Connells

Connells

La splendente malinconia

di Marco Sgrignoli

La nostalgica "'74/'75" è un pezzo di storia pop degli anni Novanta. La band del North Carolina ha però una carriera che abbraccia tre decadi e merita di essere riscoperta. Nell'America di Reagan e della plastica, cinque ragazzi sognavano l'Inghilterra...
Raleigh, capitale del North Carolina, è un paesazzo da 400.000 abitanti di quelli che solo in America possono esistere. Qui a metà degli anni Ottanta una band guardava all'Inghilterra, perché nel "sogno americano" c'era già e tutta 'sta gran cosa non pareva.
Ai due fratelli Connell - basso e chitarra del gruppo, interessava esprimere il proprio instabile universo emotivo di ventenni ed evadere dalla realtà provinciale che li circondava. Trasferitisi a Raleigh dalla Georgia negli anni dell'università, si sentivano pesci fuor d'acqua. Nella musica di Smiths, Echo & The Bunnymen, New Order, però, ritrovavano il loro modo di essere; molto più che nell'ordinarietà dei tanti gruppetti locali o nell'intellettualismo e nei fermenti delle "vere" città americane - un mondo così distante e incomprensibile da rendere ben poca cosa l'oceano di distanza dal regno di Sua Maestà.
Trovarono un cantante, Doug MacMillan, e un batterista, John Schultz. Diventarono i Connells, e si fecero tutta la gavetta di radio universitarie e tour col pullmino. All'avventura sarebbe stato ispirato dieci anni più tardi il film "Bandwagon", esordio come regista dello stesso Schultz. che lasciò il gruppo molto presto e fu sostituito da Peele Wimberley. Si aggiunse George Huntley, seconda chitarra, e la storia prese il via.

Non erano tempi così bui


All'inizio, le canzoni erano un condensato contraddittorrio di cupezza e luminosità. Nel suono si intrecciavano nostalgia di un'adolescenza irrimediabilmente persa, completa insicurezza sul presente, e utopistica fiducia nel futuro. Lontani da ogni ambizione da rockstar, Mike Connell e George Huntley si dotarono di Rickenbacker a dodici corde e coniarono uno stile jingle-jangle inconfondibile, in cui gli armonici squillanti sono esaltati dal riverbero ma scombinati da un'accordatura leggermente stonata. Basso e batteria sposavano incastri e obliquità del post-punk con un andamento spedito, quasi festante, mentre la voce di Doug MacMillan - nel suo tentativo impacciato di emulare il timbro baritonale di Ian Curtis - esprimeva lo stesso coinvolgente imbarazzo di Bernard Sumner ai primi tempi dei New Order.
Inesperti, ingenui e anche un poco goffi, i Connells parevano ragazzi che volessero a ogni costo indossare i vestiti troppo grossi dei loro genitori; le loro canzoni però suonano ancora oggi incredibilmente vere, cariche come sono di speranze, incertezze e passione. Ascoltarle fa sentire il brivido di quella terra di nessuno che è l'età dei vent'anni, sospesa precariamente tra l'adolescenza ormai conclusa e l'incognita sgusciante della vita adulta.
Nonostante l'anima intimista, i pezzi raggiungevano una dimensione epica, universale. La sensazione fu rafforzata quando Mike Connell iniziò a introdurre nel suo stile chitarristico elementi celtici, presi a prestito da band come Jethro Tull e Fairport Convention. Melodie trionfanti dal sapore antico si combinarono alle atmosfere malinconiche, e diedero vita uno stile unico ed enigmatico: legato inscindibilmente al presente e al passato della terra d'Albione, restava in ogni caso riconoscibilmente americano. Perché quelli erano gli anni del primo emocore, dei REM, del college-rock e di tante band che portavano avanti uno stile fatto di chitarre jingle-jangle e timida malinconia proto-indie tutta incentrata sulla giovinezza e la sua fine.

Hats Off
(1985) è la prima uscita della band, un Ep che raccoglie tre brani poi presenti nei due album successivi. La qualità della registrazione è a livello demo: non vale la pena soffermarcisi.

