Beatles

Beatles

All you need is pop

di Mauro Vecchio

Dai Quarrymen ai pub di Amburgo, dalla Beatlemania ai campi di fragole psichedelici, fino all'approdo maturo sulle strisce di Abbey Road. L'epopea dei quattro Fab di Liverpool, istantanea sempiterna di un'epoca e pietra angolare della stessa cultura pop. Abbiamo cercato finalmente di indagarla a fondo, scartabellando tra dischi, storie, curiosità e testimonianze

Intro

A passeggio per Abbey Road

L'unica cosa che posso dirti è che devi essere libero.
(da "Come Together")

Londra, 8 agosto 1969. Ci sono quattro uomini che stanno attraversando una strada, camminando in fila indiana su un attraversamento pedonale a forma di zebra. Si chiamano John, Ringo, Paul e George e hanno messo in piedi da un po' di tempo una band. Al fotografo di questa band sono stati concessi appena dieci minuti per immortalare una camminata e un preciso istante nella storia della musica rock. Qualche giorno in più e si terrà a Woodstock un festival cruciale, seguito a ruota dalle incendiarie esibizioni dell'Isola di Wight. Un altro gruppo britannico, i Rolling Stones, sta elettrizzando i propri fan con il singolo "Honky Tonk Woman". A luglio, è uscito un singolo, "Give Peace A Chance", che ha messo in moto la gigantesca macchina dell'utopia e della pace di un supergruppo con il dio della chitarra elettrica Eric Clapton e il folle del rullante Keith Moon. A formarlo, il sodalizio artistico-sessuale tra l'avanguardista del Sol Levante Yoko Ono e il primo uomo dell'attraversamento pedonale, John. L'8 agosto del 1969, John è alla testa dei suoi, vestito completamente di bianco, con lunghi capelli castani e inconfondibili occhiali tondeggianti. Sembra un profeta, un Gesù Cristo dei suoi tempi. In effetti lo è. Più famoso addirittura. È seguito dal secondo uomo, Ringo, vestito interamente di nero, come un becchino del charleston. C'è infatti una leggenda fiorita negli anni a seguire, che vede il terzo uomo, Paul, sostituito da un sosia, un bassista e chitarrista mancino perfettamente identico. Sarà questo sosia, quasi un anno dopo, ad annunciare pubblicamente la definitiva rottura del giocattolo psichedelico.
Tra le cause emerse negli anni, la presenza della stessa Ono, la morte del collante naturale Brian Epstein, le divergenze artistiche sempre più marcate tra John il profeta e Paul il sosia. La targa di un Wolkswagen "Beetle" parcheggiato lungo il marciapiede recita: LMW 28IF. Vedova Linda McCartney, 28 anni se lui fosse ancora vivo. Di morte si parlerà appena un giorno dopo, quando la setta di Charles Manson massacrerà l'attrice Sharon Tate. Al ritmo dell'inno "Helter Skelter", scritta in particolare proprio da Paul McCartney. Infine, il gravedigger, l'uomo che scaverà a breve la fossa, George. George ha iniziato a scrivere canzoni sempre più belle, come "Something" e "Here Comes The Sun", abbandonando il ruolo di semplice chitarrista taciturno, introverso e scarsamente dedito alle luci della ribalta. Un motivo in più per uno scioglimento che ha fatto tremare l'intero panorama della musica popolare. L'attraversamento pedonale a forma di zebra è stato sgombrato, Paul, John, Ringo e George sono stati sepolti sotto il peso della loro stessa leggenda.

The Quarrymen: crescere a Liverpool...

Il rock and roll fu l'unica cosa che mi rimase dentro dopo tutto quello che mi era capitato quando avevo quindici anni.
(John Lennon)

BeatlesJohn Lennon e Paul McCartney incrociano le proprie giovani esistenze all'inizio di luglio dell'anno 1957. Avviene a una festa organizzata dalla chiesa di San Pietro, a Woolton, sobborgo di Liverpool. John Lennon ha sedici anni e milita in un gruppo di musica skiffle chiamato The Quarrymen. McCartney di anni ne ha solo quattordici, ma sa già accordare una chitarra e conosce bene gli accordi. Viene immediatamente arruolato nei Quarrymen.
John Winston Lennon nasce il 9 ottobre del 1940 in una Liverpool tempestata da continui bombardamenti aerei. Suo padre, Alfred "Freddie" Lennon, fa il marinaio e decide di imbarcarsi subito dopo la nascita del figlio. A casa non torna quasi mai, lasciando la crescita del piccolo John alla madre Julia Stanley e alle sue quattro sorelle maggiori. Julia però ama la vita mondana, trascorrendo molte serate nei pub di Liverpool, e questo la porta ad affidare John alla zia Mimi Smith, perché lo allevi. Successivamente, Freddie Lennon torna a Liverpool, apprendendo dalle labbra della moglie la fine del suo matrimonio. Decide quindi di portarsi il piccolo John in vacanza a Blackpool e quando Julia non lo vede tornare il giorno prestabilito, decide di andarselo a riprendere. A questo punto al giovane Lennon appare un traumatico interrogativo: stare con Freddie o con Julia. John sceglie la madre, ma viene immediatamente riportato dalla zia Mimi, più rigida e autoritaria, che lo farà crescere come una madre vera fino ai diciotto anni. Nella casa di zia Mimi e zio George, John cresce in maniera piuttosto agiata, nutrendo la sua acuta intelligenza, prima alla Dovedale Elementary School e poi alla Quarry Bank Grammar School. Il giovane Lennon legge Lewis Carroll e Edgar Allan Poe, immischiandosi in numerose risse e mantenendo un atteggiamento di scherno nei confronti delle autorità scolastiche.

Nel settembre del 1955 esce il singolo "Rock Around The Clock" di Bill Haley, che trasporta a gran velocità il fuoco della nuova musica ai due lati dell'oceano. John rimane folgorato sulla via di Elvis Presley e Little Richard. A Liverpool deflagra la mania dello skiffle, mistura tra folk nero e galoppi country & western. Gli adolescenti di quindici anni come John iniziano a vestirsi come teddy boy, con pantaloni a tubo e giacche di velluto. Julia Lennon insegna al figlio qualche accordo al banjo, spingendolo a formare un gruppo con l'amico Pete Shotton: The Quarrymen.
E qui si giunge al luglio del 1957, quindi all'inizio della storia. Ma ci sono Paul e George.

James Paul McCartney nasce il 18 giugno del 1942 in una Liverpool ormai esentata dai continui bombardamenti notturni. Il piccolo viene sollevato dalle braccia del padre Jim per l'affetto della madre Mary Mohan. Jim McCartney fa il rappresentante di cotone, ma dopo la guerra il mercato scende drasticamente, obbligando la madre Mary a tornare al suo lavoro di infermiera. Il giovane Paul inizia a frequentare il Liverpool Institute, diventando subito un beniamino di compagni e docenti per il suo modo di fare estroso e brillante. Il suo carattere non viene scalfito nemmeno dalla morte della madre Mary nel 1956 per un tumore al seno. Il giovane Paul ha la fortuna di provenire comunque da una famiglia solida e dedita alla musica. Inizia a suonare la chitarra da mancino, imparando a memoria testi e accordi, tra cui quelli fondamentali del rock and roll, di Eddie Cochran o di Elvis Presley.
Paul frequenta lo stesso istituto di George Harrison, divertendosi con lui a suonare per ore e ore. George Harrison nasce nella stessa Liverpool al riparo dalle bombe, il 25 febbraio del 1943. Da Harold Harrison e Louise French. Il padre mantiene una numerosa famiglia con una modesta paga da autista di bus, vivendo in una casa freddissima nei quartieri operai. George si iscrive al Liverpool Institute, ma ben presto se ne scappa inorridito per fare l'apprendista elettricista in un grande magazzino.

Luglio 1957. Paul McCartney impressiona il giovane gruppo di John Lennon con una versione di "Twenty Flight Rock" di Eddie Cochran. Lennon non è sicuro di voler ingaggiare l'ottimo Paul nella band, timoroso di perderne la leadership. Alla fine, pensa al collettivo e lo invita a entrare, insieme a George Harrison. George adora John ed è l'unico capace di eseguire un assolo completo, magari dal repertorio di Carl Perkins. Alla metà del 1958, i Quarrymen registrano un acetato con una copia di "That'll Be The Day" di Buddy Holly.
Poi, la tragedia personale di John. Durante la sera del 15 luglio del 1958, Julia Lennon viene investita dall'auto di un poliziotto inesperto, spirando nel tragitto verso l'ospedale. John rimane sconvolto, iniziando a bere pesantemente e manifestando tendenze sempre più violente, come testimoniato dai suoi compagni del Liverpool Art College. Rimane soltanto il rock and roll e un'amicizia sempre più forte nei confronti di Paul, rimasto anche lui privato dell'affetto materno.

Gennaio 1960. Alla formazione dei Quarrymen si aggiunge il basso improvvisato di Stuart Sutcliffe, uno dei migliori amici di John Lennon nonché pittore di discreto talento. La band non si esibisce dal vivo, ma è comunque un periodo frenetico, ricco di cambiamenti. A marzo, il quattro decidono di sostituire il nome della band con Beatals. Poi, con l'inserimento di Tommy Moore alla batteria, il gruppo prende il nome di Silver Beetles. I Silver Beetles intraprendono un breve tour in Scozia a sostegno del cantante Johnny Gentle, ma l'esito dei concerti è disastroso. A giugno, danno inizio a un nuovo giro di show nella zona di Liverpool, tra cui uno come spalla a una spogliarellista. Lennon ha deciso di abbandonare definitivamente il College of Art, Tommy Moore di lasciare quelli che ora si fanno chiamare Silver Beatles.

...e ad Amburgo

Quest'esperienza ci ha trasformati in una carismatica centrale elettrica.
(Pete Best)

Luglio 1960. Allan Williams, divenuto impresario e manager part-time del gruppo, invita Bruno Koschmider - proprietario di un club ad Amburgo - ad ascoltare i Silver Beatles dal vivo al Two I's di Soho. A Koschmider piace la musica della giovane band, decide così di reclutarla per 48 serate nel suo locale, l'Indra Club. Ma manca ancora un batterista e Allan Williams si rifiuta di far partire i ragazzi senza un nuovo musicista. Viene così ingaggiato un batterista di diciotto anni chiamato Randolph Peter Best, o più semplicemente Pete Best. Figlio di Mona Best, proprietaria del Casbah Club di Liverpool, il ragazzo ha voglia di far carriera e i neonati The Beatles costituirebbero l'occasione ideale.

A settembre, i Beatles si ritrovano in pianta stabile in quattro diversi locali (Indra, Kaiserkeller, Top Ten e All Star) situati nel malfamato quartiere a luci rosse della città, meglio noto come Reeperbahn. L'abituale clientela è costituita da marinai ubriaconi, prostitute, rocker e teppisti da strada. Poco importa la musica, se i camerieri servono ai tavoli con un coltello a serramanico nella tasca dei pantaloni. Ma i cinque Beatles imparano delle lezioni molto importanti ad Amburgo, innanzitutto a mach schau!, a fare spettacolo. In particolare, John e Paul - leader a metà della band - ci danno continuamente dentro, suonando come se non esistesse domani. A favorire lo spettacolo, birra gratis e una discreta dose di anfetamine. Dopo circa un mese, i Beatles vengono spostati al Kaiserkeller perché fanno troppo rumore. È qui che condividono il palcoscenico con un altro gruppo di rock and roll di Liverpool - Rory Storm & The Hurricanes - il cui batterista si chiama Richard Starkey, meglio noto come Ringo Starr.

La vita ad Amburgo è tra le più devastanti, tra concerti estenuanti fino alle due di notte, stanze d'albergo ai limiti umani d'igiene e attività sessuali selvagge al grido di "cambio!".
Bruno Koschmider è soddisfatto dei Beatles e propone loro altri due mesi di contratto. Ma la situazione cambia repentinamente. George Harrison viene rimpatriato perché minorenne, mentre McCartney e Pete Best vengono spediti a casa per aver causato un incendio nella loro stanza. Senza contare l'abbandono di Stuart Sutcliffe, innamoratosi follemente della fotografa tedesca Astrid Kirchherr. Al rientro in patria, agli inizi di dicembre, il morale generale è piuttosto basso, ma qualcosa di incredibile sta per accadere.

27 dicembre 1960. I Beatles sono diventati a loro insaputa una delle realtà musicali più interessanti di Liverpool. L'esibizione alla Town Hall Ballroom si trasforma in un successo incredibile, con centinaia di fan pronti ad assalire il palco. Si tratta di un concerto spartiacque, una data fondamentale nei primi anni del gruppo. A partire dall'inizio del 1961, i Beatles allargano a dismisura la platea dei propri fan, sempre più richiesti dai locali di tutta Liverpool. Uno di questi è il Cavern Club, dove la band debutta il 9 febbraio del 1961. L'umida sala da ballo diventa il covo dei quattro, una sorta di seconda casa dove suonare sia all'ora di pranzo che a tarda sera.
I quattro giovani scarafaggi continuano così il loro apprendistato, acquisendo una fama a livello regionale sempre più ampia e fedele. Nella primavera del 1961, i Beatles tornano al Top Ten di Amburgo, ma questa volta hanno il potere di negoziare in maniera diretta con i gestori del locale. In terra tedesca hanno modo di prendere confidenza con le prime registrazioni professionali, accompagnando Tony Sheridan - cantante di Liverpool in stile Elvis - nel brano "My Bonnie". Il risultato non è artisticamente un granché, ma sarà fondamentale nell'attirare l'attenzione di un uomo chiamato Brian Epstein.

