Clientele

Clientele

Ombre, nebbia e riflessi pop suburbani

di Francesco Amoroso, Raffaello Russo

Eredi della migliore tradizione del pop-rock britannico d'autore, i Clientele di Alasdair MacLean ne sono stati tra i migliori interpreti degli anni 2000. Cresciuti ascoltando le grandi band dei sixties, ma vicini anche alla psichedelia gentile di band quali i Galaxie 500, hanno trasformato le loro canzoni uggiose e malinconiche dalla timidezza in bassa fedeltà degli esordi alla ricchezza di colorate sfaccettature degli ultimi album, che li hanno resi, benché quasi ignorati in patria, molto popolari oltreoceano.

Come l'araba fenice, il pop britannico, ormai da decenni periodicamente considerato morto, rinasce trasformandosi e arricchendosi di voci, stili ed elementi tali da far pensare che la scrittura di canzoni semplici ma profonde, leggere ma allo stesso tempo venate di sottile malinconia, sia qualcosa di endemicamente connaturato agli animi ispirati di tanti giovani cresciuti, al suono delle varie ondate wave, in città grigie e perennemente umide. Potranno anche apparire luoghi comuni, ma sono nient'altro che questi gli elementi genetici della musica dei Clientele, band che affonda le proprie radici nell'adolescenza dei suoi membri, la maggior parte dei quali si è conosciuta sui banchi di scuola.

Il contesto suburbano e la comune passione per il pop di band quali Love e Zombies e per la più recente esperienza della Sarah Records ha avvicinato il nucleo fondante dei Clientele, costituitosi intorno a Innes Phillips e all'attuale leader e cantante Alasdair MacLean, che con il suo piglio malinconico, da eterno adolescente, caratterizzerà fortemente la fisionomia della band.

Incuranti di mode transitorie e spinti dalla loro istintiva propensione al pop, i quattro ragazzi dell'Hampshire cominciano a suonare insieme quasi per gioco, avulsi da qualsiasi idea di "scena musicale" e ispirati a coordinate stilistiche scarne e originariamente votate a un understatement spontaneo e fuori dal tempo.

Dalle prime session di registrazione - effettuate a livello poco più che casalingo fin dall'inizio degli anni 90 - cominciano a scaturire numerosi singoli, inizialmente realizzati su 7'' confezionati a mano e dalla distribuzione inevitabilmente limitata.

Solo nella seconda metà del decennio, in coincidenza con l'abbandono della band da parte di Innes Phillips - nel frattempo transitato a dirigere il suo autonomo ed effimero progetto The Relict - i Clientele cominciano ad affrancarsi dalla loro iniziale dimensione "carbonara" e tra il 1997 e il 2000 vedono la luce le prime pubblicazioni ufficiali sotto forma di svariati singoli. Dalla raccolta di quei singoli e del successivo Ep A Fading Summer, che nel frattempo avevano suscitato l'attenzione di etichette indipendenti di culto in ambito indie-pop, quali March, Elefant e Pointy, trae origine nel 2000 la prima pubblicazione sulla lunga distanza dei Clientele, Suburban Light.

In anni in cui reperire singoli ed Ep, soprattutto se prodotti da etichette di nicchia, è ancora piuttosto complicato, Suburban Light è considerato, non a torto - così come è stato negli anni Ottanta con le raccolte degli Smiths - un album vero e proprio. E, in particolare per coloro i quali non avevano avuto la possibilità di seguire gli oscuri esordi della band, la raccolta si rivela come un autentico fulmine a ciel sereno.
Il suono della band, brano dopo brano, si disvela in tutta la sua sobria ricchezza, dai rimandi a certo jangle-pop anni Ottanta, con chiari riferimenti alle prime band della Creation ("Rain", "An Hour Before The Light"), passando ad una dimensione folk quasi drakeiana ("Reflections After Jane", "Monday's Rain"), fino alla psichedelia "gentile" che dagli anni sessanta è stata portata verso il nuovo millennio da band quali i Felt o i Galaxie 500 ("We Could Walk Together", "I Had To Say This"). Su questo articolato tessuto sonoro si adagia l'inconfondibile voce sussurranta e in leggero falsetto di Alasdair MacLean, spesso filtrata attraverso un amplificatore per chitarra, a conferire alle composizioni dei Clientele un'aura evocativa e remota.
Già tra le pieghe di questi brani si trova tutta la poetica cara a MacLean: oziose passeggiate notturne, fiere di periferia immerse nella nebbia, stagioni che si avvicendano opache e pigre, plumbee e sonnolente, quasi che Suburban Light (incredibilmente compatto per essere una raccolta di singoli) sia solo una reminiscenza lattiginosa e sfocata di un passato dove il dispiacere diveniva amabile, la sconfitta si faceva quasi deisderabile e anche la speranza era resa velata dalla malinconia.
Così, ammantate da un'atmosfera a metà strada tra il sogno e l'oblio, le composizioni dei Clientele riescono, senza sforzo apparente, nel piccolo miracolo di distillare la poesia dalle situazioni più comuni e, benché i riferimenti artistici siano disparati e piuttosto evidenti, brani come "Reflections After Jane", "(I Want You) More Than Ever", o "Joseph Cornell" (ispirata allo scultore surrealista) ne dimostrano la non comune vena compositiva e interpretativa, facendo sì che Suburban Light riesca a risultare un lavoro pop difficilmente catalogabile e piuttosto singolare nel panorama musicale di quegli anni.

