China Crisis

China Crisis

L'indie-pop prima dell'indie-pop

di Marco Bercella

Troppo "british" per il pubblico americano, eccessivamente americani per il synth-pop inglese, i China Crisis non ottennero all'epoca i consensi che avrebbero meritato. Eppure nel loro songbook brillano perle definitive e ante litteram del sottogenere che oggi chiamiamo "indie-pop". Ecco, allora, l'occasione per riscoprirli e per raccontare una storia curiosa, iniziata in un sobborgo di Liverpool...
"Musica per chiunque, ma per nessuno in particolare". Una frase un po' sbrigativa, quella che Johnny Marr dedica ai China Crisis, ma che contiene un'inconsapevole quanto ineluttabile doppia verità. Qual è, infatti, il fine ultimo della musica pop se non quello di raggiungere la testa e il cuore di più persone possibili? Ma, ancora, esiste una beffa peggiore per una pop-band di quella di non imprimersi nell'immaginario collettivo, non riuscendo a creare un rapporto di reciproca identificazione con il pubblico? Non così synth-pop da poter salpare inosservati con la ciurma del movimento new romantic, non abbastanza impegnati politicamente da poter sfruttare l'onda lunga generata dal soul bianco degli Scritti Politti; d'altro canto, troppo pop per fare breccia nei cuori adombrati dei new waver, troppo intimisti e, lo vedremo specie nella seconda parte della loro storia artistica, troppo americani per conquistare del tutto gli amanti britannici dell'easy listening. Come si vede, la vicenda dei China Crisis presenta più di una particolarità che merita di essere raccontata e, come spiegheremo, anche un po' di motivi contingenti tali per cui il nome, ad oggi, dice poco o niente ai più.

La loro città d'origine, Liverpool (provengono dal sobborgo Kirkby, raccontato dai Teardrop Explodes in "Kirkby Workers Dream Fades"), nel 1979 era il pop psichedelico degli Echo & The Bunnymen, il lisergico e tormentato esistenzialismo di Julian Cope e l'elettronica tedesca messa in forma canzone degli Orchestral Manoeuvres In The Dark. È questo l'ambito entro cui Gary Daly (tastiere) e Eddie Lundon (chitarre) si incontrano, subito distinguendosi dai gruppi del Merseyside per via di un mood trasognato ed emotivamente nostalgico, unito a inusuali aneliti funky-pop. La città dei Beatles, in quegli anni, non rappresentava certo l'humus ideale per sviluppare siffatte pulsioni, e non deve quindi destar stupore il fatto che il primo contratto lo ottengono solo tempo dopo, sul finire del 1981, grazie all'etichetta indipendente Inevitable, che pubblica il singolo "African And White".

Nonostante il contrastato e sofferto abbrivio, Gary e Eddie, che nel frattempo reclutano il bassista Gary "Gazza" Johnson e il batterista Kevin Wilkinson (poi nei Waterboys e morto suicida nel 1999 all'età di 41 anni), vengono ingaggiati dalla Virgin, che intravede delle potenzialità commerciali nelle linde linee melodiche del complesso. Ma la partenza non è di quelle che si definiscono folgoranti. Il primo singolo, "Scream Down At Me", in verità tanto anonimo e mediocre da essere escluso dal debut-album, non entra in classifica, obbligando il management a remixare frettolosamente "African And White", già nota nel circuito alternativo, che strappa almeno un sofferto quarantacinquesimo posto nelle single chart. La scintilla sembra restare tale, allorché neppure il terzo singolo "No More Blue Horizon", un raffinato mezzo tempo che flirta col soul bianco americano, riesce nell'impresa di svelarli al grosso del pubblico.