Brian Samuel Epstein è nato a Liverpool nel 1934 da una famiglia di origini ebraiche che gestisce un negozio di strumenti musicali. Ha iniziato a frequentare l'accademia d'arte drammatica a Londra, ma, ritiratosi al terzo anno, viene subito spedito dal padre a lavorare in un nuovo negozio di dischi gestito dalla famiglia. Epstein nota per la prima volta il nome Beatles sulla locandina di un concerto, incuriosito dalle richieste continue del singolo "My Bonnie". Decide di andare a vederli suonare al Cavern, precisamente durante lo spettacolo di mezzogiorno del 9 novembre 1961. Brian rimane subito folgorato dal beat e dall'ironia dei quattro, riconoscendoli tra gli stessi clienti del suo negozio. È amore a prima vista: Epstein si propone ai Beatles come manager, ottenendo l'incarico quasi immediatamente.
Il peso imprenditoriale di Epstein si fa sentire presto, quando Brian invita un responsabile dell'ufficio artistico dell'etichetta Decca ad ascoltare la band al Cavern. La casa discografica invita i Beatles a Londra per un'audizione.

Ringo Starr è entrato nel gruppo

Dovete essere impazziti. Questi ragazzi esploderanno tra poco. Sono sicurissimo che un giorno saranno più famosi di Elvis Presley.
(Brian Epstein ai responsabili di Decca)

BeatlesQuando, durante il giorno di Capodanno dell'anno 1962, i Beatles si presentano a Londra presso gli studi Decca, nell'aria si possono sentire almeno due realtà: che i quattro sono nervosissimi e che il loro sound è stato smussato, levigato. Epstein, infatti, ha suggerito ai suoi ragazzi di adattarsi alle tecniche di registrazione proprie dell'industria musicale, lasciando perdere amplificatori Vox sporchi e cattivi. La strategia si rivela fallimentare perché annulla l'energia del gruppo. La Decca si dichiara non interessata ai Beatles, scatenando le ire del nuovo manager. Le ire sì, ma anche la perseveranza. Epstein tenta con la Pye e con la Oriole, prima di ottenere un incontro con la Parlophone, etichetta sussidiaria della Emi la cui attività consiste principalmente nella pubblicazione di dischi di prosa. L'uomo della Parlophone si chiama George Martin.
George Henry Martin è nato a Londra nel 1926 e ha dimostrato subito un grande amore per la musica classica, in particolare per l'oboe e per il pianoforte, strumenti da lui studiati alla London School of Music.
Nell'aprile 1962 i Beatles sono nuovamente ad Amburgo, dove suonano per 48 serate allo Star Club. Un telegramma di Epstein li sveglia una mattina: "Congratulazioni ragazzi. L'Emi richiede seduta di registrazione. Pregasi provare nuovo materiale". Detto, fatto. Il 6 giugno del 1962 i quattro suonano davanti a George Martin, registrando quattro brani: una versione del classico "Besame Mucho" e tre brani originali a firma Lennon-McCartney, "Love Me Do", "P.S. I Love You" e "Ask Me Why". Martin non rimane particolarmente esterrefatto dalla tecnica della band, ma comprende che il potenziale collettivo è molto alto, soprattutto in quanto a veemenza e originalità del sound. In effetti, il contratto con Emi/Parlophone è stato già firmato. Con un'imposizione da parte dello stesso Martin: sostituire Pete Best con un professionista.
È la goccia che fa traboccare il vaso. Paul, John e George non hanno mai visto Best come uno di loro e non vedono l'ora di rimpiazzarlo con il simpatico batterista di Rory Storm, Ringo Starr.
Richard Starkey è nato il 7 luglio del 1940 a Liverpool da Richard Starkey ed Elsie Gleave. I due si separano tre anni dopo, costringendo la madre Elsie a lavorare come cameriera e a vivere nel quartiere-ghetto del Dingle, uno dei più malfamati di tutta la città. Il giovane Richard cresce in maniera cagionevole, costretto in un sanatorio per due anni a causa di una pleurite. Questa lunga degenza lo fa rimanere indietro nel processo d'apprendimento, convincendo il patrigno a trovargli un posto da apprendista idraulico. Ma anche a comprargli a credito una batteria. Poi, nell'agosto del 1962, Ringo Starr viene invitato ufficialmente a entrare in quella che sarà la definitiva incarnazione dei Beatles.

È un'atmosfera di febbrile eccitazione a permeare le speranze future del gruppo. Il contratto con Parlophone è stato siglato, l'emittente Granada Tv si è presentata al Cavern Club per filmare una loro esibizione. Il 23 agosto John Lennon sposa Cynthia Powell, sua fidanzata storica sin dai tempi della scuola. Subito dopo, a settembre, i Beatles si gettano nella mischia dello Studio 3 di Abbey Road per provare a registrare una serie di brani tra cui "Love Me Do", una delle primissime canzoni scritte dal sedicenne Paul McCartney. L'esordio in studio di Ringo Starr non è dei migliori: non riesce a tenere il tempo di un brano molto semplice, di due soli accordi. George Martin è comunque convinto della validità del brano, che sceglie come primo singolo, da pubblicare il 5 ottobre del 1962. Qualcosa, tuttavia, non va come dovrebbe e "Love Me Do" si piazza soltanto diciassettesima nelle classifiche britanniche del pop. Troppo grezza e pasticciata, secondo alcuni. Primitiva, insomma: proprio quello che ci vuole per scuotere dalle fondamenta il compassato panorama del pop inglese.

"Please Please Me": ascesa in terra d'Albione

I migliori compositori inglesi del 1963.
(The Times su Lennon/McCartney)

All'inizio del novembre del 1962, i Beatles tornano ancora una volta ad Amburgo, dove si esibiscono allo Star Club insieme a uno degli idoli incontrastati del rock and roll statunitense: Little Richard. A suonare con lo scatenato pianista di "Tutti Frutti" c'è un polistrumentista chiamato Billy Preston. Ma non c'è tempo di rimanere in Germania perché i quattro non sono più dei giovincelli armati di tanta voglia di suonare in qualsiasi bettola maleodorante. Hanno un contratto e devono registrare un disco. Una delle canzoni registrate durante la seduta del 26 novembre 1962 è "Please Please Me", scritta per intero da John Lennon e ispirata a "Only The Lonely" di Roy Orbison. George Martin, che pure cerca di imporre al gruppo canzoni commerciali come "How Do You Do It", capisce le potenzialità del brano, lavorando per la prima volta al fianco dei suoi nuovi protetti. Alla fine dell'esecuzione in studio Martin dice: "Signori, avete appena finito di registrare il vostro primo disco che conquisterà le classifiche".
"Please Please Me" viene pubblicata nel gennaio 1963 e arriva al primo posto nelle classifiche inglesi. Spinti dal successo del brano, i Beatles si convincono che è giunto il momento di far uscire un disco intero. Il problema è che non hanno un momento libero, presi nel vortice dei continui concerti tra Liverpool e Londra. Il 2 febbraio 1963 inizia infatti un tour di 30 concerti insieme alla giovanissima attrice e cantante Helen Shapiro. L'unico modo per registrare è quello di riunirsi ad Abbey Road durante una sola giornata, suonare e ripartire per lo Yorkshire, per il tour. Un problema, visto che a Lennon e soci mancano dieci brani. Così, George Martin suggerisce loro di selezionare alcune delle loro esibizioni dal vivo, per ricreare in studio la stessa energia che si respirava al Cavern Club. I Beatles lavorano ininterrottamente per ore e ore, senza fermarsi mai. Alla fine, alle dieci di sera, i quattro si lanciano in una versione scatenata di "Twist And Shout". Il disco è pronto, esce il 22 marzo del 1963.

Please Please Me
(Parlophone, 1963) è un debutto primitivo nella sua melodia, orecchiabile nella sua irruenza. L'handclapping allusivo di "I Saw Her Standing There" è il primo vagito rock and roll firmato Paul McCartney, che guarda agli alfieri statunitensi tra pose oscene e selvaggi arrangiamenti. La differenza tra il melodico Paul e il più aspro John Lennon è già abbastanza evidente, dal momento in cui parte l'agrodolce "Misery", scritta inizialmente per l'attrice e cantante Helen Shapiro, con cui i Beatles partono per il loro primo tour britannico. Lennon si presenta come un autore ancora adolescente, perso nella malinconia acerba di "Anna (Go To Him)". Così come acerbi sono i ritmi e le armonie guidate dal George Harrison di "Chains", brano pescato dalla prima vena cantautoriale di Carole King. Le quattro aspiranti popstar hanno forse il difetto di cercare il riempitivo, per confezionare un disco buono per classifiche già promettenti. Piuttosto discutibile, infatti, l'inserimento di un brano come "Boys", cantato da Ringo Starr dal repertorio doo-wop delle Shirelles.
Si guarda soprattutto altrove, come ad esempio allo stile di Smokey Robinson rievocato da Lennon in "Ask Me Why". C'è anche del Roy Orbison, infatti, nella prima hit che dà il titolo al disco, in formato ballad, ottima per conquistare i cuori delle ragazzine di mezza Inghilterra. Qui, i Beatles sembrano avere un vero talento, in particolare legato alla vena creativa di McCartney, che firma l'armonia di "Love Me Do", con tanto di armonica da classe operaia del nord e batteria al limite della bizzarria approssimativa. Sono sprazzi di luce all'interno di un'originalità artistica, smorzata a volte da numeri come il ritmo caraibico ed epistolare di "P.S. I Love You" e dal rifacimento in chiave shalala del Burt Bacharach di "Baby It's You". Harrison trova nuova gloria, ma "Do You Want To Know A Secret" non è più di una filastrocca disneyana.
Che Please Please Me sia un disco piuttosto raffazzonato lo si vede ad esempio nell'arrangiamento filmico di "A Taste Of Honey". Ma quando i quattro di Liverpool si lanciano nell'accorata e veemente versione di "Twist And Shout" si nota che il talento c'è. Basterà soltanto attendere.

Dopo l'uscita del disco, molti in Gran Bretagna iniziano a sentir sempre più parlare di quattro futuri idoli delle masse pop e rock and roll. Please Please Me è il motivo principale per cui l'editore musicale Dick James si mette in contatto con Brian Epstein per proporgli la costituzione della Northern Songs, casa editrice che dovrebbe detenere tutti i diritti relativi ai testi del gruppo. L'album impiega sette settimane per arrivare al primo posto delle classifiche in terra d'Albione, rimanendo in testa per un tempo quasi infinito per l'epoca: ventinove settimane. Un successo improvviso e strepitoso che tuttavia non gode della stessa sorte negli Stati Uniti. L'album, uscito con il diverso titolo di "Introducing The Beatles", si rivela un flop, convincendo la Capitol (divisione statunitense della Emi) a respingere i quattro, definendoli una moda passeggera. Della pubblicazione si incarica allora la piccola etichetta di Chicago Vee Jay, ma senza promuoverlo. Mentre i Beatles dominano le classifiche e i cuori d'Inghilterra, gli Stati Uniti, patria del rock and roll, sembrano ignorarli senza alcuna pietà.

Beatlemania

Dove stiamo andando, ragazzi? Al top, Johnny. E dov'è, questo top? Beh, è al più top del più pop!
(The Beatles)

BeatlesL'8 aprile del 1963 John Lennon compie un ulteriore passo verso la sua maturità di uomo, diventando padre del piccolo Julian. Tre giorni dopo, c'è una nuova gioia ad attenderlo al varco: la pubblicazione in Gran Bretagna del nuovo singolo "From Me To You". Caratterizzato da un nuovo fraseggio di armonica, il brano si divincola sinuoso con un saltellante ritmo beat, permettendo alla vena armonica di McCartney di amalgamarsi quasi alla perfezione con quella nostalgica di Lennon. Il brano sincopato della canzone piazza un colpo vincente, sistemandosi comodo per sette settimane al primo posto delle classifiche britanniche.
Nel frattempo, durante un concerto alla Royal Albert Hall di Londra, McCartney incontra l'attrice Jane Asher, dando così inizio a una relazione sentimentale molto intensa. Con lei una vacanza a Tenerife, prima di ripartire in tour a maggio insieme a Roy Orbison.

La fatica dei continui concerti è estenuante e forza nuovamente il gruppo a registrare il secondo disco in due uniche sedute tra la metà e la fine del luglio del 1963. Il successo è arrivato, bisogna battere il ferro finché è caldo. Il 23 agosto viene infatti pubblicato il nuovo singolo "She Loves You", destinato a scuotere dalle fondamenta il panorama pop britannico nonché a diventare il singolo più venduto in assoluto del quartetto di Liverpool. Il brano amplifica la potenza del middle eight già comparso in "From Me To You", accelerando il ritmo beat guidato dalla batteria di Ringo e dalla Rickenbacker di Harrison. Lo "yeah, yeah, yeah" fa presa, abbarbicandosi all'ascoltatore come con la presa di un falco del pop-rock and roll. Tanto che qualcuno inizia a muovere il piedino anche negli States.
Il 13 ottobre del 1963 i Beatles devono esibirsi al più popolare spettacolo di varietà televisivo, il Sunday Night at the London Palladium. È il delirio. Masse di fan urlanti - specie ragazzine adolescenti - bloccano il traffico, premendo sulla polizia e addirittura inseguendo la limousine dei quattro col caschetto. I giornali londinesi di Fleet Street hanno dato un nome a questo fenomeno isterico di massa: Beatlemania.