Il formato dell'album vero e proprio continua tuttavia ad apparire alieno alla band di Alaisdair MacLean, se è vero che il lavoro successivo è un Ep di venti minuti pubblicato nell'ambito della serie di mini album curata con passione e grande fiuto dall'etichetta spagnola Acuarela. The Lost Weekend segna già una piccola, utleriore svolta nel percorso artistico dei Clientele, che nelle tre canzoni e nei due strumentali (dei quali uno è un semplice interludio) dell'Ep mostrano di aver acquisito maggiore sicurezza rispetto ai bozzetti pop  spontanei ma fondamentalmente ancora acerbi offerti fino ad allora.
Non che il breve lavoro presenti cambiamenti sconvolgenti, tuttavia la migliore qualità del suono e la più articolata struttura dei brani vanno di pari passo con interpretazioni più schiette e decise che pure non disperdono l'uggiosa malinconia che già si atteggia quale firma stilistica della band. Così, mentre tastiere sparse incorniciano i ricordi dell'iniziale "North School Drive" e la vivacità ritmica di "Kelvin Parade" fa da contraltare al composto romanticismo del piano solo di "Last Orders", la deliziosa "Emptily Through Holloway" si candida da subito a brano-manifesto tanto della rara vena pop quanto dell'intera poetica dei Clientele ("The longing makes you close you eyes/ it's unreal so unreal/ to walk along these streets/ it's unreal so unreal/ to close your eyes and breathe").

Prima o poi, però, per tutti arriva il momento di fare sul serio. È così che nel 2003, a ben tre anni dalla raccolta Suburban Light, i Clientele arrivano a misurarsi con la lunga distanza. E tale prova non può che essere perigliosa e inquietante. The Violet Hour trae il proprio titolo da "The Fire Sermon", una delle sezioni della "Terra Desolata" di T.S. Elliott, ove con l'ora violetta si identifica quel passaggio dalle cupe ore diurne alla vibrante aria della sera quando, liberati dal tran tran quotidiano, gli umani si sentono pronti alla ricerca di piaceri ed emozioni. La poetica dei Clientele è permeata da tale luce e il loro pop sfocato riesce, anche stavolta a mantenersi personale e unico nonostante riferimenti sonori ben precisi, combinando folk, pop e pischedelia in dosi sempre diverse e con formule non banali.
Se, infatti, è piuttosto evidente che anche in The Violet Hour le basi del suono degli inglesi non si discostino affatto dalla loro precedente produzione, con il sinuoso mormorio di MacLean, le chitarre a descrivere traiettorie armoniose e vagamente fuori fuoco, la possibilità di spaziare data dal formato permette ai Clientele di ampliare il proprio spettro musicale, con l'aggiunta di violini, della spanish guitar, e di delicati field recordings, tutti elementi che rimarranno definitivamente organici al suono della band da questo momento in poi.