Darker Days
(1986) è un album inquieto, eppure venato di un imprendibile ottimismo. "Oh I have seen darker days", recita la title track: questi tempi sono bui, ma ce ne sono stati di molto peggiori. Una sorta di speranza al negativo che illumina i toni ombrosi delle tracce, essenzialmente imitazioni "malriuscite" dei vari Siouxsie And The Banshees, New Order (prima maniera), Echo & the Bunnymen. Le virgolette sono d'obbligo, perché proprio nel tradire inequivocabilmente l'anima "vera" e spartana della matrice college-rock le canzoni trovano la loro forza, coinvolgente ed elusiva.
Tanti gli episodi memorabili. L'ardente "Hats Off", un'invettiva anti-Reagan i cui versi forniscono involontariamente uno spaccato nitido del clima di "adolescenza perduta" che attraversa l'album ("You can't have it back/ No you can't have the world as it once was/ With cowboys and Santa Claus"). Poi "Holding Pattern", un inedito post-punk in cui gli incastri basso-batteria si intrecciano a piogge di arpeggi cristallini; "Seven", assieme irruenta, tenera e nostalgica; "Unspoken Words", che accumula agitazione per poi sfociare per pochi attimi in una melodia limpida e liberatoria. Il simbolo del disco resta però l'arpeggio "scordato" che apre quella "Darker Days" che dà il nome all'intero album. In quelle note male incastrate - e nell'apertura "corale" del ritornello - sta tutta l'urgenza di vincere imbarazzi e timidezze ed esprimersi, venga come venga, perché continuare a tenere dentro non è più possibile.
Pubblicato negli Stati Uniti e nel Regno Unito con due tracklist leggermente diverse, è preferibile nell'edizione inglese, con "Darker Days" ad aprire le danze. La versione che circola sul peer-to-peer pone in chiusura anche la neworderiana "Dial It", presente solo nell'edizione americana.

Boylan Heights
(1987) è il capolavoro del gruppo. Due le grandi novità: la massiccia introduzione di elementi celtici nello stile di Mike Connell e il respiro più epico delle composizioni. L'impiego di fraseggi chitarristici vecchi di secoli contribuisce certamente a porre le canzoni "fuori dal tempo", ma la particolare atmosfera che permea il disco è più vaga e immateriale del puro e semplice spirito folk. Quella che si percepisce è un'aura di ineluttabilità, la consapevolezza che il tempo non torna indietro: passaggi di per sé limpidi, perfino elegiaci, acquisiscono così un'ombra nostalgica, ma sottile e nascosta. Allo stesso tempo, le emozioni toccano una dimensione universale, trascendendo l'atteggiamento intimista da cui nascono. Saranno le backing vocals, saranno le tastiere e il riverbero ad aumentare l'enfasi - fatto sta che in "Choose a Side", "Try", "Pawns" si sente molto più dell'insicurezza di cinque ragazzi del North Carolina: si avverte l'anima inquieta di una generazione, di tutte le generazioni che a vent'anni e qualcosa si siano rese conto che un'età splendida era finita per sempre, e in quella che si apriva tutto andava scritto da capo.
Nonostante il clima malinconico pervada tutti i pezzi, l'album è molto vario. L'iniziale "Scotty's Lament" è energica, ed emblematica nell'alternare slanci celtici e strofe nervose, quasi spettrali. "Elegance" è la più sbilanciata sul versante wave, con intrecci chitarra-basso-batteria spigolosi e incandescenti e un passo più che mai dirompente. "Over There", al contrario, è un'apertura luminosa e prevalentemente strumentale, dominata da una placida linea di basso e da trionfanti squilli di tromba. Ma è solo sul finale che si svela la gemma più preziosa - "I Suppose", in cui tutto converge: gioia e desolazione, serenità e impeto, le diagonali del basso e i ricami antichi e squillanti della chitarra. E la leggerezza dei controcanti finali, e l'estrema, categorica serietà che distingue ogni definitiva presa di consapevolezza. Nei cinque minuti di questo brano è riassunto tutto quello che fa dei Connells una band da riscoprire e non dimenticare mai più.