Dal 24 al 31 ottobre 1963, i Beatles sono in Svezia per il loro primo tour all'estero. Al ritorno, all'aeroporto di Heathrow, c'è una massa ululante ad attenderli, ripresa da parecchi giornali e televisioni. Tutti vogliono i Beatles, persino la famiglia reale. In occasione dello spettacolo del Royal Command, i quattro suonano al teatro Prince of Wales di Londra. Lennon, con un gesto che diventerà leggendario, invita i reali a far tintinnare i gioielli in segno d'approvazione. Le ragazzine sono in visibilio per il loro sfrontato comportamento da ribelli.
Nel frattempo è pronto per l'uscita il secondo album, il 22 novembre del 1963.

Sull'onda di quella che è appena stata definita Beatlemania, With The Beatles (Parlophone, 1963) tenta di dare un seguito all'appeal radiofonico-commerciale del disco d'esordio. I quattro di Liverpool sono ancora costretti a registrare in presa diretta, senza avere il tempo necessario a rifinire arrangiamenti e approcci vocali. Ne viene fuori un altro album immediato, grezzo, ma leggermente più raffazzonato di Please Please Me. Vale ancora una volta la formula-canzone del ritornello in yeah, yeah, yeah, ripreso dall'acceso numero twist-beat della lennoniana "It Won't Be Long". I Beatles virano verso un deciso stile Miracles, come ad esempio nella malinconica "All I've Got To Do". Malinconia più tipica di John che di Paul McCartney, che invece galleggia spensierato nel mare beat di "All My Loving". Harrison, da par suo, si nutre di una certa acredine adolescenziale, firmando la sua prima composizione originale per il gruppo, "Don't Bother Me".
Sono prime bozze, semplici tentativi di arrivare a una maturità compositiva, rimarcate dal divertissement per armonica di "Little Child" che è poi qualcosa di già sentito altrove. Guidati da George Martin, i quattro tentano evidentemente la strada facile del fascino su un pubblico tutto al femminile, come fa ad esempio McCartney che rivisita Broadway in salsa latina con "Till' There Was You". Ascoltando le conga suonate da Ringo Starr non si ha decisamente l'impressione di essere davanti a una band dal futuro leggendario.
In effetti, la ritrosia della Capitol potrebbe essere giustificata dal fatto che i Beatles prendono a piene mani dal repertorio della Tamla Motown, non introducendo nulla di particolarmente innovativo all'interno del panorama musicale anglofono. "Please Mr. Postman" ne è un esempio, tratto dal repertorio delle Marvellettes. E così i Beatles sembrano un gruppo che piace alle ragazzine semplicemente perché suona il boogie-woogie di artisti statunitensi come Chuck Berry, in "Roll Over Beethoven" (in realtà Harrison pare suonare l'intro di "Johnny B. Goode"). Perché, dunque, pubblicare una band che suona Smokey Robinson (in "You Really Got A Hold On Me") in maniera meno piena e soul? Di certo non aiuterebbe il tribale "I Wanna Be Your Man" cantato da Ringo Starr o il doo-wop latineggiante di "Devil In Her Heart".
I Beatles di "Money", insomma, sembrano un gruppo buono per le classifiche e per i cuori delle ragazzine di tutta l'Inghilterra. Ma qualcosa dirà al mondo che non è proprio così.

Alla fine del 1963, "She Loves You" si riprende la testa delle classifiche inglesi, prima della pubblicazione di un nuovo singolo che diventerà presto uno spartiacque all'interno della carriera della band di Liverpool. Il 12 dicembre, "I Want To Hold Your Hand" sale al primo posto delle classifiche d'Albione.

L'invasione britannica

Dovete scrivere una canzone con l'America in mente.
(Brian Epstein a Lennon/McCartney)

BeatlesQuando viene pubblicato il singolo "I Want To Hold Your Hand", tutti si rendono immediatamente conto di avere davanti alle orecchie una canzone assolutamente eccitante, gioiosa, irresistibile nel suo beat. Ma si tratta di un brano non tanto scritto per il pubblico britannico, ormai già conquistato, ma per quello statunitense, ben più diffidente davanti a quattro ragazzini inglesi coi capelli a caschetto e Chuck Berry nella mente. Oltretutto si tratta degli Stati Uniti, nazione a lutto per la morte tragica del presidente John Fitzgerald Kennedy. Ma avviene qualcosa che ha dell'incredibile: "I Want To Hold Your Hand" riesce a risollevare l'umore di una nazione, che si prostra definitivamente ai piedi dei quattro del fiume Mersey dopo l'apparizione al seguitissimo Ed Sullivan Show del 9 febbraio 1964. La stessa musica pop statunitense viene attraversata da come una corrente elettrica, un beat quasi sconclusionato che in realtà è stato arrangiato perfettamente a tavolino. La spontaneità del brano fa epoca, riverberando l'eco della troppo lontana rivoluzione del rock and roll di Elvis Presley. Il look perbenista dei Beatles (voluto da Brian Epstein e malgradito da Lennon) maschera le allusioni sessuali del brano, che spinge i giovani a provare a vivere, al di là dei precetti cristiano-borghesi. Tra il 20 e il 30 gennaio del 1964, i primi due dischi del gruppo (il secondo uscito negli Usa col titolo "Meet The Beatles") vendono all'improvviso come il pane.
La Beatlemania è ormai affare anche degli Stati Uniti. Il 7 febbraio 1964, poco prima dell'esibizione allo show di Ed Sullivan, i Beatles vengono accolti da una folla a dir poco osannante all'aeroporto JFK di New York. Saranno 73 i milioni di persone che vedranno lo spettacolo incollati al televisore di casa.

Dopo il trionfo a stelle e strisce, i quattro tornano in patria, per iniziare le registrazioni del loro prossimo disco in studio. I lavori sono solo all'inizio, interrotti all'inizio di marzo per dare avvio alle riprese del film "A Hard Day's Night", diretto da Richard Lester. Si tratta di un documentario al limite della commedia, che testimonia la vita in tour della band, costretta a fughe improvvise da masse urlanti di ragazzini al confine con la psicosi collettiva. Non a caso, l'apertura del film mostra i quattro che cercano di prendere un treno, inseguiti da un'ora selvaggia di fan. La pellicola alimenta ancora di più la fama internazionale della band e ne amplifica l'immagine furbetta, irriverente, irresistibile.

I Beatles, ormai, trasformano in oro tutto quello che toccano. Il 16 marzo viene pubblicato negli Stati Uniti il singolo "Can't Buy Me Love" ed è la prima volta che un brano della band esce prima in America che in Inghilterra. In fondo, si tratta della stessa America che sta mandando in cima alle chart "She Loves You". L'allegra melodia del brano viene tuttavia spazzata via dall'energia scintillante di "Can't Buy Me Love", che rimane in testa alle classifiche statunitensi per cinque settimane di fila. I Beatles sono come divinità del pop, perché i primi cinque posti delle classifiche sono tutti occupati da loro canzoni, più altre undici nelle Top 100.

Il 19 giugno del 1964 viene pubblicato in Gran Bretagna l'Ep Long Tall Sally (Parlophone, 1964), trascinato dal brano omonimo scritto in parte dallo stravagante funambolo del rock and roll Little Richard. L'interpretazione del brano viene affidata a Paul McCartney, decisamente più a suo agio rispetto a Lennon nell'imitare gli scatenati vocalizzi di Little Richard. A John viene invece affibbiata la più acida "I Call Your Name" (peraltro scritta dallo stesso Lennon), che si divincola non troppo sinuosa tra campanacci e inflessioni quasi giamaicane. Ancora più sfilacciata, la cover di "Slow Down", rock and roll dal gusto fifties scritto dal meno conosciuto Larry Williams.
Il piccolo disco sembra quasi un riempitivo, composto di evidenti seconde scelte del gruppo. A riprova di ciò, un'altra cover - affidata alla voce nasale di Ringo Starr - di "Matchbox" di Carl Perkins, un rockabilly eseguito senza particolare convinzione.

Dopo aver conquistato definitivamente l'Inghilterra, i Beatles si preparano - nel corso del 1964 - a diffondere il loro verbo beat in tutto il mondo. Il 4 giugno partono in tour per visitare paesi come la Danimarca, l'Olanda, l'Australia e la Nuova Zelanda. Ad Adelaide, circa 300.000 persone si radunano sotto l'albergo dei Beatles, per dare forma a un'isteria di massa che ormai si palesa ovunque i quattro vadano a suonare. La Beatlemania è ormai ovunque, diffusa come un virus.
Quando esce il terzo album ufficiale della band, il 10 luglio del 1964, la città di Liverpool decide di indire una manifestazione pubblica in onore dei quattro dai capelli a caschetto.

"A Hard Day's Night": l'inizio della svolta

Ho sentito uno strano accordo.
(John Lennon)

Mentre la loro città natale celebra il suo giorno di festività pagana, in tutta la Gran Bretagna esce l'atteso A Hard Day's Night (Parlophone, 1964), attorniato già prima della pubblicazione dall'aura di leggenda isterica creata dall'omonimo film di Richard Lester. Passa una manciata di secondi dall'inizio dell'album e si capisce immediatamente che qualcosa è cambiato nel suono dei quattro. Basta un solo strano accordo, un colpo di plettro che si riverbera quasi all'infinito, per aprire ufficialmente una stagione artistica che ribalterà completamente il panorama musicale britannico e mondiale. Il ritmo beat guidato da Lennon nella title track annuncia la rivoluzione, scandita dal più efficace assolo di Harrison fino a questo momento, prima di concludersi con lo stesso riverbero iniziale, in volo verso lidi sonici che sono in là da venire.
"A Hard Day's Night" (la canzone) non viene più ripetuta nel corso del disco, che lascia piuttosto spazio a una carrellata di brani tra il melodico e il malinconico, in rima con i primi due lavori, anche se con maggiore cura. Lennon intende maturare a velocità doppia, ispirandosi chiaramente a Bob Dylan quando detta il tempo dell'armonica di "I Should Have Known Better". La sua è la tipica grinta del rocker statunitense, urlata in "Any Time At All" e più soulful in "You Can't Do That", che non a caso viene ispirata dalla musica di Wilson Pickett.
McCartney, da par suo, cerca di familiarizzare con il suo innato talento melodico, superando di gran lunga molti suoi colleghi soltanto con la struttura irresistibile di "Can't Buy Me Love", fermata e ripresa grazie al sempre più prezioso apporto di Ringo Starr. Con "Can't Buy Me Love" inizia quella che sarà una delle guerre tra compositori più fruttuose dell'intera storia del rock mondiale, con McCartney e Lennon a sfidarsi a colpi di ritornelli, derive psichedeliche e ballate di cristallina purezza.
Ma siamo ancora agli inizi, perché il disco pecca ancora di ingenuità. Se la ballata "If I Fell" tenta di mostrare un lato romantico e nostalgico dei Beatles, brani come "Tell Me Why" richiamano un po' troppo da vicino lo stile corale della Tamla Motown. E, per quanto orecchiabile, "I'll Cry Instead" ricalca essenzialmente certe fusioni di blues, country e western made in Usa. Harrison pesta bene sull'acceleratore, con il beat di "I'm Happy Just To Dance With You", ma il boogie di "When I Get Home" è buono solo per le masse urlanti, per l'esibizione da palcoscenico. Decisamente più interessante, invece, lo spunto di "And I Love Her", che mostra un McCartney in versione latino con sì un occhio troppo languido, ma anche con una verve pop di rara intensità. Ma tanto l'importante è quello strano accordo, quel colpo di plettro che darà inizio a tutto quanto.

Appena uscito, A Hard Day's Night arriva subito al numero uno in classifica, spopolando in Inghilterra così come negli Stati Uniti. E il Nuovo Continente si appresta ad accogliere il primo tour oltreoceano dei quattro, che partono alla metà di agosto e tornano in patria soltanto il 20 di settembre. Il 1964 è per i Beatles un anno che quasi non termina più, con un successivo tour in Gran Bretagna e la lavorazione a più riprese su quello che dovrà essere "il quarto dei quattro".
Alla fine di novembre, viene pubblicato il nuovo singolo "I Feel Fine" che inizia con una nota vibrante di basso per poi scivolare verso un suadente riff pilotato in feedback. È un blues mutante, ipnotico, reso armonico dalla melodia e dal facile ritornello. Arriva ovviamente al primo posto delle classifiche, restandoci per settimane.