Ed è sempre il formato album a permettere ai Clientele di presentare, dopo un breve intermezzo pianistico (non a caso intitolato "Prelude") una sorta di album in miniatura all'interno dell'album, costituito dai due brani più lunghi della loro carriera ("Lamplight" e "The House Always Wins") che, superando il classico pop della band, si avvicinano alla psichedelia in maniera netta, grazie a un arrangiamento più compatto e meno etereo e a un solido lavoro chitarristico.
Ciò non toglie che, seppur con piccoli aggiustamenti e qualche valida variazione sul tema, le canzoni di The Violet Hour risultino una collezione di polaroid sbiadite dal tempo, memorie di momenti passati e ricordati sempre in quello strano limbo tra il sogno e la veglia.
E se la luce violetta di questo lavoro altera le percezioni, contrariamente a quanto farebbe un faro abbagliante, lo fa in maniera aggraziata, infondendo, ancora una volta, sulla musica dei Clientele quella patina malinconica e nostalgica che tanto le si addice ("Missing", "House On Fire", "When You and I Were Young").
"I see your face each time I close my eyes." canta MacLean. Ed è un po' la sensazione che si prova ascoltando il loro esordio: qualcosa di familiare ma al tempo stesso remoto che viene a galla solo chiudendo gli occhi.
Un album di transizione, in qualche modo, che certamente non denota una particolare crescita della band londinese, ma che avvicina, a piccoli passi, il loro suono ad una realizzazione stilistica fatta di minime aggiunte, di sottili cambi di registro e di continua ricerca emotiva.

L'anno seguente, mentre sono al lavoro su un nuovo disco che già si annuncia più articolato e prodotto rispetto al passato, i Clientele trovano il tempo per licenziare un secondo conciso Ep su Acuarela. Ispirato a una serie di dipinti di Giorgio De Chirico e dedicati al mito di Arianna, Ariadne rende fedelmente in musica quel senso di abbandono e latente incoscienza raffigurato dalle opere che la band aveva avuto occasione di osservare dal vivo nel corso di una mostra tenutasi a Londra nel 2003. Ad eccezione del coinvolgente crescendo melodico dell'uggiosa gemma finale "Impossible" - peraltro ultimo brano della loro produzione spoglio e in media fedeltà - l'Ep presenta i Clientele in un'inedita veste interamente strumentale. Tuttavia, nella sola "Summer Crowds In Europe" è dato riscontrare le trame discrete ideali per fare da scheletro per una canzone non ancora scritta, mentre nei brani restanti viene offerta una faccia del tutto diversa della band, la cui fisionomia risulta trasfigurata con piglio surrealista lungo gli oltre otto minuti di psichedelica ambientale tratteggiata da una persistente nota d'organo di "The Sea Inside A Shell" e con raffinatissimo romanticismo nella deliziosa piéce pianistica "Ariadne Sleeping".


Il successivo Strange Geometry (2005) è la prima opera dei Clientele ad avvalersi di una produzione esterna - ad opera di Brian O'Shaughnessy - che però sembra aver influito soltanto sulla pulizia d'ascolto dei loro brani, non invece sui contenuti delle dodici tracce, come sempre sospese tra delicata malinconia, impressioni folk-pop, chitarre sottilmente psichedeliche e arrangiamenti ariosi, ad opera di quel piccolo genio del pop orchestrale che risponde al nome di Louis Philippe. I nuovi brani confermano i Clientele come una band dotata di un proprio suono, fresco e caratteristico, nonostante i tanti possibili accostamenti ad almeno tre decenni di pop sognante e raffinato, dai La's ai Belle & Sebastian, dai Byrds ai Galaxie 500.

Il lavoro, estremamente mutevole, passa con disinvolta agilità dalla scattante impronta sixties dell'Hammond di "My Own Face Inside The Trees" alla sommessa e introspettiva sobrietà di "Step Into The Light", dall'andamento sincopato di "E.M.P.T.Y." a quello quasi soul di "Spirit", fino alle a riflessioni esistenziali di "K" e "When I Came Home From The Party" e alle perfette immagini da fotografia sbiadita del nostalgico spoken-word "Losing Haringey".
Tratto comune di tutto l'album è l'accresciuta immediatezza del suono, probabilmente dovuta anche a una produzione attenta e professionale, testimoniata con evidenza dal brano che rappresenta la vetta emotiva dell'intero lavoro, "Impossibile", qui riproposta in una versione sensibilmente diversa rispetto a quella dell'Ep Ariadne.

Ad eccezione di alcuni esigui elementi formali, Strange Geometry non si discosta dal suono tipizzato dalla band nei precedenti lavori, del cui approccio non viene dispersa la freschezza e levità, anzi adeguatamente completate dagli arrangiamenti attraverso raffinate melodie, capaci, nella loro classicità, di rappresentare molto degnamente lo stato di salute del pop britannico d'autore.