Gioco, divertimento e parole semplici


Col tempo l'adolescenza si allontanò, il peso dei modelli inglesi si fece meno determinante e Doug MacMillan incominciò a cantare nel suo registro naturale, rivelando una vocalità molto più solare e melodiosa rispetto agli esordi. Mentre la voce si apriva alle ottave superiori, le strutture musicali abbandonavano gli influssi dark-wave avvicinandosi al più spigliato power-pop: chitarre sfavillanti, ritmi energici e piglio decisamente più ottimista. Restavano, invece, la voglia di essere prima di tutto sé stessi e l'amore incondizionato per le linee dal gusto celtico - specie da parte di Mike Connell, principale compositore dei pezzi. Così, anche in questa fase più ariosa le canzoni conservarono un gusto peculiare, da un lato sempre più americano e legato al proprio vissuto (con qualche primo accenno al "ripescaggio" di schemi classic rock), dall'altro ancora intriso di un sentore magico e fuori dal tempo. La malinconia non se n'era comunque andata del tutto, ed emergeva in filigrana anche nei pezzi più radiosi, complice la ripresa di alcuni vecchi "trucchetti" ideati dai Byrds e poi adottati da generazioni di musicisti indie-pop.

Fun & Games
(1989) è il primo passo di questo nuovo corso. Un disco leggero, vitale e perfino frizzante, fin dall'apertura "Something To Say", festante e liberatoria, glorificata dagli eccezionali guizzi solisti di Mike Connell. Le analogie col passato sono comunque dietro l'angolo: se nella prima traccia solo i controcanti rimandano all'"intimismo universale" di Boylan Heights, la title track è un tripudio di malinconia splendente, più sereno che mai ma come sempre commovente. La voce di Doug MacMillan è rischiarata, finalmente in pace con sé stessa, e consente slanci pop prima impensabili: "Fine Tuning", "Hey Wow", la dolce ballad "Uninspired" toccano emozioni nuove per la band, e mostrano una confidenza inaspettata con ritornelli e strutture più orecchiabili. In modo diverso dai due precedenti, anche questo è un disco eccellente.

One Simple World
(1990) esce a distanza ravvicinata e condivide con Fun & Games atmosfere e sonorità. La differenza la fa la quantità di canzoni, semplicemente eccessiva rispetto all'ispirazione del gruppo. Accanto a pezzi sbalorditivi ne figurano infatti di deboli, ed è la prima volta nella storia dei fratelli Connell. Certo non appartiene a questa categoria l'elettrizzante "Stone Cold Yesterday", che segna un ulteriore picco nell'abilità di Mike Connell a coniugare intarsi celtici e toni esultanti (senza rinunciare alla sempre gradita nota nostalgica). Ancora meglio forse "All Sinks In", che nel muoversi su traiettorie simili si riallaccia direttamente all'immortale stile Byrds e si lancia in imprevedibili "conquiste dei cieli" strumentali.
Altri pezzi azzardano un suono più vigoroso, talvolta orchestrale, e iniziano ad accennare visibilmente al rock americano anni Settanta. Per quanto gradevoli, risultano però meno convincenti. Anche se "Too Gone" è esperimento neo-psichedelico godibilissimo, un po' fuori dal consueto "stile Connells" passato e futuro, ma riuscito e misurato.