"I Feel Fine" funge da apripista al cosiddetto "quarto dei quattro", ovvero Beatles For Sale (Parlophone, 1964), il disco che chiude un'annata irripetibile di ascesa continua alla stardom mondiale. I Beatles sono, nelle proprie parole, "stanchi morti", provati da infinite ore di registrazione e continui tour in giro per un pianeta completamente pazzo di loro. Ma c'è molto al di là della fama e dello champagne. Ci sono quattro musicisti in cerca della propria creatività, quattro personalità destinate a brillare nel firmamento del rock internazionale. E Beatles For Sale sembra quasi un disco di servizio, un laboratorio dove poter provare senza aver eccessiva paura di sbagliare. E infatti Lennon ci prova. Prova a fare Bob Dylan, innanzitutto con l'asciutto ritmo di "No Reply" e poi con la ballata folk "I'm A Loser", impreziosita da un buon assolo di armonica. Dylan è nel 1964 forse l'unico artista capace di attirare su di sé le speranze di un'intera nazione ed è probabilmente la prima persona a introdurre i quattro di Liverpool alle droghe leggere. I Beatles bevono scotch e coca e soprattutto scrivono ballate come "Baby's In Black", leggiadre, romantiche. Sono gli stessi quattro che guardano ancora con devozione il rock and roll statunitense, racchiuso nella sua essenza da Chuck Berry e dalla sua scatenata "Rock And Roll Music".
I Beatles cercano di trovare il ritornello catchy, quello della filastrocca "I'll Follow The Sun". Per certi versi non riescono ad andare oltre il calypso di "Mr. Moonlight" o la verve di "Kansas City/Hey, Hey, Hey". Probabilmente perché bisognava riempire un nuovo disco, dare suoni in pasto alle masse urlanti. Dato che quando parte il riverbero di "Eight Day's A Week" si nota una maggiore cura nei dettagli, nei cori, nell'handclapping nervoso.

I quattro di Liverpool non sembrano aver avuto molto tempo per registrare il disco, riempito com'è di cover, dal Carl Perkins di "Everybody's Trying To Be My Baby" (cantata da Harrison) al rockabilly di "Honey Don't" (efficace il lavoro di Ringo Starr). Quello che salta tuttavia all'orecchio è che si tratta di una mera questione di voglia e tempo. Una canzone più o meno banale - "What You're Doing" - nasconde infatti un dettaglio fondamentale, quel ritmo di chitarra jingle-jangle che di lì a poco guiderà la rivoluzione.

Membri dell'Impero Britannico

"Ticket To Ride"? Uno dei primi pezzi heavy-metal mai registrati.
(John Lennon)

BeatlesAll'inizio del 1965, John Lennon sente come non mai il peso della gigantesca fama acquisita dal suo gruppo. È annoiato dal suo matrimonio, dai continui concerti in cui a sentirsi davvero è soltanto l'unico collettivo urlo di un pubblico di adolescenti in crescita ormonale. Decide allora di chiedere aiuto, attraverso una nuova canzone, scritta dopo aver saputo dal regista Richard Lester che le riprese per un secondo film con i Beatles sarebbero iniziate alle Bahamas. "Help!" fa parte di un periodo creativo che Lennon definisce "da Elvis grasso", ma in realtà è un ulteriore passo in avanti nella composizione di musica in perfetto stile dylaniano.
Come antipasto al prossimo album, i Beatles pubblicano il singolo "Ticket To Ride". Ed è una sorprendente rivelazione: perché è cupo, strascicato, non certo ottimo per le vette commerciali. Infatti, gli Stati Uniti ne ordinano un numero limitato di copie, mentre "Help Me Rhonda" dei Beach Boys sta letteralmente spopolando. La stampa di  settore è però convinta che si tratti di un beat assolutamente rivoluzionario. In realtà, è il modo con il quale i Beatles tentano di comporre musica più dura, sulla scia di gruppi come Animals, The Who e Rolling Stones. E soprattutto è una delle primissime canzoni composte sotto effetto di Lsd. Il ritmo più sinuoso e psichedelico di chitarra ne è la prova abbastanza lampante.

A giugno, mentre continuano le riprese per il secondo film di Lester, i Beatles vengono nominati "baronetti" dalla Regina Elisabetta II, dopo che il primo ministro Harold Wilson aveva inserito i quattro di Liverpool nella lista dei candidati all'onorificenza, al vanto di chiamarsi "Sir". La notizia (premiare quattro musicisti pop!) provoca l'indignazione di molte figure istituzionali che decidono di rifiutare il titolo in segno di protesta.

Tra la fine di giugno e l'inizio di luglio del 1965, i Beatles sono in tour tra Francia, Spagna e Italia. Nel Belpaese si esibiscono prima al Vigorelli di Milano, poi al Palasport di Genova e infine al Teatro Adriano di Roma. L'isteria collettiva non accenna a diminuire.
Il 6 agosto del 1965 esce il quinto album di quelli che ormai vengono chiamati "Fab Four", i favolosi quattro.

Help!
(Parlophone, 1965), colonna sonora dell'omonimo film, tenta di allargare le maglie soniche dei due dischi precedenti, finendo con l'imporre definitivamente John Lennon e Paul McCartney come grandi autori contemporanei. Lennon in primis, ormai ossessionato da quello che molti definiscono il suo periodo dylaniano. "Help!" (il brano) vira verso un efficacissimo folk-rock potenziato, che racconta l'esigenza del suo compositore di ritrovare la pace perduta. I Beatles sono ormai come dei fenomeni da circo, osannati a prescindere dalla qualità dei loro pezzi. A un loro concerto, non importa se Harrison stecca: non lo si può sentire. "Help!" (il brano) aiuta i quattro a sfogare la propria creatività al di là della fama mondiale. Aiuta ad esempio Paul McCartney a lavorare di fino con i suoi cristallini ricami pop, come quello di "The Night Before", invischiata in un ritmo ballabile. È però Lennon che all'inizio vince la sfida con il compagno di band, siglando la purezza da folk per flauto di "You've Got To Hide Your Love Away", quasi una nenia mistica per innamorati perduti. McCartney non riesce a rispondere con tanta creatività, limitandosi a far ballare ancora con il simil-country di "Another Girl".
Harrison e Starr stanno quasi a guardare, come incapaci di stare al passo con i propri leader. Il primo ritenta la via della composizione originale con il blues di "You Like Me Too Much", ma siamo su territori sonici tradizionali. Starr fa invece il ruolo del giocherellone, divertendosi con la cover di "Act Naturally". Mentre Lennon piazza un altro gioiello, quel "Ticket To Ride" già menzionato come singolo. Rivoluzionario.
McCartney rincorre il compare, con la semplicità di "Tell Me What You See" e il folk malinconico di "I've Just Seen A Face". E poi fa centro, con i 2 minuti e rotti di "Yesterday" che non solo è nuda nella sua estrema tristezza, ma anche sviscerata da uno dei primi arrangiamenti per archi coordinati da George Martin. Violini e violoncelli seguono la scarna chitarra acustica, accompagnando il canto mellifluo di McCartney, che ha bisogno di un posto dove nascondersi. Con "Yesterday", McCartney indica una strada futura sempre meno legata al pop e al rock and roll. Sempre più creativa, nell'estremo senso della parola.

Rubber Soul: la maturità

Come è difficile essere semplici.
(Vincent Van Gogh)

Fu il primo album a far conoscere una nuova, più matura versione dei Beatles.
(George Martin)

Con "Ticket To Ride", "Help!" e "Yesterday", I Beatles sono ormai sul tetto del mondo. Alla vigilia del Ferragosto del 1965, i quattro partono per il terzo tour negli Stati Uniti. Un tour trionfale, che raggiunge il suo apice con un concerto monumentale allo Shea Stadium di New York, davanti a più di 55mila spettatori urlanti. Alla fine del mese, i baronetti vengono ricevuti dal Re del rock and roll Elvis Presley, nella sua casa di Los Angeles. Mentre il loro ultimo disco sale vertiginosamente nelle classifiche e Londra assiste alla prima del nuovo film di Richard Lester.
E non è arrivato affatto il momento di fermarsi, i Beatles sono come un turbine di creatività da studio di registrazione. Alla metà di ottobre, i quattro iniziano le registrazioni per un nuovo album di materiale originale. Registrazioni spontanee quanto complesse, che viaggiano a cento all'ora.
A dicembre, Lennon e soci intraprendono quello che sarà il loro ultimo tour in Gran Bretagna, per la cifra complessiva di 18 date.
Il 3 dicembre del 1965 è già pronto per i negozi Rubber Soul.

Con Rubber Soul (Parlophone, 1965), i Beatles dipingono un nuovo, rivoluzionario scenario nella musica pop di marca anglofona. In quattordici brani, quasi tutti dalla durata inferiore ai tre minuti, i quattro del Mersey toccano dei vertici compositivi che all'improvviso si fanno irraggiungibili per molti autori contemporanei, gettando le basi per una nuova monarchia illuminata in tre accordi. Il disco, infatti, potrebbe senza indugio venire utilizzato per raccontare l'essenza stessa della pop music. I Beatles, insomma, iniziano a fare sul serio, con le menti amplificate grazie all'assunzione più frequente di Lsd.
Il boogie di "Drive My Car", sostenuto da un Paul McCartney insolitamente roco, rivela la sua fragranza psichedelica, con tanto di assolo acido di un più convinto George Harrison. È una sperimentazione che inizia a farsi più libera e volteggiante, come quando Lennon si sfoga con "Norwegian Wood (This Bird Has Flown)", prima delle cosiddette canzoni-commedia del quartetto. "Norwegian Wood" è la voglia di andare oltre le cover rock and roll e i semplici brani pop in yeah, yeah, yeah. È l'intenzione ferma di raccontare una storia straziante, basata su un tappeto folk spettrale a base di sitar raddoppiato. È la prima volta che Harrison sperimenta infatti i risultati dei suoi influssi raga, ispirati dal suonatore di sitar indiano Ravi Shankar.
Lennon, come al solito, parte forte, infilando nel mucchio sonico la ballad atonale e annoiata "Nowhere Man", frutto di una sua condizione di profonda insoddisfazione, anche matrimoniale. McCartney non brilla nel pop in la la la di "You Won't See Me". Ma è solo un divertissement, come la successiva e briosa "I'm Looking Through You". Alla fine McCartney ripete il miracolo di "Yesterday" con il folk francesista di "Michelle", accompagnato da una melodia quasi cristallina, pura. Difficilissima proprio perché di una semplicità estrema. Ma Lennon è ancora in agguato, pronto con la sua risposta a "Michelle". "In My Life" ripercorre una vita in maniera quasi straziante, con l'intermezzo del piano elettrico suonato da George Martin, come a dare un tocco di sacralità al suo viaggio a ritroso. Prima di intraprendere il ritmo ballabile di "Run For Your Life", acida conclusione di un disco che improvvisamente si lascia alle spalle tutti gli altri, lanciando il primo seme nel vasto ecosistema del pop mondiale.

Alla fine di dicembre, insieme a Rubber Soul viene pubblicato il 45 giri "We Can Work It Out". Ed è un vero colpo di genio. "We Can Work It Out" è il brano che mescola in maniera perfetta il talento arioso di Paul McCartney con quello malinconico e sghembo di John Lennon. Il giro di valzer viene accompagnato dal tamburino di Starr e soprattutto dall'armonium suonato da Lennon, in perfetto stile Esercito della Salvezza. I Beatles impiegano undici ore di lavorazione in studio per realizzare il brano, segno che qualcosa sta cambiando, che l'impulsività di un tempo è ormai alle spalle.

All'inizio del 1966, George Harrison porta all'altare Patti Boyd, prima di una breve vacanza alle Barbados. Il 4 febbraio, Lennon fa scoppiare lo scandalo: il quotidiano londinese "Evening Standard" pubblica una sua intervista rilasciata a Maureen Cleave, dove dichiara che il suo gruppo è attualmente più famoso di Gesù Cristo. "Non so chi morirà per primo - dice Lennon - il rock and roll o il Cristianesimo".
In attesa di risposta, i quattro si chiudono nuovamente in studio per le sessioni del disco successivo. Il primo maggio del 1966 nessuno è a conoscenza del fatto che lo spettacolo organizzato dal New Musical Express costituirà l'ultima occasione per assistere a un concerto dei Beatles in Gran Bretagna. I Beatles sono su un altro pianeta, ormai.

The Psychedelic Experience

In "Revolver" c'è musica che nessuno ha mai fatto.
(Paul McCartney)


BeatlesIl 10 giugno del 1966 i Beatles pubblicano il loro dodicesimo singolo per il mercato britannico, "Paperback Writer". Il brano scoppia d'energia, guidato da chitarre tra lo psichedelico e il power-pop. A cantare è McCartney, accompagnato da una sorta di coro polifonico a quattro parti, evidentemente modellato su quelli resi famosi negli Stati Uniti dai Beach Boys di Brian Wilson, appena sbarcati in Gran Bretagna con il singolo "Sloop John B".
Dal 23 giugno al 4 luglio, il gruppo è ancora in tournée, tra Germania Ovest, Giappone e Filippine. Infatti, la sera del 26, Lennon e soci tornano a suonare ad Amburgo, dove si ritrovano a visitare luoghi di un passato che sembra ormai lontano anni luce.
Alla fine di luglio, la nota intervista di John Lennon in cui ammette di essere più famoso di Gesù Cristo viene pubblicata per il pubblico statunitense. Nelle zone più conservatrici e bigotte della nazione il chitarrista viene accusato di blasfemia. Dischi e testi dei Beatles vengono banditi, addirittura bruciati. Ma non importa più di tanto: il 5 agosto è pronto per la pubblicazione uno dei dischi più emblematici del suo tempo.

