The B-52's

The B-52's

Alla festa del cartoon-rock

di Marco Simonetti

Una perfetta sintesi di pop, punk e new wave. Con chitarre scintillanti e armonie vocali che faranno scuola. Costumi sgargianti e mise spaziali. Un nome che deriva dall'omonimo bombardiere... e da un acconciatura! Un'amicizia di lungo corso, piena di reciproci rimandi, con i concittadini Rem. In poche parole: la storia dei B-52's da Athens, tornati alla ribalta dopo sedici anni con il nuovo album "Funplex"

Se a un appassionato di rock nominano Athens, Georgia, la prima cosa che pensa è: Rem. Risposta sbagliata, o meglio non è la sola che dovrebbe venire in mente. Prima dei Rem e assieme a loro, infatti, c’era un gruppo dal buffo nome, dal divertente look anni 50 e dalle ancor più divertenti canzoni. Ci siete arrivati? Esatto: signore e signori, ecco a voi The B-52’s!

Salgono sul palco improvvisato di una festa privata di San Valentino del 1977, Fred Schneider – cantante, Kate Pierson – cantante, Cindy Wilson – cantante (e già qui uno comincia a chiedersi che succede…), suo fratello maggiore Ricky Wilson – chitarrista (ah… meno male, qualcuno che suona) e Keith Strickland – batterista. E suonano. Divertentissimi, stralunati, ballabili, new wave, rockabilly. Tutti impazziscono a quella festa: è come se avessero suonato dei cartoni animati rock viventi, qualcosa a metà tra The Flinstones – segnatevi questa cosa per dopo - e la band di Potsie in "Happy Days".
Così i cinque che avevano messo su la band quasi per caso, una sera in cui avevano bevuto un po’ troppo, si convincono di avere qualche chance. Hanno un nome, The B-52’s, che richiama proprio gli anni 50 e 60 cui si ispirano, e in particolare proprio le pettinature femminili a "impalcatura" tipiche di quegli anni che le donne del gruppo sono solite sfoggiare, così chiamate per la somiglianza al muso del famoso bombardiere. Si vestono di tubini sgargianti o vestiti da ragazza/o perbene dell’epoca della "nuova frontiera" e giacche colorate. Ci danno sotto e cominciano a suonare per tutta la città (che è sempre Athens, Georgia) e dintorni, crescono in un ambiente fertile su cui seminano bene e da cui non per nulla usciranno molte band, tra cui anche i loro amici più celebri Rem.

