guy Sigsworth, che mette a punto le stesse sonorità alla moda che in quegli stessi giorni stava utilizzando per altri lavori commissionatigli da Bjork, Robyn, Kate Havnevik e Goldie, ma anche da star un po’ più datate come Madonna, Seal e David Sylvian. “C’è voluto così tanto tempo proprio perché Guy era parecchio indaffarato”, dice Alison, “inoltre ho impiegato qualche anno per trovare un’etichetta che mi lasciasse fare veramente ciò che volevo in un momento in cui tutti erano molto più interessati a farmi produrre dischi di cover o best of”. L’album stavolta viene pubblicato dalla Cooking Vynil ed esce nel maggio 2013, per la gioia di alcuni critici che lo accolgono in maniera forse anche troppo entusiastica come “il suo miglior lavoro di sempre”. Certo è che raggiunge la posizione n.5 in classifica e regala ad Alison il suo più grande successo commerciale dai tempi di Raindancing.
Il richiamo al sound anni Ottanta è forte ma in una veste più sinistra e sperimentale, da queste premesse nascono “Apple Kisses”, il primo singolo “When I Was Your Girl” e la splendida ouverture “Horizon Flame”, mentre “Right As Rain” e “Love Reign Supreme” sono di chiaro indirizzo dance e fanno a gara con le nuove leve Roisin Murphy, Goldfrapp e Sophie Ellis-Bextor, sempre in equilibrio tra house, dubstep, ma con un gusto vintage. Chiude “Changeling”, ad oggi ultimo singolo in assoluto pubblicato da Alison Moyet, offerto via download gratuito sul suo sito ufficiale. Originariamente doveva dare il titolo all’album, poi modificato per volere della stessa Moyet in The Minutes per non fare confusione con il quasi-omonimo “The Changeling” di Toyah Wilcox, del 1982.

Nell’ottobre dello stesso anno segue un tour di Inghilterra e Irlanda, celebrato in Minutes And Seconds-Live del 2014.

Dietro le quinte di Alison Moyet

Alison MoyetOggi Alison Moyet ha superato i cinquant’anni, è una donna completamente rinnovata, dentro e fuori, difficile persino credere si tratti della stessa persona che più di un quarto di secolo fa veniva quotidianamente passata sotto la lente d’ingrandimento, e di certo non solo per le sue performance vocali. “L’attenzione mediatica per la mia silhouette è sempre stata ossessiva”, ricorda Alison, che dopo una lunga assenza torna a farsi vedere in pubblico nel 2001 dimagrita in maniera impressionante, in occasione del musical “Chicago”. La sua taglia è più che dimezzata e il nuovo look la rende praticamente irriconoscibile: abiti-maxi e lunghe sciarpe dell’era Yazoo sono ormai un ricordo lontano. “Non l’ho fatto per vanità”, tiene a precisare, “ma per motivi di salute, anche perché alla mia età il prossimo impegno che mi attende sarà quello di diventare nonna, inoltre non mi piaceva l’idea di invecchiare come una donna obesa, e non essere in grado di entrare tra le braccia di qualcun altro”. A dire il vero, si era già sottoposta a riduzione del seno nel 1989, passando da un G a una D, senza la minima intenzione di rivolgersi in futuro a ulteriori interventi di chirurgia estetica, anche perché “personalmente ritengo che le donne appaiano meglio con qualche rotondità in più, e con l’andare dell’età diventino ancora più interessanti”, aggiunge Alison, che non ama tornare su un argomento che da sempre incuriosisce più chi la osserva che lei stessa. “Già da teenager venivo spesso insultata ed emarginata per il mio aspetto fisico, ma io non facevo nulla per cambiare, anzi, cercavo di rendermi sempre più brutta e meno attraente possibile, in segno di sfida. Non mi interessava affatto socializzare, né allora né in seguito. Malgrado io sia cresciuta e diventata famosa, le mie amicizie rimangono ancora oggi quelle poche dell’infanzia nelle case popolari di Basildon”. Eccezion fatta per l’attrice comica Dawn French, altra celebre taglia forte e metà del duo comico inglese French & Saunders. Dawn e Alison si erano conosciute anni addietro sul set dei video “Love Letters” e “Whispering Your Name”, si ritrovano insieme a teatro nel 2006 in “Smaller”, quando la regista Kathy Burke mette in scena una commedia brillante il cui titolo gioca con la stazza delle due protagoniste, anche se, a onor del vero, al momento della resa on stage la bilancia della Moyet ha già intrapreso il percorso inverso. “Ma psicologicamente rimarrò sempre una ragazza grassa, è così che sono cresciuta ed è esattamente così che mi sento dentro”.