Revolver
(Parlophone, 1966) è uno degli album che aprono ufficialmente la stagione della musica psichedelica, un disco che mescola in maniera stupefacente tre ambiziose direzioni creative. A partire da quella imbevuta d'acido di John Lennon. Dopo aver incontrato Dylan e aver provato con la marijuana, Lennon dà inizio ai suoi viaggi con l'Lsd, ammorbidendo non di poco il suo carattere attraverso l'espansione della mente. Ciò che più lo attrae in questo momento è il testo "The Psychedelic Experience", scritto a quattro mani dal guru Timothy Leary e dallo psicologo apostata Richard Alpert. Da qui, l'idea di "arrendersi al vuoto", di lasciare che i suoi pensieri vagassero liberamente, scintillanti. L'assurdo, sconvolgente finale di "Tomorrow Never Knows" è il frutto più compiuto di questi viaggi in acido, struttura completamente anarchica di vari tape loop registrati ad hoc e messi insieme per fornire all'ascoltatore l'idea di una vera esperienza con la droga. Lennon sperimenta con uno studio di registrazione amplificato dall'alterazione della mente, come ad esempio nell'atonale ballata "I'm Only Sleeping", creazione a partire da chitarre indiane rovesciate e un andamento da music-hall che in parte era già stato affrontato dai nuovi Kinks. Con "Revolver" si inizia a parlare di rock psichedelico, probabilmente incarnato dalle irregolarità acide di "She Said She Said", risposta dei Beatles al nuovo sound scintillante dei Byrds di Roger McGuinn.
Se Lennon sperimenta con le droghe, Paul McCartney continua il suo certosino percorso con l'armonia, arricchita da inflessioni sempre più classicheggianti. Il suo capolavoro è "Eleanor Rigby", vero e proprio trattato sulla morte per ottetto d'archi. A seguire, la memorabile ninna-nanna di "Here, There And Everywhere" e l'inarrivabile semplicità di "For No One", una sorta di valzer in 4/4 impreziosito da un anomalo assolo di corno francese.
Ma Revolver è anche il disco che consacra definitivamente il talento nascosto di George Harrison, sempre più infatuato della musica indiana esportata da Ravi Shankar. Cosa non evidente in "Taxman" - il pezzo migliore del suo lotto - che vira verso un ritmo blueseggiante anti-governativo, con tanto di coro e chitarra distorta. "Love You To" è tuttavia puro gat orientale per sitar.
Quello che segue, per riempire l'album, potrebbe essere quasi definito superficiale. Ma di superficialità non si tratta, affatto. La divertente "Yellow Submarine" è una filastrocca per bambini cantata da Ringo Starr, che tuttavia nasconde (poco a dire il vero) un lavoro magistrale da parte degli effetti di studio. "Good Day Sunshine" vira verso un barrelhouse, mentre "Got To Get Into My Life" diventa una sorta di sarabanda per fiati soul.
Il disco è dunque di una complessità a tratti sconvolgente, e mette definitivamente in soffitta ogni velleità pop precedente da parte del gruppo. Con Revolver, i Beatles giungono alla loro maturità compositiva, firmando uno degli album più illuminati dell'epoca.

La banda del club dei cuori solitari del Sergente Pepper

L'Lsd dava forme e colori alle nostre percezioni. Cominciammo a capire che non c'erano tutte quelle frontiere che immaginavamo ci fossero. E capimmo anche che potevamo rompere le barriere.
(Paul McCartney)

Nell'estate del 1966, la carriera dei Beatles sembra giunta a un pericoloso bivio. La loro musica in studio è diventata complessa, non suonabile in contesti dal vivo come uno stadio o un club. Ovunque vadano, i quattro vengono accolti da un tale delirio che non si riesce nemmeno a sentire ciò che cantano o suonano, come in una gigantesca uccelliera. Per di più, Lennon e soci sono costretti a tornare sui propri passi artistici, ritrovando dal vivo i brani pop che maggiormente piacciono al pubblico adolescenziale. E c'è un episodio che non li incoraggia a proseguire in una carriera concertistica estenuante. Nelle Filippine, i Beatles fanno infuriare Imelda Marcos per non averle reso gli omaggi del caso. I quattro, maltrattati dai suoi tirapiedi, si infuriano soprattutto nei confronti del manager Brian Epstein, accusato di averli sottoposti a tour massacranti. E negli Stati Uniti la situazione non migliorerà, a causa delle dichiarazioni di Lennon su Gesù Cristo. A nulla servono le scuse ufficiali del cantante da Chicago: gli stadi sono mezzi vuoti, con Lennon che si diverte furiosamente a gridare oscenità a un pubblico che non può affatto sentirlo. È la goccia che fa traboccare il vaso. Al Candlestick Park di San Francisco, il 29 agosto del 1966, va in scena l'ultimo concerto dei leggendari quattro di Liverpool.
E non è ancora finita. George Harrison provvede a informare Epstein che vuole lasciare il gruppo. Il manager, per convincerlo a restare, informa tutti e quattro i suoi protetti che non ci saranno più tournée. Il chitarrista, per prendersi una pausa, se ne va in India a studiare sitar insieme a Ravi Shankar. Mentre Lennon, quasi per noia, decide di partecipare al film "Come ho vinto la guerra", diretto ancora da Richard Lester.

Il 9 novembre del 1966, Paul McCartney è vittima, insieme a Tara Browne, di un incidente motociclistico. Da qui, si diffonderà la voce che fosse morto (decapitato) nell'incidente, e quindi sostituito da un sosia. E mentre il cantante cerca di riprendersi, c'è un piccolo evento che diventerà nel tempo fondamentale per le sorti future dei quattro di Liverpool. Alla Galleria Indica, a Londra, John Lennon incontra per la prima volta l'artista d'avanguardia giapponese Yoko Ono. Originaria di Tokyo, la Ono passa a John un bigliettino: sopra c'è scritto breathe, respira.
Lennon rimane particolarmente attratto da Yoko Ono, ma l'amico Pete Shotton è sicuro che si tratti semplicemente di un flirt extra-matrimoniale. E poi c'è un altro album da realizzare, questa volta senza alcuna pressione causata da tour in giro per il mondo. I Beatles hanno tutto il tempo di partorire ciò che hanno davvero in mente.
E un lisergico assaggio lo forniscono con un nuovo singolo, che esce in Gran Bretagna il 17 febbraio del 1967. Allucinato episodio di sonnambulismo sonico, "Strawberry Fields Forever" aggiunge un altro tassello alla cattedrale di pop psichedelico del gruppo, andando ancora più in là rispetto alle derive di Revolver. Il mellotron accompagna cullandolo il brano, poi inacidito dalla cetra indiana suonata da Harrison. Definito da George Martin come il frutto di un "Debussy moderno", il singolo squarcia il velo dell'arte pop del periodo, arricchito dagli archi finali sulla marcetta guidata da Ringo Starr. E il tutto è un capolavoro d'estetica.
Se "Strawberry Fields Forever" incarna il dolce lato oscuro delle droghe psichedeliche tradotto in musica, il successivo singolo "Penny Lane" regala al mondo un altro frutto del genuino talento di Paul McCartney. Il brano si apre alla melodia più ariosa, accompagnata dal pianoforte e da piccoli svolazzi pastorali di ottavini e flauti. Prima di estendersi ancora, nel primo minuto, con un intermezzo orchestrale che diventerà quasi roba da music-hall verso la metà. "Penny Lane" incarna alla fine l'ottimismo di McCartney, il suo gusto barocco filtrato attraverso un gusto lisergico. Sinteticamente, i due brani insieme racchiudono buona parte della cultura della pace e dell'amore degli anni 60. Cosa che farà ancora di più, in maniera trionfale, l'album epocale del Sergente Pepper e della sua band del club dei cuori solitari.

BeatlesCon Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band (Parlophone, 1967), i Beatles riescono a toccare vertici sonici e compositivi al di là della loro stessa capacità collettiva. E infatti i quattro di Liverpool sembrano quasi trasformarsi, mutare pelle artistica nel gruppo-alter ego della band del club dei cuori solitari. Una sorta di orchestra a quattro elementi del pop, genere musicale che viene stravolto già a partire dalla canzone che fornisce il titolo al disco, un miscuglio di rock dal sapore più duro e di varietà edoardiano. È una sarabanda di tasselli preparati in studio di registrazione, con i quattro finalmente liberi di prendersi tutto il tempo, sciolto ogni vincolo da palcoscenico. La corale ninna-nanna boogie di "With A Little Help From My Friends" (cantata da un malinconico Ringo Starr) è una prima immersione in una dimensione parallela, costruita a partire dagli acidi e dalla voglia intima di cambiare il mondo che tanto segnerà l'immaginario collettivo della cultura hippy. La straordinaria forza intima del disco risiede proprio nella cattura delle menti più vogliose di apertura, diventando immediatamente una sorta di simbolo di ribellione percettiva.
A suonare la carica, l'estro di John Lennon, che firma il manifesto "Lucy In The Sky With Diamonds", una delle sue armonie più vicine al sogno, grazie a un tappeto d'organo da pura goduria sonica. È l'esplosione del lato più surreale e squisitamente letterario di Lennon, influenzato non soltanto dai testi cardine della cultura psichedelica (Alpert, Leary, Huxley), ma anche dalle favole strampalate di Lewis Carroll. McCartney, da par suo, sceglie la via del pop scintillante, in non troppo velata rivalità con i Beach Boys di Brian Wilson. "Getting Better" è un piccolo trionfo della lavorazione da studio, con le chitarre a suonare in maniera simultanea come ad aprire un arcobaleno di note. Stesso scintillio evidente nella girandola da vaudeville surreale di "Fixing A Hole", arricchita dal clavicembalo suonato da George Martin, il cosiddetto quinto Beatle.
La parte centrale dell'album è tutta di McCartney, che torna alle sue canzoni romanzate sullo stile di "Eleanor Rigby" e "For No One". "She's Leaving Home" è il racconto struggente di una ragazza incompresa, suggerita da una parte orchestrale che suona più o meno come la colonna sonora di un film. Tutto il disco, infatti, racchiude un certo senso cinematografico, allo stesso tempo slegato e legato come in un album di concetto. Alla dolce "She's Leaving Home" corrisponde il suo contraltare schizoide "For The Benefit Of Mr. Kite", composta da Lennon e uno dei vertici assoluti dell'opera. L'arrangiamento di Martin, praticamente perfetto, richiama con l'organetto una sorta di sagra di un paese surreale, un circo vittoriano narrato dalla voce grottesca di Lennon.
Poi, George Harrison, che torna ancora sui suoi nuovi territori indiani con "Within You, Without You". Il brano - uno dei più lunghi finora composti dai quattro - è tuttavia decisamente più curato dei precedenti episodi orientaleggianti del chitarrista. La rivoluzione del pensiero contro il materialismo imperante viene così accompagnata da un corposo e sinistro arrangiamento per sitar, tabla e archi. Se "Within You, Without You" rappresenta una deriva anomala rispetto al resto del disco, "When I'm 64" testimonia ancora una volta l'elastica versatilità di McCartney, che scrive all'ascoltatore una sorta di cartolina acustica da spiaggia, una girandola semplice semplice da music-hall.
E, mentre "Good Morning, Good Morning" si scatena in una sarabanda marciante, "Lovely Rita" suona l'honktonk con una serie di inserimenti per ottoni trattati. Eppure, sono solo scintillanti brani pop. La band del club dei cuori solitari si prepara alla sua uscita di scena con il breve ritmo frenetico di "Reprise". Prima di annunciare al mondo l'apocalisse sulle note iniziali di pianoforte. Quando inizia "A Day In The Life", con il testo cronachistico e la voce rauca di John Lennon, si ha come l'impressione di un qualcosa che sta per finire, per sempre. E non si sa se è l'album, la cultura dell'acido, il flower-power o la musica pop stessa. Poco prima dei due minuti, un'orchestra gigantesca inizia a salire, in turbinio che fa paura. Poi, una sveglia. McCartney cade dal letto e si accorge di essere in ritardo. E poi si addormenta e sogna. L'orchestra continua a salire, sostenuta dalla batteria a marcetta e dagli ululati drogati di Lennon. "Turn you on", si continua a ripetere. Ma il sogno a un certo punto finisce, mentre l'orchestra continua a salire, per lasciar spazio a una nota riecheggiante di piano. Fine di tutto. Con "A Day In The Life" Lennon trova la sua odissea nello spazio della mente, firmando un brano che va al di là della stessa blanda concezione della musica popolare, raggiungendo una catarsi che egli stesso non sarà più capace di ripetere.

Una volta terminato il disco, i Beatles si precipitano a casa di Mama Cass Elliott, spalancando le finestre del suo appartamento di Chelsea e facendo suonare "Sgt. Pepper" per tutto il quartiere. Da Chelsea a tutto il globo: negli Stati Uniti, la pubblicazione dell'album a giugno diventa una sorta di evento culturale, con le radio impazzite e una serie di musicisti di nota fama ad ascoltarlo giorno e notte. La Bbc decide tuttavia che le canzoni del disco sono un inno alla droga, bandendole dalla sua programmazione. Qualcuno, nel frattempo, parla di un momento determinante nella storia della civiltà occidentale.

