Charlatans

Charlatans

I cantastorie di Manchester

di Stefano Bartolotta

I Charlatans hanno attraversato con i loro dischi quasi 25 anni di storia della musica britannica, passando la prima parte della carriera come esponenti di punta di movimenti ben precisi (Madchester e britpop). Poi a un certo punto hanno iniziato a fare un po’ quello che volevano. Ripercorriamo la storia di questo gruppo, caratterizzata anche da eventi drammatici e legata a doppio filo alla forte personalità del leader, Tim Burgess
I Charlatans sono l’unica band nella storia della musica inglese a essere figlia del cosiddetto movimento Madchester e aver poi fatto la transizione all’interno del britpop senza essersi mai sciolta, risultando, anzi, più attiva che mai, nonostante un paio di membri fondatori non ci siano più perché passati a miglior vita. Dodici dischi in studio, due raccolte di singoli, una di b-side e un disco live, questa la corposa produzione della band, con tre numeri 1 in classifica e altri quattro ingressi nella Top 10 in Gran Bretagna. Questa prolificità porta con sé un grande eclettismo, vista la varietà delle fonti di ispirazione utilizzate di volta in volta nel corso della lunga carriera. Dopo i già citati Madchester e britpop, ci sono stati il folk, la scena musicale di Los Angeles e il dub tra le influenze più caratterizzanti per la band e, pensando a tutti i dischi pubblicati, è chiaro come all’inizio i Charlatans abbiano voluto esprimere le sensazioni e lo stile del tempo che stavano vivendo, ma in seguito si siano semplicemente mossi su territori che apprezzavano in quel momento, senza altre motivazioni.

Molte delle scelte fatte dalla band nei diversi momenti della carriera sono dovute all’estro di un leader carismatico come Tim Burgess, un uomo che ancora oggi, a 47 anni suonati, ha una passione da ragazzino per la musica e per tutto ciò che la circonda, compreso il rapporto con i fan. Burgess è attivissimo su Twitter e periodicamente propone i suoi cosiddetti listening party, cioè dà un appuntamento ai fan, chiede a tutti di far partire un disco e in diretta ne parla e ne discute. Questo suo amore per i social network è solo l’ultima manifestazione della voglia di questo artista di non stare mai fermo e cercare sempre nuove strade, sia dal punto di vista strettamente musicale che nel modo di proporsi sul mercato e di relazionarsi con i fan. Nel 2008, ad esempio, il decimo album dei Charlatans You Cross My Path è stato diffuso in free download, una cosa non certo comune in quel periodo, e senz’altro diversa dal pay-what-you-like dei Radiohead di pochi mesi prima. Un’altra scelta controcorrente è stata quella di abbandonare in rapida sequenza due etichette come la Universal e la Sancutary (sussidiaria della Bmg), che avrebbero garantito una promozione più capillare e quindi maggiori incassi, ma Burgess e i suoi avevano abbracciato l’idea di correlare strettamente l’indipendenza discografica al contatto con gli ascoltatori. Non è facile prendere questa strada dopo una vita di successi e di luci della ribalta puntate su di sé, ma è la via più naturale quando a guidarti è la passione. Burgess ha anche fondato una propria etichetta, la O’Genesis, con la quale pubblica i suoi lavori solisti e soprattutto quelli di gruppi che gli piacciono ma che sono ancora sconosciuti; inoltre, non fa mai mancare il proprio endorsment a artisti che apprezza, divertendosi spesso anche a collaborare con loro.

Formazione della band e inizi

charlatansin1Burgess vive nel piccolo villaggio di Moulton e, già da adolescente, frequenta molto poco la scuola e molto assiduamente i negozi di dischi e il punto di riferimento della vita notturna dell’epoca, ovvero l’Hacienda a Manchester. Il proprietario del suo negozio di dischi di fiducia è anche il manager dei neonati Charlatans, all’epoca composti da Martin Blount (basso), Jon Brookes (batteria) e il neo-arrivato Rob Collins (tastiera), insieme a Baz Ketley (voce e chitarra). Il manager sente che la band è buona ma che esprimerebbe al meglio il proprio potenziale con un frontman più capace e chiede a Tim di andare a un loro concerto e dargli un proprio parere. Senza sapere cosa pensi il manager, Tim esprime lo stesso concetto. Il passo successivo è il momento in cui l’allora band di Tim, gli Electric Crayon, aprono per i Charlatans. Gli altri membri della band capiscono che è lui l’elemento che manca, lo arruolano e non devono nemmeno sforzarsi nell’allontanare Ketley, poiché egli capisce la situazione da solo e se ne va spontaneamente. Manca un chitarrista e per il ruolo viene scelto Jon Baker, dopodiché l’avventura dei Charlatans può iniziare.
Come detto, tutti e cinque i musicisti hanno respirato a pieni polmoni l’aria dell’Hacienda e il suono di band come New Order, Happy Mondays, Stone Roses e Inspiral Carpets. In qualche modo non potevano sottrarsi a quell’influenza, e infatti tutta la parte ritmica sarà decisamente debitrice delle band sopracitate, almeno per questo primo periodo. L’idea dei cinque, però, è quella di andare un po’ oltre e spaziare con i riferimenti, aggiungendo, in particolare, un tocco di psichedelia pop sixties, leggera, solare e colorata. In questo aiuta molto lo stile nel suonare l’hammond da parte di Rob Collins, capace di dare il colore di cui sopra e anche di fungere da perfetto ponte tra il trinomio melodie-chitarra-timbro vocale, più votato al passato, e la sezione ritmica influenzata da quello che allora era il presente. Questo ruolo della tastiera ci sarà sempre nei Charlatans, anche con i numerosi cambi stilistici avvenuti nel corso degli anni, e dal vivo lo si coglie ancora più facilmente che su disco.

Quando Burgess e Baker si uniscono alla band è il maggio del 1989; prima della fine dell’anno, i Charlatans si sono già costruiti una solida reputazione grazie ai loro live e arriva quindi il momento di pubblicare il primo singolo. La scelta, tra le canzoni pronte in quel momento, cade su “Indian Rope”, e in questi quattro minuti e mezzo c’è già tutto quello che la band aveva intenzione di fare. Un riff di hammond saltellante e subito appiccicoso, una sezione ritmica compassata ma dotata di grande groove, una melodia evidentemente sixties, la chitarra dall’attitudine classic-rock che non ha mai un ruolo di primo piano ma interviene solo per rinforzare alla bisogna il suono dell’hammond e un timbro vocale morbido, avvolgente, con un vago accenno di acidità e che non si prende mai completamente la scena. La canzone piace molto, i concerti sono sempre più affollati, la stampa indipendente dell’epoca è già dalla loro parte e tante etichette propongono alla band di far parte del proprio roster. La spunta la Beggars Banquet, una indie nonostante ci fossero anche proposte di major, e la prima mossa vincente dell’etichetta sarà quella di suggerire alla band “The Only One I Know” come secondo singolo.
“The Only One I Know” è un autentico classico di tutto il pop inglese e un brano davvero irresistibile. Si potrebbe malignare sull’eccessiva somiglianza delle linee di chitarra a quelle della “Hush” resa celebre dai Deep Purple, però nel complesso la canzone è di quelle che catturano subito l’ascoltatore grazie anche ad altri espedienti non copiati certo da nessuna parte: anche qui, il riff di hammond, il groove della parte ritmica, il modo in cui la chitarra va e viene e sa qui, sì, prendersi la ribalta nel momento giusto, ovvero prima più morbidamente nel ritornello e poi in modo più deciso nel piccolo assolo. La qualità della melodia e l’assoluta funzionalità del timbro vocale a tutto questo impianto fanno il resto, e ancora oggi questo brano conquista sempre tutti i frequentatori di qualsiasi indie-club.