A brevissima distanza dalla pubblicazione dell'album, quasi a testimoniare di aver voltato pagina rispetto alle origini, le acerbe registrazioni del periodo 1991-1996 vengono riunite in It's Art, Dad, raccolta autoprodotta di sedici tracce che materializzano nuovamente la presenza di Innes Phillips, dimostrando seppur in forma incompiuta le potenzialità embrioniali poi sbocciate negli album ufficiali fino ad allora prodotti.


Ritornando al presente artistico della band, due anni più tardi, God Save The Clientele conferma la sua scrittura di qualità e priva di sovrastrutture, i cui elementi essenziali vengono espressi in un lavoro dal titolo autoironico e dal contenuto nuovo ma venato di un alone piacevolmente antico, nostalgico e rassicurante al tempo stesso.
Di antico - ma per nulla anacronistico - vi sono le radici, che la band londinese non ha mai nascosto e che risalgono tutto l'albero genealogico degli ultimi decenni di pop chitarristico britannico, pur senza disdegnare moderate fascinazioni psichedeliche in stile west-coast anni 70. Di (relativamente) nuovo, vi è invece la tendenza a una maggiore immediatezza nelle composizioni e anche l'accentuazione di quell'espressione più curata e a tratti palesemente "rock", che già aveva fatto capolino in Strange Geometry. Grazie al contributo ancora più sensibile di Louis Philippe, declinano la sottile malinconia dei testi secondo forme adesso spesso lievi e solari come non mai.
Benché non manchino passaggi più compassati, l'andamento dell'album è in prevalenza leggiadro e primaverile, spesso ingentilito dal suono dei violini, tanto da riuscire a bilanciare una poetica incentrata sempre su ricordi nostalgici ("Here Comes The Phantom") e storie di ordinaria solitudine ("Isn't Life Strange?", "The Queen Of Seville". La vocazione dei Clientele per la narrazione di semplici storie in una forma pop elegante e dai contorni sfumati si esprime poi variamente lungo i quattordici brani compresi nell'album, alternando il passo svelto di deliziosi cammei impostati su chitarre dal sapore antico a ballate lineari e cullanti, nelle quali la voce di MacLean si fa soffusa e suadente.

Registrato da Mark Nevers (Lambchop) in quel di Nashville, con tempi abbastanza dilatati e con a disposizione una tecnologia più raffinata e moderna, God Save The Clientele è un album dal suono più mainstream, anche se, grazie alla straordinaria capacità di scrittura di Alasdair e dei suoi compari, non perde nulla di quel sottile fascino polveroso e crepuscolare presente nei lavori precedenti.
Siamo ormai molto lontani dalle registrazioni quasi casalinghe di Suburban Light: brani solari e scintillanti come "From Brighton Beach To Santa Monica", fino a qualche tempo fa, sarebbero stati inconcepibili. Una canzone sbarazzina e uptempo come "Bookshop Casanova" probabilmente non sarebbe mai potuta entrare nei cuori degli appassionati (pochi, ma fervidi) dei Clientele di ieri.
Ma proprio in questo sembra risiedere lo sforzo sotteso a God Save The Clientele, ovvero quello di lasciar apprezzare da una platea di ascoltatori più vasta un album smaccatamente pop, infarcito di luce e di melodie incuranti dello scorrere del tempo.

Come già per due volte in passato, i Clientele riempiono nuovamente l'intervallo tra due album con un terzo Ep licenziato dalla spagnola Acuarela. A differenza di quanto accaduto nelle precedenti occasioni, le quattro tracce dell'interlocutorio That Night, A Forest Grew si pongono in sostanziale linea di continuità con il disco precedente, accentuando anzi ulteriormente i caratteri diretti e briosi già in quella sede manifestati. L'iniziale "Retiro Park" e la successiva, travolgente "Share The Night" palesano evidenti velleità sixties, appena temperate da una sottile psichedelia profumata di reminiscenze in media fedeltà, che marcano tuttavia in egual misura la distanza con l'ormai superata discrezione espressiva, salvo riavvicinarsi, tutt'al più, a un registro prossimo a quello di Strange Geometry, come nel caso del conclusivo spoken word che dà il titolo all'Ep.