Ormai il dado è tratto, e sul finire del 1982 è sul mercato l'agognato debutto sulla lunga distanza Difficult Shapes & Passive Rhythms, Some People Think It's Fun To Entertain, anticipato dal singolo "Christian", un lento atmosferico e soffuso che (finalmente) si fa vedere al dodicesimo posto delle classifiche. Anche l'album non è accolto male (numero 21) e ha il pregio di delineare i primi connotati della band, ciondolanti fra commistioni black e forme più tradizionali di synth-pop. Illuminanti, da questo punto di vista, la briosa opening track "Seven Sports For All", che sviluppa un singolare ipnotismo funky su di un tappeto morbido di tastiere a contrasto, la struggente "Red Sails" con le sue calde pulsioni di chitarra basso, e "Feel To Be Driver Away", tanto levigata da sembrar figlia dei Roxy Music dell'era "Manifesto". A queste si aggiungono i tre citati singoli e una sequenza di riuscite marcette finto allegre ("You Never See It"), che si affiancano a momenti più rarefatti ("Jean Walks In Fresh Fields").

Un esordio più che incoraggiante, specie se consideriamo la falsa partenza che lo ha anticipato. Si tratta del disco più strettamente synth-oriented dei Crisis, e ascoltato col senno di poi rivela inaspettati punti di contatto con il trend portato in auge negli anni 90 dai gruppi pop di Chicago. Si studiano le mosse per smarcarsi dalla riduttiva aura di cantori di pop-ballad cui la gente, fino a quel momento, sembrava averli relegati.
Nel 1983 Gary e i suoi amici aprono il tour britannico dei Simple Minds della svolta rock di "Sparkle In The Rain", vengono introdotti oboe, altri fiati e violini e messi in cantiere due singoli uptempo, "Tragedy And Mistery" e "Working With Fire And Steel", con l'intendimento di allontanarsi dal cliché di gruppo buono per il ballo del mattone, e capace nei testi di esibire solo tenere romanticherie. Sebbene i brani posseggano i sacri crismi dell'orecchiabilità, sembra il copione di un film già visto: la platea inglese fa spallucce e tira dritto, archiviando i due pezzi oltre la quarantesima posizione.

Quella che chiameremo la maledizione del lento torna a colpire quando il quartetto, a inizio '84 e a ruota del secondo disco Working With Fire And Steel - Possibile Pop Songs Volume Two (1983), fa uscire "Wishful Thinking". Il pezzo è un sublime acquerello romantico che si gioca fra la voce di Lundon (che nell'occasione ruba la scena a Daly nella veste di lead vocalist) e un'innocente melodia d'oboe che dà l'esatto metro delle eccellenti qualità compositive delle due teste pensanti dell'ensemble. Il numero 9 in classifica, l'umore primaveril-crepuscolare della canzone, ben suffragata da un video che immortala i melanconici paesaggi della campagna inglese, vanno paradossalmente nella direzione opposta all'impostazione socialmente impegnata che il gruppo avrebbe voluto imporre. Ma se andiamo a vedere, Working With Fire And Steel - Possibile Pop Songs Volume Two, che conferma sostanzialmente le performance di vendite del suo predecessore raggiungendo il ventesimo posto in madrepatria, altro non rappresenta che un deciso passo avanti sulla strada della compiutezza (abbiamo accennato all'introduzione della sezione fiati, ma è solo un esempio) e della maturità, visto che i testi neo-romantici hanno il sopravvento sui pretesi orientamenti "labour" che il titolo dell'album e la sua copertina lasciano trasparire.

Arrangiamenti più curati a parte, ci troviamo di fronte a un songwriting di ottimo livello, anzi capace di produrre bagliori autentici, come nella commovente "The Soul Awakening" che assieme a "Wishful Thinking" può tranquillamente inserirsi fra le perle definitive e ante litteram del sottogenere che oggi chiamiamo indie-pop. Del resto, anche brani quali "Working With Fire And Steel" e "Animals in Jungles" non sono che l'anello mancante (britannico, con tutto quanto ne consegue) che congiunge gli Steely Dan ai The Sea And Cake, gli anni Settanta agli anni Novanta. Steely Dan? Certo, Steely Dan, lo avreste mai detto? Nemmeno Eddie Lundon avrebbe immaginato una cosa simile quando, alla domanda che gli rivolgono durante il tour americano del 1984 su chi avrebbe voluto come produttore, lui risponde scherzando: "Beh, qualcuno degli Steely Dan!".
Ma gli americani, si sa, quando vogliono fare gli splendidi vi riescono benissimo. Preso atto dei desiderata, i tizi della Warner che promuovono i Crisis negli States alzano il telefono e contattano Walter Becker il quale, dopo aver sentito il materiale, accetta con entusiasmo di produrre il terzo album ("I testi dei China Crisis - dirà in seguito - hanno un senso talmente obliquo da apparirmi assolutamente geniali: è soprattutto questo li accomuna agli Steely Dan").