La notorietà immediata, i primi album e l'arrivo di Mark Collins

Il singolo finisce nella Top 10 di vendite e il successo a livello nazionale è immediato. La band suona in venue sempre più grandi e addirittura si imbarca in un tour americano. La strada è ormai spianata verso la pubblicazione del primo album e, dopo un altro singolo, per il quale la scelta cade su “Then”, arriva nell’ottobre del 1990 Some Friendly, che era il titolo originario del brano di apertura del disco “You’re Not Very Well”.
Questa prima canzone riprende le coordinate dei primi due singoli, ma nel disco c’è molto di più e, esattamente come il suo episodio più famoso, Some Friendly è un disco che qualunque appassionato di pop inglese conosce a memoria e apprezza con particolare trasporto. Il mix tra gli elementi sopra specificati è declinato ogni volta sotto angolazioni diverse, con il risultato che il disco è, da un lato, un patchwork di colori e sensazioni collegate a essi, dall’altro, una costruzione caleidoscopica ma anche perfettamente organica, nella quale ogni singolo elemento è necessariamente parte del disegno complessivo e il valore dell’insieme dei singoli momenti è più alto della loro mera somma. L’esplosione di solarità di “White Shirt” è il preludio perfetto al citato singolone, che poi sfocia nel lungo viaggio sognante di “Opportunity”, il quale a sua volta si riversa nel tono tra l’annoiato e l’indispettito di “Then”, e così via.
Ogni canzone ha una propria identità e gli accostamenti tra i diversi brani potrebbero sembrare perfino troppo contrastanti, invece, lasciando scorrere il disco, la coerenza del flow complessivo è impressionante e l’ascoltatore si sente letteralmente trasportato in un percorso dalle mille sfaccettature cromatiche ed emotive, senza che manchi l’unitarietà di fondo. Per ottenere un simile risultato, una delle chiavi è necessariamente variare nel corso del disco il bilanciamento tra voce, chitarra e tastiera, così in “White Shirt” Burgess è particolarmente in primo piano, mentre in “Opportunity” la chitarra si fa sentire parecchio. Contribuiscono all’alto tasso di varietà – uno dei motivi che mantiene sempre alto l’interesse dell’ascoltatore – la presenza della strumentale “109 Pt. 2” a metà disco, la ritmica particolarmente danzereccia unita a una melodia enigmatica di “Polar Bear” e momenti dal suono più snello ed essenziale come “Flower”. Il tutto si chiude con una delle canzoni più importanti di sempre per la band, utilizzata anche invariabilmente per terminare i concerti, ovvero “Sproston Green”, nella quale nessuno dei cinque Charlatans ha alcun freno e sia la voce che tutti gli strumenti viaggiano a pienissimo regime su un impianto melodico di prim’ordine. Il modo in cui viene resa questa canzone dal vivo è una gioia per le orecchie, sia per l’impatto particolarmente travolgente della descritta spinta complessiva che per la lunga coda strumentale, perfetta per la chiusura di uno spettacolo di musica dal vivo perché posta in un momento in cui potrebbe andare avanti all’infinito e tutti sarebbero sempre contenti.
Some Friendly è la dimostrazione che si può fare un disco autenticamente pop mantenendo un’idea-base in tutte le canzoni e svariando attorno a essa in tutti i modi possibili, in termini di lunghezza delle tracce, grado di apertura melodica, modalità di interazione tra gli strumenti e tipologia di sensazioni espresse. Una particolarità del disco è che “Indian Rope” non vi è inclusa e la band voleva fare lo stesso con “The Only One I Know”. L’etichetta ottiene almeno che il singolo che li aveva portati al successo venga incluso nella versione su cd: la band accetta, ritenendo che il supporto più importante fosse il vinile, senza immaginare che di lì a poco il cd avrebbe preso il sopravvento. Un altro segno della lungimiranza della Beggars Banquet.

Il disco conquista inevitabilmente la posizione numero 1 in classifica e l’attività della band si fa sempre più intensa, sia dal punto di vista dei concerti che delle registrazioni, con due Ep tutti di canzoni inedite pubblicati a stretto giro di posta. In questo periodo diventa evidente all’interno della band l’impossibilità di Jon Baker nel mantenere l’alto livello ormai richiesto, vuoi per limiti tecnici, vuoi per mancanza di determinazione e concentrazione da parte sua. Baker finisce per andarsene e al suo posto arriva Mark Collins, che non è parente di Rob e che ancora oggi è presente nella band. Mark è presente in circa metà delle canzoni del secondo album, mentre le altre sono state realizzate solo dagli altri quattro.

charlatansin2Between 10th To 11th esce nel marzo del 1992, con la griffe di un produttore già importante come Flood. Sarà stato il contributo di una persona così esperta, o quello del nuovo chitarrista molto più bravo del precedente, o ancora una naturale ambizione di un gruppo di musicisti baciati dal successo fin da subito e che vedevano la propria popolarità in continua crescita, o forse tutte queste cose messe insieme, fatto sta che questo disco mostra, rispetto al debutto, una maggior fantasia sotto tutti i punti di vista: struttura compositiva dei brani, timbro vocale – con l'ugola di Rob Colins a creare armonie con quella di Burgess – andamento della sezione ritmica, ampiezza del ventaglio dei suoni di tastiera e in generale digitali.
Di solito questo disco non viene visto tra i momenti migliori del percorso dei Charlatans: non entra nemmeno nella Top 20 in Gran Bretagna, la presenza di canzoni tratte da esso nelle raccolte si riduce alla sola “Weirdo” e anche nelle scalette dei concerti, dopo un po’, il disco ha iniziato a essere totalmente escluso. A parere di chi scrive, questo riscontro di vendite e questa quasi totale mancanza di lascito per un lavoro del genere è inspiegabile.
Between 10th To 11th, infatti, mette in mostra una band che ha tanta voglia di non fossilizzarsi su quanto fatto fino a quel momento e che già al secondo disco ha un’abilità da veterani nello spaziare a proprio piacimento tra i diversi elementi che costituiscono una canzone, unendo tra loro le diverse soluzioni sempre nella forma migliore. La citata “Weirdo” parte, come molte canzoni del primo disco, con un giro di tastiera accattivante, però intorno molte cose sono cambiate: la ritmica è più elettronica, ha meno groove ma entra irrimediabilmente sottopelle a chi ascolta e nel frattempo la chitarra sa alternare la propria presenza con quella della tastiera, in una sorta di continuo inseguimento fatto solo di linee melodiche micidiali; in tutto questo, la melodia vocale è solida e risulta il perfetto complemento al descritto dinamismo strumentale. Questo è sì l’episodio più celebre del disco, ma non certo l’unico momento alto: “Page One” sembra una sorta di rappresentazione degli sbalzi d’umore, passando da un inizio acido e pieno di tensione a un ritornello che dà molta più serenità in modo assolutamente naturale; l’altro singolo “Tremelo Song” è semplice e incalzante allo stesso tempo, con il suono che si arricchisce lentamente ma progressivamente, e questa scelta fa sì che la melodia, già efficace di per sé, diventi sempre più irresistibile nel corso del brano; “Subtitle” gioca anche essa su dinamismo e progressivo arricchimento del suono, ma mantenendo un’attitudine quasi eterea e con una melodia che entra subito nella testa di chi ascolta e non ne esce tanto facilmente; “Can’t Even Be Bothered” va molto bene avanti e indietro tra una strofa ovattata e un ritornello ben più diretto, sia nella melodia che nel suono; “(No One) Not Even The Rain” gioca anche essa con un’alternanza tra strofa e ritornello, con la chitarra acida e dilatata che passa di colpo a produrre jangle alla Byrds.