Il momento migliore della sua carriera resta quello vissuto negli anni Ottanta, le hit “Love Resurrection” e “All Cried Out” ne hanno esaltato persino le doti di scrittura, mentre le cover-jazzy  “That Ole Devil Called Love” e “Love Letters” la promuovono anche in veste di crooner e interprete di classici senza età.
Ad ogni modo, tra pop, blues e r’n’b, il suo strumento più affilato è la voce, così tra 1984 e 1987 si trova a essere la più grande solo-star femminile britannica, almeno stando al boom di vendite dell’accoppiata Alf/Raindancing. Poi, proprio all’apice del successo, arriverà il lungo periodo di depressione, durato un decennio.
La fama e le pressioni cresciute a dismisura e troppo in fretta possono giocare brutti scherzi, il resto l’hanno fatto il suo caratteraccio e la scarsa vena sociale. Sarà l’imbarazzante incontro col suo idolo Elvis Costello a scatenare tutto. “L’ho incontrato nel backstage di uno dei suoi concerti, cercavo di attaccare bottone ma le uniche parole che mi sono uscite di bocca sono state ‘L’hai tirata un po’ per le lunghe, eh?’. Lui credo non se ne sia nemmeno accorto, ma da quel giorno non l’ho più ascoltato, né ho mai più accettato inviti nel music-business, mi fece troppo male. Ho provato varie volte nella vita a socializzare, ma ho sempre fallito. Anche a Basildon ero abituata a esser tenuta  alla larga dalla gente, mi vedevano come una ragazza strana, un’attaccabrighe, una drogata. Quell’incontro cambiò le mie prospettive professionali e sociali per i successivi 25 anni”. In breve Alison inizia a evitare ogni occasione mondana, così ansia e attacchi depressivi prendono il sopravvento e scatenano una pesante forma di agorafobia, che a breve la riduce in uno stato di semi-reclusione e prigionia virtuale nella propria casa: “Evitavo persino il contatto visivo con le persone, quando bussavano alla porta mi nascondevo dentro l’armadio”, racconterà.
Alison prova a uscire per la prima volta dopo cinque anni, ma non va molto bene. “Vado a cena fuori con degli amici, dentro al ristorante un tizio mi riconosce e si alza: ‘Ehi, Alison Moyet! Cantaci una canzone!”. Io mi rifiuto e lui inizia a insultarmi, poi fa per venire verso di noi… Era questo il problema dell’essere così famosa, qualcuno vede una ragazza grassa e subito… ‘quella è Alison Moyet!’. Tutto questo mi bloccò per altri cinque anni”.
Il lungo periodo di silenzio imposto dalla Sony di certo non giocherà a suo favore, anche perché la costringerà ad astenersi dal palco e dagli studi di registrazione, quando invece “mi trovavo a mio agio solo davanti a un microfono, perché è l’unico posto al mondo dove so esattamente cosa ci si aspetta da me”.
Un altro dei pochissimi posti frequentati in quei giorni bui è la casa di una vecchia amica d’infanzia, dove Alison incontrerà il suo attuale marito David Ballard, assistente sociale per adulti disabili. È lui che piano piano la tira fuori dal tunnel, iniziando da piccole cose, come portarla al sabato a vedere le partite del Southend United. I due sono grandi tifosi, ancora oggi si possono incontrare spesso sugli spalti del Roots Hall, stadio dove gioca la squadra di casa per la quale Alison ha anche scritto l’inno ufficiale “Blue”. “Mi trovo bene lì, mi piace la sensazione di essere una persona qualunque e un volto come gli altri, mimetizzata tra la folla. Southend è un posto particolare per me, è sempre come tornare a casa, è lì che ho tenuto il mio primo concerto a sedici anni ed è lì, nell’Essex, che la mia famiglia vive ancora oggi”.