Le registrazioni si svolgono nel 1984 in terra inglese, al Parkagate Studio di Battle nell'East Sussex: ciò che fino ad allora era emerso più come intenzione, e nella naturale propensione a scrivere buone canzoni, con Walter Becker alla console diviene come d’incanto realtà.
In Flaunt The Imperfection la scrittura è ancora più ispirata e la produzione rasenta la perfezione formale, facendo del disco non solo il capolavoro dei China Crisis, ma una classica perla nascosta nel pop inglese degli anni 80. Il brano d'apertura, "The Highest High", riprende il discorso laddove lo lasciarono gli XTC con "General And Majors", il white reggae di "Strength of Character" strizza l'occhio agli Scritti Politti prima di salpare con il suo sax per i mari aperti alla volta delle americhe, "Wall Of God" è un presagio di quanto di lì a poco gli stessi XTC esibiranno dopo la svolta rundgreniana di "Skylarking", "Gift Of Freedom" è il vecchio sound dei Crisis rimesso a modello dalla sapienza di Becker, e segue lo stesso felice destino del vaporoso secondo singolo, tutto da fischiettare, "King In A Catholic Style". "Bigger The Punch I'm Feeling" e "Blue Sea" sono rispettivamente "Seven Sports For All" e "The Soul Awakening" in abito da sera, e non può mancare il singolo piacione che fa il giro del mondo, quella "Black Man Ray" che ottiene passaggi radiofonici e in video persino nella nostra penisola.
L'automobile dei China Crisis è ormai attrezzata per sfrecciare spedita nelle trafficate strade del pop, ma forse viaggia sin troppo spedita se a inizio '85, in piena fase di promozione dell'album, un incidente stradale lascia Daly con un braccio rotto e Johnson con una mandibola fratturata, stoppando la band ai box per alcuni mesi proprio in un momento cruciale per la loro carriera. È questo uno dei motivi per cui Flaunt The Imperfection fa solo una fugace comparsa nella classifica americana e, pur diventando il loro primo e unico top ten album in madrepatria (i due singoli, come da tradizione consolidata, si collocano nella top 20), non fa quel botto che pure era nelle loro corde e che molti auspicavano.

Forse nel lodevole tentativo di battere il ferro ancora caldo, forse per la fretta di rifarsi dalle beffe della sorte, i China Crisis rientrano prontamente in sala d'incisione, e il 1986 è l'anno di What Price Paradise. La produzione è affidata a Clive Langer e a Alan Winstanley, già coi Madness, mentre fa il suo ingresso nella line-up il tastierista Brain Mc Neil. Vuoi per un lavoro di banco vuotamente artefatto, che fa di tutto per suscitare pruriti statunitensi, vuoi per un canzoniere davvero poco ispirato, What Price Paradise è una pesante battuta d'arresto che restituisce un'immagine sbiadita della band sofisticata e deliziosamente leggera che aveva stupito solo un anno prima.
Siccome le grane non arrivano mai da sole, l'album è anche un flop commerciale attestandosi nelle retrovie in UK (63), e migliorando solo di poco la performance americana del precedente (parliamo pur sempre di un modesto numero 114), grazie ai passaggi radiofonici ottenuti dal singolo "The Arizona Sky", una delle poche tracce a salvarsi dal grigiore generale, insieme alla delicata "Day's Work For The Dayo's Done".