Sull'orlo del successo


Arrivò infine per la band il tempo del successo. Un riconoscimento effimero, limitato a quell'unica hit per cui il nome "The Connells" viene in genere ricordato: "'74/'75", passata inosservata in America per poi "esplodere" in Europa con due anni di ritardo. Lo stile musicale era cambiato, si era fatto più levigato e radiofonico. Persi spigoli e insicurezze, aveva abbracciato una compostezza più "adulta" e un suono più pieno e vicino ai classici del vecchio rock americano. Questo - per il momento - senza rinnegare comunque i propri tratti distintivi: la stessa canzone che portò il gruppo al successo era in fin dei conti una tenera ballad dallo spiccato retrogusto folk, e legata a doppio filo alla memoria nostalgica dei "tempi del college", quelli così profondamente riflessi nei primi dischi.
Il destino giocò però ai Connells un brutto scherzo: ignari del riscontro che "'74/'75" avrebbe avuto in Europa, proseguirono sulla rotta della crescente "americanizzazione" del suono. Erano gli anni della "coda lunga" grunge e colsero l'occasione per recuperare un po' di sano rock settantiano. Le chitarre si fecero più robuste, il suono più saturo, ma paradossalmente fu la grinta a perderci: mancava ormai del tutto quell'instabilità emotiva che faceva da propellente per la loro musica, e la tranquillità dell'età adulta non era riuscita a tradursi in un equivalente equilibrio compositivo. In un'intervista avrebbero poi rivelato: "Se avessimo saputo che '74/'75 avrebbe sfondato in Europa, ne avremmo scritte altre cinque o sei: magari una '73/'74, o una '75/'76...".

Ring
(1993) è, se non il disco più celebrato della band, senz'altro il più venduto. La parte del leone la fa l'ovvia "'74/'75", ballad che corona definitivamente l'ambizione di Mike Connell a scrivere un inno alla nostalgia. Memorabile fin dall'arpeggio iniziale, è paradossalmente uno dei brani più essenziali scritti dalla band, sul piano compositivo: pochi intrecci, un tappeto orchestrale tenue e sobrio, un assolo breve e posato, qualche timida nota di piano. Forse però il successo non sarebbe stato lo stesso senza il video che accompagnava il brano, in cui le foto dell'annata 1975 di un liceo di Raleigh si mescolano - impietosamente, ma con sconfinata tenerezza - alle loro immagini da adulti.
Non mancano comunque altri pezzi da novanta. "Slackjawed", l'ormai consueto opener euforico e celticheggiante; "Burden", forte di un arpeggio folkeggiante grintoso e circolare come un autentico riff hard-rock; "Running Mary", che già dal titolo sembra volersi riallacciare ai più classici traditional britannici. E poi la struggente "Spiral", sorta di "'74/'75" condotta davanti al baratro. Un pezzo amaro, probabilmente il primo veramente triste scritto dalla band, e curiosamente valorizzato dalla produzione nitida e radiofonica scelta per il disco: è in fondo il canto affranto di chi, arrivato all'agio e alla tranquillità, si accorge che il brivido dell'avventura è morto assieme alle insicurezze della vita precedente.

New Boy (1994) è il secondo e ultimo Ep pubblicato dal gruppo. Contiene due versioni della stessa "New Boy" già in Ring, una registrazione live di "Fun & Games" e due altri pezzi piacevoli con un suono meno levigato rispetto all'album dell'anno prima. A interessare maggiormente è però la cover di "Living In The Past" dei Jethro Tull, non eccelsa invero, ma senz'altro indicativa del legame profondo tra lo stile di Mike Connell e il tagliente estro ritmico del duo chitarristico Anderson/Barre.

Weird Food And Devastation (1996) è senza alcun dubbio l'album più debole della carriera dei Connells, l'unico in cui gli episodi passabili siano un'esigua minoranza. Il suono è inutilmente granitico, saturo di distorsioni, tastierazze e ogni genere di altro orpello atto a rinforzare il muro acustico e nascondere la sostanziale inconsistenza emotiva dei pezzi. Per una band che ha sempre puntato tutto sulla trasparenza delle sensazioni, questo rappresenta un inevitabile passo falso - confermato dall'incapacità di rimpiazzare l'elemento emotivo con qualcos'altro oltre alla pura robustezza del suono. Oltretutto, Weird Food... è di nuovo un album troppo lungo, in cui i pochi passaggi validi sono soffocati da una marea di sezioni poco appassionate. Difficile salvare brani interi.