Il successivo Bonfires On The Heath, nuovamente prodotto da Brian O'Shaugnessy, è affare più raccolto e cogitabondo rispetto al suo scintillante predecessore, pur con improvvisi sprazzi di luce e ritmo che, di tanto in tanto, ne increspano la placida superficie.
Lo spirito lieve e colorato degli ultimi tempi, pur non venendo meno, trova, forse per la prima volta, un ideale bilanciamento con il riemergere di reminiscenze stilistiche e tematiche molto prossime a quelle originarie della band.
Le dodici tracce racchiuse nell'album mantengono un approccio immediato, veicolato da sbarazzini uptempo, fulgide note di hammond e insospettabili riff elettrici, e, a colorare la scrittura, al solito essenziale e incentrata su immagini sfocate e pervase da una costante sensazione di pioggia, contribuiscono gli archi - stavolta arrangiati in maniera sobria ed elegante dalla splendida Mel Draisey - e una distante e malinconica tromba.
Nel suono dei Clientele permane ancora qualcosa di impalpabile, che sembra scivolare tra le dita: che si tratti di malinconia, nostalgia o dolore non è, di solito, dato di sapere e Bonfires On The Heath, con le sue immagini liriche ispirate al crepuscolo e all'autunno non è un'eccezione: Benché, infatti, contenga alcuni dei brani più veloci e ritmati della band - da "I Wonder Who We Are", arricchita da spanish guitar e tromba, a "Share the Night", con una chitarra jazzy e una corposa linea di tromba a fare da contraltare a un ardente organo hammond e a inusuali solo di chitarra, fino alla stralunata, spiazzante e psichedelica "Sketch", l'album continua a racchiudere tra le sue pieghe uggia, ombre, fantasmi e un dolce sapore di sconfitta in quantità industriale.

Non vi sono, comunque, cesure o strappi drastici e i brani contribuiscono a costruire un quadro d'insieme altamente evocativo, che riesce abilmente a porsi come una sorta di compendio della lunga parabola artistica della band londinese.
Del resto, che fosse proprio questo l'intento del gruppo londinese è testimoniato in maniera inequivocabile dall'inclusione, nella parte finale dell'album, di "Graven Woods", primissimo brano scritto e inciso negli anni dell'adolescenza, e qui reinterpretato, quasi a chiusura di un ciclo.

Come d'abitudine, i Clientele tornano a riempire l'intervallo tra due album in studio con un'opera più breve ma, anche stavolta, niente affatto interlocutoria. Nelle passate occasioni è avvento, infatti, che i momenti di transizione della band inglese siano stati contrassegnati da Ep e mini album che lasciavano intravedere imminenti cambiamenti, ovvero volgevano lo sguardo alle inconfondibili melodie uggiose in bassa fedeltà dei loro esordi.
Anche nel caso di Minotaur, lavoro che con i suoi circa ventisette minuti di durata risulta assai più corposo del trittico di Ep pubblicati negli anni da parte dei Clientele sull'etichetta spagnola Acuarela, il menù è goloso e stuzzicante. Benché tutto il mini album sia stato concepito e registrato durante la lavorazione dell'ultimo lavoro della band Bonfires On The Heath (dal quale lo separa meno di un anno), i Clientele, in ottimo stato di forma, presentano un lotto di brani che sarebbe davvero errato considerare alla stregua di semplici outtakes dal disco precedente.
Anche questo lavoro, infatti, non smentisce affatto il modo di relazionarsi alla musica da parte di Alasdair MacLean e soci, da sempre improntato alla genuina voglia di regalare all'ascoltatore piacevolezze assortite e pop songs (con tanto pi ed esse maiuscole!) di valore assoluto. E così anche gli otto brani di "Minotaur" (tra i quali uno spoken word lungo e spettrale, "The Green Man") dimostrano una cristallina vena pop, che materializza a più riprese l'incanto delle opere giovanili, attraverso una discreta varietà di soluzioni strumentali, intrise di raffinatezza vintage, e istantanee di strade umide e solitudini cittadine, ormai ricorrenti nella poetica e nell'immaginario della band inglese.
Sotto un certo aspetto, addirittura, il pur breve "Minotaur" potrebbe rappresentare una sorta di summa o di breve sunto della fulgida carriera dei Clientele: ogni brano ha una propria personalità e si riallaccia, senza alcun timore reverenziale, alle precedenti offerte della band dell'Hampshire.

Anche questa volta, insomma, sebbene la confezione sia più ridotta, i Clientele riescono nel non facile intento di regalare nuovi brani suggestivi e ammalianti, sempre in bilico tra il pop e la psichedelica più delicata, aggiungendo un nuovo tassello a quella che sembra sempre di più una carriera del tutto priva di sbavature e cadute di tono.