The B-52'sGrazie al singolo autoprodotto "Rock Lobster" i B-52’s si procurano un contratto e con le stesse canzoni di quella festa pubblicano il loro primo disco e… accidenti che disco!
The B-52’s (1979, Warner Bros) è una bomba e in effetti le potenzialità sono enormi: già la atipica formazione, con prevalenza dei cantanti sugli strumentisti, è una novità, anche se in realtà Schneider suona il basso generato con tastiere, la Pierson l’organo, e la seconda chitarra è in mano alla sorella Wilson.
C’è anche tanto divertimento, tanto umorismo. Poi soprattutto c’è la musica: new wave tesa e nervosa, ballabile come un rock n’roll ma allo stesso tempo mai scontata. Ci sono spezie messicane, quello che ancora non si chiamava tex-mex, c’è una voce femminile assolutamente particolare della Pierson che influenzerà cantanti su cantanti (senza di lei alcuni gruppi femminili tipo Go Go’s o Bananarama non sarebbero stati nemmeno concepibili, per non parlare di Cyndi Lauper o della nostrana Rettore). Ci sono melodie paranoidi e ci sono antimelodie, si veda la cover dell’antico hit di Petula Clark "Downtown".
Proprio questa antinomia melodia-antimelodia, fatta di pochi accordi secchi e in sequenze crescenti che si ergono su brevissimi riff assassini, con i suoni di chitarra garage e punk, saranno una fonte a cui i Pixies attingeranno a piene mani e con loro molti altri gruppi degli anni 80.
The B-52’s (il disco ma anche il gruppo) sarà la bibbia di molti, oltre a essere a sua volta perfettamente inserito nel solco di quegli anni (Devo su tutti sono i più affini a questo sound). Il loro obiettivo è centrato in pieno: ripescare modernariato fifties e sixties risciacquandone i panni nel punk, proiettare così tutto in un ipotetico futuro fantascientifico quasi bambinesco, proprio come lo si vedeva nei 50.
Ne è un sintomo proprio l’apertura della iniziale "Planet Claire", sul suono di segnali telegrafici (stile "Astronomy Domine", per intendersi), seguita dal tema di "Peter Gunn" che nel proseguire della canzone viene interpretato e sfigurato con i tagli profondi di chitarra punk e tastiere acidissime accompagnate dagli acuti di una fantastica Kate Pierson. Su tutto, il canto spoken word di Schneider. E proprio su questi giochi tra la quasi-recitazione con voce profonda di Schneider (anch’essa grande fonte di ispirazione per molti, basti citare Stan Ridgway) e gli urletti della Pierson o i cori in coppia con la Wilson, si basa moltissimo del fascino di queste canzoni.
Se dicessi che la gigantesca "Fifty Two Girls" ricorda ciò che, seguendo in parte le stesse ispirazioni, faranno otto anni dopo i Jane’s Addiction e che anche il canto aspro di Perry Farrell deve molto alla Pierson, verrei preso per pazzo. Però lo dico lo stesso. Le armonie vocali del coro femminile e le improvvise urla estatiche/isteriche sono gli stessi elementi che faranno la fortuna dei brani di "Nothing’s Shocking" e "Ritual De Lo Habitual". E le chitarre sono quelle che i Pixies anni dopo prenderanno a paradigma.
E cosa dire di "Rock Lobster"? Per molti una delle canzoni che hanno dato forma al rock. Già un’aragosta rock sa di per se di cartone animato… E la musica nervosa ed eccitante è proprio ispirata ai cartoon: Scooby Doo, The Flintstones, I Pronipoti e via così. Questo primo singolo della band è una lunga cavalcata di oltre sei minuti, condotta da un inconfondibile tema di chitarra surf e dalla voce recitante di Schneider. Gli urletti isterici e i versi di animaleschi delle due donne del gruppo chiudono il cerchio. Potrebbe finire qui e sarebbe perfetta lo stesso. Tuttavia per soprammercato ci sono una batteria sincopata che tiene altissima la tensione, un organetto suonato "a martello" e effettacci elettrici (molto meglio che elettronici) sparsi.
Molto più tradizionalmente "canzone rock" è la seguente "Lava", altra fonte pronta per i grandi Pixies, dove la Pierson sale in cattedra al canto accanto a Schneider, mentre Wilson ci offre il solito riff tostissimo e le grandi rifiniture monotoniche della seconda chitarra. "There’s A Moon In The Sky" torna sul registro della fantascienza ingenua ("This Is The Space Age" è la frase ripetuta), con le solite grandi rifiniture di chitarra.
Se "Hero Worship" è molto più cantautorale e richiama qualcosa di Patti Smith, "6060 842", con la chitarra effettata col flanger, può sembrare quasi un pezzo à-la Police. Questo per dire che erano cose, suoni, melodie, rimandi che "giravano" nel rock del tempo e che The B-52’s mangiavano e rimasticavano apponendovi il loro marchio inconfondibile. La già citata cover minimale di "Downtown" chiude degnamente l’album.

Questo esordio a 33 giri è effettivamente esplosivo per l’ambiente new wave, soprattutto per il lato intellettualistico guidato da David Byrne (che vorrà anche collaborare con il gruppo), ma commercialmente esplode soprattutto in Australia ed Europa.

Dopo il trasferimento del gruppo a New York, il successore di The B-52’s è Wild Planet (1980, Warner Bros) che porta con sé, dopo il già notevole "Rock Lobster", uno dei singoli più sintomatici degli anni 80, quella "Private Idaho" fulminante mix dance-rock-psichedelico, in cui l’ispirazione nel creare riff trascinanti di Wilson raggiunge l’apice e i gorgheggi della Pierson sono ottimale peperoncino su una pietanza colorata e irresistibile. Impossibile non ricordarsi immediatamente il perfetto ritornello, con il duo Wilson-Pierson che canta ondeggiando: "You’re living in your own private Idaho", rendendo impossibile restare fermi senza battere il tempo sulla prima superficie disponibile, oppure muoversi tremolando in un ballo surf.
Tutto l’album è più surfeggiante e psichedelico dell’esordio e anche più sintetico, maggiormente ipnotico, laddove il primo era istintivo. I B-52’s si confermano party band per eccellenza, capace di trovare nella festa da ballo la sua dimensione ideale. Il disco, tuttavia, si inserisce maggiormente nella corrente new wave intellettuale di quegli anni, il che non è necessariamente un male ma li priva della iniziale poderosa spinta propulsiva "selvaggia".
Se dunque l’apice è raggiunto con "Private Idaho", brillano anche la programmatica "Party Out Of Bounds", la punkeggiante "Devil’s In My Car" con i cori femminili in gran forma, che richiama alcune cose che sforneranno proprio i concittadini e amici Rem nei primi album, la proto power-pop "Strobe Light", piena di break in cui come sempre spadroneggia la "voce recitante" di Schneider.