Some Friendly
è indubbiamente più accattivante e colorato e ha dalla sua un flow particolarmente scorrevole e coerente, laddove invece Between 10th To 11th non ha un accostamento così indovinato tra le canzoni, pur non mancando di un filo logico complessivo. Sta di fatto che anche il secondo è un grandissimo disco, che rivela una band capace fin da subito di percorrere con costrutto strade diverse rispetto a quelle che le sono familiari.

Problemi con le droghe e con Rob Collins

Purtroppo, in questo periodo, la dipendenza da droghe diventa una componente importante nella vita della band. Ne fa le spese soprattutto Rob Collins, che finisce in un giro di amicizie pericolose e si ritrova coinvolto, suo malgrado, in una vicenda nella quale viene inscenata per scherzo una rapina a mano armata, ma la vittima e la polizia la prendono sul serio e condannano a quattro anni colui che teneva la pistola giocattolo e a otto mesi Rob, che guidava un’auto di sua proprietà. Le registrazioni del terzo disco Up To Our Hips sono già iniziate e, per le canzoni mancanti, vengono chiamati dei sostituti alla tastiera. Un po’ la mancanza del titolare e un po’ la presa di confidenza di Mark Collins fanno sì che il suono complessivo del disco veda un ruolo più importante della chitarra rispetto al passato.
Up To Our Hips esce nel 1994 e, rispetto ai dischi precedenti, mostra strutture decisamente più semplici in termini di arrangiamento e suona più diretto e immediato che mai, portandosi dietro un ampio ventaglio di sensazioni e colori. Nel disco la band tocca, alternativamente, i più alti livelli di solarità e positività così come di cupezza e negatività, senza farsi mancare vie di mezzo.
I momenti bui probabilmente sono influenzati dalla preoccupazione per Rob, mentre quelli più sgargianti si ricollegano direttamente all’importanza sempre crescente del fenomeno britpop. “Can’t Get Out Of Bed” è l’esempio perfetto di quest’ultimo tipo di canzoni, nonché il brano più popolare del disco e uno dei più noti della band: il timbro vocale è particolarmente aperto e la melodia della stessa voce è così coinvolgente che, per una volta, chitarra e tastiera non vogliono interferire e si limitano ad accompagnarla, riuscendo a farlo risultando lineari ma non banali. “Jesus Hairdo” viaggia sulle stesse coordinate emozionali ma è un po’ più complessa dal punto di vista della melodia, della struttura compositiva e dell’interazione tra i diversi elementi, voce compresa.
Gli esempi più importanti di brani di tipologia opposta sono due: “Autograph”, lenta, dimessa, quasi narcotica, un’attitudine nuova per la band che qui si traduce in un risultato di difficile ascolto ma di grande fascino una volta che si è presa dimestichezza, e “Patrol”, che insiste su un giro di chitarra particolarmente acido e dà la sensazione di una persona confusa che non sapendo come tornare in controllo della situazione finisce in una spirale che la allontana sempre più dalla tranquillità.
Tra le vie di mezzo si possono citare la strumentale “Feel Flows”, con la chitarra che suona particolarmente classic rock e la tastiera che è invece più moderna ma è un buon complemento per le sei corde, e “I Never Want An Easy Life If Me And Him Were Ever To Get There”, il brano più aggressivo e rock dei Charlatans fino a quel momento, che gioca sui cambi di intensità tra le varie parti della canzone, intervallate da stacchi strumentali molto incisivi.
Così come il precedente Between 10th To 11th, Up To Our Hips soffre un po’ di disomogeneità, per via proprio della quasi costante mancanza di continuità tra un brano e quello successivo, però è un disco che merita di essere apprezzato perché contiene in abbondanza ispirazione, idee e genuinità emotiva. Anche con la scelta di osare molto di meno dal punto di vista del suono e degli arrangiamenti, i Charlatans sanno ancora trovare un’ampia varietà, melodie molto valide e riversare sull’ascoltatore una serie di emozioni in modo molto realistico e efficace. Il disco fa sì che la band rientri nella Top 10 in Gran Bretagna, al numero 8 per la precisione, e segna la preparazione per gli anni di maggior successo commerciale per i Charlatans.

L'inclusione nel movimento britpop

charlatansin3Il fermento britpop è ormai al culmine e cresce l'interesse per i gruppi che possano essere in qualche modo accostati al movimento. I Charlatans, così, finiscono in quel calderone, vuoi per l’abile promozione effettuata dalla loro agenzia di PR, vuoi perché Tim Burgess ormai viveva a Londra, a Camden o in zone limitrofe, e trascorreva molto tempo con musicisti di spicco di quel filone, quali i fratelli Gallagher, Bernard Butler, Andy Bell, James Dean Bradfield e Richey Edwards. La scelta è, quindi, quella di pubblicare entro la fine del 1994, precisamente il 26 dicembre, un Ep con quattro nuovi brani con “Crashin’ In” come traccia leader, la quale finirà poi nel quarto disco, intitolato semplicemente The Charlatans, uscito nel 1995.
In realtà il disco con il britpop c’entra pochino, visto che in quel periodo erano quasi solo Tim e Mark Collins a occuparsi della scrittura delle canzoni, ovvero un frontman che in quel periodo si era appassionato di Bob Dylan e Gram Parsons e un chitarrista che, come abbiamo visto, aveva già di per sé un’attitudine classic rock. Sta di fatto che l’album fa tornare la band al numero 1 e la popolarità dei Charlatans è ai massimi storici.
Dal punto di vista stilistico, ci troviamo di fronte a un disco decisamente poco britannico e, in cui la chitarra la fa da padrona e la tastiera è usata solo come complemento e quasi sempre senza quel suono moderno che aveva sempre avuto fino a quel momento. La band non smette di esprimersi su registri diversi a seconda delle canzoni: la citata “Crashin’ In” ha una chitarra che è un fiume in piena e una melodia limpida e trascinante, mentre “Just Looking” mostra più leggerezza e la presenza di una acustica e una elettrica a creare il classico rapporto ritmica + solista; “Here Comes A Soul Saver” accoppia la lentezza nel ritmo alla pienezza elettrica del suono e “Just When You’re Thinking Things Over” è invece vivace ma molto più orientata al suono acustico rispetto a quasi tutto quello che i Charlatans avevano fatto fino a quel momento.
Non a caso sono stati citati i quattro singoli, perché essi risultano i momenti di maggior spessore qualitativo del disco, mentre il resto dei brani ha qualche altro buon momento alternato ad alcuni episodi che lasciano perplessi. Le canzoni buone sono due: “Bullet Comes”, giocata su una buona interazione tra una ritmica che si allontana per una volta dal suono classico, due diverse linee di tastiera che si incrociano sapientemente e una chitarra anche essa molto dinamica, con una melodia non semplicissima ma capace subito di attirare l’attenzione, e “Tell Everyone”, che vede al centro il binomio voce–chitarra acustica e gode di un’altra melodia ben fatta. Convincono poco, invece, l’uno–due iniziale “Nine Acres Court”–“Feeling Holy” e tutta l’ultima parte: semplicemente, nessuna di queste canzoni sembra portare con sé i punti di forza che, a turno, caratterizzano i migliori momenti della band e che finora si erano sempre manifestati (melodie interessanti, ritmiche coinvolgenti, linee di chitarra o di tastiera efficaci, capacità di far interagire i diversi elementi con costrutto).

The Charlatans consacra sì la popolarità della band, ma rappresenta un passo indietro dal punto di vista della qualità del disco nel complesso, mantenendo comunque diversi momenti che invece non hanno quasi nulla da invidiare al passato. Il giudizio complessivo è positivo, ma se si dovesse consigliare l’ascolto solo di alcuni dischi dei Charlatans, questo non rientrerebbe certo nella lista.