Tra trichechi e campi di fragole

Se si dovesse riportare su un grafico la carriera dei Beatles, "Magical Mystery Tour" sarebbe sicuramente un picco verso il basso.
(George Martin)

Dopo l'uscita di "Sgt. Pepper", i Beatles sono praticamente sul tetto del mondo. Il 25 giugno del 1967 partecipano a quello che è il primo spettacolo in mondovisione nella storia della televisione. Saranno 400 milioni gli spettatori collegati. I Beatles vogliono scrivere qualcosa di nuovo per la trasmissione "Our World", qualcosa di politico, che mandi un messaggio universale. La canzone - che verrà suonata in un'atmosfera di festa tipicamente anni 60 - si chiama "All You Need Is Love".
"All You Need Is Love" è la sarabanda corale che rappresenta per certi versi il culmine dell'attitudine easy della cultura della pace e dell'amore della metà degli anni 60. Da un lato. Dall'altro ne è esattamente l'esasperazione, circondata da fiori, cartelloni e palloncini. Lennon compone un brano in maniera quasi svogliata, svuotata dopo l'apice inarrivabile dell'album del Sergente Pepper. La presenza dell'orchestra è invasiva, con violini, violoncelli e fiati a ballare tra il soul e un andamento (nel finale) da caccia alla volpe in chiave vaudeville. Il brano diventa una sorta di nenia al gusto hippy, con la frase love is all you need ripetuta in maniera allucinata. E il brano è circa un'allucinazione, andando a sottolineare (forse inconsciamente e forse no) la vacuità speranzosa di un modo di intendere il mondo. Che gli stessi Beatles assaggeranno presto, tra più o meno imminenti dissidi interni che Brian Epstein non potrà più risolvere.
Anche perché non è affatto felice la vita del manager Brian Epstein. L'uomo, già avvezzo all'ira e a momenti bui di depressione, ha subito una brutta botta quando i Beatles lo hanno informato - dopo i fatti di Manila - che non intendono fare più tournée. Come se ciò non bastasse, i quattro sono furenti con il manager per via di alcune clausole contrattuali con la Emi/Parlophone, che non hanno in pratica fruttato alcunché dai milioni di dischi venduti. Epstein si era inoltre assicurato entrate per il 25 per cento delle vendite dei dischi dei Beatles, senza nemmeno menzionare tutto ciò a Lennon e soci. La rottura è inevitabile e porta Epstein in uno stato mentale disastroso. Il 27 agosto del 1967, il manager viene ritrovato morto nel suo appartamento londinese dopo un cocktail micidiale a base di tranquillanti. È un brutto colpo per i Beatles, che perdono uno dei loro principali pigmalioni, uno di quelli capaci di cementare il gruppo nei momenti più delicati. Ma Lennon e soci sembrano tranquilli e ripetono davanti alle telecamere gli insegnamenti spirituali del loro nuovo guru, il Maharishi Mahesh Yogi.
Non c'è tuttavia molto tempo per riflettere sulla morte di Epstein: a settembre, iniziano le riprese del nuovo film con i favolosi quattro, intitolato "Magical Mystery Tour". Un film, o meglio un documentario surreale sull'attività creativa dei Beatles che riceve fin da subito una serie di critiche negative.
L'8 dicembre esce in Gran Bretagna la relativa colonna sonora, che in qualche modo arriva a placare un momento spesso definito di caos organizzato.

L'album Magical Mystery Tour (Parlophone, 1967) andrebbe analizzato attraverso un duplice sentiero d'ascolto. Ovvero se considerato come insieme di canzoni o come invece il frutto di un periodo di sconvolgimenti, a seguito della morte improvvisa di Brian Epstein e della non facile gestione del successo planetario dell'album del Sergente Pepper. L'idea di girare un film surreale su una sorta di strampalato tour magico a bordo di un autobus viene a McCartney, salvo poi trasformarsi da ipotetico documentario psichedelico in un'accozzaglia di riferimenti senza senso e maschere da grossi animali marini. La title track rispecchia infatti lo spirito del film, una sarabanda on the road che tuttavia per la prima volta mescola in maniera forse eccessiva gli effetti da studio di registrazione. Tra coretti, maracas e trombe, sembra quasi che i Beatles siano confusi, probabilmente annebbiati dal loro stesso successo di critica. E probabilmente un po' confuso è Paul McCartney, in genere lucidissimo nel confezionare cristalline ballate pop. "The Fool On The Hill" colpisce nel segno con il suo andamento da eterea giravolta acida, ma i flauti pastorali forse diventano a un certo punto troppo pesanti. George Harrison, da par suo, è ormai completamente immerso nello spirito della cultura indiana. Confeziona un brano - "Blue Jay Way" - che non fa altro che richiamare di continuo lo status di trance, aperto da un prologo strumentale in chiave blues. Con tanto di farcitura per mellotron dal tipico sapore orientale.
Fosse per questi pezzi, nessuno si sognerebbe di ammettere che si tratta dello stesso gruppo che ha creato "A Day In The Life". "Your Mother Should Know" arriva persino a irritare, con la sua solita filastrocca in chiave music-hall per allegre vecchiette. Questo fin quando non fa la sua comparsa in scena una canzone capolavoro come "I Am The Walrus". Il brano viene scritto da John Lennon, ancora alle prese con l'acido e i trip letterari di Lewis Carroll. Ma questa volta il surreale si mette al servizio della seria denuncia a sfondo politico, nei confronti della vecchia e bigotta Inghilterra. Viene fuori una sorta di filastrocca grottesca e schizoide in bilico perenne tra sogno e incubo. Lennon riesce in maniera allucinata a costruire schemi sonici neanche fosse in un quadro impossibile di Escher. E l'arrangiamento di George Martin è perfetto, curato in ogni minimo, anarchico particolare. Come le risate demoniache o le squarcianti aperture per archi. "I Am The Walrus" si trasforma così nella forse più strampalata e geniale canzone di protesta della storia della musica rock. E soprattutto salva con un miracoloso colpo di coda un disco altrimenti mediocre. Perché l'ispirazione di "Strawberry Fields Forever" e "Penny Lane" - già uscite come singolo a febbraio - non è contemporanea a un momento molto più delicato come quello del post-Brian Epstein-Sergente Pepper-acidi-tentazioni orientaleggianti-film schifosi.
A McCartney non rimane che continuare sulla strada del pop, quasi da masticare nell'elastica e irraggiungibile "Hello, Goodbye". Per il resto, la droga continua a caratterizzare le composizioni dei quattro, come avviene nella marcia di acid-dance di "Baby, You're A Rich Man", accompagnata da stralci di shehnai e vibrafono. A chiudere l'album, la già citata "All You Need Is Love".
Magical Mystery Tour
è dunque un disco che potrebbe sfiorare il 9 in pagella per certe canzoni senza tempo - "I Am The Walrus" è quasi un'esperienza da almeno una volta nella vita - ma che alla fine scende di qualche voto se considerato come novità rispetto a Sergeant Pepper e non come ripresa di canzoni già pubblicate.

All'alba del 1968, George Harrison si reca a Bombay, in India, per iniziare le sedute di registrazione del suo album "Wanderwall". Il chitarrista, infatuatosi della religione e delle sonorità indiane, cerca in pratica uno spazio creativo che nei Beatles gli è negato, schiacciato inevitabilmente dal peso della coppia d'oro Lennon-McCartney. Nel corso del mese di febbraio, i quattro di Liverpool sono a Rishikesh, sempre in India, per iniziare un corso di meditazione con il loro guru, il Maharishi Mahesh Yogi. Ma Ringo Starr non sembra molto interessato allo spiritualismo e decide di andarsene all'inizio di marzo. Seguito da un altrettanto stufo Paul McCartney. Nel frattempo, in Gran Bretagna, esce il nuovo singolo "Lady Madonna".
Con "Lady Madonna", McCartney tenta quasi di riportare il suo gruppo con i piedi per terra, sfruttando una canonica linea di blues per pianoforte boogie-woogie. E, musicalmente, è effettivamente un ritorno al pragmatismo, con tanto di cori doo-wop e iniezioni di sassofono. In pochi sanno al momento che tra i quattro di Liverpool emergeranno a breve dissapori personali ed artistici che costituiranno una ferita insanabile.

La ballata di John e Yoko

Nel momento in cui incontrai lei, la vecchia band era finita. All'epoca non me n'ero accorto, però stava succedendo proprio quello.
(John Lennon su Yoko Ono)

John Lennon & Yoko OnoA marzo, il singolo "Lady Madonna" resta solo per due settimane al vertice delle classifiche britanniche. Negli Usa riesce ad arrivare soltanto al quarto posto. Nell'aprile del 1968, Lennon e Harrison tornano in Inghilterra fortemente delusi dall'esperienza orientale con il Maharishi Mahesh Yogi. Qualcuno nel loro entourage ha infatti suggerito ai due che il guru fosse intenzionato a manipolarli, per approfittare di una più vasta risonanza mediatica. Stando ad alcune voci, il Maharishi avrebbe anche fatto delle avance sessuali ad alcune ragazze del gruppo dei Beatles.
Il 15 maggio del 1968, i Beatles annunciano a New York la formazione della Apple Corps, società frutto di corposi investimenti da parte del gruppo. Tra le varie diramazioni del conglomerato mediatico, una prestigiosa boutique a Londra e soprattutto una nuova etichetta - Apple Records - con l'obiettivo di abbandonare la Emi/Parlophone. C'è un accordo di distribuzione, in realtà, che lega ancora la Emi ai Beatles, almeno fino all'anno 1975.

Nel frattempo John Lennon e Yoko Ono sono praticamente inseparabili. Alla metà di maggio, iniziano a lavorare insieme all'album "Two Virgins". Un mese dopo, si recano alla cattedrale di Coventry per piantare una serie di ghiande della pace. Il loro rapporto è quasi totale, comprendendo una grande stima reciproca, oltre che un forte sodalizio sessuale e artistico. La loro prima comparsa in pubblico è datata 18 giugno: John e Yoko sono ormai una cosa sola.
Il talento avanguardista di Yoko Ono non fa altro che stimolare quello surreale di John Lennon, che - rispetto ai suoi colleghi di band - possiede una verve cross-artistica. Alla Robert Fraser Gallery viene inaugurata il primo luglio la sua prima mostra personale, intitolata "You Are Here".

Ai Beatles rimane un album in corso di registrazione e un nuovo film, questa volta un cartone animato psichedelico chiamato "Yellow Submarine". Diretto da George Dunning, il film esce a Londra il 17 luglio e narra le bizzarre vicende di un paese immaginario chiamato Pepperland. Il film animato - realizzato per volere di Epstein che aveva intenzione di chiudere il contratto con la United Artists - non viene comunque accolto bene dalla critica, anche se riesce a catturare l'immaginario fantastico della controcultura del periodo.
Il 30 luglio del 1968, un altro campanello d'allarme risuona per i quattro di Liverpool, segno di un futuro particolarmente teso. Chiude infatti la boutique Apple, dopo aver perso una quantità considerevole di denaro. Come se non bastasse, Cynthia Lennon dà avvio alle pratiche per il divorzio, portando davanti al giudice evidentissime prove del comportamento adultero di John.

Alla musica rimane poco, ma il 30 agosto viene pubblicato il singolo "Hey Jude", che si trasformerà ben presto nella canzone più venduta dai Beatles negli Stati Uniti.
"Hey Jude" è un'altra composizione di McCartney, ennesimo frutto della sua brillante e infaticabile ricerca nei meandri di una certa musica d'autore, di un cantautorato semplice nella sua immediatezza, costruito nota su nota come una variegata cattedrale della musica popolare del 900. Il brano, inizialmente in formato ballata per pianoforte, si evolve lentamente nei suoi ben sette minuti di durata, bollendo in salsa gospel-pop verso uno scatenato finale corale, tra prolungati na-na-nas e arricchimenti orchestrali nel classico stile sinfonico di George Martin.
Nonostante la lunga durata, "Hey Jude" spopola negli Stati Uniti, rimanendo in testa alle classifiche per nove settimane.
Il successo della canzone non serve tuttavia a sanare contrasti sempre più evidenti in seno al gruppo. Le registrazioni per il nuovo album sono quasi un calvario, data la presenza ingombrante di Yoko Ono, che ormai segue Lennon come un'ombra. L'artista del Sol Levante spinge John verso lidi musicali d'avanguardia, come ad esempio nel delirio schizoide di "Revolution 9". Un brano che gli altri tre "scarafaggi" non hanno intenzione di inserire nel disco. Ma, al di là dell'episodio, è la freddezza generale con cui la Ono è accolta a far irritare Lennon, che vorrebbe in pratica fare della sua nuova musa un membro de facto del gruppo di Liverpool. E Yoko non risparmia critiche al lavoro svolto in studio, a volte anche feroci.