Non poi così male, infine


Negli anni successivi, i Connells misero a punto un pop-rock più equilibrato e genuino, incentrato come sempre sul ricordo della gioventù, ma voce e testi in particolare risalto e uno sguardo anche musicalmente più ispirato e maturo rispetto al passato immediato. Negli ultimi lavori del gruppo coesistono tutti gli stili e le emozioni che hanno caratterizzato la sua storia: c'è l'estro scanzonato del power-pop e una malinconia ora sottile ora amara, poi l'amore per gli anni Settanta inglesi e americani, qualche accenno al più classico stile beatlesiano... E le sane vecchie schitarrate celticheggianti, ora peraltro "riconciliate" con quell'anima country da sempre tenuta nascosta, ma ben presente nel vissuto geografico strettamente "sudista" della band. Manca, certamente, l'irrequietezza di un tempo; passione e umiltà sono però le stesse di sempre, e gli anni hanno portato con sé anche un poco di mai inopportuna autoironia.

Still Life (1998) segna un parziale "ritorno a casa" per i fratelli Connell e la loro band. Le emozioni sono di nuovo al centro, anche se un po' stemperate, e riaffiora quell'intreccio di gioia, tenerezza e malinconia che da sempre sta a cuore al gruppo. Non spariscono, comunque, alcuni dei tratti di Weird Food...: il suono è spesso vigoroso e settantiano, e l'organo Hammond è ormai un ingrediente di sfondo essenziale. Le canzoni sono valide, con qualche ricordo - un po' di maniera - dei tempi che furono ("Bruised", "Still Life"), alcuni divertissement country/Beatlesiani ("Glade", "Curly's Train", "Gauntled"), almeno un episodio di eccellente southern rock ("Soul Reactor") e perfino una strumentale in vago stile Explosions In The Sky ("Pedro Says").

Old School Dropouts (2001), su coordinate simili, è, volendo, anche un poco meglio. I brani sono ispirati, se non proprio appassionati, e molto vari. "Gladiator Heart" è una delle loro migliori ballad, col solito arpeggio a presa immediata e un crescendo coinvolgente che guida al ritornello sessantiano. C'è spazio anche per omaggi stilistici ai Fairport Convention ("Back In Blightly"), brani pensosi a un passo dai Sunny Day Real Estate ("Radio" su tutti), episodi che uniscono AOR, indie-pop malmostoso e pure un po' di surreale ironia ("Washington"). Quasi non ce la si aspetta una chiusura come "The Bottom": desolante e brevissima, è il fugace sguardo all'indietro di chi si è accorto di essere al capolinea e non potere più evitarlo.

L'avventura discografica dei Connells si è per ora conclusa, e i membri sono tornati a tempo pieno a quelle vite "normali" da cui in fondo non si erano mai distaccati. Mike Connell fa l'avvocato, il fratello David dipinge, mentre il secondo chitarrista George Huntley ha pubblicato un album solista, "Brain Junk". Anche Doug MacMillan ha avviato diversi progetti musicali collaterali; inoltre, ha recitato in pressoché ogni film dell'ex-batterista John Schultz, incluso il "Bandwagon" citato all'inizio, dove è il road manager dello scalcagnato gruppo indie-rock che fa da protagonista.
Nota finale per i completisti: è disponibile online una compilation non ufficiale (ma autorizzata) di b-side e materiale vario della band, simbolicamente intitolata Not So Bad At All (dal testo di "Slackjawed"). Tra le varie cose, raccoglie i due Ep e una bislacca cover dei Cypress Hill (!), "Insane In The Brain".

Connells

La splendente malinconia

di Marco Sgrignoli

La nostalgica "'74/'75" è un pezzo di storia pop degli anni Novanta. La band del North Carolina ha però una carriera che abbraccia tre decadi e merita di essere riscoperta. Nell'America di Reagan e della plastica, cinque ragazzi sognavano l'Inghilterra...
Connells
Discografia
 Hats Off (Ep, Black Park, 1985)

5

 Darker Days (Black Park/Demon, 1986)

8

Boylan Heights (TVT, 1987)

8,5

 Fun & Games (TVT, 1989)

7,5

 One Simple Word (TVT, 1990)

7

Ring (TVT, 1993)

7

 New Boy (Ep, TVT, 1994)

6

 Weird Food And Devastation (TVT, 1996)

4

 Still Life (TVT, 1998)

6,5

 Old School Dropouts (TVT, 2001)

6,5

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