La morte di Rob Collins e il momento di maggior popolarità

Le registrazioni del successivo Tellin’ Stories vanno per le lunghe e sono piuttosto turbolente. Il motivo è molto semplice: Rob Collins è sempre immerso nel tunnel delle droghe ed è ormai un corpo estraneo alla band. I rapporti con gli altri membri iniziano a deteriorarsi e a un certo punto, dopo una lite furibonda con Tim Burgess, Rob prende la sua auto e torna per qualche giorno a casa. Mentre sta tornando in studio, sbanda con l’auto, si schianta e muore. È una perdita emotivamente terribile per il resto della band e l’incertezza sul futuro dei Charlatans è grande. In loro soccorso arriva Martin Duffy dei Primal Scream, che dapprima suona al posto di Rob nell’importantissimo slot della famosissima due giorni di Knebworth guidata dagli Oasis e in programma solo poche settimane dopo il tragico evento, poi va in studio e permette ai Charlatans di completare il disco senz’altro più conosciuto e amato di tutta la loro carriera.

Il 1997 è un anno-cardine per la storia del pop inglese, poiché il movimento britpop continua a godere di enorme popolarità e alcuni dei dischi pubblicati in quell’anno sono tra i momenti più alti di tutta la scena, ma contemporaneamente alcuni gruppi appartenenti a quest’area di riferimento iniziano a muoversi in direzioni diverse, creando i presupposti per l’inizio di una nuova stagione. I Charlatans seguono un percorso tutto loro, perché come abbiamo visto erano stati inclusi nel britpop in modo un po’ forzato nel 1995, ma Tellin’ Stories è legittimamente inseribile in questo movimento e ne rappresenta uno degli esempi migliori. Per far capire la grandezza di questo disco si sarebbe tentati semplicemente di elencare la tracklist, infarcita di brani popolarissimi e apprezzati da chiunque abbia un minimo di interesse per la musica pop. C’è, però, anche di più, perché finalmente i Charlatans tornano qui a esprimere tutto il proprio potenziale sotto ogni punto di vista, e se dischi bellissimi come Between 10th To 11th e Up To Our Hips potevano essere soggetti – come abbiamo visto - a qualche piccola critica, Tellin’ Stories è inattaccabile esattamente come Some Friendly. C’è una continuità impressionante nella qualità melodica, con tutte le canzoni, non solo i singoli, che trascinano e si lasciano cantare all’infinito senza alcuna ruffianeria, ma semplicemente perché le melodie sono di alto livello; c’è un Tim Burgess mai così in controllo della propria vocalità e mai così capace di esprimersi su registri diversi in modo ugualmente efficace; c’è ancora una certa prevalenza della chitarra sulla tastiera, ma quest’ultima non si limita ad accompagnare, prendendosi invece i propri spazi in modo ogni volta perfetto e funzionale al contesto; c’è una sezione ritmica che sa svariare tra l’esuberanza del passato e la maggior linearità del lavoro precedente, e ogni volta la scelta è quella giusta affinché la propulsione di basso e batteria dia la giusta concretezza al singolo brano; c’è, infine, il senso di coerenza complessiva del disco che, come già detto, era un risultato che non sempre i Charlatans erano riusciti a centrare. L’impressione è che le diverse anime della band si siano venute incontro, trovando la quadratura del cerchio sotto il comune ombrello della nobile arte del pop e, soprattutto, abbiano saputo affrontare nel modo giusto le difficoltà, sfociate in una tragedia che avrebbe potuto far saltare tutto il castello. Dal rischio di dover buttare via tutto, i Charlatans sono riusciti nel giro di pochi mesi a sfornare il loro maggior successo nonché il disco che, assieme al fulminante esordio, rappresenta il vertice artistico di tutta la loro carriera.
Tellin’ Stories arriva ovviamente al numero 1 in classifica e anche i quattro singoli estratti vendono bene. Sia il groove irresistibile di “One To Another”, che la pulizia pop-rock di “North Country Boy”, che l’aggressività controllata di “How High” arrivano in Top 10, cosa che per un singolo dei Charlatans non accadeva dai tempi di “The Only One I Know”, mentre l’attitudine sognante con dolce crescendo nel ritornello della title track si attesta comunque in Top 20.
I Charlatans sono ormai tra le band più importanti del Regno Unito.

Il passaggio su major e il Paese delle meraviglie di Los Angeles

charlatansin4I guadagni economici per la band, però, non sono certo in linea con il successo commerciale dei dischi. Così, il gruppo decide di lasciare la Beggars Banquet e firmare con la Universal. Come atto d’addio viene pubblicata la prima raccolta dei Charlatans, intitolata Melting Pot. La compilation rappresenta uno sguardo d’insieme bello e fedele di ciò che sono stati i Charlatans fino a quel momento: l’unico problema è che c’è solo “Weirdo” a rappresentare Between 10th To 11th, però nella raccolta ci sono anche remix e singoli non finiti negli album e queste inclusioni servono quantomeno a rappresentare bene le diverse fasi stilistiche del percorso del gruppo. Chiunque voglia farsi un’idea iniziale di com’è stato il periodo migliore di questa band, può tranquillamente iniziare da qui e verrà subito instradato sulla corretta via.
Nel frattempo viene scelto il tastierista che rimpiazzerà Rob Collins: si tratta di Tony Rogers, che contribuisce fin da subito anche alla scrittura delle canzoni. La band si costruisce il proprio studio ma purtroppo subisce un grave danno economico: il contabile di fiducia sparisce con trecentomila sterline e si scopre che non pagava le tasse da cinque o sei anni: le perdite vanno a sfiorare i due milioni. Questa avversità non impedisce l’arrivo, nel 1999, del sesto disco, primo sotto la Universal: è un lavoro spiazzante, di ascolto non semplice, diverso da tutto ciò che la band aveva fatto fino a quel momento e da ciò che avrebbe fatto in seguito. Us And Us Only, infatti, unisce intimismo e psichedelia spinta e offre pochissime concessioni al pop.
Già dal singolo anticipatore “Forever” si capisce che l’aria è cambiata: si tratta, infatti, di una canzone particolarmente lunga, molto variegata dal punto di vista del suono e degli arrangiamenti, che ha sì una strofa e un ritornello ma le cui linee melodiche sono tutt’altro che facili e immediate, con una componente psichedelica più evidente che mai, non leggera come capitava in passato, ma con una presenza forte e caratterizzante.
Viene da sé che, per quanto riguarda le sensazioni espresse, siamo su territori scomodi, che chiamano in causa inquietudine, tensione, insoddisfazione, disagio. Il disco, come capita spesso con i Charlatans, è molto vario, ma un paio di caratteristiche del singolo si ritrovano in tutte le canzoni: la scarsa immediatezza delle melodie e la diffusa negatività dell’aspetto emozionale. In “A House Is Not A Home”, ad esempio, la chitarra elettrica è talmente invadente da risultare quasi disturbante; “The Blonde Waltz” non è certo la prima ballata semi-acustica della band, ma qui il suono è polveroso e l’arrangiamento, con il ritornello punteggiato da riff aggressivi prima del pianoforte e poi della chitarra, è proprio votato a far emergere le sensazioni di cui sopra; “Senses (Angel On My Shoulder)” è occupata per una buona metà solo da armonica e piano, che evocano un’ambientazione desertica e quando gli altri strumenti e la voce arrivano, non fanno altro che aumentare il senso di inquietudine; “I Don’t Care Where You Live” dice tutto fin dal titolo. Le uniche canzoni vagamente pop sono “Impossible”, anch’essa semiacustica ma con un’atmosfera generale decisamente distesa e rilassata, e “My Beautiful Friend”, anch’essa pervasa da un forte tocco di psichedelia ma scorrevole e leggera nel suo complesso.