L'Album Bianco

Ormai ero soltanto io con un gruppo di spalla, e Paul con un gruppo di spalla.
(John Lennon)

Beatles - John Lennon & Paul McCartneyThe Beatles (Apple Records, 1968), meglio conosciuto con il titolo di Album Bianco, è un magniloquente doppio disco che racconta senza pietà alcuna il presente di un gruppo diviso, lacerato internamente da conflitti ormai insanabili. L'unione compatta del suo brano d'apertura - il boogie supersonico in stile Beach Boys di "Back In The Ussr" - non è altro che una sorta di specchietto per le allodole, arrochito dall'insolita voce tonante di Paul McCartney. I Beatles sono un gruppo allo sbando, segato in quattro dal loro stesso carisma, da una donna giapponese, da un manager deceduto e soprattutto da ambizioni artistiche completamente differenti. John Lennon parla un linguaggio musicale quasi alieno al resto del gruppo, a partire dal fingerpicking per bambini di "Dear Prudence" prima di proseguire immediatamente con lo schizoide beat orchestrale di "Glass Onion". Paul McCartney cerca invece di regalare nuova linfa alle sue composizioni, spesso inciampando in memorabili numeri pop come la sciocca ska di "Ob-La-Di, Ob-La-Da" e irresistibili quanto ironiche composizioni da borghesia inglese a ritmo di vaudeville, come "Martha My Dear".
Non a caso, "Martha My Dear" è un brano in cui compare il solo McCartney, completamente isolato in studio, lontano dagli altri tre compagni. Compagni come George Harrison, che guarda verso territori sempre più rock-blues, sospinto dall'amico Eric Clapton, magistrale nella sua parte di chitarra nella splendida ballata rock "While My Guitar Gently Weeps". Harrison è però certamente meno dotato della coppia miracolosa e si ritaglia anche spazi sonici di dubbia validità, come il madrigale per clavicembalo di "Piggies" e la litania in salsa indiana "Long, Long, Long".
L'Album Bianco è come una soffitta dei ricordi di quattro personalità creative ormai lontane tra loro, permeato da un alone insistente e impietoso di tristezza raggelante. Tristezza che assale l'ascoltatore quando parte il fingerpicking di "Blackbird", scintillante e irripetibile esempio di folk-pop alla ex-maniera del Mersey Beat. Ma soprattutto quando Lennon apre insolitamente il suo cuore in "Julia", straziante intimità acustica dedicata alla madre mai avuta. È probabilmente Lennon il vero mattatore del disco, aiutato dalla non sempre opportuna (ma a tratti illuminante) Yoko Ono.
Liberato da ogni vincolo, John può dare sfogo a tutta la sua creatività distorta, firmando anzitutto "Happiness Is A Warm Gun", suite in meno di tre minuti, in bilico tra folk-blues e doo-wop. Un canto isterico, che sale e varia a seconda del tempo e delle ispirazioni del suo compositore. Lo stesso compositore (o autore) che firmerà nel prosieguo del disco il blues sonnolento di "Yer Blues" e l'acidità dissonante di "Everybody Has Something To Hide Except For Me And My Monkey".
È una lotta presente nei dischi precedenti a The Beatles, anche se prima velata da un forte alone di compattezza. L'album bianco fa venire a galla le reali differenze in gioco, a volte con estremo cinismo. Mentre McCartney tenta la via del folk pastorale in "Mother Nature's Son" (sorta di risposta creativa a "Julia"?), Lennon firma un altro dei suoi capolavori inarrivabili. Il ritmo bluesy & slow di "Revolution 1" si trasforma più in là nell'orgia avanguardista di "Revolution 9", frutto deviato e schizoide di un collage sonoro che trasforma in musica ciò che William S. Burroghs teorizza in letteratura, tra i minimalismi concreti di Cage e Stockhausen. Grandiosamente inascoltabile, "Revolution 9" viene aperta dalla lugubre "Cry, Baby, Cry", esplosione impazzita di Sibelius, loop irrefrenabili e visioni sinistre di una droga sempre meno amica.
Con tutto il progetto legato a "Revolution", Lennon mette in mostra anche le sue nuove idee politiche, incoraggiate dalla sessuologia di Yoko Ono, in alternativa al movimento maoista e alla sinistra della controcultura studentesca. Un proliferare di parole scomode, che mettono in allarme lo stesso McCartney, preoccupato per la deriva estremista in seno al gruppo.
Ma l'idea di McCartney è quella di continuare con un gruppo di rock and roll ("Birthday" e l'estrema "Helter Skelter") o quella di impratichirsi con indimenticabili - quanto molli - orchestrazioni borghesi come "Honey Pie"? Di sicuro, Lennon non intende risparmiare nessuno, incluso il Maharishi Yogi, preso di mira nella sinuosa elettricità di "Sexy Sadie".
Dissidi a parte, soffitta dei ricordi personali a parte, il doppio album bianco è un disco splendidamente coerente nella sua disomogeneità, testimonianza pulsante e irraggiungibile di un gruppo che sembra una supernova del rock che sta per esplodere. Per rimanere per sempre nel firmamento della musica popolare del secolo ventesimo.

Dopo l'uscita del "White Album", è sempre più John e Yoko. I due entrano nel vivo delle cronache britanniche, dopo essere stati innanzitutto multati per possesso di cannabis. Quando alla fine di novembre esce l'album "Two Virgins", scoppia lo scandalo per via della sua copertina, in cui Lennon e Ono posano completamente nudi. All'inizio di dicembre, i due partecipano al programma Rock And Roll Circus degli amici/rivali Rolling Stones. Il 18 dicembre, alla Royal Albert Hall di Londra, si fanno vedere dentro un sacco bianco.
Nel frattempo, le prove per un nuovo album proseguono tra freddi silenzi e improvvisi scatti d'ira. George Harrison, stremato, abbandona le prove di Twickenham all'alba del 1969.

Sicuramente non giova, per il morale artistico del gruppo, la pubblicazione - il 17 gennaio in Gran Bretagna - dell'album Yellow Submarine (Apple Records, 1969). Il disco, colonna sonora dell'omonimo film a cartoni animati, non è che un mero riempitivo nella discografia del gruppo, forse un modo per esorcizzare le tensioni, certamente brani già registrati in passato che avevano bisogno di uno spazio fisico da occupare. "Yellow Submarine" e "All You Need Is Love" sono infatti singoli già sentiti tra il 1966 e il 1967. Quello che resta di nuovo nell'album è un paio di esecuzioni svogliate e cantilenanti di Harrison, con la nenia di "Only A Northern Song" (composta per obblighi contrattuali) e l'infinita "It's All Too Much". Meglio quando il pallino resta alla coppia Lennon-McCartney, che si lancia in un barrelhouse acido e cupo, "Hey Bulldog". Tralasciando la sciocchezza cantata di "All Together Now".
Nel secondo lato dell'album, una serie di partiture senza apparente senso, tra inflessioni raga, aperture disneyane e verve psichedelico-orchestrale in pieno spirito "Sgt. Pepper".
Yellow Submarine
è e rimarrà un disco per fan accaniti, frutto di una delle tante svisate creative di un gruppo in fermento continuo.

Il concerto sul tetto

Sei andata un'altra volta a giocare sul tetto e non avresti dovuto farlo, la mamma ti farà arrestare.
(Paul McCartney nella "Get Back" suonata a Savile Row)

Le sessioni di registrazione per The Beatles restituiscono alla quotidianità un gruppo spossato, dilaniato dall'interno. Paul McCartney tenta disperatamente di tenere in piedi la baracca pericolante, suggerendo agli altri tre scarafaggi di ritornare a una dimensione puramente rock and roll. Quindi di tornare in pista per suonare dal vivo. Non una tournée, ma un concerto filmato di un'ora, da inscenare alla Roundhouse di Camden Town di Londra. Lennon, Harrison e Starr non sembrano particolarmente entusiasti e accolgono con gelida incredulità la proposta di McCartney. Ma il 30 gennaio del 1969, i quattro di Liverpool salgono sul tetto del palazzo della Apple a Savile Row per mettere in scena quello che è il primo (e poi di nuovo ultimo) concerto dai tempi del tour americano del 1966. Cinque canzoni - tra cui le nuove "Get Back", "Dig A Pony" e "I've Got A Feeling" - per un totale di quarantadue minuti d'esibizione. McCartney sembra entusiasta: ritrovare lo spirito del rock and roll senza essere circondati da masse isteriche e urlanti. Suonare sul tetto senza minimo preavviso, come una sorta di happening culturale del secolo 900. John Lennon, alla fine dello show, si dichiara fiducioso sulla buona riuscita dell'audizione. Prima che la polizia di Londra arrivi a mettere fine al frastuono provocato nel bel mezzo della pausa pranzo della città.
Ma l'unione riscoperta nel corso del concerto della terrazza è solo un bagliore utopico. All'inizio di febbraio, i quattro si ritrovano per decidere a chi affidare la gestione dei numerosi problemi economici che affliggono la Apple. Lennon, Harrison e Starr sono a favore di Allen Klein, già manager dei Rolling Stones. Ma McCartney si oppone alla scelta di Klein, prendendo come consulente lo studio Eastman & Eastman. Il risultato si trasforma in una profondissima frattura tra i quattro musicisti di Liverpool.

Nel frattempo, a marzo, Lennon sposa Yoko Ono a Gibilterra, unendo nel matrimonio un legame già solido da molti punti di vista. Dal 25 al 31 dello stesso mese, i due tengono un bed-in per la pace all'hotel Hilton di Amsterdam. Lennon è sempre più impegnato a diramare al mondo un messaggio universale di pace, trasformandosi in una sorta di santone dalla lunga barba e occhiali tondeggianti.

L'11 aprile del 1969 viene pubblicato in Gran Bretagna il singolo "Get Back". Scritto da McCartney, "Get Back" trae origine dai country blues che avevano reso famosi i Canned Heat, tra batterie insistite e chitarre dolenti. Alimentato dal piano elettrico soulful di Billy Preston, il brano è già stato suonato nel corso del concerto della terrazza di Savile Row e va annoverato nella lista delle canzoni più r'n'b del gruppo di Liverpool.
Il 30 maggio è la volta di "The Ballad Of John And Yoko", che curiosamente presenta i soli Lennon e McCartney (sempre più rivali) a dividersi i vari compiti strumentali e vocali. Il brano incarna la visione ormai lontana anni luce di Lennon dal resto dei Beatles, inglobata dalla personalità narcisista e a tratti crudele di Yoko Ono. Strutturato su un ritmo in bilico tra rock e boogie esotico, il singolo si allontana dai soliti standard surreali di Lennon, a ritmo di maracas, chitarre slide e gorgheggi in falsetto.
L'apparente spensieratezza di "The Ballad Of John And Yoko" rivela in realtà una frattura ormai insanabile tra il suo autore principale e il resto della band. Agli inizi di giugno, Lennon registra a Montreal l'inno pacifista "Give Peace A Chance", prima di tornare in Gran Bretagna e iniziare ad assumere eroina in maniera costante, nel nuovo appartamento a Tittenhurst Park.
Alla fine di settembre, viene pubblicato in terra d'Albione il nuovo album di una band che probabilmente non esisterà più.

BeatlesCon Abbey Road (Apple Records, 1969), i Beatles dimostrano a loro stessi e all'intero mondo della musica di essere preda di continui mutamenti artistici, proiettati verso nuovi lidi sonici pur su quattro strade separate. La solarità di fondo dell'album è infatti soltanto apparente, abbagliata dal dolcissimo fingerpicking di "Here Comes The Sun", altra brillante prova compositiva di George Harrison, rivitalizzato dall'amicizia che lo lega a Eric Clapton. Il brano è semplice, un tocco quasi impressionista di folk melodico, e per certi versi sembra quasi annullare qualsivoglia acredine interna al gruppo. Ma il battito di mani è soltanto un fregio da studio di registrazione, una scialba mascherata per amicizie ormai devastate dalla fama e dallo stress.
John Lennon è ormai come un musicista solista, un artista e pensatore a se stante. L'oscuro e distante blues di "Come Together" ne è la lampante, epocale dimostrazione. Il brano è forse uno degli ultimi abbracci del chitarrista alla controcultura del periodo, con la sua forza d'urto sincopata e la sua natura tra il sessuale e il politico. La struttura tra rap e psichedelia di "Come Together" viene accolta dall'underground giovanile, alla ricerca di nuovi guru imbevuti di droga e sessualità liberatoria. Altro capolavoro firmato da Lennon è "I Want You (She's So Heavy)", una sorta di suite in più di sette minuti che dalle iniziali atmosfere plumbee e schizoidi passa a un raffinata corsa in chiave latin jazz, prima di tornare in maniera ciclica a uno scenario apocalittico in cui la voce di Lennon guida il resto della band, tra saliscendi heavy.
A "Come Together" risponde subito dopo "Something", nuova ballata di George Harrison, che si muove melliflua su armonie classicheggianti, salendo progressivamente sul ritmo tribale di batteria e sul canto lacerato del chitarrista, prima di squarciare l'ascolto con un dolcissimo assolo.
McCartney, da par suo, impiega il suo stratosferico talento compositivo nella ricerca di nuovi modi "carini" di fare musica, ovvero anche per commercializzarla. La sarabanda di "Maxwell's Silver Hammer" cerca la perfezione da studio, tra incudini, organetti e sintetizzatori. Il risultato non è poi così lontano da quei brani in odore di vaudeville a lui tanto cari. In "Oh! Darling", invece, sembra divertirsi come un matto a fare il verso ai classici stilemi di certi numeri doo-wop anni 50. Con tanto di vocalizzi in stile Little Richard. Una parodia forse, recitata in maniera fantastica da un gruppo capace anche di questo. E di altro, come testimoniato dal lungo medley - anche noto come "The Big One" - che troneggia sull'intera seconda facciata di Abbey Road. Probabilmente, il vero canto del cigno dei Beatles, un collage imponente di suoni diversi, che racchiude con nostalgia straziata quanto fatto dal gruppo di Liverpool in pochi anni di sfolgorante attività. È il triste piano di McCartney ad aprire l'iniziale "You Never Give Me Your Money", piccola suite sui recenti dissidi a base finanziaria che hanno praticamente devastato internamente il gruppo. La ballad si trasforma dopo pochi minuti in un boogie per campane, prima di scomparire lentamente con una dissolvenza tra squarci di chitarre elettriche, inquietanti armonie vocali e suoni sferraglianti. La sbadigliante ed eterea "Sun King" appare quindi all'orizzonte, cantata da Lennon in uno strambo spagnolo in stile spiaggia di Torremolinos. Il medley accelera all'improvviso, prima con l'arrangiamento da banda di "Mean Mr. Mustard" e poi con il riff in stile The Who di "Polythene Pam". Voluto fortemente da McCartney, il long medley racconta con pezzi da un minuto e passa l'intera storia del gruppo, a partire dalla questione-fan urlanti nella corale "She Came In Through The Bathroom Window" per proseguire con una sorta di profezia (la ninna-nanna straziante di "Golden Slumbers" più la filastrocca "Carry That Weight"): i quattro Beatles saranno sempre accomunati dal peso della loro fama immortale, destinati come Sisifo a trasportare un macigno artistico sulle spalle.
Poi, "The End", sferragliante rock and roll strumentale arricchito da voci all'unisono e chitarre fuzzy per annunciare il messaggio definitivo del gruppo: "Alla fine, l'amore che prendi è uguale all'amore che dai". Un lampo di fingerpicking - "Her Majesty" - e l'album è finito, impareggiabile testamento sonico di un gruppo che non verrà più eguagliato nella storia.