Per ben sette anni Alasdair MacLean mette in stand by la band, collaborando con Lupe Nunez-Fernandez al progetto Amor De Dìas, in attesa di  rimettere in carreggiata il marchio Clientele. L’input per il ritorno in scena arriva quando Alasdair incontra il suo vecchio amico Anthony Harmer, che lo introduce alle gioie degli strumenti etnici e in particolare del santoor (uno strumento indiano a corde percosse, il cui suono a volte ricorda quello dell’arpa o di un dulcimer).
Quello che avviene in Music For The Age Of Miracles è una rigenerazione biologica, un epimorfosi che rinnova i tessuti primigeni della musica del gruppo, come quando la lucertola si taglia la coda per poi rinnovarla.
E’ infatti ancora integro quel fascino istantaneo ed epidermico che ha sempre reso amabile il jangle-pop leggermente psichedelico della band londinese, anche la profondità e la complessità lirica è ancora intatta, confermando che il ritorno dei Clientele è il frutto di un rinnovamento spirituale e non di una mera scelta nostalgica e passatista.

Il canzoniere di Alasdair MacLean scorre sempre con naturalezza tra accordi west-coast in stile Byrds e arrangiamenti privi di saccarina o accordi superflui, mentre l’ingresso di Anthony Harmer ripristina leggermente il tono più uggioso degli esordi (“Lunar Days”). Come i Blue Nile di “Hats”, la band inglese mette in piedi un suono imponente e ricco per poi scolpirlo e renderlo più lieve ed equilibrato, tutto è calibrato con pazienza e senza eccesiva enfasi, ed è da questa sapiente mistura di colori e sfumature che nascono gemme di rara bellezza come “The Neighbour” che introduce l’album con una cascata d’armonia e lirismo che rimanda agli Zombies di “Odessey And Oracle”.

La vitalità di Music For The Age Of Miracles è percepibile in ogni suo piccolo frammento, dal delizioso interludio pianistico di “Lyra In April” al sofisticato tocco cantautorale in chiave chamber-folk di “The Age Of Miracles”. Anche il raffinato e letterario stile dei testi è rimasto inalterato, in un’alternanza di poesia e sobrietà che riesce a donare calore anche a piccole storie quotidiane, come nella trascinante semplicità di “Falling Asleep”.
L’impressione è che MacLEan abbia lasciato fluire le emozioni senza creare argini che non siano quelli naturalmente insiti alla loro natura lirica e armonica, così avviene il piccolo miracolo di “The Circus” che ripercorre le stesse strade che hanno condotto Michael Head e i suoi Shack alla corte dei Love.

Qua e là affiorano contaminazioni elettroniche che avvicendandosi con le delicate partiture orchestrali, modificano i tratti più folk del loro pop psichedelico, ed è da questa piacevole ibridazione che nasce la lunga ed elaborata “Everything You See Tonight Is Different From Itself”, che tra continui cambi lirici e un omaggio ai Left Banke si candida come la pagina più ambiziosa del nuovo album.
Come pittori impressionisti i musicisti accennano sonorità lievemente bucoliche (“Everyone You Meet”), pagine più introspettive ed elaborate (“Constellations Echo Lanes”) e perfino brevi interludi per piano e archi (“North Circular Days”) che come arazzi adornano le agrodolci ballate psych-pop, accarezzate perfino dal vento delle coste di Kent, catturato nei dintorni della casa del regista Derek Jarman.
Music For The Age Of Miracles è un album dal fascino agrodolce, un progetto il cui fascino istantaneo e fulmineo va assaporato contemplandone ogni dettaglio, a partire dalla bella copertina di Carel Weight, perfetto biglietto da visita per il pregevole ritorno dei Clientele.

Contributo di Gianfranco Marmoro (Music For The Age Of Miracles)

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Clientele
Discografia
 A Fading Summer Ep (March, 2000)6,5
Suburban Light (Pointy, 2000)

7,5

 Lost Weekend Ep (Acuarela, 2002)7
 The Violet Hour (Pointy, 2003)

7

 Ariadne Ep(Acuarela, 2004)

7

 Strange Geometry (Pointy / Merge, 2005)7
 It's Art, Dad (raccolta dei singoli 1991-1996, self released, 2005) 6
 God Save The Clientele (Merge, 2007) 8
 That Night, A Forest Grew Ep (Acuarela, 2008) 6,5
 Bonfires On The Heath (Merge, 2009) 7,5
 Minotaur (Merge, 2010)7,5
 Music For The Age Of Miracles (Tapete/Merge, 2017)8
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