Inizia passo dopo passo a fronteggiare le sue paure, e poco alla volta ne viene fuori. “Semplicemente arriva un momento in cui decidi che sei stanca di essere depressa. Avere dei figli mi ha salvato: quando sei sola puoi fare come vuoi e lasciarti andare, ma quando tuo figlio vuole alzarsi devi alzarti pure tu, c’è poco da fare, non hai altra scelta”.
Alison ha tre figli: Joe, Alex e Caitlin (avuti da tre uomini diversi), e con il marito David dal 2013 vive a Brighton. Oggi ha trovato equilibrio e serenità, ed è finalmente in pace con se stessa e col mondo intero. Guardando indietro ai problemi personali, benedice anche le sue nevrosi e i guai con le label che l’hanno costretta per anni a restare lontano dalle scene. “I silenzi e le lunghe pause mi hanno permesso di non sovraccaricare e strapazzare la voce come invece è capitato a molti altri”, spiegherà con un pizzico di orgoglio la cantante inglese, che ha da sempre l’abitudine di bere un goccio di brandy prima di salire sul palco, un po’ per riscaldare le corde vocali, un po’ per placare i nervi. “Ancora adesso ho qualche momento di affanno, ma non c’è più niente che mi faccia paura, se non il fatto che possa andare male qualcosa per i miei figli”. E riguardo alle possibili eredi, in particolare Adele, accostata alla Moyet anche per via di un aspetto fisico tondeggiante, taglia corto: “Ci andrei piano nel dire che Adele oggi ricorda me nel 1985. Per una popstar, all’epoca, orientarsi verso il jazz e il soul era una scelta molto più difficile e radicale che non oggi”.
In chiusura, un’ultima piccola curiosità per quanto riguarda Vince Clarke: “Tutti credono che lo abbia incontrato per la prima volta grazie a quell’annuncio su Melody Maker, in realtà lo conoscevo da quando avevamo undici anni, a Basildon il sabato mattina si tenevano lezioni di musica, ci venivano anche lui e i suoi due fratelli, se non sbaglio suonavano il violino. Erano tutti e tre biondi con dei capelli chiarissimi, quasi bianchi, mi sembravano tre papere”.

Squadra che vince non si cambia, e Alison Moyet se ne dev'essere ricordata benissimo, allorquando si è seduta a tavolino a programmare il seguito del fortunato The Minutes del 2013. Confermatissimo il producer "bristoliano" Guy Sigsworth alla console, confermata la indipendent label Cooking Vinyl per la distribuzione, e pure - e questo è sicuramente l'aspetto più positivo - il mood elettronico, anche se variegato e mai uniforme, che le ha dato nuova linfa creativa dopo decenni vissuti sottotraccia, e l'ebbrezza della Uk chart da cui mancava da una vita. Perché a noi, cresciuti a pane e techno-pop, e quindi di riflesso Yazoo, Alison ci piace di più così, e vogliamo celebrarla nella sua veste elettronica e tecnologica, e perché no, pure oscura e malinconica.
Che poi, guarda caso, sono i dettami scolpiti nella roccia del trip-hop, di cui Other (2017) è ammantato. Synth-pop, è stato catalogato da più parti questa nuova fatica della vocalist nativa di Billericay nell'Essex, ma in realtà il synth-pop vero e proprio qui non è che abbondi, giusto un paio di brani di stretta derivazione Yazoo/Depeche Mode, per non dimenticare da dove si è partiti. Per il resto, appunto, imperano le atmosfere oniriche alla Bristol sound, ritmi languidi, suoni orchestrali e sincopati. Sigsworth, già collaboratore di Bjork e di altre menti eccelse del filone tipo Imogen Heap, Bomb The Bass, Mandalay e Talvin Singh, continua il suo egregio lavoro iniziato con il disco predecessore, portando la Moyet fuori dai vecchi e consolidati lidi soul, jazz e acoustic. Lei non se lo fa dire due volte. E vista la grande eco suscitata dal Reconnected Tour, perché mai non proseguire sulla strada elettronica di nuovo maestra?
Other si apre con "I Germinate", l'episodio più heavy dell'intero lavoro, ma già dalle successive "Lover, Go" e "The English U" i bpm scendono e l'anima languida prende il sopravvento. Sembra quasi di sentire i Massive Attack più orchestrali e meno scuri di "Blue Lines", o magari la Bjork di "Homogenic" e "Debut" in "Reassuring Pinches", la vera gemma del disco. Ai vecchi labelmates Depeche Mode viene dedicato un omaggio, "Beautiful Gun", con decise assonanze, specie nel guitar riff, con un brano che purtroppo risulta tra i più trascurabili della loro discografia (vedere alla voce "Martyr"). L'Alan Wilder del progetto Recoil fa invece capolino nello spoken word di "April 10th" e nelle atmosfere cinematografiche di "Alive", un capolavoro nel suo genere con armonie stupende, che riassumono tutta l'elettronica, il trip-hop, il dub e tutte le tendenze oscure degli anni 90. "Happy Giddy", in compenso, è purissimo Yazoo-style, è la "Goodbye Seventies" del nuovo millennio che avanza a colpi di ritmo serratissimo e linee di synth che sembrano provenire direttamente dal Revox di "Upstairs at Eric's". L'unico momento acustico, la delicata e malinconica ballad per piano che dà il titolo all'album, va a chiudere un bel disco ricco di idee, moderno e classico al tempo stesso, oscuro nelle timbriche e nei suoni, senza nemmeno troppe concessioni al mainstream. È questa la Alison che preferiamo.