I Me Mine (Four of Us)

I Beatles hanno lasciato i Beatles, ma nessuno vuole prendersi la briga di dire che la festa è finita.
(Paul McCartney)

Nel 1969 scoppia il litigio più grave in seno ai già devastati Beatles. Ruota intorno alla Northern Songs, la casa editrice musicale che possiede i diritti del catalogo Lennon-McCartney. Dick James, il suo fondatore, decide di vendere l'intera quota alla conglomerata londinese Atv Music, scatenando una sorta di lotta per il controllo della casa editrice tra John e Paul. Emergono fatti prima non conosciuti, come quello relativo a un numero maggiore di titoli detenuti da McCartney. Lennon si innervosisce e preso dalla fretta di concludere si lascia sfuggire l'opportunità di controllare l'intero pacchetto insieme al socio e compagno di band. I diritti sulle canzoni dei Beatles vengono detenuti completamente dalla Atv Music.
I quattro di Liverpool sono ormai divisi su praticamente ogni cosa. Lennon continua con la sua strada da musicista solista, registrando prima il singolo "Cold Turkey" e poi "Instant Karma!". Il 25 novembre restituisce l'onorificenza Mbe per protestare contro i drammi umani in Biafra e Vietnam, e sfoga tutta la sua insoddisfazione per l'insuccesso commerciale della stessa "Cold Turkey", malvista dai benpensanti a causa del suo tema (la droga). Sia McCartney che Ringo Starr sono al lavoro sui rispettivi album solisti, "McCartney" e "Sentimental Journey".

Ormai la separazione è reale, mancando soltanto un'ufficialità che arriva il 10 aprile del 1970: è Paul McCartney che si carica l'onere sulle spalle, annunciando al mondo che il gruppo si è definitivamente sciolto. In realtà afferma in conferenza stampa di aver lasciato il gruppo, mentre l'ufficio stampa di Apple sottolinea come i Beatles potrebbero rimanere inattivi per anni. L'intero panorama musicale rimane profondamente scosso, data la recente pubblicazione del capolavoro Abbey Road e dell'apprezzato singolo "Let It Be". Un brano destinato a rientrare in un ultimo disco in studio, preparato dai quattro già a partire dal 1968-1969, modificato continuamente tra i dissidi. È il produttore statunitense Phil Spector che rimette mano all'album, prima di pubblicarlo nel maggio del 1970.

Voluto fortemente da Lennon, Phil Spector regala a Let It Be (Apple Records, 1970) un controverso e contraddittorio sapore agrodolce, esaltandone - non è chiaro se in bene o in male - un carattere di fondo già fortemente desolato, squarciato da dissidi interni divenuti nel tempo insanabili. L'album è il canto del cigno prima del canto del cigno, quel Abbey Road che conclude in realtà la carriera del favoloso gruppo di Liverpool.
I Beatles, al lavoro sulle canzoni di Let It Be, risentono pesantemente delle proprie vicissitudini come collettivo, andando alla fine a schiantarsi contro la loro stessa maestosità sonica. "Two Of Us" apre l'ultimo giro di giostra, tornando indietro nel tempo, fino a quelle armonie in stile Everly Brothers che accompagnavano le influenze dei primi Lennon e McCartney. Purtroppo, quelli attuali sono due separati in casa, che non riescono ad andare oltre lo scherzo sonico "Dig A Pony", ancorato alla celebrazione ormai postuma della morte di tutti i tabù benpensanti.
Ci vuole il miglior estro psichedelico di Lennon per toccare il primo dei vertici del disco. Registrato circa due anni prima, "Across The Universe" è un altro piccolo viaggio in acido, salmodiante ed etereo quanto la contemporanea "I Am The Warlus" è schizoide e fuori controllo. Purtroppo gli arrangiamenti di Spector snaturano in parte la canzone, tra un wah-wah strascicante e un'atmosfera quasi disneyana a fare da sfondo. E qui si intuisce che l'album avrebbe potuto essere un'altra cosa - si noti ancora, forse un bene e forse un male - senza il lavoro del produttore. Esempio eclatante, "The Long And Winding Road", ultimo genuino quanto struggente affresco a firma Paul McCartney. La mano di Spector si fa qui più pesante, in parte regalando al brano una melliflua partitura orchestrale, con tanto di archi alla Mantovani e cori da Guardia Nazionale. Il brano, che nasce nel tentativo di andare incontro a un appeal commerciale e radiofonico, non riesce quindi a presentarsi con la solita, incomparabile immediatezza sonica. Le ottime intenzioni di partenza di Paul vengono così in parte snaturate, come uno stupendo quadro impressionista oscurato da una pesante cornice barocca. E poco fa questa volta Harrison per impreziosire il disco, con due opache prestazioni in chiave blues, "I Me Mine" e la swingante "For You Blue".
Decisamente meglio quando Lennon e McCartney cercano di tornare agli albori, scatenandosi nel rock and roll scapestrato di "The One After 909" o nel sublime paesaggio soul-elettrico (prezioso il piano di Billy Preston) di "I've Got A Feeling". E alla fine il disco restituisce comunque il talento cristallino dei suoi autori, a partire dalla title track, ballata per piano di McCartney circondata come da un'aura da divinità del pop. Infine, "Get Back", ultimissimo manifesto motorizzato del rock and roll dei Beatles, probabilmente uno degli ultimamente rari casi in cui i Beatles si ritrovano a suonare coesi, con gusto, per la semplice volontà di farlo. Ne esce una canzone grintosa, azzeccata, dal vivo sulla terrazza con Lennon a dire: "Speriamo di aver passato l'audizione". In generale, assolutamente sì.

Outro


Fasulla Beatlemania


È il 1979. I Clash di Joe Strummer e Mick Jones pubblicano il seminale "London Calling". E, nella prima canzone del disco, lo strimpellatore canta a squarciagola: "Questa fasulla Beatlemania ha morso la polvere". In fondo, si tratta dello stesso Strummer che pochi anni prima negava con gagliarda fermezza l'accesso di certi dinosauri della musica alle porte rivoltose del neonato punk. "No Elvis, Beatles or Rolling Stones in 1977". Ma i quattro di Liverpool c'erano nel 1977, così come ci sono ora, nel 1979. Basti semplicemente pensare a quanto la coppia Strummer/Jones assomigli a quella Lennon/McCartney. Solo trapiantata in un'altra Inghilterra, in un altro tipo di rivolta, in un'altra velocità di accordi. Anche se è fuor di dubbio che canzoni indemoniate come "Helter Skelter" abbiano insegnato qualcosa negli anni 70.
Eppure, qualcuno potrebbe convincersi di quanto vomitato da Strummer e compagni: che i Beatles siano importanti come i grandi gruppi del passato, incapaci di slegarsi dalla loro epoca variopinta, amorevole, psichedelica. Come fare a separare i testi schizoidi di Lennon dall'assunzione quotidiana di droghe allucinogene? Da guru dimenticati come Leary e Alpert? Da un gusto sessantottino di comporre musica per una sorta di risveglio generazionale, a base di sessualità psichica, o di mente erotizzata? "Perché il valore dei Beatles - ha detto una volta George Martin - consiste nell'essere la voce della gente, nell'essere l'espressione della musica del loro tempo". Allora può essere davvero così. Ancora Martin: "La musica che abbiamo realizzato negli anni 60 è stata la migliore di quel periodo". Tralasciando Bob Dylan, i Doors, i Velvet Underground, Jimi Hendrix. Quello che effettivamente fanno McCartney e soci e trasformarsi in breve tempo in autentiche icone generazionali, rappresentanti ultimi del loro incendiario tempo. La musica dei Beatles diventa la musica degli anni 60, anche soltanto per i colori, gli arrangiamenti, i vestiti sgargianti. E gli slogan come "All You Need Is Love". "Se parliamo di musica contemporanea - ha continuato Martin - bisogna parlare di Boulez, ma anche dei Beatles, e io sostengo che i Beatles sono stati i più importanti compositori di musica contemporanea. E come tali devono essere apprezzati".

Qui, i quattro di Liverpool vanno al di là dello status di eroi generazionali, dal momento che le loro canzoni sono così dannatamente universali. Lennon, McCartney, Harrison e Starr danno vita a una creatura ben diversa dalle rispettive personalità artistiche, destinate inevitabilmente allo scontro. Ma non è affatto un caso che un disco come Let It Be riesca a brillare nonostante gli arrangiamenti eccessivi e una stanchezza di fondo dovuta all'ira, all'invidia, alla voglia di continuare in maniera isolata. E si può - anche a ragione - criticare i primi, adolescenziali album di rock and roll.
Si può discutere sul voto in più o in meno al disco del Sergente Pepper piuttosto che ad Abbey Road. Ancora, si può privilegiare l'estro schizoide di Lennon o il talento cristallino di McCartney. Quello che resta è un gruppo che trasforma il rock in una forma dominante d'espressione nel XX secolo. Mica poco.

A Daniela

Beatles

All you need is pop

di Mauro Vecchio

Dai Quarrymen ai pub di Amburgo, dalla Beatlemania ai campi di fragole psichedelici, fino all'approdo maturo sulle strisce di Abbey Road. L'epopea dei quattro Fab di Liverpool, istantanea sempiterna di un'epoca e pietra angolare della stessa cultura pop. Abbiamo cercato finalmente di indagarla a fondo, scartabellando tra dischi, storie, curiosità e testimonianze
Beatles
Discografia
 Please Please Me (Emi/Parlophone, 1963)

6

 With The Beatles (Emi/Parlophone, 1963)
 5,5
 Long Tall Sally (Ep, Parlophone, 1964)

5

 The Beatles First (Emi/Parlophone, 1964)

 

 A Hard Day's Night (Emi/Parlophone, 1964)

6,5

 The Beatles With Tony Sheridan & Their Guests (MGM, 1964)

 

 Beatles For Sale (Emi/Parlophone, 1964)

 6,5


Help! (Emi/Parlophone, 1965)

7

 The Beatles In Italy (Emi/Parlophone, 1965)

 


Rubber Soul (Emi/Parlophone, 1965)

7,5

Revolver (Emi/Parlophone, 1966)

8

Sgt. Pepper's Lonely Heart's Club Band (Emi/Parlophone, 1967)

9

 Magical Mystery Tour (Emi/Parlophone, 1967)

 7

The Beatles (The White Album) (Emi/Parlophone, 1968)

8,5

 Yellow Submarine (Emi/Parlophone, 1968)

 5

Abbey Road (Emi/Parlophone, 1969)

9

 Let It Be (Emi/Parlophone, 1970)

7

 The Beatles Christmas Album (Apple, 1970)

5

The Beatles 1962-'66 (Red Album) (antologia, Emi/Parlophone, 1973)

 

The Beatles 1967-'70 (Blue Album) (antologia, Emi/Parlophone, 1973)

 

 Rock And Roll Music (Capitol, 1976)

7

 Live At The Hollywood Bowl (Emi/Parlophone, 1977)

 6

 Love Songs (antologia, Capitol, 1977)
 
 The Beatles Live! At The Star Club, Hamburg, Germany, 1962 (Emi/Parlophone, 1977)

 

 The Beatles Collection (antologia, Capitol, 1978)
 
 Rarities (antologia, Emi/Parlophone, 1978)

 

 The Beatles Ballads (Parlophone, 1980)  
 Reel Music (antologia, Capitol, 1982)
 
 

20 Greatest Hits (antologia, Capitol, 1982)

 
 The Decca Sessions (Decca, 1987)

 

 Past Masters (antologia, Capitol, 1988)
 
 The Beatles Box Set (box set, Capitol, 1988) 
 Live At The Bbc (live, Apple, 1994)

 

 Antology 1 (antologia, Apple, 1995)
 
 

Antology 2 (antologia, Apple, 1996)

 
 

Antology 3 (antologia, Apple, 1996)

 
 Yellow Submarine Songtrack (Apple, 1999)
 
 1 (antologia, Apple, 2000)

7

 Let It Be... Naked (Apple, 2003)

7

 The Capitol Albums vol.1 (Apple, 2004)
 
 The Capitol Albums vol. 2 (Apple, 2006)
 
 Love (Capitol, 2006) 

The Beatles Stereo Box Set (box set, Apple, 2009)
 

The Beatles in Mono (box set, Apple, Emi, 2009)
 
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