Nel 1982 escono Party Mix (1982, Warner Bros), un album di remix di pezzi dei primi due 33 giri, e l’Ep Mesopotamia (1982, Warner Bros), in cui finalmente si realizza l’incontro con quel David Byrne loro ammiratore fin dagli esordi discografici, qui chiamato alla produzione. In realtà ciò che residua da quello che doveva essere il terzo album completo in studio, Mesopotamia, è rarefatto e non muove al ballo forzato come le opere precedenti. La presenza di Byrne è pesante, nei missaggi di chitarra "sfumati", nei suoni africani di tastiere e percussioni e nella ripetitività ritmica ossessiva. La Pierson viene elevata al rango di dea del canto della band, gli altri due cantanti sono relegati in un angolo. Viene steso un tappeto sonoro, quando il minimalismo era uno dei punti di forza. Un lavoro completamente privo di umorismo, supponente e a tratti davvero noioso, vedi "Deep Sleep" e "Mesopotamia", quando l’ironia era un'altra delle abilità che faceva grandi i B-52’s.

Il successivo Whammy! (1983, Warner Bros) consente al gruppo di liberarsi da quelle pastoie intellettuali decisamente poco consone alla sua natura. Ritornano la spensieratezza e gli anni 50-60 e le drag queen, anche se la novità del cartoon rock non è più tale. Tuttavia le buone melodie, e una certa malinconia "sfiziosa" tengono bene o male a galla il lavoro in diversi tratti. Ne è esempio proprio l’iniziale "Legal Tender", avvolta in un’atmosfera nostalgica. La successiva "Whammy Kiss" sembra proprio roba dei Devo, soprattutto in tastiere e chitarre dal suono quasi elettronico, ed è divertente notare come due gruppi con così tanta influenza sul rock si siano a loro volta influenzati a vicenda. Invece "Song For A Future Generation", dove ritorna il futuro ingenuo dei Fifties, sembra ricordare i suoni del primo Prince, e pur senza entusiasmare, sfodera un divertente giochetto di chiacchiere tra Schneider e Pierson. "Butter Bean" è forse l’episodio che più si avvicina al passato.
Tuttavia, manca ancor di più la freschezza degli esordi, manca quella voglia di ballare che suscitavano i primi due album. Le fasi deboli si moltiplicano come in "Moon 83" o "Big Bird", e avanza una certa ripetitività. Col tempo Ricky Wilson è arrivato a dividersi tutti gli strumenti con Strickland, lasciando al trio Pierson-Schneider-Cindy Wilson solo l’onere del canto, e infatti in Whammy! i due fanno praticamente tutta la parte strumentale con alcuni session-men di rinforzo.

A questo punto la tragedia si abbatte sui B-52’s quando durante le registrazioni dell’album successivo, Bouncing Off The Satellites, nell’ottobre del 1985 proprio Ricky Wilson muore per un tumore provocato dall’Aids, lasciando di fatto al gruppo l’unica strada dello scioglimento.

Bouncing Off The Satellites (1986, Warner Bros) esce quasi un anno dopo la morte del chitarrista. Riceve una promozione inesistente, il gruppo è ovviamente distrutto e non affronta alcun tour, cosicché l’album cade nel dimenticatoio.
La perdita di ispirazione è comunque evidente. Ormai da parodia della buona borghesia americana e della famiglia felice dei cartoon, The B-52’s erano divenuti la parodia di se stessi. Decisamente un disco che non decolla, ma anzi resta incollato al solito immaginario, solo con suoni più mainstream eighties. Della crisi creativa sono evidente esempio "Summer Of Love", leggera leggera e senza slancio, "Girl From Ipanema Goes To Greenland", che non è nient’altro che banale dance anni 80 come se ne poteva trovare ovunque in quegli anni e certamente anche di migliore, o la scipita "Detour Thru Your Mind".
Sembra che adesso siano The B-52’s a inseguire la musica dei loro tempi, dopo averla anticipata.