Il disco si piazza al numero 2 in classifica ma per molti fan risulta un po’ troppo disorientante. Riascoltato oggi, Us And Us Only merita comunque di essere apprezzato, sia perché le canzoni in sé sono tutte buone, anche se nessuna di esse rientra nel novero delle migliori del gruppo - se non, forse, “Forever” – e poi perché il fatto che si ritrovino delle caratteristiche comuni in brani così diversi tra loro fa sì che ci sia nuovamente l’impressione di un disco unitario.

La band ormai gira costantemente in tutto il mondo, e a Los Angeles Tim Burgess incontra la donna che diventerà sua moglie. Di conseguenza, quando non deve registrare o andare in tour, Tim vive lì e convince il resto della band a raggiungerlo per registrare il disco successivo. L’idea di Burgess è parte di un disegno più ampio, cioè fare in modo che i suoi compagni passino del tempo nella sua nuova città di residenza e ne assorbano stile di vita e cultura, in modo da farsene influenzare per la realizzazione del disco. Mark Collins raggiunge il leader prima degli altri e i due passano il tempo a scrivere canzoni ma anche a vivere la città in tutti i suoi aspetti, ovvero guidando nei larghi stradoni di giorno e vivendo al massimo la vita notturna, tra club e concerti di band locali. Quando arrivano gli altri, fanno lo stesso per una settimana e poi tutti si chiudono in studio a registrare. Un gran numero di musicisti locali presteranno il proprio contributo in vari momenti e così lo scopo di Burgess è pienamente raggiunto: Wonderland, uscito nel 2001, trasuda Los Angeles da tutti i pori. Un bel salto per chi, fino a pochi anni prima, era considerato tra i paladini del britpop.
Il disco è pieno di elettronica, di ritmiche funky, di chitarre effettate e non mancano importanti cori femminili, nonché momenti in cui lo stesso Tim Burgess canta in falsetto. È un lavoro frenetico, che fa convivere tra loro atmosfere da club posh, da gospel futuristico, da rock post-moderno, alternate a momenti molto più introspettivi, che possono mettere in mostra una dolce fragilità così come una nera disperazione. Rispetto al disco precedente, le melodie tornano coinvolgenti e trascinanti e tante di esse sono di altissima qualità: l’uno–due iniziale “You’re So Pretty–We’re So Pretty” e “Judas” è particolarmente esemplificativo di tanti degli aspetti sopra specificati, ma ci vuole l’ascolto di tutti i brani per svelare in pieno tutte le sfaccettature dell’opera.
Le due canzoni iniziali assieme alla successiva “Love Is The Key” sono un perfetto spaccato di cosa possa significare vivere la frenesia di una città come Los Angeles. Poi, all’improvviso, arriva la morbidezza di “A Man Needs To Be Told”, a ricordarci che siamo esseri umani e che talvolta il miglior nutrimento per le nostre anime sono la dolcezza, le coccole e le rassicurazioni che sanno toccare i tasti giusti. Ma la giostra ricomincia, con il soul misto a disco music di “I Just Can’t Get Over Losing You” e la strumentale “The Bell And The Butterfly”, anch’essa frenetica e inquieta e dal suono particolarmente denso, robusto e stratificato.
Nella parte finale le acque si calmano un po’, nel senso che due delle quattro canzoni sono più introspettive e un’altra è comunque morbida: “And If I Fall” è un’esplicita richiesta di aiuto e di fiducia, “Is It In You?” in mostra un uomo nel suo momento più difficile; in mezzo a queste, “Wake Up” è il brano più solare e dal suono più pieno e avvolgente di tutto il disco. Si chiude con “Ballad Of The Band”, che ci riporta alle atmosfere più tipiche del disco, ma viste sotto una luce diversa, cioè quelle di una persona che vi si immerge a proprio agio, senza più alcun senso di frenesia.

Wonderland è il disco più ambizioso di tutta la carriera dei Charlatans ed è anche uno dei più riusciti: l’enorme varietà è veicolata perfettamente e anche oggi, a tanti anni di distanza, molte delle soluzioni appaiono avveniristiche e in qualche modo antesignane del’emergere di queste atmosfere West Coast nelle tendenze più attuali del circuito musicale indipendente e non solo.
Il disco ottiene un altro numero 2 in classifica, ma da qui in poi la popolarità dei Charlatans inizierà a scendere e non tornerà più su questi livelli, anche se, ancora oggi, il seguito della band in tutto il mondo resta rilevante. Anche la qualità non si attesterà mai più sui migliori livelli, sebbene, anche qui, le cose buone non mancheranno. Purtroppo, i mesi successivi alla pubblicazione dei Wonderland sono caratterizzati da seri problemi di salute per Tony Rogers, affetto da una forma tumorale ai testicoli; per fortuna, un intervento chirurgico ben eseguito lo rimette a posto e già nel 2002 la band torna a suonare dal vivo, nonostante Rogers si debba sottoporre a cicli di chemioterapia.

Gli anni più difficili, tra cambi di etichetta e scarsa ispirazione

Il 2002 è un anno di compilation per i Charlatans. Escono, infatti, sia una raccolta di B-side che un live. Songs From The Other Side è una selezione di lati B del periodo 1990–1997, quindi Beggars Banquet. Le 16 canzoni sono tutte di buona qualità, e nel caso di quelle legate ai singoli del disco omonimo, esse avrebbero tutte potuto legittimamente aspirare a essere incluse nell’album, che, come abbiamo visto, contiene diversi brani non all’altezza. L’ascolto è interessante anche per un altro motivo: alcuni dei brani riprendono pienamente le caratteristiche stilistiche dell’album di riferimento, mentre altre sembrano una sorta di ponte con quello precedente: è il caso – tra le altre - di “Occupation H. Monster”, che ha qualcosa sia di Some Friendly che di Between 10th To 11th, di “Stir It Up”, trait d’union tra Between 10th To 11th e Up To Our Hips, e di “Green Flashing Eyes”, che unisce lo stile del disco omonimo a cui è legata con alcuni elementi del primissimo periodo della band.
Altri brani degni di menzione nella raccolta sono “Happen To Die” e “Two Of Us”, la prima molto vicina alla qualità di Between 10th To 11th e la seconda che apporta un bel tocco lo-fi allo stile di Tellin’ Stories.
Live It Like You Love It presenta 14 canzoni registrate a Manchester nel dicembre 2001, quindi ci sono diversi brani di Wonderland, ma ovviamente non mancano le grandi hit del passato. Le canzoni sono registrate molto bene e dall’ascolto del disco si colgono perfettamente i punti di forza dei Charlatans sul palco, almeno in quel periodo: un Tim Burgess in ottima forma vocale, una sezione ritmica sempre efficace in ognuno dei diversi registri in cui è chiamata a esprimersi e il grande lavoro di tastiera e chitarra che danno concretezza, colore e dinamismo al suono.