Contributi di Mauro Caproni ("Other")

Alison Moyet - Yazoo

Una voce soul alla corte del pop

di Giuseppe D'Amato

A poco più di vent’anni era già una star di livello internazionale, prima il grande successo con gli Yazoo, quindi la svolta solista. Fuori dal palco, però, la vita di Alison Moyet non è stata solo rose e fiori. Ecco un ritratto completo dell’artista britannica, vocalist bianca dalle radici profondamente nere
Alison Moyet - Yazoo
Discografia
 YAZOO  
   
Upstairs At Eric’s  (Mute Records, 1982)  7,5
 You And Me Both (Mute Records, 1983) 7
Only You - The Best Of Yazoo (antologia, Mute Records, 1999) 
 In Your Room (box set, Mute Records, 2008) 
 Reconnected (Ep, Mute Records, 2008) 
 Reconnected Live (live, Mute Records, 2010) 
   
 ALISON MOYET
 
   
Alf (Cbs/Columbia, 1984) 7,5
 Raindancing (Cbs/Columbia, 1987)7
 Hoodoo (Cbs/Columbia/Sony, 1991)6
 Essex (Columbia/Sony, 1994)5
Singles (anthology, Columbia/Sony, 1995) 
 The Essential Alison Moyet (Columbia/Sony, 2001)  
 Hometime  (Sanctuary Records, 2002)  6,5
 Voice  (Sanctuary Records, 2004)6
 The Turn (W14/Universal, 2007) 5
The Minutes (Cooking Vynil, 2013)7,5
 Minutes And Seconds/Live (live, Cooking Vynil, 2014)6
Other (Cooking Vinyl, 2017)7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
 

YAZOO

  

Don't Go
(videoclip, da Upstairs At Eric’s, 1982)

Situation
(videoclip, da Upstairs At Eric’s, 1982)

Only You
(videoclip, da Upstairs At Eric’s, 1982)

Nobody's Diary
(videoclip, da You And Me Both, 1983)

  
 

ALISON MOYET

  

Love Resurrection
(videoclip, da Alf, 1984)

Invisible
(videoclip, da Alf, 1984)

All Cried Out
(videoclip, da Alf, 1984)

For You Only
(live al Peters Popshow 1985, da Alf, 1984)

That Ole Devil Called Love
(videoclip, singolo, 1985)

Is This Love?
(videoclip, da Raindancing, 1987)

Weak In The Presence Of Beauty 
(da Raindancing, 1987)

It Won’t Be Long
(videoclip, da Hoodoo, 1991)

Whispering Your Name
(videoclip, da Essex, 1994)

Should I Feel That Is Over
(videoclip, da Hometime, 2002) 

When I Was Your Girl
(videoclip, da The Minutes, 2013)

Horizon Flame
(videoclip, da The Minutes, 2013)

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Recensioni

ALISON MOYET

Other

(2017 - Cooking Vinyl)
La conferma elettronica come chiave per la seconda giovinezza della ex-Yazoo

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