The B-52'sNon era però affatto arrivata la fine. Ripresosi dallo shock il gruppo ridotto a un quartetto torna in studio e incide con l’aiuto di numerosi collaboratori Cosmic Thing (1989, Warner Bros), il loro quinto album destinato a diventare il loro maggiore successo commerciale.
Sara Lee dei Gang Of Four entra al basso, Strickland passa alla chitarra e viene assunta una poderosa sezione di percussioni e una altrettanto poderosa di fiati. Nientemeno che Nile Rodgers cura la produzione. Le composizioni e gli arrangiamenti vengono ricondotti più agli esordi della band e certamente c’è un maggior entusiasmo rispetto al lavoro precedente e di conseguenza un maggior divertimento per l’ascoltatore. Buone vibrazioni da party tornano a scorrere nella title track, "Cosmic Thing", assieme all’organetto della Pierson e alla voce di Schneider, finalmente libera di gigioneggiare come un tempo. "Deadbeat Club" è un’allegra e solare canzoncina, un po’ quello che faranno i concittadini Rem con "Shiny Happy People" chiamando la stessa Pierson al canto.
"Love Shack" è l’hit single dell’album, che se non eguaglia i fasti di "Private Idaho" e "Rock Lobster", consente al gruppo di raggiungere quel vertice di vendite a 45 giri negli Usa a lungo inseguito. Anche "Love Shack" si muove sui registri della surf-music e della festa di spiaggia, sebbene manchino decisamente i riff trascinanti di Wilson. "Roam", altro singolo di successo, è una canzone dal sapore spensierato di vacanze estive.
In conclusione non è il loro capolavoro, ma Cosmic Thing è indubbiamente un album più che sufficiente.

Col successivo Good Stuff (1992, Reprise) se ne va anche Cindy Wilson, che nell’ottica "familiare" della band aveva sempre dato un importante contributo alla composizione, oltre a formare con Kate Pierson un duo vocale con pochi eguali, e resta ben poco del gruppo che fu. Il calo è netto anche comparandolo col disco precedente. Decisamente un disco minore.

Nel 1994 si realizza l’incontro del gruppo con uno dei miti ispiratori, ossia i cartoni animati. I B-52’s, infatti, partecipano nel ruolo di party band, e non potrebbe essere altrimenti, al film "The Flintstones", tratto dalla omonima serie di cartoon. Pierson e compagni cantano anche nella celebre sigla.

A questo punto la band si mette davvero in pausa e resta solo come live-act, salvo antologie e remix. Ognuno si dedica ai suoi progetti solisti… Fino ad oggi. Infatti il 25 marzo 2008 esce Funplex (2008, Astralwerks), il nuovo album dei B-52’s dopo sedici anni.
Se per alcuni versi l’album è troppo appiattito sulle produzioni odierne, pompate su tutte le frequenze, per altri tenta con qualche risultato di recuperare uno spirito più garage-rock che si era andato perdendo dopo i primi due album. A partire dalla trascinante title track, che presenta un riff di sapore stonesiano, oltre alla iniziale "Pump" e "Ultraviolet".
Se "Juliet of The Spirit" ripropone i soliti grandi cori femminili, "Eyes Wide Open" e "Love in the Year 3000" sono una esplicitazione delle sonorità elettroniche che avevano fatto capolino nel primo sound del gruppo oltre trent’anni fa e fanno chiaramente vedere anche il debito che ancora alcune band di oggi hanno nei loro confronti (Scissor Sisters su tutti).
"Deviant Ingredient" è il solito pezzone solare, ricco di riverberi estivi. Con gli anni Strickland ha ben appreso come deve suonare una chitarra garage, tuttavia i riff-killer del compianto Ricky Wilson sono ciò che più manca, sempre, in un album dei The B-52’s successivo alla sua dipartita.
Funplex è un netto passo avanti rispetto al precedente, stanco lavoro in studio, ma in fin dei conti un album poco più che sufficiente, pensando ai fasti passati.

The B-52’s si sono meritati l’appellativo di "più grande party band di sempre", sono stati sinonimo di divertimento e spensieratezza, interpretando al meglio queste componenti del rock ‘n’ roll. La loro influenza sui rami più disparati del rock e del pop fa capire quanto siano da molti ingiustamente trascurati, come siano invece assolutamente da recuperare da parte di chi non li conosce e da mantenere ben in alto nelle preferenze di chi già si è divertito con loro.

The B-52's

Alla festa del cartoon-rock

di Marco Simonetti

Una perfetta sintesi di pop, punk e new wave. Con chitarre scintillanti e armonie vocali che faranno scuola. Costumi sgargianti e mise spaziali. Un nome che deriva dall'omonimo bombardiere... e da un acconciatura! Un'amicizia di lungo corso, piena di reciproci rimandi, con i concittadini Rem. In poche parole: la storia dei B-52's da Athens, tornati alla ribalta dopo sedici anni con il nuovo album "Funplex" ..
The B-52's
Discografia
The B-52’s (Warner, 1979)

8,5

Wild Planet (Warner, 1980)

7

 Mesopotamia (Ep, Warner, 1980)

5

 Whammy! (Warner, 1983)

6,5

 Bouncing Off The Satellites (Warner, 1986)

4,5

 Cosmic Thing (Reprise, 1989)

6,5

 Good Stuff (Reprise, 1992)

5

 Time Capsule (antologia, Warner, 1998) 
 Funplex (Emi, 2008)

6,5

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Funplex

(2008 - Emi)
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