Nel 2003, Tim Burgess pubblica il primo dei suoi due dischi solisti, intitolato I Believe, per PIAS.
Il suono è meno curato e più snello rispetto a tutto quello che Tim ha fatto coi Charlatans – sia prima che dopo – e allo stesso tempo ci sono strade dal punto di vista sonoro che Burgess ha percorso solo qui, in particolare il modo in cui vengono usati i fiati.
“I Believe In The Spirit” ha un arrangiamento particolarmente accattivante per come sa mettere insieme in modo perfetto una grande quantità di strumenti senza dare affatto l’impressione di un suono ridondante e, anzi, risultando fresca e di facile ascolto; “Only A Boy” riprende il registro vocale in falsetto di Wonderland su un suono semplice e frizzante con retrogusto soul e una melodia ispiratissima; “We All Need Love” è una ballata altrettanto semplice, il cui ritornello si stampa in testa al primo ascolto e non ne esce più; “Years Ago” è un breve e efficace brano country basato su fingerpicking e slide guitar ed è sorprendente come la vocalità di Burgess vi calzi a pennello.
Le altre canzoni sono tutte comunque almeno soddisfacenti e l’ascolto del disco è piacevole, nonostante il problema della mancanza di unitarietà complessiva sia qui più evidente che mai.

charlatansin5Il 2004 rivede i Charlatans tornare con un disco nuovo, intitolato Up At the Lake e che sarà l’ultimo sotto la Universal. Probabilmente, questo è l’album più semplice dal punto di vista sia del songwriting che dei suoni, in tutta la carriera della band. Strofe, ritornelli, intermezzi strumentali e basta, senza andare a cercare nulla di più complicato, e, per quanto riguarda il suono, strumentazione ridotta all’osso, nessuna stratificazione, nessun tipo di sperimentazione. Al massimo può capitare che ci siano un po’ di effetti e di filtri, come in “Feel The Pressure”, ma la rappresentazione più fedele del disco è la title track nonché pezzo di apertura: ritmica regolare, un giro di chitarra lineare ad accompagnare una melodia vocale facile e immediata, sia nella strofa che nel ritornello.
Come sempre, comunque, non si può dire che le canzoni siano fatte con lo stampino, perché ad esempio “As I Watch You In Disbelief” riprende le influenze della tradizione statunitense, “Cry Yourself To Sleep” è una ballata che gioca sulla compenetrazione tra chitarre e pianoforte, sul crescendo sonoro e nella quale hanno una certa importanza le armonie vocali, “Try Again Today” punta sulla morbidezza e su una melodia particolarmente efficace, specie nel ritornello.
Insomma, i Charlatans sono una band talmente esperta da saper mettere sempre qualcosa di interessante e imprevedibile anche in canzoni per nulla ambiziose come queste. Il problema del disco è un’ispirazione compositiva non certo ai massimi livelli: le canzoni sono piacevoli e un paio - la title track e “Try Again Today” - sono proprio belle, quindi il disco merita un’ampia sufficienza, non di più, però.

Come detto, la band lascia la Universal e si accasa presso la Sanctuary, quindi sempre in ambito major, e già due anni dopo, ovvero nel 2006, esce un nuovo disco, Simpatico.
L’album segna il ritorno a un suono più dettagliato e ambizioso, con un unicum nella storia della band: diverse canzoni, infatti, sono chiaramente influenzate dal dub, una fonte di ispirazione che mai la band aveva utilizzato e che mai più utilizzerà. Ci sono anche canzoni più squisitamente pop-rock, come l’ottimo singolo “Blackened Blue Eyes”, che gode di una melodia valida, una ritmica con un gran tiro e un suono denso, dinamico e avvolgente, e l’altro singolo “NYC (No Need To Stop)”, che accoppia una strofa lineare come i brani di Up At The Lake con un ritornello che invece sembra preso dalle sessioni di Wonderland. Tante canzoni, sono caratterizzate da ritmiche in levare e in qualche caso anche da suoni di tastiera che rimandano al dub (“For Your Entertainment”), mentre altre accoppiano questo stesso tipo di ritmica a un suono più rock (“Dead Man’s Eyes”). Il disco disorienta molto anche ascoltandolo oggi: le canzoni in sé non sono fatte male, nel senso che la descritta influenza dub non appare come un qualcosa appiccicato allo stile della band senza costrutto e tutto l’insieme è organico e scorrevole. Il problema è che, come due anni prima, l’ispirazione melodica non eccelle nemmeno qui e ascoltare una band dal passato così glorioso che si snatura fino a questo punto lascia un po’ perplessi.

Alan McGee e il consolidamento del rapporto con i fan

Questi sono anni duri per Tim Burgess, perché stavolta è lui a arrivare a un passo da lasciarsi inghiottire senza via d’uscita dalla dipendenza per le droghe. Come racconterà lui stesso, se ne accorgerà all’ultimo momento utile per salvarsi la pelle. Nel mentre, incontra Alan McGee e capisce di aver bisogno di un manager esperto come lui. Entrambi iniziano a capire le potenzialità del promuoversi da soli su internet e sul social network che allora imperava, ovvero MySpace. Nasce di conseguenza l’idea di regalare il download del prossimo disco, semplicemente permettendo a chi lo vuole di cliccare su un link contenuto in un sito, precisamente quello della stazione radio XFM, senza nemmeno dover inserire un proprio indirizzo e-mail per future comunicazioni promozionali.
Prima fa in tempo a uscire un’altra raccolta, intitolata Forever. The Singles., una selezione dei singoli usciti in tutta la carriera della band. La selezione appare un po’ troppo incentrata sulle hit del periodo di maggior successo commerciale, cioè da Tellin’ Stories in poi, e il fatto che i primi quattro dischi siano rappresentati con una canzone a testa la dice lunga sull’utilità di questa compilation nell’illustrare fedelmente il percorso dei Charlatans. Un piccolo plus è rappresentato dalla presenza di “Indian Rope”, mentre il brano che sarebbe stato proprio meglio non fosse mai esistito è una nuova versione di “You’re So Pretty, We’re So Pretty”, semplicemente impresentabile.

You Cross My Path è il disco più unitario di tutta la carriera dei Charlatans, quello per cui basta nominare una band, anzi un disco, per descriverne tutte le influenze. La band è un vecchio amore di Tim e soci, ovvero i New Order; il disco, invece, non fa parte del periodo ottantiano che aveva contribuito a ispirare il gruppo ai suoi inizi, ma risale a qualche anno dopo: si tratta di “Republic” (1993). L’alternarsi e l’incrociarsi tra il suono della chitarra rotondo e rassicurante, ma anche leggermente velato di scuro, e quello algido della tastiera, che paradossalmente si combinano alla perfezione, pur essendo teoricamente in contrasto, le melodie suadenti, la ritmica morbida ma presente e che si avvale di una forte componente digitale: mancano giusto i ritornelli con i cori femminili e poi c’è tutto ciò che caratterizza “Republic”.
L’aspetto migliore di You Cross My Path è una vena melodica che non si manifestava con questa continuità da diverso tempo: le canzoni sono tutte solide, nessuna esclusa. “Oh! Vanity” incalza subito l’ascoltatore e fa partire il disco col piede giusto, e la title track posta a metà scaletta sembra voler riprendere gli stessi punti, quasi a dividere il disco in lato A e B come una volta.
“Bad Days” è subdola, intrigante e vitale allo stesso tempo; “Mis-Takes” ha sottopelle un hammond che riecheggia il passato più glorioso in modo discreto ma che cattura l’orecchio dell’ascoltatore attento; “The Misbegotten” e “Missing Beats (Of A Generation)” sono le più electro del lotto e evocano ambientazioni di una pista da ballo con poca luce, in cui ognuno si fa trascinare dai ritmi senza curarsi di chi gli è attorno; “A Day For Letting Go” e “My Name Is Despair” rallentano il ritmo in momenti strategici ma in modo diverso, la prima richiamando la voglia di pensare positivo in situazioni difficili e la seconda trasmettendo invece più pessimismo; le due canzoni finali, “Bird” e “This Is The End”, sono il momento più sereno e puramente pop del disco, con il primo dei due brani che si aggiudica la palma del migliore del disco grazie a una melodia particolarmente bella e a un arrangiamento interessante, con distorsioni morbide quasi shoegaze che si inseriscono perfettamente in un impianto altrimenti pulitissimo.
Un disco come questo pone sempre il dubbio se valga di più l’apprezzamento per la bellezza delle canzoni in sé o il fatto negativo che sia troppo facile cogliere cosa le ha ispirate. Il sottoscritto, in questo caso, propende per dare maggior peso agli aspetti positivi del disco, più che altro perché fa davvero piacere che i Charlatans siano stati qui ancora in grado di realizzare una serie di brani le cui melodie stanno tutte su da sole. La versione fisica del disco uscirà diversi mesi dopo rispetto al download in regalo, e questa pubblicazione segna il ritorno della band a un’etichetta indipendente, ovvero la Cooking Vynil.