A seguito della debacle i Crisis si prendono una pausa, e in ogni modo alla Virgin non smettono di credere in loro, senza dimenticare le grazie entro cui Becker li ha accolti. Nel 1989, con del materiale nuovo di zecca e con trecentomila sterline di budget garantite dai paperoni della label, il quintetto parte alla volta delle Isole Hawaii dove trascorrerà tre mesi da sogno, ospite proprio di Walter Becker. Tra un'immersione subacquea e un'amaca soleggiata (incredibile, ma tutto lo staff tornò in patria con il brevetto da sub), e con l'ausilio di turnisti d'eccezione del calibro di Paulinho Da Costa e di Jim Horn, prende forma Diary Of A Hollow Horse che, a posteriori, suona in tutto e per tutto come un side-project degli Steely Dan.
Pulito all'inverosimile, il suono si popola di istanze jazz-fusion, di una folta strumentazione orchestrale a supporto dell'ormai familiare sezione di fiati, mentre il funky che ha spesso contraddistinto la band diventa del tutto acustico, di fatto trasfigurandosi. Insomma, una luccicante musica da sottofondo che in alcuni episodi ("Day After Day", "Strange By Nature") potrebbe tranquillamente uscire dagli afflati creativi di Donald Fagen, e in fin dei conti un inaspettato colpo di classe.

Purtroppo, al valore intrinseco non si accompagna un risultato di vendite tale da giustificare l'ingente investimento economico. Nelle intenzioni della Virgin il progetto può andare avanti solo a patto che sul libro paga rimangano soltanto Gary ed Eddie: i due orgogliosamente rifiutano l'aut aut decretando, di fatto, la fine dell'avventura.
Nel 1990 esce l'immancabile Best Of, mentre tutti i componenti si ritirano dalle scene, ad eccezione di Wilkinson che prosegue nella sua carriera di batterista. Gary s'iscrive a un corso d'arte, McNeill apre uno studio di registrazione a Glasgow, mentre Gazza si butta sull'informatica, ammettendo però di tenere sempre l'orecchio teso nella speranza che arrivi una certa telefonata. Nel 1993 la telefonata arriva.
Pur tra i mugugni di Gary, che lamenta quanto sia difficile scrollarsi di dosso, in pieni anni Novanta, l'immagine della band dai capelli curati e per nulla rock-oriented, i China Crisis si rimettono fiduciosamente al lavoro e nell'agosto del 1994 danno alle stampe per l'etichetta indie Stardumb un disco dal titolo amaramente ironico: Warped By Success (travolti dal successo, più o meno). Il lavoro è figlio dell'esperienza accumulata nel corso del sodalizio con Becker, conserva sì qualche piacevole episodio (su tutte, la delicata "Hands On Wheel"), ma nulla aggiunge a quanto già detto, e anzi mostra dei limiti che mal si conciliano con le lambiccate cesellature del sound proposto.

L'apparentemente maldestro tentativo di accordarsi all'imperante moda dell'unplugged che si ha nel 1995 con Acoustically Yours, se da un lato non soddisfa le attese di vendite copiose (del resto, come potrebbe essere così per una band decisamente fuori moda?), dall'altro ha l'innegabile merito di riportare alla luce, con abiti nuovi e accattivanti, un repertorio che avrebbe meritato un destino migliore.
Dopo un decennio d'inattività, nel 2005 i China Crisis si riuniscono per alcune date live; Gary Daly esce con l'album in studio, "Land And Sea", sotto le insegne dei Muddyhead, mentre nel corso del 2007 viene organizzato un vero e proprio tour per celebrare i 25 anni trascorsi dal primo disco pubblicato. Nel 2012 esce invece Ultimate Crisis, esaustiva retrospettiva su doppio CD con tutti i loro singoli ("Christian" è presente nell'extended mix del 12 pollici, così come "This Occupation"), album tracks particolarmente significative dagli esordi fino all'ultimo album Virgin "Diary Of A Hollow Horse" e anche qualche chicca, come "Animalistic" (b-side di "Black Man Ray"), "Scream Down At Me" e il suo retro "Cucumber Garden".