Nei mesi seguenti, si verificano in rapida successione la rottura del rapporto professionale tra Alan McGee e i Charlatans e quella del matrimonio losangelino di Tim Burgess, che torna quindi a vivere in Inghilterra. La band mantiene comunque il ritmo di pubblicazione degli ultimi anni e nel 2010 ecco arrivare Who We Touch, sempre per Cooking Vynil. Il disco segna il ritorno a un tasso di varietà che non si registrava dai tempi di Wonderland, ma con molta meno ambizione. Le canzoni sono tutte piuttosto semplici e allo stesso tempo disomogenee. A favore gioca il fatto che, come due anni prima, l’ispirazione melodica sia su livelli più che buoni, quindi l'ascolto è molto piacevole. Questo pregio si verifica soprattutto per le prime tre canzoni: “Love Is Ending” è rock, lo-fi e quasi caotica, una descrizione che di solito non si trova associata a canzoni dei Charlatans, e la sua aggressività è ben veicolata proprio dalla melodia trascinante; “My Foolish Pride” si inserisce tra i brani più pop e sereni del gruppo, con un bell’arrangiamento che passa con naturalezza da una strofa in cui domina il pianoforte a un ritornello dove prende il sopravvento la chitarra, con un bel sostegno di archi; “Your Pure Soul” è morbida e dolcemente malinconica e risulta particolarmente espressiva e coinvolgente.
Non mancano i momenti più intensamente cupi, come “Smash The System” e “Intimacy”, e altri episodi riprendono le caratteristiche dei primi citati su un livello qualitativo minore, ad esempio con l’aggressività di “Sincerity” o la serenità pop di “Trust In Desire”.
Non è facile per una band così attiva realizzare un undicesimo disco senza cadute e con qualche pezzo di rilievo. Who We Touch merita, quindi, di essere promosso a pieni voti, perché ci consegna un gruppo di musicisti che dopo vent’anni produce ancora arte nel senso più genuino del termine. Si può dire tutto dei Charlatans, ma non certo etichettarli come meri sopravvissuti. Purtroppo, i mesi successivi alla pubblicazione del disco riportano la band nel dramma, perché a Jon Brookes viene diagnosticato un tumore al cervello.

charlatansin6Dopo un 2011 caratterizzato dalla pubblicazione dell’Ep Warm Sounds, nel quale vengono rivisti in chiave acustica sei brani della band appartenenti a epoche diverse (lavoro interessante in teoria, ma che non produce un risultato particolarmente degno di nota), nel 2012 Tim Burgess pubblica la propria autobiografia “Telling Stories” e soprattutto il suo secondo disco solista, scritto in collaborazione con Kurt Wagner e intitolato Oh No I Love You. Come nove anni fa, l’impressione che quasi nessuna delle sue canzoni soliste sarebbe buona anche per il repertorio della band. Sono, infatti, almeno tre le caratteristiche di base che distinguono il suo lavoro da quello con i Charlatans: melodie più aperte e pronunciate, una maggior leggerezza del suono e del cantato, una varietà nel ventaglio degli arrangiamenti che portano l’autore a esplorare più approfonditamente certi canoni stilistici che con la band vengono lasciati da parte o approcciati timidamente.
Burgess fa convivere gomito a gomito contaminazioni soul (“White”, “The Great Outdoor, Bitches”), accenni di Americana (“The Doors Of Them”, “The Gaduate”), un misto tra queste due cose (“The Economy”), un retrogusto slowcore (“A Case For Vynil”, “Tobacco Fields”, “A Gain”), atmosfere da West Side Story (“Hours”), tutto con una componente pop che cerca di fare da collante.
Venendo al giudizio di merito, ci sono aspetti positivi e negativi. I primi stanno in una qualità media dei brani più che soddisfacente, con un artista che mostra di non aver ancora esaurito la vena compositiva dopo tanti anni di attività e di essere in grado di trovare sempre la chiave giusta per interagire con attitudini stilistiche diverse in modo credibile ed efficace. I secondi stanno – ancora una volta - in uno sviluppo eccessivamente slegato del disco nel suo complesso: soprattutto le tre lunghe tirate dall’impronta slowcore risultano poco in linea con lo stile degli altri brani. In ogni caso, ormai lo abbiamo capito, con Tim così come per i Charlatans, vale sempre la regola che per prima cosa una buona canzone è sempre una buona canzone, e anche quelle di questo disco lo sono tutte.

La scomparsa di Jon Brookes e un ritorno in grande stile

Nel 2013, Jon Brookes perde definitivamente la propria battaglia contro il cancro e muore nel mese di agosto. I quattro superstiti subiscono molto la scomparsa di un membro così importante della band, sia musicalmente che umanamente, ma decidono di non scoraggiarsi e di reagire. Organizzano un concerto benefico in onore di Jon pochi mesi dopo, con la presenza di tantissimi ospiti desiderosi di pagare il proprio tributo a un musicista validissimo e una persona amata da tutti. Un supergruppo composto da Tim Burgess e dal batterista dei New Order Stephen Morris, da James Walbourn dei Pretenders, Freddie Cowan e Arnie Arnason dei Vaccines, Winston Marshall dei Mumford & Sons; James Dean Bradfield; Liam Gallagher con un paio di altri Beady Eye e Bonehead, storico chitarrista ritmico degli Oasis, i dj-set tra un concerto e l’altro dei Chemical Brothers e naturalmente i Charlatans, con Pete Salisbury dei Verve. Questi i vari momenti di una serata che sicuramente ha tributato Jon Brookes nel migliore dei modi e probabilmente ha fatto capire agli altri che non era il caso di fermarsi ma di andare avanti.

Così, nel gennaio del 2015, arriva Modern Nature, con un nuovo passaggio di etichetta e ritorno su major (Bmg). A conti fatti, l’assenza dal mercato discografico dei Charlatans è arrivata vicina ai cinque anni, e si potrebbe pensare sia normale viste dle descritte distrazioni di Tim e la scomparsa di Jon Brookes. Ascoltando questo album, però, viene spontanea anche una terza ipotesi: i Charlatans si sono presi un periodo lungo per realizzarlo semplicemente perché, ancora una volta, hanno deciso di reinventarsi e proporsi in una veste sonora per loro inedita.
La sezione ritmica è ovviamente molto cambiata, vista la perdita della personalità stilistica del batterista, e si presenta qui estremamente morbida; va detto che chi ha sostituito Brookes (Pete Salisbury dei Verve e Stephen Morris dei New Order) non si è certo limitato al compitino, ma ha creato un accompagnamento ritmico estremamente vitale e quasi dotato di un’espressività propria. Il cuore del suono di questo disco è dato ancora una volta dalle interazioni tra chitarra e tastiera, che hanno sempre reso riconoscibile lo stile dei Charlatans in tutte le sue numerose trasformazioni. Non è certo facile coglierle al primo ascolto proprio per via di un’attitudine completamente nuova per la band, che si ripropone in una veste vellutata e quasi posh, con le vibrazioni di un suono post-moderno che si adagiano morbidamente su un piano immaginario e si dilatano in modo molto lento, dando l’impressione di cercare volutamente la calma a discapito dell’intensità sonora. Sotto sotto, però, i giri di hammond sono ancora quelli dei tempi d’oro – nonostante anche qui sia cambiato il tastierista molti anni fa – il tocco sulla chitarra di Mark Collins è sempre venato di classic-rock e il modo in cui i due strumenti si rincorrono, avvicinandosi e allontanandosi tra loro in mille maniere diverse, è sempre ciò che fa capire subito all’ascoltatore attento di avere a che fare con un disco dei Charlatans.
Dopo tantissimo tempo, la band fa anche centro per quanto riguarda la capacità di unire una buona varietà tra una canzone e l’altra. Le linee generali sopra descritte sono presenti in tutte le canzoni, che però le declinano ognuna a proprio modo. “Talking In Tones” è un inizio tranquillo, che richiama alla mente le sensazioni di un risveglio controvoglia, poi però il brano sfocia in modo spontaneo in una “So Oh” che è invece la canzone più ariosa e positiva del disco. All’interno di questo lavoro si alternano diverse tipologie di sensazioni, tra brani più votati alla positività, oppure alla negatività, o ancora più neutri dal punti di vista emotivo. Il bello è che ognuna di queste diverse sensazioni non è mai espressa nello stesso modo, poiché i brani variano per apertura melodica, robustezza del suono e diversa importanza di melodia e suono stessi. “Come Home” è positiva e ha un suono pieno e una melodia abbastanza immediata, invece “Keep Enough” è più eterea e sfuggente; dall’altra parte, abbiamo una “Emilie” negativa come sensazioni espresse ma dalla ritmica decisamente vivace e “I Need You To Know” che è il brano dal suono più potente del disco.
Anche le canzoni neutre dal punto di vista emotivo cambiano pelle: “Tall Grass” è rotonda e rilassata, “Trouble Understanding” torna a un suono robusto e la conclusiva “Lot To Say” è invece più leggera e torna qui una maggior immediatezza melodica. Giova ribadirlo, nulla di quanto esposto è estremizzato, ma è tutto ben misurato, dando comunque un’impressione di spontaneità. Quest’ultimo aspetto è uno dei pregi del disco, insieme all'uso delle melodie, che si mettono al servizio del suono riuscendo a veicolarne le sensazioni. Di solito, nella musica pop, questo finisce per essere un problema, invece qui appare la scelta più adeguata per la resa complessiva del disco.

Modern Nature è un disco che va ascoltato con attenzione e per numerose volte, perché al primo approccio potrebbe semplicemente sembrare un album malinconico e dalla produzione semplice; invece a ogni passaggio svela una natura decisamente più complessa e articolata e si inserisce sicuramente tra i lavori meglio riusciti dei Charlatans. Magari non tra i primi tre, il podio ormai è riservato a Some Friendly, Between 10th To 11th e Tellin’ Stories, ma tra i migliori cinque o sei sicuramente.
Dopo 25 anni di attività e tutto quello che è successo, non è poco.

Passano soli due anni e arriva Different Days, che vede la presenza di tanti ospiti di spicco, non solo alla batteria, dove lo scomparso Jon Brookes non è stato ufficialmente sostituito e la band si è avvalsa dei servigi di Pete Salisbury (Verve) e Stephen Morris (New Order), esattamente come nell’album precedente. Qui, ci sono anche personaggi del calibro di Paul Weller e Johnny Marr, più un lungo elenco di contributori, tra cui Gillian Gilbert degli stessi New Order, Kurt Wagner e Anton Newcombe dei Brian Jonestown Massacre. Il suono riprende gli umori del disco precedente e ne amplia il ventaglio espressivo. Le atmosfere di queste canzoni nuove sono sempre autunnali e umbratili, non si spinge mai troppo sull’acceleratore e il timbro vocale di Tim Burgess si adatta a questa veste sonora che, evidentemente, alla band è piaciuta e continua a piacere molto. Si comincia con la vena elettroacustica dell’iniziale “Hey Sunrise”, si continua con una “Solutions” enigmatica dal punto di vista melodico e che gode di un arrangiamento dinamico grazie al modo in cui, sopra una base sonora realizzata col classico uso dell’organo, appaiono e scompaiono ulteriori tastiere. La title-track parte serena, ancora grazie alle tastiere, ma più va avanti e più le chitarre, prima acustica e poi elettrica, fanno emergere tensioni inizialmente sopite; il singolo “Plastic Machinery” è la canzone più squisitamente rock prodotta dai Charlatans da molto tempo a questa parte. il diIco è molto riuscito. Il songwriting, ormai, non è più ammiccante come un tempo, e ci vogliono alcuni ascolti per apprezzare melodie non immediatissime ma che sanno farsi largo nella mente dell’ascoltatore dopo alcuni passaggi; il suono e gli arrangiamenti sono elegantissimi, curati in modo maniacale e in grado di far letteralmente respirare a chi ascolta le atmosfere volute; la voce di Tim Burgess è emotiva ed efficace e interpreta ogni volta nel modo migliore le vibrazioni proprie delle singole canzoni.

In definitiva, i Charlatans sembrano aver trovato le coordinate stilistiche giuste per mantenere alta l’ispirazione melodica e interpretativa e fare dischi con un’evidente passione. Questa nuova identità con un nucleo fisso e un bel gruppo di collaboratori attorno sembra sempre di più essere in grado di dare ancora grandi soddisfazioni, a loro e a chi ascolta.

I racconti sulla vita della band sono tratti da: Tim Burgess - "Telling Stories" (Viking, 2012, 233pp)

Charlatans

I cantastorie di Manchester

di Stefano Bartolotta

I Charlatans hanno attraversato con i loro dischi quasi 25 anni di storia della musica britannica, passando la prima parte della carriera come esponenti di punta di movimenti ben precisi (Madchester e britpop). Poi a un certo punto hanno iniziato a fare un po’ quello che volevano. Ripercorriamo la storia di questo gruppo, caratterizzata anche da eventi drammatici e legata a doppio filo alla forte ..
Charlatans
Discografia
 

CHARLATANS

  
 ALBUM
  

Some Friendly (Beggars Banquet, 1990)

Between 10th To 11th (Beggars Banquet, 1992)

Up To Our Hips (Beggars Banquet, 1994)

 

The Charlatans (Beggars Banquet, 1995)

Telin' Stories (Beggars Banquet, 1997)

 

Us And Us Only (Universal, 1999)

Wonderland (Universal, 2001)
 

Up At The Lake(Universal, 2004)

 

Simpatico (Sanctuary, 2006)

 

You Cross My Path (Cooking Vinyl, 2008)

 

Who We Touch (Cooking Vinyl, 2010)

Modern Nature (BMG, 2015)

Different Days (BMG, 2017)

  
 COMPILATION
  
 Meltin' Pot (Beggars Banquet, 1998)
 Songs From The Other Side (Beggars Banquet, 2002)
 Live It Like You Love It (Universal, 2002)
 Forever. The Singles. (Universal, 2006)
  
 

TIM BURGESS

  
 

I Beliee (PIAS, 2003)

 

Oh No I Love You (O Genesis, 2012)

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
The Only One I Know
(live, 1990)
Weirdo
(videoclip, 1992)
Just When You're Thinking Things Over
(videoclip, 1995)
How High
(videoclip 1997)
One To Another
(videoclip, 1997)
Tellin' Stories
(videoclip, 1997)
Impossible
(videoclip, 1999)
You're So Pretty, We're So Pretty
(videoclip, 2001)
A Man Needs To Be Told
(videoclip, 2001)
Try Again Today
(videoclip, 2004)
So Oh
(videoclip, 2015)
Come Home Baby
(videoclip, 2015)
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Recensioni

CHARLATANS

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(2015 - Bmg)
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