Il crescente interesse per le loro esibizioni live fa nascere a Gary e Eddie l'idea di tornare a cimentarsi in studio con una nuova raccolta di inediti. Dopo una fase di lavorazione piuttosto elaborata, nel 2015 viene alla luce Autumn in the Neighbourhood, che giunge a ventuno anni dal predecessore, tramite Plegde Music. Il fatto che questo album sia stato prodotto grazie al "fund raising" (Plegde è una piattaforma che raccoglie direttamente tra il pubblico i fondi per finanziare i progetti discografici) poteva nascondere in sé il pericolo di ritrovarsi fra le mani un disco che compiacesse i vecchi fan "synth-oriented", con conseguente rimpatriata nostalgica che, quasi mai, porta qualcosa di buono. E invece i due leader non si fanno ammaliare dalle sirene digitali, ma anzi spolverano il lato più etereo del loro songwriting, riprendendo come se niente fosse il discorso da dove lo avevano lasciato ai tempi dell'ultimo sodalizio con  Becker nell'89,  sciorinando un pop elegante, tendenzialmente orchestrale e per lo più acustico. Una scelta stilistica quanto mai opportuna e aderente alla deliziosa collezione di undici canzoni intime e garbate, in cui la nostalgia non è per i bei tempi andati, ma prende le sembianze di un mood malinconico senza tempo, condito da accorgimenti jazzy, e a tratti sofisticatamente folk. I China Crisis sono tornati a fare se stessi liberandosi in gran parte dell'ombra lunga degli Steely Dan, ma carpendo loro tutti i segreti che sanno far suonare bene un disco.
Se è vero che copiose tracce del combo americano più chic di sempre si possono ritrovare in brani come "Fool" e "Because My Heart", il resto converge su midtempo saltellanti, vero marchio della casa ("Smile"), polaroid che riportano alle brezze bucoliche del video di "Wishful Thinking" (la title track) , delicati struggimenti amorosi ("Being In Love", e il folk sui generis di "My Sweet Delight"), raffinate ballate da lucciconi agli occhi in "Bernard" che,  insieme a "Joy and the Spark", si avvicina non poco ai Prefab Sprout di "Jordan: The Comeback",  uno strumentale che più bacharachiano non si può ("Tell Tale Signs") e un curioso rimando ai Belle and Sebastian d'annata con "Wonderful New World", che sembra messo lì a dirci: "Ehi, guardate che c'eravamo prima noi".
Autumn in the Neighbourhood è un album per anime delicate che rifuggono la banalità, l'espressione di una raffinata malinconia che porta dentro di sé il sorriso, e si rivela dunque come un gradito ritorno.

Della straripante ondata post-punk che ha occupato in pianta stabile le classifiche anglo-americane nella prima metà degli anni 80, i China Crisis sono fra coloro che hanno raccolto meno di quanto avrebbero potuto. E se qualcosa è da attribuire alla cattiva sorte, anche l'anomalia d'essere troppo british per il pubblico americano ed eccessivamente americani per il synth-pop inglese ha giocato un ruolo decisivo. "It's time we should talk about it", cantava un flebile Eddie in "Wishful Thinking", e allora noi ne abbiamo raccolto l'invito raccontandone la storia. Quella di un pio desiderio, divenuto solo in parte realtà.


China Crisis

L'indie-pop prima dell'indie-pop

di Marco Bercella

Troppo "british" per il pubblico americano, eccessivamente americani per il synth-pop inglese, i China Crisis non ottennero all'epoca i consensi che avrebbero meritato. Eppure nel loro songbook brillano perle definitive e ante litteram del sottogenere che oggi chiamiamo "indie-pop". Ecco, allora, l'occasione per riscoprirli e per raccontare una storia curiosa, iniziata in un sobborgo di Liverpool... ..
China Crisis
Discografia
 Difficult Shapes & Passive Rhythms, Some People Think It's Fun To Entertain (Virgin, 1982)

7,5

Working With Fire And Steel Possible Pop Songs, Vol. 2 (Virgin, 1983)

7,5

Flaunt The Imperfection (Virgin, 1985)

8

 What Price Paradise (Virgin, 1986)

5,5

Diary Of A Hollow Horse (Virgin, 1989)

7

 Collection: The Very Best Of China Crisis (antologia, Virgin, 1990)

 

 Warped By Success (Stardumb, 1994)

5,5

 Acoustically Yours (Telegraph, 1995)

6

 Ultimate Crisis (doppio CD, antologia, Music Club, 2012)

 

 Autumn In The Neighbourhood (Pledge Music, 2015)

7,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

China Crisis su OndaRock
Recensioni

CHINA CRISIS

Autumn In The Neighbourhood

(2015 - Pledge)
La raffinata malinconia della band di Liverpool, a 21 anni dalla sua ultima uscita in studio

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.